Arte contemporanea

Un balletto e Philip Glass (recensione minimalista)

Serata Philip Glass, Teatro dell’Opera, Roma

 

1. Heart and arrows

Le modulazioni sono minime. A ognuna di loro, uno slancio degli arti, una giravolta, un plié. Una manciata di corpi su un palco sgombro che ragionano a battiti, a pulsazioni di fari e di buio. Movimenti di risacca.

Il teatro è enorme, ma quello che si vede – che si sente – è più che minimale. Pochi accordi, vestiti di cotone, il tozzare di una pianta di piede dopo il salto.

Cosa diceva Genet sul tremare?

Volevo chiamare pauca questo articolo. “Perché non parva?”, mi dicono all’orecchio. Per qualche istante non ricordo la differenza. Le poche, le piccole cose: dev’esserci una parola più precisa per tutta questa verità.

Che addestramento dietro quello stare serenamente sulle punte, quanto sforzo. Che mente per una soluzione armonica così naturale. Quanto è ovvia la matematica di un girasole – eppure.

2. Glass pieces

I corpi si sono moltiplicati, come i quadrati di cui è composto il palco. C’è un’orchestra, adesso, nella buca. Ancora più di prima, si ostina, si ostina, si ostina.

A volte i corpi si limitano a camminare. Poi si piegano tutti insieme, sulle ginocchia, puntuali come una cosa di natura.

Viene odore di fresie da qualche parte dei palchi.

Hanno messo i corpi a imitare la ripetizione, la fuga, l’accordo semplice, l’arpeggio. E l’ostinazione.

Su questo tribal erano solo maschi, gli umani-aquiloni. Poi sono arrivate le femmine, gli umani-clessidra. Quale altra specie possiede queste due così differenti, così disarmanti bellezze?

“Con il loro indietreggiare e ripartire hanno disegnato un canone”, mi sussurrano all’orecchio.

3. Nuit blanche

Che sia più narrativo si vede dal nero dei costumi, dai pas de deux. Dal pianoforte che adesso scandisce l’orchestra, contento di sé come il bimbo che ha portato il pallone al campetto.

Mi batto una mano sulla coscia, per reazione. Delicata, per non disturbare chi mi siede accanto. Era solo – non avevo mai sentito prima quella modulazione. In trentatré anni non l’avevo mai esperita, né ero stata mai in grado di pensarla.

Arriva l’unica ballerina bianca, prende il centro della scena. La sua danza, all’inizio, è disarticolata. Ha la strana grazia di un uccello. Poi arriva lui, dal torace nudo e concavo e i muscoli svelti. I loro corpi parlano. Nulla è più bello di una scapola umana.

Posare la penna dallo stupore.

© Giovanna Amato

Gli “Ingorghi” di Raffaele Saccà (di I. Grasso)

R. Saccà – G.R.A. tributo a Roma – modellini di macchinine e smalto su lastra di alluminio cm 80×80

Gli Ingorghi di Raffaele Saccà

Nota critica e una poesia di Ilaria Grasso

 

Raffaele Saccà nasce a Catanzaro e si è formato alla Facoltà di Architettura de La Sapienza di Roma. È stato grafico, architetto e ha più volte giocato con l’arte. Ora è dirigente in un ente per il finanziamento delle imprese. La sua è una personalità curiosa, intellettualmente molto viva e con grande spirito d’osservazione.
Ossessione creativa della sua produzione artistica gli ingorghi metropolitani che ha dato origine ad una produzione di opere che saranno esposte a Roma dal 26 al 28 ottobre, presso la Spazio 40 Galleria d’arte, in una personale dal titolo Ingorghi – Una riflessione sul vissuto contemporaneo.

