Autore: stefania crozzoletti

quattro voci minori – stefania crozzoletti


introduzione | precauzione

«Ho fatto le presentazioni, adesso tocca a te», dice l’Intermediario.

«Ero una piccola aliena». Esita, ma continua a parlare, con un filo di voce. «Avevo il dono dell’invisibilità, o forse chi mi stava intorno aveva un difetto di vista. Nessuno notava la differenza tra il mio essere e non essere presente. Mi urlavano sopra. La testa era un campo di battaglia. Mi chiedevo: “Si è vivi in guerra, in pace si muore?”, ma il sonno esigeva domande aperte. Iniziai a soffiare gentile sui miei punti interrogativi: “Volete fermarvi per un tè, pensieri?”».

*

[Racconta, finalmente. Sono storie brevi, non c’è molto da dire. Le poche persone attente formano un cordone, un muro umano che protegge dal frastuono, filtra i rumori, li ingoia e li trattiene. Il pubblico chiassoso viene isolato, la confusione diventa brusio e il brusio volge in silenzio].

***

ignorando le pulsazioni della terra
gli scodinzolii del cielo
i battiti di ciglia, le strette di mano
teniamo care le nostre case scure

voce # 1 | la seconda scelta

Mettete in conto qualche brutto sogno. Fanno parte di ciò che siete. Provate ad accettarli. Lasciate che vi siano di insegnamento.
Tenete una torcia accanto al letto. Aiuta contro gli incubi.
(David Foster Wallace)

«Sono passati eoni, i capelli sono diventati bianchi e ancora non hai imparato nulla!».
La seconda scelta è sempre in agguato, con le sue mani rachitiche, le manie, le crisi di identità, i sensi di colpa e di inferiorità.
«Silenzio, rompiballe! Ascolta la voce che grida nel deserto!».
La seconda scelta soffre di disturbo bipolare. Oggi è euforica, si attacca ai particolari, nulla le sfugge. Grida, salta, alza il volume. Almeno per oggi non tenterà di attaccarsi alla corda. In ogni caso, la tengo sotto controllo, ormai ci ho fatto l’abitudine.
Ogni tanto capita. «Vado in bagno», invece va a morire. «Esco a prendere un po’ d’aria», e si butta nel fiume con una pietra al collo. Ditemi, mi posso fidare? Mi preoccupo, anche quando non dovrei. Sono bastati pochi episodi. Una frase, un gesto e l’antenna comincia a pulsare: allarme, allarme!
Ho sempre l’ansia addosso. Anche ora: è in bagno da venti minuti. Che faccio? Conto fino a tre, poi…
Uno, due… «Ehi, là fuori, è finita la carta igienica!». Sollievo, ma per poco. Mi preoccuperò per tutta la vita, e anche dopo.

***

compiendo diligenti gli esercizi
i salti in lungo e in largo
sommati a tutte le possibili maratone
le discussioni sul regno dell’abbondanza

voce # 2 e voce # 3 | punti di vista: lettere dalla roccia e dalla sabbia

Paese (suo) in pianura, dicembre 1960

Sorella cara,
ho lasciato la casa dei nostri genitori da quasi un anno, e la mancanza si fa ogni giorno più forte. Non era il nostro sogno? Un marito, un vestito bianco, un mazzo di fiori tra le mani. Beh, qui l’amore ha una faccia diversa: campi di granoturco, distese di tabacco, una casa da pulire, i suoceri e una gravidanza.
Ho diciannove anni, i luoghi della mia infanzia sono lontani e tra qualche mese sarò madre.
Lui dice “questa è la tua casa” e non vuole vedermi piangere. Qui non ci si può nascondere, non ci sono i nostri piccoli sentieri sotto gli alberi. La pianura, sai, è ferocemente aperta, sembra non avere segreti, non ha curve nè anfratti. Tutti vedono tutti. Dalla casa dove ora vivo non si vedono le estremità. Non ci sono confini, e io senza i miei confini mi sento persa.
Fingo di essere al tuo fianco, davanti al fuoco del camino.
Con amore,
P.

Paese (mio) in pianura, agosto 1961

Caro V.,
amico mio, ti scrivo per dirti che sono diventato padre. Mi sento grande e forte. È maschio, e questo, detto tra noi, mi rende doppiamente felice.
Il mio cuore è pieno di orgoglio e di gioia. P. ha sofferto tanto, il parto le ha tolto le forze, ma mia madre le sta accanto, si prende cura di lei.
Io lavoro molto, servono soldi. Da mesi, ormai, non vado al bar la sera, vedo poco gli amici del paese. Mi sono detto “è il tempo delle responsabilità, ho ventidue anni, sono padre!”. Mia moglie per ora non ne vuole sapere, ma io vorrei avere presto il secondo figlio.
Quando passi da queste parti, tra un concerto e l’altro, vienimi a trovare. Ti immagino mentre giri l’Italia con la chitarra, cantando le canzoni che fanno innamorare le ragazze. Confesso, ogni tanto provo una certa invidia!
Un affettuoso saluto, il tuo amico
C.

