Autore: La Redazione

Su Battiato e altri diavoli | Il Demonio avrà Cura di te

Su Battiato e altri diavoli | Il Demonio avrà Cura di te

il pervertimento del Sacro e la “guerra alla Parola”

 

E il giorno della fine non ti servirà l’inglese (F.Battiato, Il Re del mondo)
…ma neanche le canzoni di Battiato

 

Anche la congettura merita, a mio avviso, d’entrare nel novero dei principali generi letterari. La congettura, ch’è sonda potentissima per scrutare le ragioni della letteratura; la congettura ch’è radar supersonico, adattissimo – per sua stessa natura – a gettare la sua luce sulla mistificazione e sulla menzogna; la congettura ch’è piombino lesto e scaltro, ottimo per calarsi negli anfratti del mistero.
Oggi qui, di un mistero in particolare vorrei parlare, pardon, congetturare. E cioè quello che per me è un mistero, e forse – spero – anche per voi lo diventerà: la genesi della poetica del cantautore Franco Battiato.
Partirei parlando di una canzone in particolare: parlare di una per parlare di tutte. Ma se questo articolo avrà successo, non sdegnerò di approfondire la tematica anche analizzando altre canzoni.
La canzone da cui vorrei cominciare la mia iperbolica congettura è La cura.
E, senza girarci troppo intorno, incollo di seguito il testo della canzone e successivamente aggiungerò alcune mie riflessioni.

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io avrò cura di te.

Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
Ti salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.