R. Saccà – ingorgo n°4 – modellini di macchinine e smalto su MDF cm 80×80

Sul tema del traffico urbano la letteratura visionaria di Cortázar si era già espressa nel racconto L’autostrada del sud all’interno della raccolta Tutti i fuochi il fuoco, da cui è stato poi tratto il film L’ingorgo di Comencini. Sia lo scrittore sia il regista avevano rilevato nel vissuto quotidiano l’enorme quantità di vite e autovetture che si riversa in continuazione nelle strade delle metropoli evidenziandone gli effetti collaterali (alienazione, improduttivo accelerismo, emarginazione, impossibilità di consumare tutto ciò che viene prodotto e che inevitabilmente viene accumulato). Da questi accumuli principia la riflessione di Saccà e il moto produttivo delle sue opere.
Una riflessione tutt’altro che ingenua. Si legge chiaro il riferimento ad Arman e al Nouveau Réalisme che non ha ancora smesso di esprimersi filosoficamente e artisticamente perché le condizioni da cui partiva nel nei primi anni Sessanta non sono affatto cambiate, anzi!
Se l’arte di Fontana lascia il segno incidendo la tela con un unico gesto del braccio e Burri fonde le materie plastiche sovrapposte sulla tela, Saccà dispone meticolosamente su tele e altri materiali (alluminio e tavole di legno) modellini di macchinine, carri armati e aeroplani in un’unica composizione. (altro…)

Il Secondo Futurismo, la letteratura e la ceramica d’avanguardia (di Gianfranco Barcella)

L’anguria lirica. Poema futurista, Tullio d’Albisola, 1932 – © dal sito dell’artista

Nei primi decenni del Novecento, Savona era una città molto vivace dal punto di vista culturale e tra il mondo degli imprenditori e quello della cultura, i legami erano molto stretti. Uno dei momenti più fruttuosi di questa comunione d’intenti è stato sicuramente quello legato alla nascita del Futurismo per iniziativa, nel 1909, del poeta e scrittore Filippo Tommaso Martinetti. Il Futurismo, che divenne in breve tempo il movimento artistico di avanguardia di maggior novità, a Savona trovò immediatamente seguaci. L’esaltazione estrema della modernità fece proseliti in ogni campo culturale e coinvolse anche personaggi quali il capitano di lungo corso, Vincenzo Nosenzo, che una volta sbarcato aprì a Zinola (Savona) − era 1927 − uno stabilimento quasi in riva al mare, forse proprio per non discostarsi del tutto dal suo ambiente preferito. L’opificio fu destinato alla produzione di contenitori di latta. Il capitano Nosenzo venne poi a contatto con Marinetti che frequentava ad Albisola, Tullio Mazzotti, pittore e ceramista, ma soprattutto artista a tutto tondo, passato alla storia del Futurismo come Tullio d’Albisola. Ecco nascere dall’estro di Tullio l’idea di un libro, utilizzando fogli di latta, anziché di carta. Il primo volume ad andare in stampa fu Bombardamento di Adrianopoli di Marinetti, trenta pagine formato 220/230. Il peso del volume, illustrato da Tullio d’Albisola, si aggirava sui 600 grammi. Un secondo libro, L’anguria lirica dello stesso Tullio d’Albisola era arricchito da composizioni di Bruno Munari. Entrambi i libri realizzati in lamierino ebbero una tiratura di 200 copie. Oggi sono praticamente introvabili. Per celebrare tale evento culturale è uscito un numero monografico della rivista «Resine», edita da Marco Sabatelli, dedicato al tema: “Futurismo a Savona, Albisola, Altare”. Quello citato è uno degli esempi più significativi dei propositi del Futurismo, denunciati da Marinetti: riformare le lezioni comuni della letteratura, ormai logorata dalla miseria delle idee e dalla stanchezza delle forme, incapace di trovare nuove ragioni di vita ed appagata ormai di sole esercitazioni estenuanti. Marinetti era un buon osservatore di quello che avveniva all’estero, principalmente in Francia e la sua educazione era stata consacrata nell’atmosfera del Simbolismo.