P. e C.: «Non scriviamo, ci limitiamo ad attraversare la vita. Alla donna del futuro abbiamo delegato responsi e giudizi. Lei però ha deciso di prendere atto, di lasciar andare. Ha una guancia liscia e rosea, tutta da porgere. Con le parole riesce a cambiare le stagioni, le rivolta e le adatta. A noi, alle nostre preferenze, alle case nuove. È cresciuta, bene o male. È viva, in qualche modo. Resiste, è una roccia che si aggrappa alla sabbia».

***


viviamo come possiamo
stirandoci la schiena, sempre pronti
a correggere il tiro
a raddrizzarci e scorgere vie di fuga.

voce # 4 | un grandissimo nulla (Instant Karma)

Questa storia ha tante nascite
e una morte di troppo:
l’ultima, si sa, non è mai la benvenuta.

«Qui non succede mai niente». Non lo dice, ma lo pensa, mentre si soffia il naso. Ma io, che sono la nuda realtà e viaggio con questo pezzo di imbecille fin dall’inizio del tempo, vi dico che si sbaglia di grosso.
Dentro e fuori è tutto un movimento. Atomi ballerini si accoppiano e si lasciano, fiumi e umori scorrono pieni di vita. Dirò di più, a volte questo sprovveduto in giacca e cravatta tende ad esagerare con gli umori!
Fuori: piante, foglie, fiori, animali, donne e uomini, vecchi e bambini, un eterno ciclo di nascite. Il bosco si muove, il mare si prende metri di costa, la terra trema.
«Non MI succede mai niente!».
Dentro: ho già detto degli umori, spesso incontrollati e fastidiosi. E poi a questo inconsapevole, pigro essere umano crescono inevitabilmente capelli e peli, per non parlare delle unghie. Quando è nato pesava tre chili e seicento grammi, ora è un gigante che sfiora il quintale.
Le sue dita battono sulla tastiera, ma lui non se ne rende conto. Ogni giorno i piedi lo portano al lavoro. Ha avuto una donna, l’ha amata e l’ha lasciata. Ma per lui niente è accaduto e niente accade.
Ieri, mentre le lancette dell’orologio – guarda un po’! – facevano i soliti giri di giostra, s’è pure raffreddato. Vaga per casa con gli occhi rossi, il naso cola che è un piacere.
Milioni di cause operano nel cuore e ai margini del caos, guidate dal telecomando universale, generando milioni di effetti. Per questo scervellato è tutto un grandissimo nulla.

E in questo preciso momento, ecco, viene avvisato: pochi secondi alla fine. È interdetto dalla novità: che significa “fine”? Sorpreso e contrariato, urla “è una truffa!”. Ma io, che seguo questo povero stronzo da quando pesava solo tre chili e seicento grammi, vi posso dire che era tutto previsto, e che l’illusione degli umani è una gran brutta bestia, eterna e pericolosa.

***

finale | sollievo

[Conclude con calma. Si siede, intrecciando le mani sul grembo. È serena ora, il ritratto della pace. L’Intermediario la guarda e non dice niente. Lei vorrebbe ringraziarlo, ma non ci riesce. Teme di ferirlo: l’ha riconosciuto].

(stefania crozzoletti, inediti 2012)

My Generation – Stefania Crozzoletti

Non può esserci che la fine del mondo, andando più avanti
(Arthur Rimbaud, Illuminazioni)

I hope I die before I get old
(The Who, My Generation)

Feroce, arrabbiato, politicamente scorretto. Ma con un grande talento. Songwriter prolifico e geniale, musicista dotato di tecnica e di cuore. Secondo i critici, il migliore della sua generazione. Sapeva comunicare la rabbia, la nausea, la violenza dei tempi. Sapeva anche commuovere, incidere profondamente nell’animo di chi lo ascoltava. La sua voce e la sua musica catturavano con armi diverse: il furore, la dolcezza, lo sdegno, la commozione.

Non era un fenomeno commerciale, questo è certo. Aveva fans in tutti i continenti, ma non era un artista dai grandi numeri. Nonostante avesse ricevuto ricche offerte da alcune major, che promettevano il “grande salto” nel rutilante mondo del rock, sventolandogli davanti al naso denari a profusione, egli aveva sempre rifiutato. Era rimasto fedele alla sua vecchia etichetta indipendente. Insomma, era un duro e puro. Picchiava, di tanto in tanto, giornalisti e fotografi invadenti, mandava a quel paese i discografici più influenti, gli era anche capitato di vomitare sul pubblico ai concerti, di approfittare della disponibilità di qualche groupie, era stato in prigione due o tre volte. Era spesso ubriaco e non aveva mai negato di far uso di sostanze stupefacenti. Il prototipo della rockstar dannata, ma a suo modo onesta: non era interessato alla ricchezza, alla fama. Viveva in un piccolo appartamento, mangiava poco e male. Non aveva idea di quanto denaro guadagnasse, spesso regalava soldi agli amici – veri e falsi – e alle fidanzate di turno. Nel giro si diceva che il suo amico-manager lo stesse fregando. Un puro, sì, con la testa altrove. Nella sua categoria, quasi un santo.
Arrivato alla soglia dei quarant’anni, durante una retata della polizia si fece beccare mentre stava acquistando droga, molta. Il giudice, questa volta, non decise di mandarlo in prigione, ma di affidarlo a una comunità terapeutica. Bestemmiando, andò. Non voleva “guarire”, a che pro? E poi, lui non si sentiva malato. Malato era il mondo, agonizzante e senza speranza, lui doveva solo andare da qui a lì, attraversando la vita, nell’unico modo che conosceva. Ma andò, non aveva scelta.
Nel centro di ascolto della comunità incontrò l’Angelo, una volontaria. Donna nobile d’animo e di stirpe, irradiava buoni propositi e grandi ideali. L’Angelo catturò con occhi luminosi e carattere fermo il cinico che, nero come la pece, nella sua vita non aveva fatto altro che coltivare il suo inferno, l’inferno di tutti.