Adesso lancerei una provocazione. Qual è l’unico essere nella storia del mondo che tutte le religioni hanno descritto come capace di superare «le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non invecchiare», che conosce «le leggi del mondo» e ne fa dono agli uomini? Prometeo, il portatore di luce, Lucifero, Shakti il Distruttore, Dioniso.
Secondo la mia analisi il testo della canzone appare chiaramente come un dialogo fra Il Demonio – o come dir si voglia – e la sua creatura. C’è un’eco lautremoniano in queste dialogo, c’è il segno del male.
Quale Dio, di quale religione, infatti, “proteggerebbe” l’uomo da ogni malinconia, lo farebbe guarire persino dalla morte? Non è forse il libero arbitrio e la mortalità che ci rende umani? Che ci rende creature del Signore?
In ogni religione, l’uomo non ha bisogno di essere liberato da un Deus Ex Machina che venga a salvarlo. L’uomo è già salvo, è già Libero, deve sono ricordarlo: ricongiungersi con l’Origine. Ricordo la famosa storia dello schiavo gladiatore convertito al cristianesimo che, alla proposta di barattare la sua libertà con la vita del suo avversario, risponde: «Io sono già Libero!» e muore ucciso dai leoni. Cosa ci insegna questa storia?  Che non abbiamo bisogno di ulteriori protezioni, di metodi anti-stress, anti-fobie. Non abbiamo bisogno di essere liberati da nessuno, perché siamo già liberi. Noi abbiamo già tutto quello che ci serve, dalla nascita: dobbiamo solo ri-scoprirlo.
Una parte inquietante della canzone è quella in cui la creatura a sua volta si rivolge al Demonio e chiede, vagando per «i campi del Tennessee», «Non hai fiori bianchi per me? Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare», con chiaro riferimento ai riti sciamanici degli indiani d’America (i fiori bianchi, nel Tennessee, potrebbero essere i Sagitta Latifolia, pianta tipica americana. Il nome rimanda a Sagitter, simbolicamente collegato al fuoco, e la sottospecie latifolia ha delle foglie con una strana forma che a qualcuno ha ricordato la posizione ribaltata del corpo di cristo in croce).
Diceva il Buddha che l’ego può sovvertire tutto a suo uso e consumo, persino l’idea del Sacro. Questo è ciò che fa Battiato, giocando su questo sottilissimo confine. I suoi testi sono come unLibro Parallelo” (per dirla con Manganelli) che procede sulla falsa riga degli scritti sacri, ma ne capovolge sottilmente il significato, l’Ordine.
E infatti i temi del postmodernismo e della mistificazione – sulla falsa riga di Manganelli – sono molto cari a Battiato che ha navigato con passione autori come Landolfi, e il più mite Bufalino. Ma ,di questi autori, sembrano interessare a Battiato più gli spiriti luciferini e mistificanti che le risoluzioni letterarie, o le soluzioni stilistiche. Ad esempio mi piace e v’invito a ricordare La palude definitiva di Manganelli.
Attenzione, questo non è un discorso evangelico. È un tentativo di analisi teologica sulle fondamenta che reggono la poetica di Battiato. Poi ognuno è libero di credere o no al Male – o come dir si voglia, e/o a interpretarlo come meglio crede. Ma resta il fatto che, secondo qualunque teologia, le contaminazioni di Battiato non hanno nulla a che vedere con il Bene e la Luce che lui dice di professare. Non c’è il Sacro nella sua poetica, bensì un pervertimento del Sacro (una scrittrice che ha parlato in maniera sublime del pervertimento del Sacro è Simone Weil).
Maurizio Blondet, nel suo criticatissimo e interessantissimo libro Gli Adelphi della dissoluzione, ritrova questo pervertimento anche in una delle più importanti fascinazioni del cantante catanese. Il giornalista ricorda infatti che i «Dunmeh, seguaci di Sabbatai Zevi, dopo la pseudo-conversione all’Islam si sono rifugiati nelle conventicole segrete dei sufi turchi, i Dervisci Danzanti. Sarebbero costoro a conservare i segreti culti della Grande Madre e di Dioniso sotto mentite spoglie». Sul satanismo di Sabbatai Zevi invito i lettori a una ricerca personale, qui infatti non posso dilungarmi. Come tutti sanno Franco Battiato fa parte di una di queste “conventicole” che con il vero messaggio sufi hanno poco a che fare.
Così colgo l’occasione per dipanare un filo rosso Un filo che lega le fascinazioni della poetica di Battiato, attraverso Sabbatai Zevi, al postmodernismo più chic della nostra letteratura. Del postmodernismo sono state dette tante cose. Io qui vorrei invitare a soffermarvi più sull’aspetto della Mistificazione – come scrivevo sopra parlando di Manganelli – in letteratura, dell’incapacità degli scrittori postmoderni di rapportarsi con la Verità in modo equilibrato. Troviamo nel postmodernismo in molti casi un rigetto del concetto stesso di Verità, di Realtà, e un rifugio nella letterarietà.
Ad esemipo scrive Leonardo Sciascia nel Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia:

E poi, diceva il dotto teologo, non che la verità non sia bella: ma a volte fa tanto di quel danno che il tacerla non è colpa ma merito. Consegnando al teologo il foglio delle dimissioni, l’arciprete non più arciprete con tono parodiante, quasi cantando, disse: «Io sono la via; la verità e la vita; ma a volte sono il vicolo cieco, la menzogna e la morte».

