Avvistamenti poetici

Seth Pennington, Gin Caldo (trad. A. Brusa)

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GIN CALDO

1
Mio nonno ha avuto un piccolo infarto, forse
nella notte, ma lo vengo a sapere solo il mattino dopo
al lavoro. È da un po’ che non lo vedo:
da dicembre, al matrimonio, quello a cui lo sposo-diciottenne
dimenticò di invitare la sua famiglia. Sono
anni che non passiamo davvero del tempo
assieme – lascio così sia questa mancanza a giustificarmi
per non averlo ancora chiamato.

2
Devo risponderti quando chiami, Bryan, e
mi dici: “Ho fatto una roba. Ho prenotato un hotel
e allungato la permanenza di una notte. Una piccola vacanza.
Scoperemo quanto ci pare, senza preoccuparci di nulla.”

3
Mio nonno mi aveva stretto la mano, “È bello vederti”
aveva detto, dopo che gli sposi ebbero intrecciato
i loro destini con quelli
di Dio e che la sposa era caduta ed era stata portata fuori
rossa di vergogna perché il suo abito aveva avuto la meglio
su di lei; gli astanti avevano cercato di coprire le risate
tossendo o tenendo le mani davanti alla bocca.

4
Ti sembra impossibile che non ci sia un secchiello
del ghiaccio e che il ghiaccio sia finito;
“Il gin caldo dovrebbe essere illegale”. Ma no,
è in questa serata che non riesci a credere,
e a come nonostante i programmi fatti
le cose siano andate così storte. Vado
in cerca della macchina del ghiaccio, pensando
che troverò sacchetti certamente e non secchielli. E invece
finisco nella lavanderia e trovo una madre che
cambia il pannolino al figlio su di una asciugatrice. (altro…)

“La ferita distorta dell’agire” di Giovanni Duminuco (con una nota di Viviana Scarinci)

La ferita - cover

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Giovanni Duminuco, La ferita distorta dell’agire, Formebrevi Edizioni, 2016

Di spazi subalterni alla parola tra le pieghe consumate del sonno annovera l’errore il divenire nel mare mostro fino alla linea del nero: adombra il tratto del volto al cospetto del mondo, la fuga capovolta negli occhi ripresa la spalla ossuta del tempo: trattiene il lascito tra queste corde maledette che ci legano alle cose nell’attimo che trafigge il senso per abitare il nulla, nel verso di rassegnazione.

***

È breve il tragitto della pioggia nel valico del sangue, tra le maglie di un corpo parlato ai percorsi della materia: divide il dire, scompone la scia ripercorsa, la piega invernale sulle assi scorticata, i gusci di pietra in un angolo per farne un fuoco, incendiarne i pori lungo la via dell’errore, nell’intreccio delle vite o nelle viti nodose che divorano le finestre: implora il canto, l’arco, la lira nella quiete scomposta avulsa ai mutamenti, l’ellisse vacante districata nel lungo oblio dell’ombra, ai sospiri sottomessi alla pausa del corpo per sottrazione di essenza.

***

Sono le strade da percorrere, i nomi della morte lamenti di ruggine restituiti all’incastro dei corpi: tu dovevi ed io nascondevo le parole nel gelo dei giorni divorando la pioggia tra le foglie, dimenticando il nome, la voce spezzata nei versi che scorrono il vento.

***

Quale mare dovevi navigare sulla zattera di pietra, quale lido mortale approdare nei giorni del nero? Nella notte riparata dal sonno dei giardini percorsi dalle mani, inseguendo gli sguardi che imprigionano l’abitudine della fine, mai compresa, nell’ora che insegue il tempo del ricordo, le increspature dell’acqua, il fuoco e la tenebra (giardino di memoria, dove riposa il sangue) nella notte che morde la voce dei tuoi passi, quale mare volevi annegare?

***

Sul muro oltre il bianco dell’occhio travolge il senso attraverso una sequenza ininterrotta di atteggiamenti del corpo, lo spazio assecondato una presenza senza posa nella dimensione di un attraversamento dell’altrove: ripercorrere i presupposti della beatitudine, la parola soffiata alla luna che muove nel bianco lattescente (le ossa del tempo, una rotula contesa a morsi).

***

Il corpo che mi apri trattiene il graffio nella forma di artiglio, l’ombra che abita dentro nei tagli sulle braccia la fronte non possiamo che fingerla nel nome che altri dicono, scoprendo le direzioni dei sorrisi immaginati, la tenebra nella calma australe delle spighe inginocchiate al lamento della tempesta imminente.

***

Ricordo il cielo trafitto dalle mani, nascosti tra le mura ora sotto la scala incendiata nel tremore degli inverni improvvisi: il cielo che incombe sulla testa la pioggia pesante, la testa mai svuotata. Preferisci andare oltre, verso la consolazione dell’oblio, scacciare il peso della bestia che divora lo specchio d’acqua dove ogni cosa annega e nel veleno che sgorga dagli occhi piangere lacrime di pietra per ricomporre lo spazio disgregato, tagliare in due quel nome che non è mai stato.

***

Solleva lungo il sentiero pescoso le mani esposte all’onda i lamenti dell’errore alterni al male, nutriti ai declivi della sera. O questi giorni dissennati lontani dalle cose cominciate, nel guizzo che attraversa i passi inesplosi le parole incrociate nell’angolo dove muore il senso e incombe il respiro contraddetto, gridato alle nebbie insonni, per andarsene al buio senza saluto.

***

Rivela la forma nel vuoto traverso
del gesto silente ai ventri rigonfi
di sabbia, appesi alle corde dei giorni
gridati dell’ultimo grido (appreso)
tra ruvide braccia di madre che smembra
patisce le doglie del nome mai stato
tenuto sepolto nel fango, ingrato
alle voglie dei vinti. Ascolta il frastuono
del vento che giace tra queste parole,
invoca il ritorno per chiedere il conto
del sonno: di ciò non abbiate timore
né d’altro, se non del vivere invano.

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L’arte della separatezza – di Viviana Scarinci

Il primo disagio che affaccia al momento della lettura de La ferita distorta dell’agire di Giovanni Duminuco è che questo libro dichiara apertamente la necessità di negare l’apparenza delle cose, o, meglio, di separarle da quanto si ritenga di poterne dire. Quello che Peter Carravetta nella postfazione dichiara essere un passaggio “dalla riflessione storica già teologizzata al nichilismo” appare per altri versi una volontà del poeta di separare prima di tutto la parola da quel tempo che sembra in qualche maniera determinarla e contenerla.
Già attraverso l’opera prima Dinamiche del disaccordo, con la quale nel 2013 l’autore si aggiudicava la XXVII edizione del premio Lorenzo Montano, veniva ratificata la possibilità di una dinamica altra. Si trattava di una scrittura che risuonava in modo profondamente diverso: esemplificato fin dentro la forma del testo, il linguaggio finiva per ricoprire un ruolo inedito nell’ambito del discorso poetico. Come indicava Giorgio Bonacini nella postfazione, una poesia, quella di Dinamiche del disaccordo, posta in modo “disarmonico” rispetto all’apparenza.
Se per certi versi è il processo di identificazione a determinare l’efficacia di un testo, il disagio di cui sopra è stato anche ciò che mi ha consentito di superare quella pretesa identificativa che da lettrice, quasi inavvertitamente, richiedo al linguaggio dell’altro, in modo che questo mi rassicuri dicendomi quello che anche io riscontro nelle apparenze e quello che già so della realtà.
Invece lo scenario alterato illustrato da questa separatezza che Duminuco sembra usare come vero e proprio assunto del libro non consegna lettrici e lettori né a un tempo storico riconoscibile, né tantomeno a quel mondo surreale, cui spesso si pensa quando appare chiaro che chi scrive orienta la sua ricerca parallelamente a quanto ci è noto e si vede, “[f]rammenti in estasi sul volto murato inganna l’attesa lo spazio coscritto al lascito inerme, immemore fuga tra i volti compiuti nei rivi abitati per forza di cose” (p. 77).
In queste pagine capiamo che non si tratta di una registrazione subcosciente esercitata da una ragione che ammicca nei confronti di una certa rarefazione del reale. Rarefazione a volte compiuta dall’immaginario poetico per superare ciò che è negato allo sguardo di chi legge, pur restando il movente non dichiarato di chi scrive. Non abbiamo in Duminuco insomma nessuna ricostruzione alternativa di quanto la storia o l’individuo ritenga di dovere metabolizzare attraverso la letteratura.
Quella che leggiamo in questo libro è una poesia priva degli accapo, giocata di seguito sul rigo o meglio lanciata dal poeta alla ricerca di un incontro con il senso e con la scansione ritmica che chi legge è chiamato ad attribuire alla pagina, senza in effetti la presenza di alcun parametro di riferimento. Tuttavia il senso ignoto di tanto dolore non viene aggiudicato da una partita, disputata tra l’autore e chi legge. Il guadagno proposto da questa lettura, semmai, riguarda un aggiustamento, necessariamente ipotetico, tra il proprio e l’altrui che necessita di svolgersi in un ambito non particolarmente libero. Ed è infatti l’assenza della scansione del verso a condizionare quell’aggiustamento meglio che nel rigore di altre scelte poetiche, “[d]iventa impraticabile la strada dei nutrimenti quando il verbo espone al gioco degli strazi, attenua la visione dell’esistere in un bagliore inconsistente per sua natura o per nostra voluttà di esporci alle contraddizioni, ricercando il nome là dove si consuma ogni cosa” (p.70).
Senza indugiare in una rarefazione di maniera che mitighi l’assunto di base, Duminuco presenta un significato antagonista rispetto a quello del sapere discorsivo, ma anche rispetto a chi intende il linguaggio alla stregua di una stella fissa e ben localizzata, reperibile entro un orizzonte in cui l’a priori è la visibilità e non la separatezza necessaria a una vera ricognizione dell’ignoto. Sia che si tratti di una ricognizione storica che di un passaggio individuale analizzato entro il proprio linguaggio poetico, quella condotta in questo libro è un’operazione complessa atta a scindere le parole dal sottile travaglio linguistico che potrebbe riconsegnare l’esperienza al passato piuttosto che al futuro.
“Divarica il sonno ad occhi aperti ricercando un riparo tra le ossa, le carenze della notte il fine ultimo rappresentabile nel ricordo lontano dove ogni cosa muore e nella morte rievoca il nome che siamo stati, in un tempo restituito alle ombre” (p. 31). L’autore rivela che può accadere una divaricazione tra il linguaggio che esorbita mentre dice e l’agire che esemplifica soprattutto un’ipotesi relativa ai propri trascorsi. Questa separatezza attuata pagina dopo pagina serve a dimostrare che le azioni più sorvegliate linguisticamente sono quelle in cui la ferita è più tracciabile nel momento esatto che determina una sorta di cronicità tanto degli atti che nel linguaggio poetico, “[d]el corpo che non siamo, del vuoto che restringe la ferita, il non essere cantato dai poeti lì nel vortice dove finge il pensiero e la parola espone al vento tra le cose ripiegate nel cerchio la rivolta dei corpi” (p.53).
Se a monte c’è il linguaggio che, articolato da una ferita, ha appena la possibilità di denunciare la propria inattendibilità, a valle non può esserci che il corpo dalla stessa ferita che oscura ogni visione plausibile di sé stesso. Ciò accade pressoché sempre, salvo quando il modo di guardare la realtà non venga modificato da un linguaggio che prenda progressivamente atto di questo agire distorto. A me sembra che Duminuco spesso riesca nell’ingratitudine di questo proposito.