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‘Words’ di Luisa Menazzi Moretti (nota critica di Chiara Pini)

© Follia di Luisa Menazzi Moretti

L’immagine è parola – Words –

Le parole sono la nostra ricchezza. Esse ci determinano, ci raccontano nel nostro intimo più profondo e nelle relazioni che intessiamo con il mondo.
Senza parole noi non siamo, non pensiamo, non forniamo comandi consapevoli al nostro corpo. Le parole legano le persone, costruiscono sentieri, raccontano la nostra storia.
Il valore delle parole è immenso: esse illudono, determinano, condizionano, uccidono.
Nulla è più grande della parola, nulla è più potente.
Ingenuo segno grafico, suono dolce o ritmato, annoiato o stanco, la parola è una traccia indelebile di storie individuali e collettive.
La parola consola e risolve enigmi, formula preghiere e innalza all’incontro con l’Assoluto.
La parola denuncia.
La parla denuda le nostre meschinità.
La parola racconta le memorie che vorremmo andassero dimenticate. La parola non cancella: la parola mantiene vivo il ricordo e ci obbliga a pensare, a formulare altre parole, a costruire un pensiero, un’idea. Le parole generano le rivoluzioni.
Le parole alimentano l’amore.
Le parole valgono per se stesse, al di fuori dei contesti: esse sono vivo significante, veicoli di significato pieno. Nulla esiste al di là della parola. Le immagini sono la loro rappresentazione, non surrogati.
Un quadro, una fotografia, un simbolo sono ellissi di file di parole, di intrecci di pensieri. La parola è un’opera d’arte in sé, portatrice consapevole di messaggi, referente assoluto per ogni fruitore.
La parola è dotata di un proprio volume sia che essa venga urlata in una piazza o in un teatro, sia che appaia silenziosa tra le pagine di un libro.
La parola apre alla comprensione e al sentire, alla ragione e al cuore, alla scienza e all’arte.
La parola è ciò che di più democratico e di più elitario esista.
Ma la parola va conservata, curata, coccolata, coltivata perché essa si consuma dall’interno. Mantiene a lungo il suo splendido aspetto e il suo vigore interiore se condivisa, scambiata, utilizzata; se, invece, viene relegata, abbandonata, fino all’ultimo suo giorno sembrerà splendente, poi, all’improvviso sparirà, risucchiata dall’oblio. E con essa le nostre memorie, ciò che noi siamo.

Words di Luisa Menazzi Moretti, nonostante l’identità fotografica, è un progetto letterario immaginifico in cui l’artista accoglie nell’intimità dei propri pensieri lo spettatore. Luisa Menazzi Moretti svela suggestioni dal profondo che sembrano nascere dalla casualità: ci raccontano il suo vagabondare attento in un mondo distratto e confuso, che sembra dimenticare il valore degli individui. È uno sguardo decadente quello che nasce dall’obbiettivo di Words: l’artista svela verità nascoste e riporta lo sguardo interiore dello spettatore a scandagliare il senso di un quotidiano che sfugge per distrazione e frettolosità. È un progetto che va ricordato perché racconta l’individuo nel tempo e nello spazio: un viaggio nella complessità umana, con fotogrammi che aprono a speculazioni filosofiche, come in Alla ricerca del tempo perduto o alla riflessione storica come in Anima. Luisa Menazzi Moretti racconta un’umanità folle (Follia) di shakespeariana memoria che, nonostante la macchia dell’invidia (Solo invidiare), sa reagire con coraggio alle insidie del quotidiano (Coraggio): questi sono gli scatti tratti dalle pagine di una letteratura più o meno nota, alla ricerca, appunto, del tempo in cui agire, ricordare, pensare, amare. Ma è proprio in quest’occasione che la parola vive per se stessa, oltre ogni appartenenza: un messaggio che nasce dalla parola e in essa si alimenta, manifestandosi nella propria essenza. (altro…)

Yoko Ono, da ‘Grapefruit’

FRAMMENTO VOCALE PER SOPRANO

Urla.
1. contro il vento
2. contro il muro
3. contro il cielo

1961 autunno

 

FRAMMENTO DELLA RACCOLTA

Raccogli i suoni nella tua mente che
hai sentito per caso durante la settimana.
Ripetili nella tua mente in ordine
diverso, di pomeriggio.

1963 autunno

 

FRAMMENTO DELL’ALBA

Prendi la prima parola che ti passa
per la mente.
Ripeti la parola fino all’alba.

1963 inverno

 

FRAMMENTO CITTADINO

Gira tutta la città con una carrozzina
vuota.

1961 inverno

 

FRAMMENTO DELL’OMBRA

Metti insieme le tue ombre finché
non diventano una sola.