L’Angelo lo accompagnò in un percorso di redenzione totale, fino all’altare. Il musicista dannato sposò l’Angelo e la Causa, la convinzione di poter consegnare al mondo un futuro migliore. E con gli ideali arrivò la consapevolezza di avere afferrato la verità assoluta, da spiegare alla gente. Paladino dell’ambiente, della giustizia, della solidarietà. Sano di corpo e di mente, iniziò la sua opera di evangelizzazione, con la sua musica e le sue parole. Aveva sposato la Causa, ora il suo compito era quello di diffondere il Verbo.
L’Angelo lo seguiva ovunque, lui si sentiva forte, sicuro. Se ne andava in giro suonando e predicando, rilasciando interviste a giornalisti che non menava più, sorridendo ai potenti che si dichiaravano disponibili a supportare le sue idee. Arrivarono quattro figli, uno dopo l’altro, una casa in campagna con azienda agricola e studio di registrazione annessi. Arrivarono contratti discografici importanti, soldi e fama di massa a livello planetario. Arrivarono i concertoni benefici, i sermoni televisivi. Anche un libro di poesie, seguito da un film e da un romanzo.

Alcuni degli ammiratori che fedelmente lo avevano seguito fin dagli esordi chiamarono questa trasformazione “normalizzazione”, altri “allineamento”, i più arrabbiati la definirono “prostituzione”. Solo una sparuta minoranza degli estimatori di vecchia data vedeva il mutamento come una naturale evoluzione. Ma tutto questo aveva poca importanza: per ogni fan deluso che se ne andava ne arrivavano migliaia di nuovi. Tuonando con veemenza contro le multinazionali e il capitalismo, condannando i poteri che affossano i deboli, si era comodamente inserito nel sistema. Ancora, come un tempo, non gli importavano i soldi (qualcuno, d’altra parte, se ne occupava al suo posto, e comunque ne guadagnava a palate), semplicemente se li godeva. Si sentiva necessario all’umanità, aveva un ruolo importante, lui, aveva compreso e ora doveva educare la gente comune. Un illuminato, insomma, con un destino segnato.

Lei, la nobile d’animo e di stirpe, era sempre più bella. Gli occhi brillavano ancora, soprattutto quando rimirava con il suo uomo adorante i vigneti che circondavano la splendida casa di campagna.
In un pomeriggio di una primavera tiepida e senza pensieri, se non quelli per le sorti mondiali e la fame nel mondo, fu organizzata un’intervista nella tenuta della famiglia socialmente impegnata. La troupe televisiva iniziò a riprendere interni ed esterni; la scena del picnic all’ombra degli alberi da frutto fu decisamente indovinata: informale quanto basta, efficace a livello di comunicazione.

Il nostro eroe moderno, imbracciata una chitarra acustica, si mise a suonare vecchi classici degli anni sessanta. I quattro figli cantavano con lui, battendo le mani, la troupe registrava. L’Angelo ascoltava in silenzio, sorridendo. Poi si allontanò, verso una siepe poco lontana, nascosta da un albero.
– Sire, eccomi.
– Buongiorno Angelo, tutto bene?
– Tutto bene, grazie.
– E allora?
– Tra un po’ uscirà la sua biografia, scritta da uno scrittore famoso… uhm, non ricordo il nome… la sua ultima canzone, dedicata a me e ai nostri figli, è prima in classifica. Che altro? Ha dato il consenso per la realizzazione di un tribute album da parte di artisti emergenti, sono diritti a palate. Stiamo seguendo un progetto per l’Africa, è stato dato grande risalto sui media. Ah, il mese scorso ha cantato con il Tenore. Un concerto fantastico, lo stadio era stracolmo, un grandissimo successo! Gioca a calcio per beneficenza. E a proposito di calcio, ha pure scritto l’inno della Nazionale per i prossimi mondiali. La Causa l’ha trasformato! Qualche vizio è rimasto, ho pensato fosse meglio così: con qualche segreto si può sempre… come dire… ricattare… nel caso…
– Molto bene, Angelo.
– Sire…
– Sì?
– E adesso?
– E adesso niente. Ci siamo riusciti. Ora, non c’è tempo da perdere, trovane un altro, un’altra. Servono finti oppositori. Con questi sembriamo… come dire… democratici. Altri ancora, pesca in tutte le categorie. Tutti hanno un prezzo. In più, questi cretini fanno girare l’economia, la nostra intendo.
– Sire, ingabbiare quest’uomo non è stato faticoso, ho dovuto affrontare casi ben più difficili, in passato.
– Sei brava, tu… altri, Angelo, poi altri ancora… non ne deve rimanere uno sulla faccia della terra. I coerenti ci rovinano la piazza. Ora vado. Ciao Angelo…
– A presto, Sire…

Più in là, il redento sorrideva alla telecamera.