Tre poesie inedite di Giuseppe Musmarra

 

.giuseppe per andrea

,

ELOGIO DELLA RAGIONATA CATTIVERIA

Non mi stupisce la ragionata cattiveria
né mi indigna
è strada che tutti pratichiamo

Mi disgusta la meschinità
la piccineria minuta
il pettegolezzo di paese
le donne quarantenni
sempre attaccate alle sottane delle madri
Perché – ricordo – ho letto d’una Madre
che dovendo il figlio partire per la guerra
disse Figlio torna, ma non a tutti i costi
conserva comunque l’onore tanto tutti dobbiamo morire.

Detesto gli uomini sempre intrappolati da una caterva di parenti
che sgranano il rosario di zii suocere e cognati
e non so se i parenti sono serpenti
o forse soltanto degli strani animali

E allora meglio il battito d’ali
d’un corvo che picchietta furioso alla finestra
E non chiede da mangiare. Non domanda: pretende.
Perché con ragionata cattiveria
ha sempre saputo che gli spetta

.

INCANTA IL TUO SORRISO DI BAMBINO

Versi
sparsi qua e là quando piove
Sole
prossimo venturo
Futuro
Spiaggia ombrellone
poche parole
ma qualche aquilone lontano
E qui – a portata di mano –
incanta il tuo sorriso di bambino

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SE IMPROVVISO GIGLIO FOSSE

E se fosse ginestra quel fiore di lontano
Stretto tra due spanne di pali della luce
Affogato nel traffico
Sfregiato dal vomito d’un tossico cinetico
O se fosse invece rosa
Violata per lavoro ogni notte
Vilipesa nelle lacerate carni
Sudicia e sfinita nella bellezza sua perduta

E s’anche crisantemo si chiamasse
Stuprato nel suo biancore
inidoneo a presunte immortali purezze
guardiano part time di ebbrezze caduche

Non siamo pronti quando guardiamo

Non siamo pronti e detestiamo il mistero

Se invece improvviso giglio fosse
ad appassire nelle fosse

L’oggetto del contendere: nota su «Gli oggetti trapassati» di Bernardo De Luca (D’IF, Napoli, 2014)

de luca

La poesia di Bernardo De Luca (che su Poetarum avete già letto qui) è una lotta con le cose, con lo spazio gremito, con la materialità del mondo. Il titolo Gli oggetti trapassati significa in prima istanza questo: attraversati, trafitti dallo sguardo e dalla parola. Il nostro quotidiano stare al mondo risulta quindi per così dire potenziato, portato a un livello superiore di consapevolezza: «camminare in una casa e portare/ la luce»; «passeggiare realmente»; «il mio ritorno è sempre nei luoghi». Ma l’attenzione risulta presto insostenibile, il carico di realtà intollerabile: «L’auto procede/ il suo viaggio minimo tra tappeti di oggetti trapassati, l’elenco impossibile». Si capisce perché Andrea Inglese scelse lo strumento di indagine apparentemente opposto, la «distrazione», che dà anche il titolo alla sua raccolta del 2008 (di cui ho commentato un testo rappresentativo qui). Anche De Luca si accorge presto di come lo sguardo fisso sulle cose non possa essere proficuo, ma ne riveli l’aspetto opaco, irriducibile alla simbolizzazione. Questi «tappeti di oggetti trapassati» sono anche distese di oggetti morti alla nostra esperienza, inspiegabili, assurdi. L’elenco è impossibile non solo numericamente.
(altro…)

Poesie di Álvaro Pombo – traduzione e commento di Martina Vannucci

alvaro pombo

VARIACIÓN TERCERA

Separado de la muerte por una barrera imprecisa
he escrito con letras tranquilas como islas
a espaldas de las criaturas reales
a medio camino entre la realidad
y la fábula
dulcemente tejido alrededor del cuerpo
de gigantescos árboles aún sin nombre
apoyada la cabeza en láminas de piedra pulimentada
con agujas de lluvia remota
multipliqué las llanuras y deshice las lindes
de las falsas heredades posibles
hasta unirme a la glotona lengua subterránea de sedosos ríos como mercurio

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VARIAZIONE TERZA

Separato dalla morte da una barriera imprecisa
ho scritto con lettere tranquille come isole
alle spalle delle creature reali
a metà strada tra la realtà
e la favola
dolcemente tessuto intorno al corpo
di giganteschi alberi ancora senza nome
con la testa appoggiata su lamine di pietra levigata
con aghi di pioggia remota
ho moltiplicato le pianure e ho distrutto i confini
dei falsi poderi possibili
fino a unirmi all’avida lingua sotterranea dei setosi fiumi come mercurio

.

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VARIACIÓN SEXTA

Los árboles nos detuvimos cerca de los árboles
pasamos como un río o crecimos de pronto como un río tras las lluvias
irreconocibles como una montaña al atardecer
Durante muchos años nos acompañaron los animales los perros
que nos adelantaban ladrando
o se perdían en pueblos transparentes
olvidados olvidándonos copulando con perras de pastores deshechos
en el polvo
En la sala se oía el mar de un óleo monótono
El pescador es todavía una imagen
pero el hombre que desde atrás desde el mundo sostenía esa imagen
no es ni siquiera imagen
No nunca fuimos viajeros mortales o inmortales
Leímos libros
y yo supongo que entonces leí lo que recuerdo ahora
y yo supongo que estuve donde estuve y que hice un viaje
aunque no hablé con nadie y viajé solo

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VARIAZIONE SESTA

Noi alberi abbiamo indugiato vicino agli alberi
siamo passati come un fiume o siamo cresciuti di colpo come un fiume dopo le piogge
irriconoscibili come una montagna al tramonto
Per molti anni ci hanno fatto compagnia gli animali i cani
che ci precedevano abbaiando
o si perdevano in paesi trasparenti
dimenticati dimenticandoci copulando con cagne di pastori sfatti
nella polvere
Nella sala si sentiva il mare di un olio monotono
Il pescatore è ancora un’immagine
ma l’uomo che da dietro dal mondo sorreggeva questa immagine
non è neppure un’immagine
No non siamo mai stati viaggiatori mortali o immortali
abbiamo letto libri
e io suppongo di aver letto ciò che adesso ricordo
e suppongo di essere andato dove sono andato e di avere fatto un viaggio
anche se non ho parlato con nessuno e ho viaggiato solo

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VARIACIÓN OCTAVA

Dudábamos solíamos pasear al atardecer preguntas
que no se formulaban nunca o respuestas que nunca
parecían completas
Eran los días sinuosos de la madurez de muchos de nosotros
el cielo invulnerable resplendecía demasiado
y los hombros cuajados de meditación inservible
vacilaban ante la grave acusación de las herramientas
e imaginábamos jardines esos días remotos circundados
por altos muros de piedra y hiedra surcados por las nubes irregulares
recluidos en rosaledes cálidas donde surte una fuente confiado
hilo de agua entre las guijas
lo transparente nos sorprendía en exceso
y la hierba demasiado verde húmeda y frondosa de los rincones
equivocaba los miembros violentos que aspiran al descanso monótono de un vientre obnubilado
Apenas hablábamos contemplándonos recorríamos mentalmente
caminos recorridos tiempo atrás repasábamos los errores
recontábamos con dedos inseguros los muertos y las pérdidas
tratábamos de adivinar el significado de la viveza
de frases insignificantes y la llegada de un huésped inofensivo
nos sobrecogía largas horas como el augurio inesperadamente
sonriente del crecimiento analógico de las orquídeas

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VARIAZIONE OTTAVA

Dubitavamo di solito passeggiavamo al tramonto domande
che non si formulavano mai o risposte che mai
sembravano complete
Erano i giorni sinuosi della maturità di molti di noi
il cielo invulnerabile risplendeva troppo
e le spalle cariche di meditazione inservibile
vacillavano di fronte alla grave accusa degli attrezzi
e immaginavamo giardini quei giorni remoti circondati
da alte mura di pietra e d’edera solcati dalle nuvole irregolari
recluse in caldi roseti dove sgorga una fonte fiducioso
filo d’acqua tra la ghiaia
le trasparenze ci sorprendevano a dismisura
e l’erba troppo verde umida e frondosa degli angoli
confondeva le membra violente che anelano al riposo monotono di un ventre obnubilato
Parlavamo appena contemplandoci percorrevamo mentalmente
strade percorse un tempo ripassavamo gli errori
ricontavamo con dita insicure i morti e le perdite
cercavamo di indovinare il significato della prontezza
di frasi insignificanti e l’arrivo di un ospite inoffensivo
ci sorprendeva lunghe ore come l’augurio inaspettatamente
sorridente della crescita analogica delle orchidee

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VARIACIÓN DUODÉCIMA

La luna resbala sobre las superficies continuas de las piedras amigables
la luna resbaldiza que enmarcaba los hombros de los árboles
reverdecidos los años lóbregos y silenciosos que todavía permanecen
largas horas de soledad antigua y detallada como un mármol veteado de horizontes
el horizonte es indeciso la luz es indecisa la noche es indecisa
y las montañas amenazan los enfermizos pueblos del fondo de los valles
los valles han cambiado de postura una o dos o tres veces en el curso
de una misma noche o en el curso de dos o tres o cinco o quince milenios
nada ha sucedido mientras tanto
me fío de estos muertos panoramas que a tientas coinciden con nosotros
Me fío de todas las cosas que no varían nunca y que nunca han derrotado
el esfuerzo concupisciente del hombre
la luz es indecisa como la muerte ahora que la muerte inicia su
transcurso voraz liviana luna afila el mundo y sollozan
metálicas criaturas seducidas por los remotos alaridos de los pájaros
brillan apesuradamente mostrándose contrarias a su naturaleza
pretendiendo ser vivas o ser muertas o en general contrarias
a lo que siempre han sido
Y la luna consigo arrastra el resplandor melodioso de otros reinos
y con la pesadumbre de sus muecas sus caries y sus venas encandila
los élitros de criaturas monótonas entre los helechos
dotadas de ramificaciones e intricadas por las azules arterias limonares
cuya ambigua superficie caliza copia en última instancia los motivos
circulares del leopardo o de los animales que por supuesto hieden
Faltan aún varios años para que vuelva el hombre al monstruoso olvido
de la naturaleza sagrada a la indiferencia sagrada a la identidad sagrada
Aún faltan varios años para que la luna se adueñe de nosotros ocultisimamente
y que todo termine en un borbotón de sangre asexuada