1963

*

© Yoko Ono, Grapefruit. Istruzioni per l’arte e per la vita, trad. it di Michele Piumini, Milano, Mondadori, 2005 [Wunternaum Press, Tokio, 1964]

Di gommoni, arte e alluvioni

image1Ora che è stata inaugurata l’attesa retrospettiva di Ai Weiwei, svelando quindi l’incanto a cui lo spettatore potrà e dovrà abbandonarsi; pensiamo sia giusto dare un contributo al dibattito che si è acceso attorno all’ennesima polemica gigliata sulla possibilità di integrare in ambito artistico ciò che è legato alla storia e ciò che è contemporaneità e innovazione. Senza ripetersi molto su tematiche già affrontate, vi rimandiamo all’interessante articolo uscito su il giornale dell’arte.com, che traccia con lucidità una storia impietosa del faticoso rapporto che ha la città museo con il contemporaneo, a partire  da quella querelle quasi dimenticata (dico quasi, solo perchè risorta improvvisamente dalle ceneri dopo anni di silenzio) a proposito dell’episodio della loggia di ingresso per il Museo degli Uffizi assegnata nel 1998 (sic!) ad Arata Isozaky vincitore del concorso internazionale, ma mai realizzata, grazie anche alla stroncatura imposta da Vittorio Sgarbi. Mentre quindi, col passare degli anni il tono del dibattito attorno alla loggia oscilla tra il politico e l’artistico, noi ci ritroviamo oggi ad affrontare il dubbio relativo alla coerenza e utilità culturale e sociale dei gommoni di Ai Weiwei posti sulla facciata di Palazzo Strozzi, immagine iconica fortissima che oltre a scatenare temuti sensi di colpa e “memento” della contemporaneità, tanto irrita anche chi probabilmente neanche sa o ricorda chi ha progettato e costruito il suddetto palazzo. Se sono assolutamente “parole nel vuoto” il provare a evidenziare l’equilibrio e la coerenza con gli archi di Benedetto da Maiano, diventa surreale in un dibattito così sbilanciato indicare la suggestione necessaria e imposta da parte dell’artista, affinchè la città intera diventi spettatrice di se stessa con uno sguardo “attraverso” i gommoni e imparare così a non dimenticare mai. Certo, parliamo di tradizione, di Rinascimento, qualcuno potrebbe forse attaccarsi al fatto che gli Strozzi fossero mercanti ma non navigatori. Ma se proprio dobbiamo evitare un qualsiasi confronto artistico (tormentone assai radicato nella Firenze moderna e contemporanea) e non addentrarci nella forza iconica delle installazioni di AI Weiwei (gli zainetti del progetto “So sorry” alla Haus der Kunst di Monaco di Baviera e i 15000 giubbotti di salvataggio sul colonnato della Konzerthaus di Berlino) possiamo con molta serenità affrontare il dibattito sulla “tradizione” e approfondire il rapporto storico che potrebbe avere Firenze con quei gommoni. Parliamo di storia allora, parliamo dell’antico rapporto conflittuale tra Firenze e le sue acque. Città attraversata da un fiume il cui sbocco al mare venne strappato alla nemica Pisa solo nel 1406, oramai troppo tardi per approfittare dei porti per traffici già affollati, un Arno tanto benigno quanto feroce, che più volte nel corso dei secoli ha invaso la città e le cui acque nel 1966 non mancarono di stigmatizzare la loro presenza su palazzi, persone e opere d’arte. Così quei gommoni oggi nel loro “sstampa-dellalluvione-del-1864tare” in maniera assolutamente indolore, senza lasciare ferita o traccia irreversibile, (ma arrivano o partono?) non possono che arricchire di memoria anche i pochi giorni che mancano a un doloroso cinquantesimo anniversario a cui la città sta inconsapevolmente andando incontro. Che si voglia o no, i gommoni di Ai Weiwei fanno comunque bene: che siano un memento perpetuo di partenze o arrivi o in una visione alla Saramago, siano appoggiati lì come solo un avvertimento, una precauzione per il futuro.

