Autore: Vincenzo Mancuso

Il fantasma di una gioia selvaggia ammicca sul bordo della follia – Poesie di Daìta Martinez

(ma poi è domenica)

.

è nato spiaggia
l’avorio che asciuga i piedi
nel sussurro che contiene
 
foulard
il sonetto privato
 
: solo all’alba
 
e la carne rimasta nel sangue
tra l’imprudenza e il salmo
selvaggia successione degli orari
 
: lingua
 
come masticano le parole delle donne
dallo scialle inclinato e gli occhi insorti
 
: placenta
 
così è istante
quel luogo che non principi
 
: doglia
 
(ma poi è domenica)
 
e non di sillaba
la piena scorza
del solfeggio
 
ed è sultana la pelle
stelo di una distrazione corporale
 
come un pentagramma musicale
il mare
 
: nella sera
 
assenza alloggia
quasi velario di versioni
tra i tendini accennati delle onde.

 .

.

(quattordici a novembre)

.

infila logica
corrente degli spilli
filato il cancello
 
: recondito ritaglio :
 
quando non vestirono
uterina prosodia
l’improvviso squarcio
 
sulle dita
 
(quattordici a novembre)
 
come veduta
di fragori spenti
i rintocchi nel cassetto
 
: liturgica mossa del papavero :
 
quel fiorire silenzio
nella scheggia che ci fodera
indugiando accenti
 
o forse ombra.

 .

.

(adesso)

.

no.
non ora.
non qui
 
questa cerniera
interna parentesi frana
sotto vertigine di cotone
lo scatto che infilza domani la pelle.
 
     perché l’odore si chiude
     dove precipita lo specchio in quel
     punto sulla credenza.
 
no.
non ora.
non qui
 
questo polso
allentata grafia cede
sopra gli indici nutriti
fotogramma di ieri la schiena.
 
     perché la parola si apre
     dove brucia l’incenso in quel
     piatto che al margine cade
 
(adesso)
 
la sedia: incauta flessione del contorno.

 .

( alla finestra)

.

è una scossa
la marmitta nel pendolo
zigano contrafforte
quella corda
di schiena.
 
è un tono
 
la pelle nel boccale
sua confidata spiga
quel canto
di spezie
 
(alla finestra)
 
infula | aderente | impronta
 
     e il succo
     uncino
     per la caccia
     del tempo
 
crudo | istinto | nudo
 
io
 
di unghia sequela
precipito
tuo arco violato
diaframma del seme.
 
     e le guance
     arrostite
     : di ni-ente
 
piagano specchio
che della donna non dice
quel moto dell’acqua
 
– con flesso prelievo solitario. –

 .

.

(la bottega di via alloro)

.

salsedine
era questo l’odore.
 
rolla la pagina:
 
– manica
imprevista parentesi delle alghe
 
| graffe
 
vermiglie mani.
 
non ho pelle
fino all’arrivo del rigo
sopra i capelli
guardo
 
       (la bottega di via alloro).
 
un titolo
era questo il passo.
 
abbozza il davanzale:
 
– bus
puntellato squarcio del disturbo
 
| strappato
 
angolo mancino.
 
non ho ombra
fino all’interno della sedia
sopra i seni
sospendo.

(c’era il lenzuolo)
insidia
 
: ginocchio :
 
la collisione della gonna.
 
come il pendolo che annuncia l’intento
il respiro fascia l’accento degli incisi
 
– sigaretta d’acqua rossa
quella statua scolpita
appena sotto –
 
dentro
 
: contorno :
 
il pasto cerato della lingua.
 
e
(c’era il lenzuolo).
 

   

 

Da “Il diritto di essere opachi” – Marco Ercolani – LA VITA FELICE 2010

La capacità di empatia con il vissuto e di adesione alla tensione intrinseca al linguaggio che è propria di questo autore ci accompagna anche in questo libro di poesia: viaggio sapienziale ed esistenziale, un cammino poetico nel buio degli anni, per cercare là dove l’oscurità è più fitta e tentare di intravedere un bagliore di luce, una direzione di senso ancora possibile. Questa poesia di Ercolani ci offre una scrittura che è insieme visionaria e concreta, simbolica e carnale, per cui seguiamo l’autore in quello che appare un viaggio che è sogno-incubo, ma a tratti anche viaggio reale, dove il mondo è colto per frammenti, in dettagli minimi o solo in un’eco. Ne Il diritto di essere opachi la poesia, infatti, si fa ricerca per terre e mari di senso e parola, disegnando immagini e offrendoci riflessioni di tono aforismatico, conducendoci via via alla scoperta che “la terra è vuota”.

dalla prefazione di Gabriela Fantato 
  

 

 Fogli di me
chiusi nella torre con me.
Se scrivo, nel fango torna un suono
                                              di mare]
Riprendo, la penna sul legno,
la terra oltre le sbarre.
Una frase dopo l’altra,
frana altra terra,
non appare mai
il cielo.
Sottile la carta, si torce,
esige odori di luna, di mare.
Provo a tastarla
 a sprigionarne luce.