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VARIAZIONE DODICESIMA

La luna scivola sulle superfici continue delle pietre amichevoli
la luna scivolosa che incorniciava le spalle degli alberi
rinverditi gli anni bui e silenziosi che ancora rimangono
lunghe ore di solitudine antica e dettagliata come un marmo venato di orizzonti
l’orizzonte è indeciso la luce è indecisa la notte è indecisa
e le montagne minacciano i malati paesi dal fondo delle valli
le valli hanno cambiato posizione una o due o tre volte nel corso
di una stessa notte o nel corso di due o tre o cinque o quindici millenni
niente è successo nel frattempo
mi fido di questi morti paesaggi che tentoni coincidono con noi
Mi fido di tutte le cose che non variano mai e che hanno sconfitto
lo sforzo concupiscente dell’uomo
la luce è indecisa come la morte ora che la morte inizia il suo
corso vorace leggera luna affila il mondo e singhiozzano
metalliche creature sedotte dalle remote grida degli uccelli
brillano frettolosamente mostrandosi contrarie alla loro natura
pretendendo di essere vive o morte o in genere contrarie
a ciò che sono sempre state
E la luna trascina con sé lo splendore melodioso di altri regni
e con l’angoscia delle sue smorfie le sue carie e le sue vene abbaglia
le elitri di creature monotone tra le felci
dotate di ramificazioni e aggrovigliate da azzurre arterie limoneti
la cui ambigua superficie calcarea copia in ultima istanza i motivi
circolari del leopardo o di animali che ovviamente puzzano
Occorrono ancora diversi anni perché torni l’uomo al mostruoso
oblio
dalla natura sacra all’indifferenza sacra all’identità sacra
Ancora occorrono diversi anni perché la luna si impadronisca di noi occultissimamente
e che tutto finisca in un gorgoglio di sangue asessuato

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VARIACIÓN DECIMOCTAVA

No nos abandones en figuras inmóviles que hechizamos y nos hechizaron
porque aunque es culpa nuestra la culpa no es nuestra
aunque el amor es nuestro es también de los árboles
Ten piedad de la luz imprecisa que circunda ese rostro
imaginado no acariciado y continuo como la voz plateada
cuyo nombre he velado para gemir sin rostro junto al suyo
No nos abandones cuando la lluvia empaña los paisajes
y las fábulas empañan la pulcritud de los seres
Este es un valle pobre y sin recuerdos nadie quiso regresar aquí
o quedarse
los niños no sollozaban nunca y los dedos oscuros ordeñaban las ubres como zarzas
Cubierto por la ampliación de unos créditos permanecí entretanto
enamorado de ti sin júbilo y sin suerte
Acuérdate de mí cuando entres en el maravilloso gesto circular
de tu reino

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VARIAZIONE DICIOTTESIMA

Non ci abbandonare a figure immobili che abbiamo stregato e che ci hanno stregato
perché anche se è colpa nostra la colpa non è nostra
anche se l’amore è nostro lo è anche degli alberi
Abbi pietà della luce imprecisa che circonda questo volto
immaginato non accarezzato e continuo come la voce argentata
il cui nome ho vegliato per gemere vicino al suo
Non ci abbandonare quando la pioggia appanna i paesaggi
e le favole appannano la chiarezza degli esseri
Questa è una valle povera e senza ricordi nessuno volle tornare qui
o rimanere
i bambini non singhiozzavano mai e le dita oscure mungevano le mammelle come rovi
Coperto dall’ampliamento di alcuni crediti sono rimasto intanto
innamorato di te senza gioia né fortuna
Ricordati di me quando entrerai nel meraviglioso gesto circolare
del tuo regno

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VARIACIÓN DECIMONONA

La luz que se parece en los escaparates a todos los ausentes
confirma el dejo antiguo de una tristeza general
lentamente anónima la tarde
hacia un reposo torna que no es mío
Mi caída sucede en otro reino ha sucedido ya
ya se ha olvidado
mi voz es otra mi rostro no se reconoce
tras el asunto de esta Primavera
¿Qué fábulas se hicieron? ¿Qué decían?
No lo sé ni me importa
También lo verdadero se dijo (entre paréntesis) se confundió muy pronto
se deshizo como un consejo no atendido
¿A quién he de atender ahora que la muerte cuchicea consejos por su parte?
A tiempo si el tiempo no lo impide volveré a verte el próximo milenio
Oh amor mío!

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VARIAZIONE DICIANNOVESIMA

La luce che assomiglia nelle vetrine a tutti gli assenti
conferma un tono antico di una tristezza generale
lentamente anonima la sera
a un riposo torna che non è mio
La mia caduta avviene in un altro regno è avvenuta ormai
ormai è stata dimenticata
la mia voce è un’altra il mio volto non si riconosce
dopo ciò che è accaduto questa primavera
Che favole si sono fatte? Che dicevano?
Non lo so né mi importa
Anche il vero è stato detto (tra parentesi) si confuse molto presto
si è distrutto come un consiglio non ascoltato
Chi devo ascoltare ora che la morte bisbiglia consigli da parte sua?
A suo tempo se il tempo non lo impedisce ritornerò a vederti il prossimo millennio
Oh amore mio!

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VARIACIÓN VIGESIMOPRIMERA

Ni la ciudad ni el silencio espejismo de la luz de la tarde
se extiende más allá de un remoto deseo
sin apoyo
Ven conmigo a la soledad comprensible de las habitaciones vacías
y las calles anónimas
háblame de tu niñez
Oh háblame de tu niñez!
Fuimos niños a la vez
Seguro que nos parecemos algo en algo

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VARIAZIONE VENTUNESIMA

Né la città né il silenzio miraggio della luce della sera
si estende al di là di un remoto desiderio
senza sostegno
Vieni con me nella solitudine comprensibile delle stanze vuote
e per le strade anonime
parlami della tua infanzia
Oh, parlami della tua infanzia!
Siamo stati bambini insieme
Sicuro che ci assomigliamo un po’ in qualcosa

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VARIACIÓN VIGESIMOCTAVA

Y tras la muerte fuimos niños nosotros dos
Se trajeron las sillas a sus sitios de siempre se cerró el armario
de su cuarto
y se ataron sus cartas en paquetes inmóviles
La nariz se pudrió antes que las extrañas
y su frente se descompuso antes que las tripas
Sus retratos se llenaron de hojas insignificantes
y sus labios se parecían a todos los labios
Reunidos en la cocina sin encender la lumbre regresamos poco a poco
al curso inconsistente del tiempo
Sus ojos fueron como todos los ojos fugaces
y abstracta hurañía de objetos empeñados empañó sus objetos
de uso personal
Oh gigantesca espalda objetiva de la muerte!
Un cepillo de dientes es sólo un cepillo de dientes y un hombre es sólo un hombre

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VARIAZIONE VENTOTTESIMA

E dopo la morte siamo stati bambini noi due
Si sono portate le sedie ai loro posti di sempre si è chiuso l’armadio
della loro stanza
e si sono annodate
le loro lettere in pacchetti immobili
Il naso è marcito prima delle viscere
e la loro fronte si è decomposta prima delle interiora
I loro ritratti si sono riempiti di foglie insignificanti
e le loro labbra assomigliavano a tutte le labbra
Riuniti in cucina senza accendere la luce siamo ritornati poco a poco
al corso inconsistente del tempo
I loro occhi sono stati come tutti gli occhi fugaci
e l’astratta ritrosia di oggetti impegnati ha offuscato i loro oggetti
di uso personale
Oh gigantesca schiena oggettiva della morte!
Uno spazzolino da denti è solo uno spazzolino da denti e un uomo è solo un uomo

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VARIACIÓN TRIGESIMOSEXTA

Deshaz todos los reinos que he inventado mis fábulas mis nombres
porque en la nieve acumulados lirios más dulces más fríos que nosotros
dicen lo suficiente sin hablarnos
Tu nada y tu pobreza es limpia como un árbol temprano
que no recuerda nada o nadie ha visto
Oh Dios sin ser ninguno deshaz todas mis fábulas deshazme
para que vuelva no siendo ya y regrese al borde como tú
de una canción de amor aún no aprendida
oh Dios deshazme

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VARIAZIONE TRENTASEIESIMA

Distruggi tutti i regni che ho inventato le mie favole i miei nomi
perché nella neve accumulati gigli più dolci più freddi di noi
dicono quanto basta senza parlarci
Il tuo niente e la tua povertà è pulita come un albero prematuro
che non ricorda niente o nessuno ha visto
Oh Dio senza essere nessuno distruggi tutte le mie favole distruggimi
Affinché possa tornare senza più essere e possa ritornare sul limite come te
di una canzone d’amore non ancora imparata
Oh Dio distruggimi

.

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 TRIGESIMOCTAVA VARIACIÓN

El alba es un laúd lejano
El cielo es una gaviota imaginada
E imaginado es todo hasta el olvido
No hay más acá que sirva de paréntesis
Ni más allá que sirva de horizonte
Imaginado es todo hasta la muerte
E imaginé tu amor que no existía
E imaginé que imaginé tu amor que no existía
E imaginé que imaginé que imaginé tu amor que no existía
El olvido y la muerte fueron reales sin embargo

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TRENTOTTESIMA VARIAZIONE

L’alba è un liuto lontano
Il cielo è un gabbiano immaginato
E immaginato è tutto persino l’oblio
Non c’è più qua che serva da parentesi
Né più là che serva da orizzonte
Immaginato è tutto persino la morte
E immaginai il tuo amore che non esisteva
E immaginai che immaginai il tuo amore che non esisteva
E immaginai che immaginai che immaginai il tuo amore che non esisteva
L’oblio e la morte furono reali tuttavia

.