Stefania Crozzoletti, inedito2012

Poesie di Fiorella D’Errico

da Lettere dal ventre

*

Se non dormi, scrivi.
O prega: il corpo si piega nello stesso modo.

Ti alzi, lasci il letto – riprendi i nodi che trascini
normalmente al ventre.

Hai paura. Anche stanotte.

*

Dico del ventre come avesse acqua, lo scroscio che annuncia
una presenza. Come se fosse mare, abitato, e nave
scorrendo in corpo con i suoi tremori.

Tutto nasce da lui. Lo nutre la forza
che è degli animali sparsi al mondo: quanto più scarna la vita
sempre lontana dalla morte.


da Architetture

*

A mia discolpa
posso (a)scrivere poco.

Lascerei indietro le stanze,
questa stanchezza consapevole
di tracce antiche.

Ma non so mai partire
e prendo in cambio la colpa
su me come una crepa, per sempre
alla luce chiusa dei muri

………………..poi  muove la notte
come intonaco nelle fessure.

*

L’esatta posizione degli oggetti
dopo un calore d’aria e di ombra
– di sbieco, alla rinfusa amorosa
ché l’amore, almeno, quasi mai è dritto –
non va cambiata.

Preserviamo così il candore
di un’architettura nata senza progetto
campata in cielo e in terra
come la sagrada familia.

Tutto quindi resta intoccato
come è stato toccato:
nell’attimo che non ci sei
io colgo il senso, ti passeggio dentro.


da La fatica del metallo

*

Dicono che fuori sia la guerra.

Anche qui, in un piccolo mondo
dalle feritoie dei fili – fisso
nelle orecchie c’è il rombo

anche qui
nella scappatoia
la lotta per la vita

di sera i feriti
stendono al fuoco ciò che resta

Vento pace sangue miele
tra il sentirsi bambina e sparare
anch’io come un cecchino

Non devo guardare oltre: miro alla mia testa.

*

Tanta resistenza
e questa schiena dritta in attacco

cammina con le spalle al cielo
non guardare che il vuoto

vita morte amore inevitabili fiere
da tenere stretti i tendini, sempre
all’erta – come se – una preveggenza
di scatto

da Di questo centro infisso nella terra

*

Di questo centro infisso nella terra
sordo ai richiami inamovibile
forse non scriverei così
come un cuore brillante, disperato.

Se il resto del corpo lo seguisse
composto e gentile, senza lo scatto
convulso di un pensiero solo
sarebbe vivere.

*

Dovrei uscire, andare verso il mare
e stendermi come una conchiglia
per la raccolta di qualcuno che dopo
dica guarda quante righe sul dorso
com’è bella, mettiamola in salotto
con un po’ di sabbia ci ricorda l’estate.

Sarebbe un modo straordinario
di riciclarmi, giustificare la gabbia.


Fiorella D’Errico vive a Roma. Scrive poesie da età giovanissima, ma solo negli ultimi anni si dedica alla scrittura con costanza. Le sue raccolte sono tutte edite nel suo blog personale (http://fiorelladerrico.blogspot.com). Poiché ama condividere la poesia con altri autori, gestisce anche un blog collettivo dove di volta in volta presenta le voci che maggiormente l’hanno colpita durante la navigazione in rete (http://fiorelladerrico.wordpress.com). E’ stata selezionata al Concorso Verba Agrestia del 2011 e sue poesie compaiono nell’antologica curata dalla Lieto Colle.

Ha pubblicato su vari blog letterari, fra cui: VDBD-Viadellebelledonne, La Stanza di Nightingale, RaiNews24, Rebstein – La dimora del tempo sospeso, Neobar, Poetry wawe-dream, Moltinpoesia.


Paola Casulli – Di là dagli alberi e per stagioni ombrose

La poesia di Paola Casulli trafigge la pagina, l’occhio, l’orecchio, il respiro, sa farlo con grazia, con agilità, ponendo molta cura nel passaggio tra luce e buio, tra terra e acqua, tra una stagione dell’anno e la successiva.
La parola si fa sinfonia, e proprio alla maniera di Vivaldi interpreta nei quattro movimenti del libro il carattere stagionale, mettendo in versi un reale viaggio sensoriale e riflessivo, che avviene dentro e fuori dal corpo. Il verbo germoglia sulla variazione del tempo – tra il profumo di mele e la stanchezza della quercia-, assorbendone la temperatura, il suono, il volo d’uccelli variegati, la meraviglia di piante appartenenti a molte specie. Così, se gli strumenti sembrano ripetersi per tutta l’opera, la varietà di nomi, gesti, riflessi di luce, rinnova il canto ad ogni pagina, fino a renderlo sorpresa e mai scontato: nello scambio di orizzonti, nell’odore delle cose, nel gesto puntuale del contadino. (Rossella Renzi) (altro…)

Big Tree – Stefania Crozzoletti

Just when I think I’m winning
when I’ve broken every door
the ghosts of my life
blow wilder than before

Just when I thought I could not be stopped
when my chance came to be king
the ghosts of my life
blew wilder than the wind

(Ghosts, Japan)

«Di che cosa hai paura? Stai piangendo sassi, piangi lacrime!
Che il dolore sia liquido, cosa me ne faccio delle pietre? Io ho sete!».