© Iacopo Ninni

Ghirri: spazio siderale

Copertina-Luigi-Ghirri-Spazio-Sideralecorsiero editore, Reggio Emilia, 2016 – € 40

Osservando il sipario del bellissimo Teatro Romolo Valli di Reggio Emilia, si può immaginare quanto da quel punto focale sia possibile apprezzare l’insieme dell’architettura, la “rotondità” e la “circolarità” che caratterizzano questo teatro. Una vera concentrazione di simboli, un imbuto di segni, entro cui l’invenzione e la rappresentazione, grazie alla luce e al raccoglimento che un teatro come questo sa regalare, si mostrano in silenzio.
Quanto pensato e compiuto da corsiero editore con lo splendido Spazio siderale non è offrire al pubblico un libro postumo di Ghirri, ma realizzare qualcosa di probabilmente meno arbitrario e senz’altro più profondamente curioso. Una sorpresa, una rarità: si tratta della pubblicazione del menabò di un progetto, un libro forse (e sarebbe stato l’ultimo: siamo nel 1991, e la morte per Ghirri sarebbe arrivata nel 1992), intorno al quale il fotografo reggiano stava lavorando.
Ci troviamo nel vivo di una storia, al cospetto di un incontro/confronto fra le arti. Spazio siderale consente infatti di rivivere l’intreccio che legò il soggetto del terzo sipario monumentale dipinto nel 1991 da Omar Galliani, dal titolo Siderea, alla fotografia di Luigi Ghirri, in stretta aderenza a molti dei temi maggiormente cari al fotografo (in questo senso basti pensare ad alcuni dei suoi titoli precedenti, come Infinito e Il profilo delle nuvole).
I materiali sono riportati con cura puntuale, attenta. Un libro di grandi dimensioni (30 x 30 cm, 108 pagine, e una carta con grammatura di qualità) che testimonia come Ghirri avesse già predisposto una selezione delle fotografie e ne avesse anche in gran parte precisato una sequenza espositiva. Mancava il titolo, mancava ancora quell’elemento che tanta parte ha sempre avuto nella costruzione dei progetti e dei libri di Ghirri.
Di fatto, Spazio siderale sarebbe potuto essere già allora un titolo possibile. Del resto è una definizione attraente, una dimensione affascinante: avvicinare ciò che è distante, o solo apparentemente tale, ma soprattutto desiderare (appunto) questa vicinanza, fino al “gioco”, come diremo poi, dell’immedesimazione. È quello che un’arte qui fa con l’altra, in una reciprocità di richiami e di effetti davvero notevoli. E tutto racchiuso nel racconto del dietro le quinte di quel lavoro, tutto nel testimoniare l’operato: come nasce l’idea di un sipario; i bozzetti preparatori di Galliani; i passepartout che Ghirri preparava con le note autografe relative ai tagli e al colore per la stampa delle fotografie ecc. (altro…)

Passaggi

Sono-innamorata-di-Pippa-Bacca-chiedimi-perche_referencePenso che abbia ancora senso ri-parlare oggi della morte di Giuseppina Pasqualino di Marineo, meglio conosciuta come Pippa Bacca, l’artista milanese violentata e uccisa il 31 marzo del 2008 durante una performance. È importante ricordare quei fatti, a otto anni di distanza, perché, alla luce di una dolorosa attualità, emerge il dubbio che il dibattito aperto nei giorni successivi al ritrovamento del suo cadavere possa aver rappresentato il prodromo, oserei dire linguistico, di una pratica mediatica,  via via consolidata, dell’accogliere certi eventi drammatici secondo un’etica di tutela sociale ai limiti del tribale. Mi riferisco a Valeria Solesin o Giulio Regeni o a casi simili, là dove il contorno mediatico si è sovrapposto al contorno reale. In tutti questi casi e altri simili, in carenza spesso non casuale di un dibattito sull’intero contesto, la lettura mediatica e pubblica si è concentrata sulla vittima e la sua predestinazione più che sul carnefice e i moventi (diretti o indiretti che fossero) che hanno causato quelle morti “evitabili”, perché culturalmente e socialmente prevedibili. Il cadavere dell’artista milanese, partita l’8 marzo del 2008 con un’altra compagna per un percorso in autostop che le avrebbe portate da Milano fino a Damasco vestite da sposa, verrà ritrovato 15 giorni dopo. Nei giorni successivi, sui quotidiani, social network (Facebook era agli esordi in Italia), blog, il dibattito si concentrò sulla prevedibilità di un esito di per sé evitabile alle origini e quindi “fastidioso” per una società che si è ritrovata a mobilitarsi per risolvere un inutile problema. L’essere “femmina” e l’essenza “femminile” del progetto stesso non potevano concedere molti alibi a chi “poteva rimanersene a casa sua“. (altro…)