Il diritto di essere opachi

Sposti allibito la maniglia nel muro
chiudi nelle dita il nuovo mondo
che i cieli sfiorano da quando l’albero
è sommerso dal buio, sottovoce.
Ripeti che sulla pelle esistono,possono
esistere, appena sotto il polso
carezze.
Chiedi agli specchi di essere pietre
perché non riflettano le ombre degli inseguitori
chiedi alle pietre di essere specchi
perché riflettano chi corre e si salva.
Febbrile, lungo i cerchi del pozzo,
un volo di farfalla.
I tuoi occhi quasi ciechi.
Prova a guardare le case, a vedere
se sono proprio morte,
osserva la polvere sui bicchieri,
le spine nei piatti, le ombre sui muri.
Prova a rinascere nel tempo
in cui riemergeranno.
Scrivi fra le cinque e le sei
quando il foglio smette di essere scuro
quando la carta mostra
i buchi delle parole. Poi smetti.
I corpi, in fondo alla stanza,
restano corpi ed è saldo, nel buio,
il diritto di essere opachi.
Voci che ti difendono dal dolore
ti sprofondano nella logica delle cose.
Una tragedia senza porte
il ritmo dei giorni, la sabbia
che scricchiola.
Ci sono ancora, nel tuo destino,
lettere da scrivere, fogli
come muri, violentemente bianchi,
dove le parole tracciate sono lavate via
dalle regole del pensiero e le frasi, tutte le frasi,
aspettano nere,
col peso dei verbi e dei nomi,
il tuo andar via dalla stanza.
Sul muro arroventato
schegge di unghie
grida rapprese.
Una volta, respiravano fischiavano parlavano.
Ma la notte è lunghissima,
i discorsi trasformati in derive, silenzi.
Scrivi fra oggi e domani.
Sai di non morire
per il tempo in cui la carta
trattiene le parole.
Potrai sbagliare ancora passo
nella fila dei corpi
e dopo, alla fine del giorno, a cortile vuoto,
correggerti, restare immobile,
descrivere voli
osservare rocce
immaginare domande:
oggi, ad esempio, per quante ore
sarai vero?
Calmata l’acqua, pronunciate le parole
dentro la gola, con la vibrazione
di chi non vuol tacere.
Il diritto di essere opachi
non è il buio della pelle, nella notte,
ma questo lungo proteggersi
da occhi che vorrebbero, violentemente
vedere.

(2003)

IS ARUTAS

Sempre, dopo che gli uccelli hanno cantato,
arriva una notte incomprensibile,
il buio come un incubo,
e ti sorprendi a pensare la luce
nelle ali che pulsano immobili –
sonno senza cielo, perfetta assenza di sole.
Poi ti addormenti.
Saprai domani se le geometrie del pianeta
resisteranno a un’altra notte.
dentro le cose sparite
la notte scolpisce di nuovo i profili
che rinasceranno.

Rosso e oro.Rocce.
Soffio presente di vita.
Sottoterra, il fiato.
Incantesimi deviati, inattesi.
Is Arutas.

Roccia a testa di lupo.
Troppa, troppa luce. Non scrivo.Nessuna carta
tratterebbe le parole.
Scie d’acqua sulla pietra.
Lingua per muti.
Non leggo. Aspetto la notte.

Lascio che luce scorra sui vetri
in quel modo silenzioso e immortale
che, una volta morti,
piangeremmo. Lascio che laluce
scorra. Vorrei accennare che. Ma le parole,
sempre più opache, restano nelle dita
come unghie staccate.
Nella sua nuca, inverno dopo estate,
la lunghezza degli sguardi, giorno dopo notte.
L’infinito lo guardiamo
dentro la sua testa come in uno specchio
ma le cose restano troppo grandi
molti guardiani non conoscono la casa
e sanno tutto del buio,
del mondo che cola via – acqua
senza cose, strappata dal sisma.

La sillaba di un vento solleva l’erba
come secoli fa, quando respiravamo
tra questi fili verdi, sotto fortezze ora dissolte,
uomini che mi assomigliavano.

Il penultimo sole
torna lentamente alla terra
per difenderla dalle notti future
racconta l’opera del respiro nel sonno
che alla pelle riporta una giovinezza
dove le dita si reimparano dita,
nuove nel buio.