(altro…)

Iole Toini – Inediti

La bambina che danza

Ho chiesto a una bambina di portarmi dove lontano non nega il varco alla luce, ma tende i rami alle comete che si sporgono dal buio della fronte. L’ho incontrata un giorno senza festa, le braccia cariche di matite. Teneva una donna per mano. Mi guardava senza chiedermi il nome. Erano verdi gli occhi; schioccavano l’aria come remi d’ala. Mi ha portata nel solco della mano. Un lume respirava le vene.

Queste cose che dicono strane, hanno la forma geometrica del sangue. Hanno linee, e conche, chiari tagli di imperfezione. Solo lei – tanto vicina da sentirla crescere – era immune dal buio delle cose. Ha cominciato a danzare. Dai suoi occhi sono nate città da edificare, spade, cose da non credere vere, vere fino a quando ha continuato a ballare. E io non avevo dove, nessun tempo, nome che potesse dire quale forma, se pane, neve, o campo, o frutto, se avessi corpo nel vento o vento fosse solo il grande respiro del mare.

***

GAS

Sulle scale c’era odore di gas.
Era stesa sul divano come l’avevo vista tante volte;
la stanza ferma dentro la tazza di latte, briciole di pane,
il lavandino colmo di piatti del giorno prima.
Era diventata pigra, diceva; da vecchi non si ha più
voglia di niente, niente consola l’apatia delle giornate.
Ho spalancato le finestre, chiuso il rubinetto del gas.
Da quando suo figlio se n’era andato, dimenticava le cose.
“Hai lasciato aperto il gas, nonna! “ Non ha detto niente;
si è sollevata sui gomiti; si è messa seduta.
Ha sfregato l’occhio morto che lacrimava tutto il tempo.
Ho alzato le persiane, aspettato che mi guardasse per parlarle
di una cosa qualsiasi.
Il biglietto era sul tavolo, un pezzo di caos dentro il peso
di quel luogo che cercavo di trattenere mentre stava franando
dal foglio – il tavolo la tazza il divano – sul pavimento
dove tutto finiva come un tonfo.
Poche righe in una calligrafia tremante: “troppo vecchia cieca sola”.
Così feroce la vita.

***

Tommaso

Il mio collega si chiama Tommaso.
E’ lui che apre l’ufficio alla mattina.
Viene al lavoro col pullman.
Col piede che zoppica sale strisciando il vialetto,
il sacchetto della merenda dondola dal braccio sano.

Con la mano buona prende le chiavi di tutti gli armadi,
prepara i timbri, accende il pc.

Parla poco, saluta soltanto quando ne ha voglia.

Tommaso vive solo.
Nessuno crede ci sia niente di strano.
La sua casa la immagino senza parole che fanno
pane, voci di donne lungo le scale.
Tommaso comincia a esistere quando entra in ufficio.
Lavora piano, senza tempo.
Chissà se pensa a qualcosa diverso
dal fare bene le cose.

Ogni tanto si arrabbia.
Apre la botola scura, la saliva
gli scende dagli angoli della bocca.
Batte la rabbia sui muri le case tutti gli alberi del cortile.
Ficca ogni cosa nell’angolo buio
dove non entra nessuno.

Tommaso non è un uomo triste.
Non è nemmeno felice.
E’ rimasto nel posto dove non tutto è finito, dove
niente è mai cominciato.

Ora mi porta una carta;
con la voce che zoppica come il suo piede mi dice “questo è per te” ,
va via.

***

Arsura

Ho stracci sparsi per casa,
polvere a costruirmi nuovi gradini,
fiori appassiti dentro al vaso,
sopra il divano alcuni libri
che impilano dritti la malinconia
disegnando lo spazio di un tempo
sospeso nelle cose più intime.
Solo il basso ruotare del sole
smuove le ombre fissate come in attesa,
perpendicolari al mio fiato che si infila
dietro alla notte, incurante di me
e della pioggia che ancora non cade.

***

La fragilità che ho dentro ha laghi oscuri
che non si addicono all’innocenza della neve.
Con pudore, sotterro il corvo
che gracchia quando il tempo si arrota
tra paure millenarie. Ugualmente
di suoni si riempie la mia stanza
quando accorre il sole a battere le spighe.
Odori di spezie – a graspi, a fiotti
mondano la cenere alle vesti.
Una gioia bianchissima torna a cantare la pelle.
La pena si dissolve; e io muovo fra gufi di fiabe, stelle
entusiaste che fanno cruna fra l’occhio e il cuore.
Così un veliero solca il tempo buono,
l’autentico respiro fra il buio e me.

***

Quando il cielo si avvicina forte
da far male, tutto il mio peso si muove
in una quiete che fa guerra alla bocca, al seno.
Quel candore spaventoso mi porta nel corpo
del fiore, giù, fino a urlare di non avere
i piedi ficcati nel prato, lo sguardo
nel cavo del tronco, di non essere
terra da concimare, letame, seme.
L’orto mi pascola con le sue braccia gloriose;
alberi, case di fieno mi vengono incontro, stringono
le ossa fino a farmi sentire un groppo nella gola.