Giosetta Fioroni “Grata di Linguaggi”. Con una lettera inedita

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Giosetta Fioroni, Grata di linguaggi, a cura di Cristina Fiore e Andrea Penzo, Edizioni Inaudite BIGstuff, 2015, € 10.00 edizioniinaudite.weebly.com/bigstuff.html sinedieproject.weebly.com/edizioni-inaudite.html

Un volume-compendio prezioso, che entra con grazia in una parte dell’opera di Giosetta Fioroni ma anche nel suo rapporto con Goffredo Parise, il compagno di una vita. Un libro che riallaccia l’esperienza di Fioroni a numerosi altri personaggi del suo tempo che hanno nutrito, negli anni, il suo lavoro e la sua esperienza. La curatela è frutto di un fortunato e atteso incontro avvenuto nel 2012 (proseguito sino al 2014) tra gli artisti performativi Cristina Fiore e Andrea Penzo e la stessa Fioroni; da qui nasce questo imperdibile omaggio all’autrice con contributi dello stesso Parise e di Alberto Boatto, Erri De Luca, Guido Ceronetti (ma anche un ritratto di Fioroni a lui) e una lettera ad Andrea Zanzotto, e poi disegni, fotografie, ma anche una lettera inedita di Fioroni a Parise sulla quale si ritornerà fra poco.
C’è soprattutto – all’inizio – una visione complessiva del rapporto di lavoro più recente e importante di Fioroni, quello con il fotografo Marco Delogu, punto di arrivo (o di nuova partenza) di un percorso che, negli anni Duemila, l’ha portata a indagare aspetti prima inesplorati e che la vedono protagonista in prima persona in un ciclo di “Ritratti dell’artista da vecchio”.
La vastità del lavoro di Fioroni, la multiforme essenza e la molteplicità dei materiali, il suo sguardo pittorico legato al colore ma anche scultoreo legato alla scelta di supporti e oggetti, nonché quello filmico e performativo, mirano da sempre ad accordare una molteplicità di linguaggi in cui non si dimentica mai l’importanza della parola. La parola è – da sempre – per lei, un appiglio in grado di creare connessioni, interne o esterne e comunque coerenti con l’opera, entrando a farne parte, dialogando con essa. (altro…)

Helicotrema 2015. Cronaca di un festival a “orecchie aperte”

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Helicotrema è il festival dell’audio registrato curato dal collettivo Blauer Hase e Giulia Morucchio e che, tra le tappe della quarta edizione, ha toccato anche Forte Marghera a Mestre, Venezia, in collaborazione con Eventi Arte Venezia e Live Arts Cultures.
Moltissimi gli artisti che hanno partecipato con una o più opere (qui), alcuni tra questi rispondendo all’open call lanciata qualche mese fa. Pochi fra loro sono stati presenti fisicamente e, tra questi, Giovanni Lami o ZimmerFrei, che hanno portano nei luoghi del festival due live set di cui però non tratterò (si può leggerne di più qui e qui). Inoltre, interessante è stato l’intervento di bioacustica di Luca Mamprin, che ha riportato gli esiti di alcuni studi condotti sui pipistrelli e sulla loro forma di comunicazione, appunto, sonora e acustica; oppure l’installazione di Naeem Mohaiemen e Paris Furst Voglio andare alla biennale (2015).
IMG_20150927_131154Gli organizzatori hanno da poco rilasciato un’ampia intervista su PIZZADIGITALE (a cura di Matteo Efrem Rossi, da leggere qui) in cui spiegano cosa il festival proponga e come, tra “ascolti collettivi, paesaggi sonori, radiodrammi, opere sonore e radio-documentari”. “Ascolto collettivo e puro” sono le chiavi per accedere alle diverse sessioni, percorsi che sono stati costruiti rispettando un’architettura – dell’ascolto e degli ascolti -, talvolta smontandola dalle fondamenta.
Una cronaca completa non pare possibile in questo caso, e non potrebbe mai essere esaustiva quanto l’esperienza della partecipazione, quanto la condivisione della ricchezza delle proposte. E tuttavia si possono isolare alcune parti, parlarne brevemente, lasciare (o lanciare) una traccia minima di “quel presente” anche in questo presente, progettando un futuro. (altro…)