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LA VOCE DELL’INCONSISTENZA

Álvaro Pombo nasce a Santander nel 1939. Le sue origini e la sua permanenza a Londra, durata undici anni, dal 1966 al 1977, saranno lo spunto per la poesia di Variaciones, seconda opera in versi, uscita nell’anno in cui il poeta farà ritorno in patria. Pombo assimila la tradizione letteraria inglese e la rielabora in modo assolutamente originale, ricorrendo a un linguaggio lirico e concettuale (Pombo Álvaro, Relatos sobre la falta de sustancia y otros relatos, Catédra, Madrid, 2013; p. 104), ironico e trascendente, autobiografico e personalissimo. L’effetto è straniante, sembra allontanare il lettore: «La luce che assomiglia nelle vetrine a tutti gli assenti/ conferma un tono antico di una tristezza generale/ lentamente anonima la sera// a un riposo torna che non è mio.»
Pombo sfida la verticalità della poesia, ricorrendo a versi che, susseguendosi in continui enjambement, costituiscono un verso potenzialmente unico e infinito. Anche l’uso frequente e funambolico degli avverbi mostra la necessità del poeta di respirare a pieno la pagina bianca. Pombo gioca con il linguaggio, lo possiede al punto da renderlo inconsistente, le parole, i versi dicono molto, troppo, al punto da diventare, mi si permetta il riferimento al poeta italiano Giorgio Caproni, un’ “oltreparola”, che nel nostro caso diventa tale in senso ritmico e prosodico. Quando la lingua non veicola più il senso, è proprio il ritmo a guidarci, la sua voce è chiara e forte: attraverso la varietà, la poliedricità, la coesistenza di armonia e dissonanza si esprime l’incredibile imprevidibilità della vita. È nell’attrazione tra opposti che si genera l’unità dell’opera: si tratta di una poesia caotica e surreale (introduzione di J. A Masoliver Ródenas in Pombo Álvaro, Variaciones, Editorial Lumen, Barcelona, 1978), metafisica e ironica, trascendente e fisica, ma soprattutto inconsistente, nel senso di ‘platonicamente illusoria’. Niente è vero, ma piuttosto verosimile, il tutto e il niente non si oppongono ma confluiscono in una stessa dimensione. È proprio nell’inconsistenza che risiede la sostanza del verso.
La poesia di Variaciones è indefinibile, inclassificabile, è impossibile dichiarare in termini assoluti l’appartenenza di Pombo a una generazione poetica. La critica lo definisce, per questo, “post-generacional” (Ródenas J.A Masoliver, Voces contemporáneas, Acantilado, Barcelona, 2004, p. 257). Tutto ciò si traduce in un sistema poetico privo di gerarchie, in cui a guidarci non è più la nostra consueta tendenza cartesiana, che tenta di affidare alla realtà un ordine logico e consequenziale, quanto piuttosto la consapevolezza che una realtà definita non esiste, come neppure un’unica verità.
Diventiamo consapevoli della pluridimensionalità di un mondo, a metà tra la favola e la realtà, la verità e la verosimiglianza, l’oblio e il ricordo, le tenebre e la luce, il presente e il passato, l’amore e l’assenza dell’amore. Tutto è potenzialmente possibile, tutto è contemporaneamente vivo e presente. La realtà si dispiega in modo imprevedibile e soprendente, Pombo non si limita a descriverla, quanto piuttosto a evocarla, pretendendone tutta la sua concretezza: ecco perché non si limita a parlare di orchidee ma di «crescita analogica delle orchidee» (variazione 8, v. 21) per descriverci il modo in cui il fiore si presenta ai nostri occhi, un susseguirsi di fiori tutti uguali. La sua anticonvenzionalità risiede proprio nel suggerire, e non tanto dichiarare, una realtà concreta evidente, è un approssimarsi precipitoso verso la realtà, che trova nel linguaggio e nelle parole l’ostacolo e insieme il mezzo per realizzarsi. La realtà viene esasperata al punto da risultare ovvia e comune come un qualsiasi oggetto di uso quotidiano «uno spazzolino da denti è solo uno spazzolino da denti e un uomo è solo un uomo» – la complessità dell’esistenza si riduce a una semplice evidenza.
Pombo fa della poesia un’esperienza poetica della realtà (Álvaro Pombo, Protocolos (1973-2003), Lumen, Barcelona, 2004, p. 16), compie un viaggio alla ricerca della verità, esprimendone la contingenza e l’assurdo, possiede il linguaggio superandolo, riduce la parola a mero oggetto e la illumina di significati incompiuti e possibili.
Rinuncia a ogni definizione certa per accogliere la bellezza di tutto ciò che è potenzialmente possibile, enumera il mondo soltanto per sconfiggere l’oblio, fa del suo verso un canto, una voce unica, che dovremmo ascoltare nella sua forza e non lasciare che si affievolisca in un sussurro.

Martina Vannucci

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BIBLIOGRAFIA

Pombo Álvaro, Protocolos (1973-2003), Lumen, Barcelona, 2004, p. 16;
Pombo Álvaro, Relatos sobre la falta de sustancia y otros relatos, Catédra, Madrid, 2013;
Pombo Álvaro, Variaciones, Editorial Lumen, Barcelona, 1978;
Ródenas J.A Masoliver, Voces contemporáneas, Acantilado, Barcelona, 2004.

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Poesie di Ángel González (1925-2008)

 gonzalez

MUERTE EN EL OLVIDO

Yo sé que existo
porque tú me imaginas.
Soy alto porque tú me crees
alto, y limpio porque tú me miras
con buenos ojos,
con mirada limpia.
Tu pensamiento me hace
inteligente, y en tu sencilla
ternura, yo soy también sencillo
y bondadoso.
…………………Pero si tú me olvidas
quedaré muerto sin que nadie
lo sepa. Verán viva
mi carne, pero será otro hombre
—oscuro, torpe, malo— el que la habita…

MORTE NELL’OBLIO

So di esistere
perché tu mi immagini.
Sono alto perché tu mi pensi
alto, e sincero perché mi guardi
con occhi buoni,
con sguardo sincero.
Il tuo pensiero mi rende
intelligente e nella tua semplice
tenerezza anch’io sono semplice
e generoso.
………………Se tu però mi dimenticassi
io morirei e nessuno
se ne accorgerebbe. Vedranno la mia carne
vivere, ma sarà un altro uomo
—mediocre, goffo, malvagio— ad abitarla…

da Aspro mondo

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PORVENIR

Te llaman porvenir
porque no vienes nunca.
Te llaman: porvenir,
y esperan que tú llegues
como un animal manso
a comer en su mano.
Pero tú permaneces
más allá de las horas,
agazapado no se sabe dónde.
… Mañana!
……………..Y mañana será otro día tranquilo
un día como hoy, jueves o martes,
cualquier cosa y no eso
que esperamos aún, todavía, siempre.

AVVENIRE

Ti chiamano avvenire
perché non vieni mai.
Ti chiamano: avvenire,
e aspettano che tu arrivi
come un animale mansueto
a mangiare dalle loro mani.
Ma tu rimani
al di là delle ore,
rintanato chissà dove.
… Domani!
……………..E domani sarà un altro giorno tranquillo
un giorno come oggi, giovedì o martedì,
o qualunque altra cosa ma non quello
che continuiamo ad aspettare, ancora, sempre.

da Senza speranza con convinzione

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INVENTARIO
 DE LUGARES PROPICIOS AL AMOR

Son pocos.
La primavera está muy prestigiada,
pero es mejor el verano.
Y también esas grietas que el otoño
forma al interceder con los domingos
en algunas ciudades
 ya de por sí amarillas como plátanos.
El invierno elimina muchos sitios:
quicios de puertas orientadas al norte,
orillas de los ríos,
bancos públicos.
Los contrafuertes exteriores
de las viejas iglesias
dejan a veces huecos
utilizables aunque caiga nieve.
Pero desengañémonos:
las bajas temperaturas y los vientos húmedos
lo dificultan todo.
Las ordenanzas, además, proscriben
la caricia (con exenciones
para determinadas zonas epidérmicas
—sin interés alguno—
en niños, perros y otros animales)
y el «no tocar, peligro de ignominia»
puede leerse en miles de mirada.
¿Adónde huir, entonces?
Por todas partes ojos bizcos,
córneas torturadas,
implacables pupilas,
retinas reticentes,
vigilan, desconfían, amenazan.
Queda quizá el recurso de andar solo,
de vaciar el alma de ternura
y llenarla de hastío e indiferencia,
en este tiempo hostil, propicio al odio.

INVENTARIO
 DI LUOGHI PROPIZI ALL’AMORE

Sono pochi.
La primavera gode di molta considerazione,
ma è meglio l’estate.
E anche quelle crepe che l’autunno
forma quando intercede presso le domeniche
in alcune città
gialle di per sé, come banane.
L’inverno esclude molti luoghi:
i battenti delle porte orientate a nord,
le rive dei fiumi,
le panchine pubbliche.
I contrafforti esterni
delle vecchie chiese
a volte lasciano degli spazi
praticabili anche quando nevica.
Ma siamo sinceri: le basse
temperature e i venti umidi
rendono tutto difficile.
Le ordinanze, inoltre, bandiscono
la carezza (esonerando
certe zone epidermiche
 —di nessun interesse—
nei bambini, nei cani e in altri animali)
e il «non toccare, pericolo di ignominia»
si può leggere in milioni di sguardi.
Dove scappare, allora?
Ovunque, occhi strabici,
cornee torturate,
pupille implacabili,
retine reticenti
 che vigilano,
diffidano, minacciano.
Rimane forse la possibilità di stare da soli,
di svuotare l’anima di tenerezza
e di riempirla di disgusto e indifferenza,
in questo tempo ostile, propizio all’odio.

da Trattato di urbanistica

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HOY

Hoy todo me conduce a su contrario:
el olor de la rosa me entierra en sus raíces,
el despertar me arroja a un sueño diferente,
existo, luego muero.

Todo sucede ahora en un orden estricto:
los alacranes comen en mis manos,
las palomas me muerden las entrañas,
los vientos más helados me encienden las mejillas.

Hoy es así mi vida.
Me alimento del hambre.
Odio a quien amo.

Cuando me duermo, un sol recién nacido
me mancha de amarillo los párpados por dentro.

Bajo la luz, cogidos de la mano,
tú y yo retrocedemos desandando los días
hasta que al fin logramos perdernos en la nada.

OGGI

Oggi tutto mi conduce al suo contrario:
l’odore della rosa mi sotterra nelle sue radici,
il risveglio mi scaraventa in un sogno differente,
esisto, quindi muoio.

Tutto accade adesso secondo un ordine rigoroso:
gli scorpioni mangiano dalle mie mani,
le colombe mi mordono le viscere,
i venti più gelidi mi accendono le guance.

Oggi è così la mia vita.
Mi alimento della fame.
Odio chi amo.

Quando mi addormento, un sole appena nato
mi macchia, da dentro, le palpebre di giallo.