L’uomo che fingo di essere
accennando con la lingua parole
sono io
chiamatemi per nome.

Non serve la scrittura
che ogni giorno ascolti.
Diari, schegge, balbettii,
voci infitte nella mente.
La chiamano scrittura dei morti
ma con matite, grida, fogli, pietre, mattoni sono,
restano
vivi.

E tu? Parli
di uomini che non sono stati guardàti.
Di sabbia , non di mare.
Non racconti fiabe ai bambini.
Non ricordi le pietre piccole, di quarzo rosso –
princìpi di speranza, di silenzio –
scoperte fra le alghe e rocce.
Is Arutas.Is Arutas.
Non fare, della terra che vedrai,
un altro punto buio nella nuca.
Per una volta. Senza visioni.
Guarda.

(2009)

 

 

Guardami:
gli scomparsi hanno un numero e un nome.
Vedo immagini scorticate
ombre in mezzo alle mani.
Lungo accordo la materia incendiata –
tronco lasciato nero
manifesti scollati
città vuote di voci.

Francesco Osti – Errore di sintassi

  

 

Al bar

Solamente un pendolo si fa sentire; e una bimba dal volto affilato (con due grosse trecce simili a funi di porto) fra i  tavoli a succhiare il fondo di una granita. E’ un bar ma sembra il museo di storia della società. Aleggia l’odore delle perline lustrate, la fragranza del perfetto ordine, di soli oggetti pratici; odori di appuntamenti mancati, stanchezza di colonia a mezz’aria, non colta. Il banconista muove solo gesti necessari, sfoglia l’orologio che attende la chiusura.  Per rimanere qui da soli, nella sera mal registrata, bisogna avere  talune determinate certezze, salde come i denti, come le pietre miliari alla massicciata; lo sa bene quell’uomo con il cappellino e la camicia a mezza manica fermo fuori, immobile sul bordo del marciapiede, avvolto nelle raffiche di pioggia.   (Morbegno, 22/7/2003)

 

 

Donna a Bologna

Indossava un cappotto lungo e giungeva col passo affrettato tipico delle donne di carità: negli occhi tondi e neri era evidente la sua innocenza, come avesse il costante alibi d’un impegno. Ferma al semaforo in attesa dell’omino verde, sorrideva al traffico che le fumava addosso, lo sguardo sempre distolto respingeva il ringhiare provocatorio degli autobus: poi passava frettolosa, si perdeva oltre al muro di gente che le veniva incontro, scompariva sotto gli altissimi porticati simili a denti, palazzi del dopoguerra come spropositati tombini alzati in verticale. Scompariva e la si poteva pensare divorata, presto digerita, ma non ci sarebbe stato stupore, capita a tutti, anonimamente.                                                                                                                                                                                                               Io ne sono sicuro: è riemersa sul corso parallelo, sulla maglia successiva di questa città, espulsa da altri portici, quasi in corsa, con lo stesso alibi sul volto.   (Morbegno 16/3/2006)

 

 

Gente ai tavolini del bar

I più composti sono destinati ad una inaspettata ed improvvisa apnea: lasciano un testamento scritto sbilenco sul tovagliolo di carta qualora l’aria diventasse una melma di parole e mugugni troppo densa per poterne uscire. Capita che la sera, nei crepuscoli di crema e latte, vengano ritovati vestiti appiccicosi, stoffe sciolte, qualche dente guasto, scaglie di unghie… con il manipolo cittadino di usurai e becchini, curvi e neri, ad allontanarsi nel ticchettio delle loro ossa.  (Morbegno, 4/8/2006)

 

 

Francesco Osti si presenta lontano da ogni tentazione ” letteraria”, è lontanissimo dal poetico e dal “poetese” : vuole dire le cose in modo energico e diretto, eppure ha una sua struttura culturale robusta che risulta con efficacia nella limpida scansione  e nella fierezza di tono della sua  prosa. Il giovane poeta, insomma, vuole raccontare in brevi lettere o accurate e taglienti descrizioni, la realtà che conosce e il sentimento dell’esistere che prova. (Maurizio Cucchi) 

Francesco è nato nel 1976 a Morbegno (So) dove vive e lavora. Suoi testi sono apparsi nelle antologie ” Tutta la forza della poesia” (Labos Morbegno 2003), “Nuovissima poesia italiana” (Mondadori, 2004) e sul settimanale Lo Specchio del quotidiano la Stampa di Torino. Questa è la sua prima pubblicazione.

E’ stato il vincitore del concorso Opera Prima  LietoColle  2004

* l’ impaginazione, purtroppo, non è fedele all’originale