Helicotrema 2015

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Helicotrema – Recorded Audio Festival

Helicotrema è un festival che propone una programmazione di brani audio registrati, e ha l’obiettivo di indagare le possibilità di un ambiente e di una forma di ascolto collettiva, come accadeva nei primi decenni delle trasmissioni radiofoniche.

Il festival, che nelle prime tre edizioni si è svolto a Venezia, Roma e Milano, quest’anno assumerà una veste itinerante, e toccherà, tra settembre e novembre 2015, diverse città italiane.

La programmazione del festival punterà in particolare a creare occasioni di ascolto site-specific, sperimentando come i brani e l’ascolto possono potenziarsi e adattarsi in diversi contesti. Le tappe di Helicotrema 2015 saranno il 25-26-27 Settembre a Forte Marghera, Mestre (in collaborazione con Eventi Arte Venezia e Live Arts Cultures), il 9 e 10 Ottobre a Firenze, in diversi luoghi all’interno del progetto Sonic Somatic curato da Trial Version e International Feel, e avrà la sua conclusione il 4 Novembre a Punta della Dogana, Venezia.

Vengono proposti una serie di percorsi auditivi in cui si alternano opere sonore, audiodrammi, audioteatro, radiodocumentari, paesaggi sonori, poesia sperimentale e vari formati basati su una componente acustica.

Helicotrema prende in prestito il formato del festival cinematografico, sostituendo alla proiezione filmica un programma di sessioni d’ascolto.

Autori 2015

Lawrence Abu Hamdan

AMAE/De Pinto with Jean-Luc Nancy & Stephen Roddy

Marcello Anselmo

Julia Bejarano Lopez

Claudio Beorchia

Caroline Bergvall

David Bernstein

Paola Bianchi

Tomaso Boniolo / Carlo Severi

Carlotta Borasco / Diego Giannettoni

Isabella Bordoni

Alessandro Bosetti

Danilo Correale

El Cocuy

Martin Creed

Christopher DeLaurenti

Stijn Demeulenaere

Attila Faravelli

Marco Fusinato

Stefano Giannotti

Carlo Giordani

Francesca Grilli

Petri Kuljuntausta

Giovanni Lami

Annea Lockwood

Naeem Mohaiemen / Paris Furst

Andrea Morbio

OHT / Filippo Andreatta

Pauline Oliveros

Anibal Parada & Lydia Lunch

Bianca Pitzorno

Giacomo Raffaelli

Anna Raimondo

Irene Rossini / Davide Spillari

Maria Teresa Sartori

Alberto Tadiello

Fiona Tan

Atau Tanaka

Chiara Trivelli

Enrico Vezzi

Luca Vitone

James Webb

Hildegard Westerkamp

ZimmerFrei

Mariangela Gualtieri

*

Helicotrema è curato da Blauer Hase e Giulia Morucchio

helicotrema.blauerhase.com

Media partner: RAI Radio3

Helicotrema 2015 @ Forte Marghera – Comunicato Stampa

Amy Kohn: un’endoscopia del pop. Intervista

Dopo aver recensito il suo terzo album qui qualche settimana fa, ho voluto intervistare Amy Kohn chiedendole di entrare in profondità nel suo lavoro musicale e testuale, nel suo caleidoscopio di idee, per poter indagare alcune suggestioni venute al mio orecchio e capire quali siano le direzioni che lei stessa segue componendo e performando. Ne è uscita una sua lettura approfondita ed entusiasmante della sua arte, che stupirà per la quantità di cifre fondanti ma anche dettagli che una musicista multiforme – quale Amy è – riesce a far entrare nella propria musica (e non solo!): per un’endoscopia del pop, appunto.