Sotto la sua luce, per mano,
io e te arretriamo, andando indietro nei giorni
fino a quando non riusciamo a perderci nel niente.

da Brevi annotazioni per una biografia

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DATO BIOGRÁFICO

Cuando estoy en Madrid,
las cucarachas de mi casa protestan porque leo por las noches.
La luz no las anima a salir de sus escondrijos,
y pierden de ese modo la oportunidad de pasearse por mi dormitorio,
lugar hacia el que
………………………..—por oscuras razones—
se sienten irresistiblemente atraídas.
Ahora hablan de presentar un escrito de queja al presidente de la república,
y yo me pregunto:
¿en qué país se creerán que viven?
Estas cucarachas no leen los periódicos.

Lo que a ellas les gusta es que yo me emborrache
y baile tangos hasta la madrugada,
para así practicar sin riesgo alguno
su merodeo incesante y sin sentido, a ciegas
por las anchas baldosas de mi alcoba.

A veces las complazco,
no porque tenga en cuenta sus deseos,
sino porque me siento irresistiblemente atraído,
por oscuras razones,
hacia ciertos lugares muy mal iluminados
en los que me demoro sin plan preconcebido
hasta que el sol naciente anuncia un nuevo día.
Ya de regreso en casa,
cuando me cruzo por el pasillo con su pequeños cuerpos que se evaden
con torpeza y con miedo
hacia las grietas sombrías donde moran,
les deseo buenas noches a destiempo —pero de corazón, sinceramente—,
reconociendo en mí su incertidumbre,
su inoportunidad,
su fotofobia,
y otras muchas tendencias y actitudes
que —lamento decirlo—
hablan poco en favor de esos ortópteros.

DATO BIOGRAFICO

Quando sono a Madrid,
gli scarafaggi di casa mia protestano perché leggo di notte.
La luce non li incoraggia a uscire dai loro nascondigli,
e così perdono l’occasione di aggirarsi per la mia stanza,
luogo verso il quale
………………………….—per oscuri motivi—
si sentono irresistibilmente attratti.
Adesso parlano di presentare un esposto al presidente della repubblica,
ed io mi domando:
ma in che paese penseranno di vivere?
Questi scarafaggi non leggono i giornali.

A loro piace che io mi ubriachi e
balli il tango fino all’alba,
per poter intraprendere,
senza alcun rischio,
il loro vagabondaggio incessante e senza senso, alla cieca,
sulle grandi mattonelle di camera mia.

A volte li accontento,
non perché tenga in considerazione i loro desideri,
ma perché mi sento irresistibilmente attratto,
per oscuri motivi,
verso determinati luoghi scarsamente illuminati
dove mi attardo senza averlo programmato
fino a quando il sole non annuncia un nuovo giorno.
Una volta a casa,
se incrocio nel corridoio i loro corpicini che scappano
goffi e impauriti
verso le buie crepe dove abitano,
auguro loro buonanotte in anticipo
 —ma di cuore, sinceramente—
riscontrando in me la loro incertezza,
la loro indiscrezione,
la loro fotofobia,
e molte altre tendenze e disposizioni
che —mi dispiace dirlo—
depongono poco a favore di questi ortotteri.

da Campione rivisto e aumentato di alcuni procedimenti narrativi e delle disposizioni sentimentali che normalmente comportano

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VEAN LO QUE SON LAS COSAS

Soy uno de los hombres más saludables que conozco.

He padecido infartos de miocardio,
infecciones diversas, bombardeos,
tisis, dipsomanía, insomnio, depresiones… Todavía
sufro mucho de tos.

Y sin embargo
logré sobrevivir, hasta la fecha,
semanas y semanas ya remotas,
largos años bisiestos,
lustros tediosos,
inacabables décadas…
Ya he celebrado mis bodas de oro con la vida
y, pese a ello, la amo algunas noches.

¿No es extraordinario?

Parece que la historia de nuestras relaciones
nunca va a tener fin.

—¿Cuál es el secreto de tu amor a la vida?
me preguntarán los descendientes de los hijos de mis hijos
el día que yo cumpla muchos, muchos más años.

Y les responderé:
………………………—A mi modo de ver, todo se debe
a que la vida fue más bien inconstante;
me engañó con frecuencia,
estuvo a punto de abandonarme varias veces
(en una ocasión por un falangista),
no cumple mis deseos,
cada lunes y cada martes
me defrauda los sábados
(de su desorden mejor no decir nada).

Si se hubiera portado de otro modo,
quien sabe
qué clase de pasado me esperaría ahora.

No quiero ni pensarlo.

Ya me habrían matado los remordimientos,
sin nadie a quien culpar.

VEDETE UN PO’ COME STANNO LE COSE

Sono uno degli uomini più sani che conosca.

Ho sofferto spesso di infarto del miocardio,
di differenti infezioni, bombardamenti,
tisi, dipsomania, insonnia, depressione… Continuo
a soffrire molto di tosse.

E malgrado tutto
sono riuscito a sopravvivere, fino ad oggi,
settimane dopo settimane, ormai remote,
lunghi anni bisestili,
lustri tediosi,
decadi interminabili…
Ho festeggiato le mie nozze d’oro con la vita
e, ciò nonostante, l’amo ancora qualche notte.

Non è straordinario?

Sembra che la storia delle nostre relazioni
non sia destinata a finire.
–Qual è il segreto del tuo amore per la vita?
mi domanderanno i discendenti dei figli dei miei figli
il giorno in cui compirò molti, molti più anni.

Ed io risponderò:
………………………–Per come la vedo io, si deve al fatto
che la vita è stata piuttosto incostante;
mi ha ingannato spesso,
è stata sul punto di abbandonarmi diverse volte,
(una di queste a causa di un falangista),
non esaudisce i miei desideri,
ogni lunedì e ogni martedì
mi defrauda del sabato
(del suo disordine meglio non parlarne).

Se si fosse comportata diversamente,
chissà
che razza di passato mi attenderebbe adesso.

Non voglio neanche pensarci.

Mi avrebbero già ucciso i rimorsi,
senza poter incolpare nessuno.

da Prosemi o meno

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QUÉDATE QUIETO

Deja para mañana
lo que podrías haber hecho hoy
(y comenzaste ayer sin saber cómo).

Y que mañana sea mañana siempre;

que la pereza deje inacabado
lo destinado a ser perecedero;
que no intervenga el tiempo,
que no tenga materia en que ensañarse.

Evita que mañana te deshaga
todo lo que tú mismo pudiste
no haber hecho ayer.

STAI FERMO

Rimanda a domani
quello che avresti potuto fare oggi
(e hai cominciato ieri senza sapere come).

E che domani sia sempre domani;

che l’indolenza lasci incompiuto
ciò che è destinato ad esser perituro;
che non intervenga il tempo,
che non abbia niente contro cui accanirsi.

Evita che domani rovini
tutto ciò che tu stesso
avresti potuto non fare ieri.

da Deissi in fantasma

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EL ROSTRO ES EL ESPEJO DEL ESPEJO

El espejo se contempla en mi rostro con desinterés frío,
seguro
de que él es él y yo su circunstancia.

IL VOLTO È LO SPECCHIO DELLO SPECCHIO

Lo specchio si contempla nel mio volto con freddo disinteresse,
sicuro
del fatto
che egli è se stesso ed io la sua circostanza.

da Deissi in fantasma

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YO INSISTENTE

Cierro los ojos: desaparece el mundo.
En el interior negro de mi cuerpo
sigue mi yo sombrío sin cambiar postura.
Ensimismado, mudo, impenetrable.
Asusta su silencio: es un reproche.

Abro los ojos: el mundo reaparece
luminoso, diverso.
Pero mi yo persiste, no abandona.
Él es el que lo mira,
él es el que proyecta
el mutismo obstinado,
la frialdad distante
que el mundo me devuelve implacable, severo.

IO PERSISTENTE

Chiudo gli occhi: scompare il mondo.
Dentro il nero del mio corpo
resiste ancora il mio oscuro, immobile io.
Meditabondo, muto, impenetrabile.
Il suo silenzio spaventa: è un rimprovero.

Apro gli occhi: riappare il mondo,
luminoso, differente.
Ma il mio io persiste, non demorde.
È lui a guardarlo,
è lui a proiettare
l’ostinato mutismo, la fredda distanza
che il mondo, implacabile, mi restituisce.

da Niente di grave

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IL SILENZIO È CRESCIUTO COME UN ALBERO

……………………………………………………………………………………………………..[…]
…………………………………………………..Es la noche y el sueño: no te inquietes.
…………………………………………………….El silencio ha crecido como un árbol.

Ángel González nasce a Oviedo nel 1925. Ha solo undici anni quando nel 1936 scoppia la guerra civile spagnola. Quattordici quando si conclude. Come molti poeti della sua generazione, il ricordo di una guerra impastata d’infanzia, dove i giochi improvvisati e la chiusura delle scuole si confondono con la percezione della miseria e della quotidiana disperazione, cederà presto il posto alla cronaca esistenziale di un interminabile dopoguerra e alla cognizione di un disordine temporale ed emotivo che lo porterà a riflettere sulle lacerazioni di un presente insensato e inafferrabile, sospeso tra le ombre ancora fosche del recente conflitto fratricida, dove si addensano responsabilità e tragedia, e un avvenire assente, eternamente ritardato, solo sognato e intrappolato in un’aporia etimologica –«ti chiamano avvenire / perché non vieni mai»–, la cui attesa si consuma tra lo sconforto e un’esile speranza, alimentata di convinzione, come richiama il titolo di una raccolta del 1961 (Sin esperanza, con convencimiento). Le due realtà perdute di Ángel González –il tempo andato e l’avvenire mai venuto– si risolvono in una poesia coniugata nel presente, il perimetro entro cui il poeta si situa e si racconta, territorio del ricordo, vivido o sbiadito, realtà dove ogni cosa «conduce al suo contrario», come si raffigura in Oggi, e sulla quale incombe la dissoluzione di una deissi temporale svuotata di qualsiasi significato.
Dalla frontiera della sconfitta e dalla soglia di una normalità incongruente, González osserva il mondo circostante con la lente di uno stupore assorto, passando in rassegna le discordanze di una realtà contrassegnata dalle limitazioni sociali e politiche imposte da tempi «propizi all’odio». Lo sguardo straniato di Trattato di urbanistica permette di osservare gli squarci del perbenismo franchista, gli spazi della meschinità e della menzogna, le edificazioni e gli spaccati del patetismo morale. Così, in Inventario di luoghi propizi all’amore, la cui rievocazione conduce alla negazione del programma enunciato nel titolo, González percorre la geografia dell’odio e le insidie di un presente in cui l’amore è relegato al nascondiglio e al rifugio. Ma l’amore pur sempre rimane, anche nella sua poesia matura, la più autentica opportunità di recidere i legami con una storia insensata, di rimarginare ogni lacerazione grazie a un sistema di riferimenti fuori dalle regole del tempo, come già si coglie in Morte nell’oblio.
Nell’ironia, González troverà un accordo privilegiato con il mondo, la giusta miscela in cui stemperare il disincanto e contrastare il tedio e la malinconia che intralciano il presente. Il pessimismo –mai prorompente, sempre sommesso– si afferra alla parola poetica per cercarvi un adeguato riscatto. Quando l’istanza sociale si diluisce in scanzonato autobiografismo, pur senza smarrire la coscienza di una responsabilità civile e storica condivisa, la testimonianza e la confessione si tingono anch’esse di ironia e un Dato biografico può servire tanto a fare comicità del regime quanto a illuminare certe forme retrattili dell’esistenza, espresse dal cronotopo del vagabondaggio notturno che adombra la coscienza di una vita in quanto impaccio, difformità e disorientamento, come quella degli scarafaggi che, goffi e impauriti, si sparpagliano e si rintanano quando si sentono minacciati dalla luce.
Il pudore affiora spesso come una gradazione elementare dei toni elegiaci di Ángel González, convinto che il poeta, suo malgrado, sia una creatura della poesia, un’appendice delle parole, e che scrivere poesia «sia per molti versi un atto d’impudicizia, d’esibizionismo impudico», come aveva sostenuto in un’intervista concessa ad Emilio Alarcos Llorach (La poesía de Ángel González, Oviedo, Nobel, 1996, 2a ed., p. 196). La poesia di González può allora diventare anche un inquieto preambolo al silenzio, l’anticamera di un rimuginare lento, il raffinato risultato di un indugio. Ecco, dunque, perché Il volto è lo specchio dello specchio: l’accidentalità dell’esserci e dell’esistere s’impone come l’intonazione distintiva di una poesia sempre più epigrammatica, aforistica e concettuale, da cui nasce un sentimento di appartenenza fortuito alla storia e alla poesia, entro i cui confini il poeta si sente sempre il risultato di qualcos’altro, anche di ciò che mai avvenne e che sarebbe stato possibile, di quel «futuro passato» che Jaime Gil de Biedma (1929-1990), un altro poeta della sua stessa generazione, rievocava come il tempo più triste di tutti (Jaime Gil de Biedma, Le persone del verbo, a cura di Giovanna Calabrò, Napoli, Liguori, 2000, p. 188).