Invidio quel restare in attesa che ha il prato,
il trasalimento delle piante, la luce
che sprofonda nel verde mentre avviene.

L’erba di sicuro non è cosa più piccola del paradiso.

***

Nella lingua che aprì il maggio dei semi
i ciliegi pronunciarono terra alla vista
come Colombo davanti alla costa;
il canto dei gambi si levò
dalle vene di pietra, dove le radici incontrano
il fuoco che guida alla rivoluzione.
E la pioggia eresse l’intenzione del giglio,
la luce tese la lancia che spalancò la festa del campo.
E gridò il pesco, gridò il croco e la rondine,
gridarono i pioppi e le sterpaglie; i fiumi salirono
nelle vestaglie dell’aria; a bracciate il grano
accese il suo tempio.
Esaudita la gioia dell’erba,
esaudite  le solitudini dei tordi,
il silenzio infiammò le rotte dei  venti
che stesero le mani ai tetti, ai fili tesi
fra le case, alle strade ai tram alle navi.

Infine i fiori.

Su DIECIDITA di Jacopo Ninni

Ho briciole per terra per perderci nei sogni
Dita fragili per conservarci appesi ad ogni attesa
Una ferita gelida per ricordarci ad ogni fine
Un bicchiere rotto, per annegarci ad ogni nuovo inizio
(da “712010”)

Ti sembreranno poche 10 dita
A contare nelle sere quelle stelle e
al meriggio, ogni fiore del tuo bosco.
(da “10 dita”)

Dietro la fragilità di diecidita, dietro parole pronunciate sottovoce, lavora con pazienza un seme di tenacia. In diecidita, in una piccola porzione di corpo, si concentra la forza necessaria per tenersi aggrappati al mondo. Come le mani di uno scalatore, i versi di Jacopo Ninni afferrano la roccia e la tengono stretta, nonostante la perdita, la mancanza. C’è una piccola parte che resiste, si attacca alla memoria, alle persone che rimangono, alle cose di tutti i giorni (Le carte ancora in tavola / Urla di bimbi nei cortili / un bicchiere, le briciole sul tavolo).


Appesa tra abisso e salvezza, in bilico sul vuoto (Temono di perdere il controllo della sponda. / Io mi ci siedo spesso, lo sai bene), la parola prende forma, diventa preghiera, invocazione, talvolta imprecazione.

E’ quasi inconsapevole questo tenersi, non è esplicita determinazione quella che impedisce  di chiudere gli occhi e di lasciarsi andare, ma necessità, urgenza di mantenere vivo il ricordo. Le diecidita di Jacopo Ninni, a dispetto di tutto, raccolgono il dolore e lo trasformano in parola, evocando suoni, colori, odori, ferite e fatiche. La poesia diventa così una lenta ma ostinata risalita, nutrita dal coraggio degli affetti, nel nome della memoria.

Stefania Crozzoletti

qui alcuni testi e OUTro di Alessandra Pigliaru

qui la prefazione di Natàlia Castaldi

Sbocciata nelle viscere – Antonella Taravella

Antonella Taravella, Sbocciata nelle viscere - Edizioni Smasher 2011

 

La lettura di “Sbocciata nelle viscere” di Antonella Taravella (Edizioni Smasher, 2011) mi ha portato alla mente un frammento del romanzo di Sylvia Plath, “La campana di vetro”:

“Pensavo: dovrebbe esserci un rituale per nascere una seconda volta: rappezzata, rinchiusa e poi riconosciuta idonea a riprendere la via”. (altro…)

La favola sintetica – Stefania Crozzoletti

Quando inizia la tua favola sintetica?

Cerchi il paradiso, rifiuti il tuo inferno. Le domande nella testa si affollano, si moltiplicano, scoppiano, e tu le vorresti cancellare.

Una pastiglia, una pastiglia, please.

Una pastiglia per ballare, una per dimenticare, una per dormire, una per non sentire il dolore. Accendi la televisione, annega nel computer, ricopri il tuo fragile essere con vestiti alla moda, mangia fino stare male, digiuna fino ad annullarti. Sogna fino a negare la realtà, che siano vere le visioni, che ti facciano godere in solitudine.

(altro…)

Patrizia Dughero – Le stanze del sale

 

Patrizia Dughero - Le stanze del sale, 2010 Le Voci della Luna Poesia

 

Compito

A volte li frantumo i sassi
per vedere se trovo qualche pezzo
buono da salvare.
Difficile risalire le parole, appellativi,
come fatua, ad esempio, che impedisce il peso
di ogni mia lettura.
Difficile tessere fili che vedi sparpagliati
se non sei abituata a ore di telaio.