Oltre all’intervista e alle foto di © Merri Cyr, trovate PlexiLusso a questo link dove son disponibili anche i testi delle canzoni. Il suo sito è www.amykohn.com.
L’intervista integrale in inglese che Amy ci ha concesso è invece scaricabile al link qui sotto.

Scarica l’intervista in inglese/download the interview in english

© Alessandra Trevisan

Amy Kohn, photo by © Merri Cyr

Amy Kohn, photo by © Merri Cyr

Ciao Amy, benvenuta su Poetarum Silva. PlexiLusso è un album ambizioso, che sfida le convenzioni del pop, innovandolo, e che ci meraviglia. Vorrei che ci raccontassi quando l’hai concepito e cosa rappresenta nella tua carriera.

“Plexi” in PlexiLusso viene dal tavolino da caffè del mio soggiorno di Chicago – avevo l’abitudine di inginocchiarmi e guardare attraverso i suoi bordi, vedendo infiniti riflessi nella trasparenza. Per me l’album rappresenta questo ‘senso di espansione’, dal produrlo in autonomia, a realizzare molti miei obiettivi musicali con il paesaggio sonoro e gli arrangiamenti, fino a un reale approfondimento delle mie relazioni musicali, incontrando alcuni tra i miei personali eroi e collaborandoci, per un inaspettato progetto derivativo.

Qualche canzone è stata scritta quando stavo completando I’m in Crinoline, come “Ellipsis” e “Flight Simulator”. Di fatto, con un po’ di tempo extra della sessione dei fiati di “Is that the Moon?” registrammo “Ellipsis”, ma la canzone non si adattava bene a quello stile più caldo, da ‘tutta-la-band-nella-stanza’ [letteralmente ‘whole-band-in-the-room’, n.d.r.] di I’m in Crinoline, perciò l’ho conservata per il futuro.

Alla mia festa di compleanno nel 2007 un amico mi regalò uno sfavillante anello di plastica dicendo “Ti vedo in Italia – lascia cantare la tua anima!”. Ero stata invitata a suonare a un festival che si teneva a Padova all’interno dei Bastioni della città, ed ero in cartellone in una serata condivisa con la pianista e compositrice Debora Petrina, ma stavo esitando ad accettare perché il viaggio era caro. Nel momento in cui ho ricevuto quell’anello la mia risposta fu “sì” e da lì a poche settimane io e Debora stavamo tra quelle mura di mattoni che si arrampicavano molto in alto, presissime nell’approntare il nostro show per la sera successiva al festival Segnali d’Orizzonte.

Un uomo dai capelli rossi che aveva incontrato Debora mesi prima – facevano insieme come movers un pezzo d’avanguardia –, mi portò a fare un giro in quello spazio imponente tentando di dire in inglese “è incredibile pensare che questi muri fossero qui prima che a New York ci fosse un solo mattone”. Pochi giorni dopo stavo visitando la Biennale di Venezia da sola, e mi stavo innamorando, e tutto sembrava interconnesso. Quando sono entrata nel Padiglione del Brasile, nel vedere la scultura “Braille Legado” degli artisti Ângela Detanico e Rafael Lain ho emesso un sonoro e quasi imbarazzante sussulto. Di solito sono attratta dall’arte e dal design minimalista, e l’immediatezza e il calore di quest’opera mi sono arrivati dritti al cuore. Sono uscita dalla porta sul retro e ho trovato una piccola vasca riempita con centinaia di girini, e ognuno sembrava essere illuminato dall’interno.

Questa sensazione, che i girini fuori potessero sentire lo stesso ‘sentore elettrico’ che avevo provato io nel vedere il neon “Braille”, è stata la scintilla per il singolo dell’album “Everyone’s in Love”, una canzone che inizia con quel momento, viaggia verso il mio “cuore sul tapis roulant elettrico” nella mia palestra di Brooklyn, fino alla vista dello skyline di New York e torna indietro alla Biennale dove vedo una coppia baciarsi, e so che è un diretto risultato di quel sussulto di cui parlavo. (altro…)