***
I componimenti qui presentati riproducono, nella loro scansione cronologica, l’avvicendamento editoriale delle raccolte poetiche più rappresentative di González, da Aspro mondo, del 1956, fino alla postuma Niente di grave, pubblicato per Visor nel 2008. Le traduzioni sono tratte, con pochissimi interventi, da Ángel González, Il silenzio è cresciuto come un albero. Versi (1956-2008), a cura di Selena Simonatti, In forma di parole, XXX, n. 1, 2010.

Selena Simonatti

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Edizioni

Áspero Mundo, Madrid, Adonais, 1956 (finalista del premio Adonais).
Sin esperanza, con convencimiento, Barcelona, Collioure, 1961.
Grado elemental, Paris, Ruedo Ibérico, 1962 (Premio Antonio Machado).
Palabra sobre palabra, Madrid, Poesía para todos, 1965.
Tratado de urbanismo, Barcelona, El Bardo, José Batlló 1967; 2a ed.  Barcelona, Lumen, 1976; 3a ed. 1985.
Palabra sobre palabra (Obra completa), Barcelona, Seix Barral, 1968; 2a ed. 1972; 3a ed. 1977; 4a ed. Barcelona, Seix Barral, 1986; 1a ed. aumentata 2004; 2a ed. aumentata 2006.
Breves acotaciones para una biografía, Las Palmas, Inventarios Provisionales, 1971.
Procedimientos narrativos, Santander, La Isla de los Ratones, 1972.
Muestra de algunos procedimientos narrativos y de las actitudes emociona- les que habitualmente comportan, Madrid, Turner, 1976; (2a ed. corregida y aumentada, 1977).
Prosemas o menos, Santander, Clásicos para todos los años, 1983; 2a ed. Madrid, Hiperión, 1985.
Deixis en fantasma, Madrid, Los Cuadernos de la Librería Hiperión, 1992.
Otoños y otras luces, Barcelona, Tusquets Editores, 2001.
Nada Grave, Madrid, Visor, 2008.

Antologie

Poemas, con prologo dell’autore, Madrid, Cátedra, 1980; 2a ed. 1980.
Antología poética, introduzione di L. Izquierdo, Madrid, Alianza, 1982.
Una antología introduzione di F. Álvarez, Oviedo, Automóviles Luarca S.A., 1983.
A todo amor, introduzione di Paco Ignacio Taibo I, México, Universidad Nacional Autónoma, 1988; 2a ed. aumentada con un cd, Madrid, Visor, 1997.
Ángel González, a cura di Susana Rivera, México, Universidad Nacional Autónoma, 1988.
Ángel González, antologia e studio a cura di Andrew P. Debicki, Gijón, Júcar, 1989.
Luz, o fuego, o vida, selección de Ángel González, introducción de Víctor García de la Concha, Salamanca, Ediciones Universidad de Salamanca y Patrimonio Nacional, 1996.
101+19 = 120 poemas, Madrid, Visor, 2000.

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Paolo Aldrovandi – Poesie S-consigliate

foto pabloNon c’è scampo tra i suoi versi: masticano gli atteggiamenti, inghiottiscono amarezze eppure sanno dire dell’amore nudo senza parere. Nessuna dichiarazione o affermazione. L’indecisione batte sul pensiero che si fa umile nelle domande, nelle pause. Nessuna risposta, eppure l’eco dell’assente ristagna in lettura e rimbalza facendosi nuova esperienza, nuova chiarezza e infine coscienza di un vivere perlopiù finto che ci accomuna.
Forse, non si dovrebbe leggere Paolo Aldrovandi, pena l’intima condivisione e quella punta di amarezza che pure non dovrebbe mancare mai a nessuno per mantenere limpido lo sguardo.

Clelia Pierangela Pieri

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Certe città

Risale dal fondo del tuo barile
la voglia di farcela ubriaca.
E lo sai che c’è ?
Spinge forte ed è sorda
lo fa più di tutto il resto
come l’osceno dei tuoi occhi
che è attimo perduto
che si presenta a chi è intorno
a questi anni sporcati dal fango
mettendo parole sulla tua faccia
e maleodoranti pacche sulle spalle.
Tutto finisce tutto ricomincia
con la pelle nuova conciata a modo
del tuo nemico costante
rimasto volutamente indietro
per spazzolarti le spalle
cortesemente bugiardo
e tu lo senti, lo vedi, lo tocchi
hai già digerito le sue menzogne
come film rivisti o vecchi lavori
perciò sbronzo o cosa
parti e pianta chiodi se serve
anche bucando le pareti del barile
che sai non si offenderà,
di buchi ne hai già visti tanti.

.

*

Exploit per una lettera

Parte prima

Niente si confonde con il tuo sapore
ogni cosa è decisa e preme forte,
che mi sembra di soffocare nel sacchetto,
e m’immagino viola, nel Cuki doppio strato
depositato in cella con le speranze
restituito al forno quando servo alla fame
di chi ha la forza di starmi accanto
e di cucinare ciò che io sono
nei miei giorni, ogni giorno.
.

Parte seconda

Il tempo di fumare l’ultima e vado,
mi metto dove posso vedere
se la tua verità coincide con me
e se tutto quel sapere fatto di vita,
prende per il culo l’intuito che esce.

Magari il rifiuto fosse una parte dell’anima,
una di quelle che salta fuori
come un esplosione di colori,
sì, come quella dei cartoons che conosci bene
dove una nuvola nera ti sporca solamente
senza ammazzarti per davvero
che così, ti puoi rimettere in gioco.

Ma questo morde in diverso modo,
già sento la finzione sparire dal video,
che il mio film pare preludio di un poi
e chiude ogni porta gettandone la chiave,
fermando i mostri del risentimento in prima fila,

presenze eterne di guardiani inutili.
.

Parte terza

E con l’ansia di mescolarmi al suo sapore,
attraverso da sponda a sponda, rimandando i motivi,
come l’acqua scorro in mezzo
mi nutro della corrente, accetto i mulinelli e nuoto,
che vado a toccare la mia riva sinistra
e senza vincerne le sane paure,
camuffate da abili sentinelle nude,
minaccio splendide ossessioni
e anagrammi di parole irrisolte
sul tuo corpo lanciato con orgoglio
sparato dritto verso pensieri segreti
che sa alzare la posta in gioco
a questo tavolo mai imbandito e nero
dove la scommessa siede silente
e ci guarda, le pupille drogate
e la vita
che aspetta di sbancarci.

.

*

Paolo Aldrovandi è nato a Mantova nell’agosto del 1974. Il suo lavoro lo porta spesso a viaggiare in solitudine dandogli l’opportunità, ma soprattutto la curiosità analitica, di guardarsi intorno confrontandosi con realtà sconosciute e persone che quasi certamente non avrà più modo d’incontrare e proprio per questo attraggono il suo sguardo. La sua scrittura è cruda e reale, per meglio dire: quotidiana. Il nove novembre di quest’anno riceve il Secondo Premio al concorso Ambiart indetto dalla città di Milano, in qualità di concorso internazionale artistico letterario. Il testo vincitore è: Exploit 4.2 a ricordo di Jack Kerouac. Lo scrittore e poeta statunitense di origini franco-canadesi, è stato l’autore che ha influenzato parte della poetica di Paolo Aldrovandi, il quale ha condotto nel corso di parecchi anni uno studio accurato, non solamente sul metodo, ma anche sulla filosofia di Jack Kerouac uomo e libero pensatore.

Ecco alcune delle riviste sulle quali è possibile leggerlo.

http://www.lestroverso.it http://samgharivista.com http://versanteripido.wordpress.com http://www.verbumlandianews.com http://www.ass-cult-irumoridellanima.com http://caponnetto-poesiaperta.blogspot.it http://wordsocialforum.com http://www.collettivoidra.com http://controcomunebuonsenso.blogspot.it https://poetarumsilva.com/ http://www.lestroverso.it http://losguardonline.altervista.org http://issuu.com/pasticherivista

Poesie di Bernardo Pacini da “Cos’è il rosso” (Edizioni della Meridiana, Firenze 2013)

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da “Cos’è il rosso”

Séma-phoròs

La mia fortuna è che so sterzare d’istinto

Starnazzo al pedone:
«Idiota ma lo sai cos’è il rosso?»
e riparto paonazzo
non prima
però
di sentire lieve
ma distinto:

«E tu
lo sai
cos’è il rosso?»

.