Un giorno una veggente che mi piaceva
consultare – era molto brava –
disse che il mio compito è tutto ciò che è materiale.
Basta con la meditazione e la contemplazione
e tutto ciò che è trascendente.
Occorreva appoggiare i piedi a terra.
Non l’ho ascoltata e ho continuato.
Ma quando il dono è arrivato, io l’ho accolto.
Ho iniziato a trasportare ciò che ricevevo, onorando,
a tramandarlo, lasciando che trabocchi su altri.
Ho iniziato a trasportare mattone su mattone
asciugando il sudore con la pietra bianca.
Mi hanno insegnato che esiste il taglia e cuci
anche per i vecchi muri: tecnica raffinata.
Io l’ho osservata e ora è quel che faccio,
che tento, coi gesti e le parole, se posso.
Scavo dei buchi ai vecchi muri e poi li copro
li intesso con mattoni nuovi e poi li mostro.
Vinco la vergogna, a volte, sperando
che sia utile e che serva.
………………………………………….Un compito pesante.

***

Ai miei

Vorrei levarvi a queste tristi mura,
vi si stringono addosso giorno dopo giorno,
avete bisogno anche di uno spazio aperto
spazio per tornare alle pareti oscure e scalcinate
Le vedete toccarsi l’una con l’altra
………………………….congiungersi
in un tempo che non è più vostro
scrostarsi senza più garruli suoni
controllando ogni vano intorno.
Ora tocca a me condurvi a luoghi nuovi dove
……………………………………..non c’è confine.

***

Biblioteca

Litigammo quella sera
perché lui aveva più di sessant’anni,
e io ventisette, ed ero agitata e greve
del bambino, il terzo. Atterrita.
Mi rifugiai da don Alberto
e in parrocchia, da lui,
trovai l’archivio. Una bella biblioteca
sistemata in una stanza austera
dove accettai conforto. Poi presi
a bere, come fan tutti dalle mie parti,
e a tornare su per il monte
attraverso la galleria di sassi bianchi.
Me la fecero dimenticare quella stanza
dove scoprii mille segreti. Mi portarono via
e poi l’oscurità mi scese sugli occhi,
piano molto piano, in lunghi anni,
all’ospedale dei mentecatti.
Ancora intravedo qualche parola
attraverso una luce intermittente:
“Non fare agli altri quel che
non vorresti fosse fatto a te”.
Mi sembrava racchiudesse tutto ciò
che c’è da sapere. Ma io non l’ho provato.

***

Seconda mancanza

Ho inseguito lo sconcerto, me lo hanno suggerito,
l’ambiguità, a un certo punto, è diventata
l’unico mezzo per sfuggire la costrizione.
Ma in costrizione sono rimasta fino a diventare blu.

Ho cercato i fili nella cittadella segreta, lo faccio sempre
ma poi il viaggio s’è fatto arduo
– c’è un abitante scomodo nella cittadella,
si chiama invece –

Mi sono fissata sulla visione della montagna dall’alto
non riuscivo a staccarmene.
Stavo sul pianoro di un ghiacciaio
e non potevo vedere dabbasso. Vedevo le altre vette

volevo guardare giù, chiedevo di osservare il precipizio
mi osservavo sentire la vertigine
ondeggiamenti come fossi una canna
diretta solo al vento, un’isola di sabbia.

Avevo sonno anche, come spesso mi accade
ma le oscillazioni si susseguivano.
Fatemi tornare a terra, ho pensato prima, poi ho pensato:
Devo restare ancora un po’. Ma la vertigine, si sa, è incontrollabile.

Mi sono placata pensando al perdono:
si può perdonare al cielo di avere grandinato?
Ondeggiando tra due tendenze opposte
il rosso è rimasto rosso, congelato nel ghiaccio.

Ho dimenticato l’assenza
dispersa nella sua voragine
mancanza di chi poteva esserci e non c’è
…………………………………………….invece.

***

Parlando con Raymond Carver

Quando faccio pulizie
mi capita di colloquiare con qualcuno.
Oggi tocca a te Ray e non è la prima volta.
Vorrei seguirti anche in questo
tu che parli con Joyce
tu che parli con Baudelaire
tu che parli di Shelley
sulle loro tombe, sempre.
Io sto solo aspettando che si asciughi il pavimento.
So che sembrerà retorico
assolutamente banale
dire che tra noi c’è un oceano
e io vorrei attraversarlo.
La tua immagine sul cofanetto dei Meridiani
mi fissa, ha un’aria simpatica, non sembra
di un ex alcolista. Comprendo il problema.
Vorrei parlarti di spazio
oltre quello oceanico che ci divide
oltre quello che c’è tra whisky e vino
oltre quello che c’è tra le mani che aggiungono all’argilla
e il marmo ………………………………………….da scalpello
oltre quello che c’è tra chi ci lascia parole e chi no
…………………ovviamente, spazio.

Un mio amico che si dice piccolo poeta mi ha insegnato:
lo spazio non è sempre uguale a se stesso
dieci centimetri fra due macchine
non sono dieci centimetri in un letto coniugale.
Penso abbia ragione. La coscienza cade sulle cose
che guardiamo diventare assenti
le scalpelliamo per porgerle, che qualcuno legga.
Ciò che non ha significato profondo –
l’esistenza non ha alternative, in fondo non è necessaria –
non trova radici se non nella combinatoria interna
divisa.