La fortezza è uno scatolone Chiquita

«Le città invisibili di Calvino?
Mai sentito, non è mai stato ristampato…»
– mi risponde, ma pensa a sua madre morta
l’anima lasciata ad asciugare sul filo
a Napoli –

(E intanto la Fortezza è uno scatolone chiquita:
un ossuto titillare di polpastrelli
su una balena di ceramica
o su una maschera Bwa
intarsiata da Olaitan o da suo nonno Sou
ma destinata all’avv. dott. Arena

I venditori di poche parole
attori bugiardi
riparati dietro paraventi rabberciati
commerciano pezzi minimi del loro corpo
tempestati di chiodi storti di armadi

foto di «donne-fidanzati-fiori-donne-donne-fidanzati»
una forchetta l’unica nella miriade di miriadi
con ancora una crosta di pomodoro
il dattiloscritto quello originale famoso
che recita All work and no play makes Jack a dull boy
una pipa che non fuma più
un Bodini spiegazzato
Plutotostapane
lo scialle della regina Elisabetta)

«… però ne ho molti altri di Calvino
tutti a prezzo economico, non andartene ti prego
non lasciarmi qua da solo…»

.

da “Il sangue nelle mura”

La radio dice che
………………………………………………………………………………………a mia madre

La radio dice che
nelle vene non corre sangue
ma oro finissimo
ributtante materia fusa:
mia madre ora è meno madre
ma più infermiera perché
una volta che ero piccolo e mite
a vedere il suo oro
sgorgare dalle ciglia
svenne esangue
La radio dice che
una nuova genìa di cercatori
s’inerpica sulle stalagmiti:
grumi di sangue
di piccole-medie dimensioni
rarissimi coccoli rossi
si rovesciano
dalle loro tasche gonfie

Confusamente anch’ io
– che stabilisco la gerarchia
dei gesti
fino a togliervi significato
per darlo ai miei testi –
soffoco la cena
con il ketchup per renderla
più viva e dolciastra
E la notte diventa
in un semitono
un murales dove Dio
ruffianamente detta
due o tre comandamenti
a uno studente di chimica
che posato lo spray rosso
mi struscia le mani
con una spugna
imbevuta di mercurio
Il cavo delle mie ossa
è un canyon
dove imperversa il torrente
sangue e whiskey
dei miei ossimori

.

Trans-locum: avevano detto che era la fine

E invece no

Da qui si sente a ogni ora
il suono delle campane
qui non ci si corrode di lontananze
non si morde la coda il cane
il cane della mia solitudine
strada macchine marmitte
gas
forse morte ma tra qualche anno
con dignità

Qui alle sette
odore di pane e di libri usati
il fioraio che mette fuori i prezzi
la chiesa aperta a mezzo battente
un amico dietro il portone
che gioca a scacchi con

Le mura della casa
imbiancate di fresco
coprono i buchi dei chiodi
ma sotto scorre ancora
(e ancora) il sangue di Cristo
dentro le fondamenta
di ogni nuova
vecchia vita
(e addio alle fotografie
alle staccionate e ai quadri fantasma
di quella casetta a Padule che forse
non è mai esistita
se non dentro l’impasto
di patate ricordi pomodori sudore
vene vuote rughe scatoloni senza gatti
quella carriola dove a un tratto
sotto un gazebo
ho capito cosa vuol dire
stancarsi e poi morire)

Qua tutto ciò che conosco
sarà irriconoscibile
tutti quelli che non mi conoscono
sapranno chi sono

Rimani tu
dietro lo Statuto
a versare due lacrime per me
davanti a un’orchidea
che non ho coltivato io

.

da “Il dentro delle case”

Al giorno d’oggi, dietro ai cancelli si sospettano le banche private.
Non si sospettano giardini e nemmeno se ne sospettano i
custodi. C’era un racconto che parlava di un custode: lo scrisse
Kafka; ma allora aveva senso parlare di queste cose.

I

Vorrei essere custode del mio sguardo
il teschio
dove incastonare
i miei occhi di alabastro
con cui raschio i pomeriggi

Ho detto questo
e ancora altro
un giorno in un cortile
a una vecchia
che (si dice) muova
un passo in un anno
Mi ha risposto che deve decidere
dove andare a morire:
sulla sedia di vimini
o sotto il pergolato
all’ombra dei vitigni

Le ho farfugliato l’accompagno
si senta libera di morire dove vuole
ho pure una macchina
va a gas è tutto un guadagno

Ma nel suo assurdo pallore
lei ha taciuto
e fissando
rosso il pallone
appeso al reticolato:
«Non ti illudere
di vedere le cose
senza sprofondarci»

Ho saputo solo anni dopo
da una suora:
«Era la custode
del dentro delle case»

II
………………………………………………………………………..a Luigi F. e a suo padre
Il dentro delle case di campagna
è il seme che si spia
dal buco nella mela
fatto col cavatappi

Il dentro delle case di mare
è abitato solo
da crocifissi estivi
i costati di plastica
trafitti dalle zanzare

Il dentro delle case di montagna
è ispido buiore
sgualcito da lucciole chiuse
in un vasetto di miele

Il dentro delle case
è il tuorlo d’uovo
del cui esserci
per fantasmagoria
per familiarità
per fame
siamo certi all’ora di cena

Non esiste cosa o animale
che più del dentro delle case
meriti la sua custode

III

……………………………………………………Tra il faro e il mare c’è di mezzo il dire
Solo una volta
ho visto il dentro delle case
e fu nell’estate di Fiesole
quando le vibrisse della sera
sfiorarono la mano
che tenevo stretta a Clarissa

Tra la malerba e i nidi di geco
in uno spazio di muro
qualche donna lasciò aperta una finestra
e dietro la grata ho visto
la grattugia appesa al camino
la foto di Papagiovannipaolosecondo
un piccolo congresso di diverse luci e un’ombra
di vaso

Nel tempo di un passo si stabilì in me
la fibra pulsante di quella casa
scosse le fondamenta del torace
provocò una faglia
lo pervase di possibilità

Mi voltai e il viso di Clarissa
fu chiave del mondo:
potei guardarlo per un attimo
come in apnea
come se arpionato con le dita allo scoglio
avessi visto in una fessura
la rosa di mare
metronomo della corrente

Allora seppi tutto
del dentro delle case
è assassinio delle cose provare a dirle
senza sprofondarci

.

da “Le ciliegie”

Paradosso nuziale

La cosa più pura del matrimonio
è lo strascico della sposa
sporco di terra del sagrato

non è la compostezza dei parenti
non i fiori affacciati al matroneo
messi e rimossi nel giro di un’ora

La cosa più pura del matrimonio
è lo strascico della sposa
sporco di terra del sagrato

.

da “Ode porica”

Torno a casa
ma non è tornare a casa
se non ci divide qualcosa:
un corteo antifascista
uno strano obeso sulla strada
o un mar tirreno

Bernardo coi baffi
dovrebbe farti rivalutare
i baffi e non Bernardo

e quindi

la tua punizione sta
dentro un ultimo bacio?
echeggia nei miei singhiozzi
da Oltrarno fino a qua

Sarò costretto all’immobilità
imparerò dalle felci a strusciare
il naso con i cocci di vetro

Ironia di Spagna maledetta
non fai ridere
ma t’amo più di questa
poesia cagna

.

Poesie di Giuseppe Musmarra da “Ho conosciuto Indro Montanelli – Poesie sul Tempo umile” (Edizioni della Sera, 2012)

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.
I CASOLARI

I casolari
svalutati dalla Nuova Ferrovia
svalutati dalla Nuova Autostrada
naturalmente vuoti
troppo vicini
all’asfalto o ai binari
crepati nei tetti derelitti
non risorgeranno mai
ristrutturati.

E noi dobbiamo dire grazie
alla Nuova Ferrovia
alla Nuova Autostrada
consentono coerentemente la morte delle case
popolate da ricordi morti
evitano la violenza del ristrutturare
la minaccia dei faretti
di idromassaggi dove c’erano latrine
di papere che sciamano in comodi casali
ingorde di farro bio e affettato vegano.

Se ancora qualcuno permette la morte
e il ricordo e povero e diruto e umile e unto
se qualcuno permette anzi agevola
la fine strutturale per consunzione
ebbene noi dobbiamo dire grazie
alla Nuova Ferrovia
alla Nuova Autostrada.
All’Orrore che scaccia l’Orrore
All’Orrore che scaccia la Moda.

.

PERDERE L’ATTIMO

Nulla è più importante
che perdere l’attimo
Tutti dicono che no
bisogna coglierlo.

Ma cogliere l’attimo
è avere già vissuto.

Perderlo invece
produce nell’ordine
pentimento struggente
senso di vuoto
fallimento
rimpianto iroso.

E’ a furia di perdere attimi
che io rinasco uomo
che un muro liscio
diventa sbrecciato.

Sale di mare
di nuovo apprendistato.

.

NEMMENO UN ADDIO

Ricordi – mi pare –
quel movimento strano
l’incedere scoordinato delle macchine
nel giorni comandati al lavoro.

Ricordi – sono certo –
anche quelle voci stridenti
i pullman colorati di turisti
che guardano tutti verso un luogo
un punto preciso
dove chissà perché si ritengono raccolti
particolari tesori
che l’Uomo avrebbe creato.
Qualcosa da vedere
un baleno
uno scintillio
qualcosa – raccontano – che salverebbe dal buio
ogni suo fratello derelitto.

Ricordi poi – speriamo –
quel tentativo di contatto
subito abortito in un errore.
E ancora uno sguardo freddo
un saluto accigliato.

Nemmeno un addio.
Perché Addio
presuppone Incontro.

.

ORVIETO

Non mi interessa
quando ti guardo dal treno
che tu sia un luogo d’arte.
Per me potresti essere scarna come Orte.

No, Orvieto: di te gradisco piuttosto
la luce sulla rupe che minaccia di sfaldarsi
il tufo che quando piove fa i capricci
e potrebbe morire portandosi dietro
i tesori le chiese i monasteri
e tutte le cose belle che non valgono nulla
almeno per me, per come io sono.

Mi interessa, ecco, la tua fragilità
il tuo rischio di Venezia secca
Solo questo sei, Orvieto.
Agli occhi d’un viandante moderno con il treno.
D’un viandante antico col carretto.

.

IL GESTO

Mi piacerebbe capire
dolcemente
come fossi cullato dalle onde
o da una marea benigna
relativa a un luogo comunque liquido
mi piacerebbe – penso spesso – capire
il processo che crea e compone
ciascun gesto solido di esistenza terrena.

Se dietro questo gesto o quello
si celi l’inespresso non visibile
siccome anima bianca.

Mi piacerebbe capire se del gesto
è la parte principale che vediamo
o solo il retro.
La porta di servizio e non l’ingresso.

.

LE REFERENZE

Non so nulla di te
ma non chiedo referenze.