***

La guardiana

Torno alla casa che abbiamo ereditato
è grande e disposta su tre piani,
ma ne occorre un altro. Decido di scavare
in basso piuttosto che elevare al cielo.
Sappiamo tutti che quando possediamo un suolo
– ne abbiamo proprietà –
ci appartiene tutto ciò che è sottostante e ciò
che sta di sopra a dismisura fino alle galassie più
……………………………………………………..lontane
fino al centro della terra
– così dice l’ordinamento.
Ai piani alti di questa grande casa
vorrei solo aprire le finestre
a far entrare un po’ di luce
che penetri il mio petto svuotato a dovere
che giri un poco d’aria e di correnti
di sangue anche, se si preferisce.
Che il sangue torni a circolare e a distinguersi
………………tra quello rosso vivo e quello blu
di scorie.

***

Vergonzimi

Vi tradivi e no lu savevi
che jeri nassude pa jemplâ la mancjance
tal cuarp di un altri,
sicu il vin tal tace vuei,
matiere licuide che tint a jessi.
I crodevi che mi dovevi vistî, no disvestî.

Che mi vergogni

Vi tradivo e non lo sapevo
che ero nata per riempire la mancanza
nel corpo di un altro,
come il vino nel bicchiere vuoto,
materia liquida che tende ad essere.
Credevo che mi dovevo vestire, non svestire.

* Vincitrice della sedicesima edizione del Premio Internazionale di Poesia “Renato Giorgi”, promosso dal circolo culturale “Le Voci della Luna” e realizzato con il contributo della Città di Sasso Marconi – Assessorato alla Cultura.

senza alfabeti senza traslochi – poesie di Erminia Daeder

Centomani

Artigli d’indigenza febbrile
sorreggono
una perplessa pratica di me
in residua cartilagine_

e ogni spasmo torna incidente
vuoto il ventre lunare
vuota la riva per sospetto di incuria_

…nel rumore ferroso del mare
a bordo non ho gesto
che sa farsi casa

contorno di tela è la mia sosta

come striscia mimetica minerale
nell’apparenza bianchissima della notte
la pelle spalma semi, vibrisse, regali

dardi e sonagli in centomani
frugano
– usurpo liquori urticanti
brulicano
– profumo disaffezione tonica
calìcano
– diramo primo movimento opale
intorno al sole

ma guasto, il corpo dormiva

gelata, irraggiungibile l’ultima vertebra.

(altro…)

Poco prima della guerra – Stefania Crozzoletti

la casa cedeva piano, l’intonaco si staccava
dai muri, le crepe erano ferite secche

in giardino l’erba cresceva felice e disordinata
i fiori del caso si affacciavano agli steccati
era tutto così verde – e rigoglioso –
facile dire dentro è la morte, fuori è la vita
così poteva sembrare solo all’occhio distratto

ma gli insetti si spostavano incuranti del luogo e sembrava
non fosse importante per loro se le zampette
sbattevano nel sole o sui mobili vestiti di polvere

ci vorrà del tempo prima che crolli, diceva il padre avaro alla figlia
sicuro, morirò prima, poi saranno affari tuoi
lei amava quei muri scrostati, i quadri finti, le vecchie poltrone
al giardino preferiva la casa, stare dentro, dove il respiro era calmo

pensava rimarrò qui per sempre, anche dopo, dopo tutto
dopo cosa?
alitava sui vetri della finestra, con la manica della camicia
alla meglio puliva

fuori in strada la gente passeggiava e parlava
l’aria prometteva sempre qualcosa di buono
ma anche dentro i profumi erano inviti a nozze
il cibo era dolce, servito in abbondanza

ogni tanto la polvere veniva raccolta e messa alla porta
i calcinacci spazzati via, vecchia ma pulita!
ma che ne sarà se non la faremo sistemare

il padre non ne voleva sapere, mi porto i soldi nella tomba!

farò quel che posso, pensava lei, tra un sogno e l’altro,
tra un paradiso in terra ed uno in cielo, improbabili tutti,
mettendo fiori recisi nei vasi
sorridendo ai dolori, alle mosche e ai maschi
che passavano per strada, resisterà, diceva

abitò con l’inverno, gli spifferi a gelare i piedi e il cuore
paziente attese la primavera, e l’estate con l’arrivo di un utile amore
che sistemò i guai peggiori: una specie di miracolo, baci e cemento,
casa-cantiere, è qui dentro, amore, la storia!

arrivarono i figli e se ne andò dio, proprio lui,
quello che parava i colpi,
le ossa gemevano, gli infissi scricchiolavano
un concerto di carcasse, lei insisteva e rivoltava,
aggiustava, buttava il superfluo – fatica sprecata:
tutto tornava uguale a prima,
traboccante materiale conquistatore di spazi

fuori era una festa continua, danze a sangue caldo,
risate e campanelli, coraggio e desiderio, nessuna paura di inciampare

non si capiva bene il motivo di questa gioia,
stava iniziando una guerra, lo sapevano tutti

usciva poco, una volta sola disse
mio dio che non ci sei, guerra o non guerra, stavolta non torno
ma le creature come divinità esigevano il sacrificio
e lei con le sue piccole ali fece ritorno al nido con il becco colmo di cibo
dopotutto non so ballare, ammise, sorridendo alle sue fragili
ossa d’uccello

Stefania Crozzoletti, inedito 2010