Cerco
– nella fiducia –
un segno
un solco
un luogo
senza tempo.

Nemmeno so di te
se dai dolori sei albergo.

Se hai animo
gentile
se vali
– nel silenzio –
un lampo
od un frastuono.

.

Poesiafestival 12 – “assonanze” – Sabato 29 settembre, Spilamberto (MO)

poesiafestival 12
“assonanze”

Sabato 29 settembre ore 16.00
Cortile della rocca
Spilamberto (MO)

Letteratura Necessaria – Esistenze e Resistenze
Azione N° 21
Il Baratto
Libera veicolazione di parentele elettive e letterarie
su progetto e concertazione di Enzo Campi

Luca Ariano, Vincenzo Bagnoli, Giorgio Bonacini, Enzo Campi, Patrizia Dughero,
Loredana Magazzeni, Silvia Molesini, Jacopo Ninni, Simone Zanin

interpreteranno brani di

Ingeborg Bachmann, Dino Campana, Giorgio Caproni, Thomas S. Eliot,
Aloiz Gradnik, Durs Grünbein, Andrea Inglese, Edmond Jabès, Francesco Marotta,
Pier Paolo Pasolini, Marge Piercy, Ezra Pound, Sally Read, Arthur Rimbaud,
Roberto Roversi, Adriano Spatola, Wallace Stevens, Emilio Villa

***

Qui il programma completo del Festival

***

Nell’ambito delle iniziative del progetto nazionale di aggregazione letteraria denominato Letteratura Necessaria – Esistenze & Resistenze, inaugurato il 31 ottobre del 2011 a Bologna, e in vista di una ri-definizione delle possibilità divulgative e performative, a partire dalla fine di settembre del 2012 prenderà il via una nuova fase in cui, oltre ai reading cosiddetti “regolari”, si cercherà di realizzare una serie di eventi in cui sperimentare direttamente dal vivo la plurisignificanza dei termini “aggregazione” e “condivisione”.
Il nuovo corso verrà inaugurato il 29 settembre a Spilamberto (MO), nell’ambito delle iniziative di “poesiafestival12”, con l’azione N°21 denominata “Il Baratto”.
La cosa è molto semplice e parte dal presupposto che gli autori cosiddetti contemporanei debbano anche mettersi in gioco attraverso il confronto con altre voci diverse dalle loro. In poche parole, ogni autore che parteciperà agli incontri non presenterà i propri testi, ma una breve selezione di testi di autori cosiddetti classici o anche contemporanei ma comunque conosciuti ai più, che rappresentino per loro un’idea fattiva e concreta di letteratura. A ciò si aggiungerà, per ogni autore, la lettura (interpretazione, drammatizzazione, performance…) di almeno un testo di un altro degli autori presenti all’incontro. Tutto ciò per far sì che i propri testi vengano presentati, filtrati, interpretati attraverso voci diverse, e quindi per donare al pubblico varie possibilità di approccio.
In poche parole: viene messa al bando qualsiasi situazione di autoreferenzialità e agli autori verrà chiesto di esporsi attraverso le parole di altri autori per dare al pubblico presente un’idea di quella che potrebbe essere la propria personale concezione di “letteratura necessaria”.

Apertura del Fondo Librario di Poesia Contemporanea presso il Centro Libellula a Morlupo (RM) (post di Natàlia Castaldi)

domenica 30 settembre, alle ore 17,00
si inaugura

IL CENTRO LIBELLULA

e l’apertura alla consultazione del

FONDO LIBRARIO DI POESIA CONTEMPORANEA
raccolto dall’Associazione Culturale PoEtica
presso la nuova sede sociale in via San Michele, 8 Morlupo RM
con il patrocinio gratuito
di Biblioteche di Roma e del Comune di Morlupo

Sito dell’associazione PoEtica web http://associazionepoetica.com/ e mail associazionepoetica@gmail.com

_____________________________________

Skype viviana.scarinci
http://vivianascarinci.wordpress.com/

mob 333 2045759
_________________________________

ASSOCIAZIONE PoEtica
Fondo Librario di Poesia Contemporanea
info associazionepoetica@gmail.com
http://associazionepoetica.com/
____________________________________________
CENTRO LIBELLULA
Servizi per il lavoro e per la cultura
Via San Michele, 8
00067 Morlupo Roma
info libellula@libellulaservices.com
sito http://libellulaservices.com/

POESIE DI GIANVITTORIO SCAVINO

IL POETA* …………………………………….. 

 .

Il poeta, pidocchio

delle leggende d’altrove, che lascia i solai

per giungere alle nostre case editrici

alle nostre stampatrici, al pubblico

che stuzzica nel profondo, sotto le grida avverse,

di pagina in pagina e poi

di versicolo in versicolo, limati,

sempre più pungenti, sempre più nel macigno

che è il cuore, filtrando

fra gorielli di birra finché un giorno

una luce scoccata da uno sguardo

ne ispira il guizzo da pensieri d’acqua smarcia,

nella perdizione che declina

da deliri d’assentio alla vinaccia;

il poeta, torturato, frustato,

freccia d’amore nei paesi in guerra

che solo la disperazione o disseccate

vene contratte riconducono

a paradisi di pubblicazione;

l’anima cieca che cerca

vita là dove solo

urla il dolore e la decomposizione,

l’allucinazione che dice

la parola comincia quando tutto pare

ingrovigliarsi, inchiostro pasticciato;

specchio gemello, rovesciato

da quello che credono gli uomini

incastonato in mezzo ai cigli,

sempre più nel contrario, nel fango lasciato

dai figli

di un dio, puoi tu non crederlo profeta?

.

DANZICA E UN TAMBURO*

.

Se per l’Elsenstrasse volgi il tuo passo

rasente i muri un giorno che piove,

non prestare attenzione

all’autobus numero nove

coi vetri appannati e (ci giurerei) l’intenzione

di bagnare i passanti infreddati.

Se verso Marienstrasse ti porta il tuo passo

in un giorno che piove fitto

volgi il pensiero al piccolo Oskar

che durante lo stesso tragitto

interruppe di scatto

il suo cinque quarti sincopato

e restò impazzito del nulla sparso

aspettandosi l’applauso del pubblico

(o almeno un segno d’apprezzamento)

convinto che stiamo tutti recitando

senza saperlo.

Se verso le vetrate del Sacro Cuore

volgerai il tuo sguardo,

non giudicare il piccolo Oskar

per la sua sconfitta

(ahi la sua voce, una fitta

sottile, spigolo al cuore)

e in te ritieni senza riguardo

le voci che lo dicono matto;

lui che batté la sua pazzia

su un tamburo di latta

e nelle cicatrici dello scaricatore

toccò la carne degli angeli,

si burlò dell’Inferno vestito a festa

nei giorni indecenti di un nero delirio.

Demone insaziabile di vetri infranti

segreto figlio di padre presunto

segreto padre di figlio negato,

conobbe la forza della disperazione

nell’impotenza delle sue mani,

ma tutto potrebbe accadere

se solo ricordasse il silenzio

che apre a infernali tentazioni

in incisioni di coltelli sonori,

gli amanti risorgerebbero

e i monti toccherebbero il fondo del mare.

.

LA SEPOLTURA DEL SABATO*

.

Sabato è il giorno più crudele, destando

bramosie ormonali dalla carne frolla, mischiando

routine e desiderio, fondendo

il vizio ed il vanto

il blasfemo ed il santo

il sospiro ed il rantolo.

Venerdì ci tenne caldi, coprendo

la pelle di abiti neri feroci di sole, offrendo

un Varietà quasi familiare

nella vastità del naufragare.

Domenica arriverà già con le strade

impozzate di neve sporca

e di residui di sangue feriale.

Città invernale,

la notte nella solitudine ormai rara

una nebbia da ciminiere mi lascia

voglie di zolfatara.

Siamo gente vuota

nel senso e nel corpo

nei gesti del torpore

usati

dal riflusso dal flusso

dal flusso d’ore.

Siamo gente di nota,

sapranno

che siamo vissuti (almeno quella sera)

per le lettere che intonano la lastra

dove ci scioglieremo come cera.

.

NESSUNO

.

Era una vita piena di onde

e tempesta

nemmeno sdegnosa alla festa

all’ubriachezza alla donna

lasciva,

una vita che non si fermava

incrostata al salino di un porto

bagnata da un odore di pioggia e di terra

pestata.

Tu pensa la ricchezza

e la donna,

e l’avventura che pensi

di aver già tutta sfidata.

Tu pensa poterti fermare,

esser lontano di vaghezza infinita.

Tu pensa i servi e gli ori

e un’isola per cui

il tuo viso è il viso

perfetto di un re.

Ma trovarti poi a guardare

altre onde, un altro mare.

E pensare

dove dorme il tuo cane,

se ancora gli arriva la sbobba

e sotto i tavolacci

il pane raffermo e gli ossi,

se ancora ingarbuglia l’aria

a stanare il selvatico

se lo aizza la traccia

del cinghiale ferito

se la primavera ancora lo attizza

come brace nella sterpaglia.

Tu pensa allora partire,

anche solo per vederlo

sbatter la coda e morire.

.

In memory of Abebe Bikila

 .

Chiamatemi grido

correrò come la fiamma

in un cielo di cherosene,

non veloce come il lampo

ma più a lungo del tempo

e della morte.

Chiamatemi urlo

getterò

via le mie scarpe e correrò

contro chi crede che questo

non sia sognare,

contro la vostra abitudine glaciale

contro la vostra tangenziale,

correrò

finché dai miei polmoni

non nasceranno i monsoni,

finché la strada non chiederà

pietà.

Chiamatemi grido

correrò

contro la sete

contro l’inconscio

contro la mente,

contro chi mi riporterà le scarpe

e allora saprò

che avrò corso per niente.

.

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*Tratte da Occhi di pirata, Blu di Prussia editrice, 2006.

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Sono nato a Savigliano (CN) il 24/12/84, ho conseguito la Laurea triennale in Lettere presso l’Università di Torino nel 2007 e in questo momento sono laureando in Medicina Veterinaria presso la stessa Università.

Nel 2006 è uscita la mia prima e unica pubblicazione, “Occhi di pirata”, Blu di Prussia editrice, con cui ho ricevuto una segnalazione al Premio Internazionale “Mario Luzi” nel 2007.

Altri premi e segnalazioni: vincitore nel 2002 della Biennale di Alessandria, nel 2005 decimo classificato al Premio di poesia “Club 3”, nel 2006 vincitore del Premio “Giacomo Leopardi” Città di Savigliano e terzo classificato al Premio di poesia “Alba Beccaria” Città di Roddi, nel 2007 vincitore del Premio Selezione al Premio Internazionale di Poesia Archè, Anguillara Sabazia Città d’Arte.

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