C’è di fondo in Sciascia, come in tutti gli altri scrittori che potremmo definire postmoderni, una grande sfiducia nella Parola e nella sua capacità di dire ancora qualcosa, di dire la realtà, di generare Senso e produrre Significato (utilizzando le celebri definizioni di Compagnon).
Ricorda sempre Blondet che Irma Brandeis, la «Clizia» di Eugenio Montale, faceva parte dei seguaci di Jacob Frak emigrati in America. (anche sul Satanismo di Jacok Frank, che si proclamava la reincarnazione di Sabbatai Zevi, non posso qui dilungarmi…). Irma Brandeis fu in strettissimo contatto con Bobi Blazen, grande ispiratore della casa editrice Aldephi (tutti conosciamo i rapporti strettissimi fra Battiato e l’Adelphi, in particolare con Fleur, moglie del presidente Calasso e scrittrice di molti testi per il cantautore catanese).
Dicevo, Eugenio Montale da e in Irma Brandeis – e nelle contaminazioni di «Clizia» – consolidò la sua poetica del Non chiederci la parola, la sua poetica del non chiederci (potremmo sintetizzare), oserei dire: la sua poetica del Pensiero Negativo. Pensiero che ad esempio aveva tanto ha affascinato Walter Benjamin. “Un pensiero della Krisis”, per dirla con Cacciari (anche lui vicinissimo all’Adelphi): prospettive che il dionisiaco presidente Calasso ha totalmente fatto proprie.
Eccovi dipanato (nei limiti delle mie possibilità e dello spazio che sto utilizzando) l’inedito filo rosso che lega la poetica di Battiato (et similia) a un certo pensiero proprio del postmodernismo, al Pensieri Negativo, alle più recenti contaminazioni del Pensiero della Dissoluzione… E trovo avvincente che queste contaminazioni mettano radici soprattutto in diatribe di carattere teologico, o comunque gnostico, o comunque trascendente, o di un “esistenzialismo trascendentale”…
Per capire meglio alcuni topoi cardinali di questo pensiero, ci basterà trarre qualche spunto da una delle radici principali che lo nutre. Non posso qui dilungarmi oltremodo, così mi accontento di gettare solo qualche fascinazione su un aspetto particolarissimo. Ho pensato quindi di parlare solo dell’Adwaita Vedanta. In soldoni, è una delle principali scuole di pensiero della religioni induista, fondata sulla parte finale della letteratura dei Veda, un’antichissima raccolta di testi sacri ai popoli indoiranici che invasero l’India settentrionale nel XX a.C. . Scrive M.Blondet in Gli “Adelphi” della dissoluzione, parlando dell’interpretazione personale che Calasso fa dell’opera di Nietzsche:

L’Adwaita Vedanta affronta il problema dell’imcompletezza dell’uomo […] : a ogni istante l’uomo trova che il suo «io» ha di fronte un «non-io», il mondo che egli non domina, ma anzi subisce. […] Il Vedanta insegna che l’infinito «non-io», il mondo esteriore all’uomo, è Maya, illusione, o – nella versione tantrica del pensiero indù – è Shakti, la manifestazione della «potenza magica» (Maya significa appunto magia) della Dea, di Kali, della Materia prima Universalis. Ma il Vedanta insegna anche la legittima ascesi per riassorbire l’illusione del mondo non già nell’«io» – ché anche l’io è manifestazione della stessa illusione –, ma nel Sé impersonale che è la fonte di tutto, della manifestazione universale e della sua dissoluzione. Identifica l’io con il Sé, l’atman – l’anima individuale – con il Brahman divino, che significa esercitarsi ogni ora a «morire a sé stessi»: a vedere il proprio io come un grumo di passioni, paure e desideri, sete di vivere e di esistere, che va abbandonato.

Il Nietzsche di Calasso intraprende la via inversa, luciferina: «Egli mantiene tutti i termini dell’affrontamento» fra io e non-io […], ma invece del mite svanire dell’io, del «morire a sé stessi», […] cerca di trasportare l’io, con uno sforzo titanico della volontà – mentre l’io stesso di sfalda […] – , nell’abisso del tutto indifferenziato.
Seguendo questa indagine teologica possiamo illuminarci sulla natura dello shivaismo tantrico di stile dionisiaco e, per dirla sulla falsa riga della canzone Sentimiento Nuevo di Battiato, possiamo scoprire che non è «bellissimo perdersi in questo incantesimo». Anzi è proprio questa la via che i mistici di tutte le fedi hanno definito come la via del male.
E lo shivaismo tantrico di stile dionisiaco non è che una sola e minoritaria “interpretazione” del Tantra.
Scrive Herbert Guether che il Tantra è «una delle nozioni più confuse e uno dei maggiori fraintendimenti che la mente occidentale abbia sviluppato». Nel Tantra c’è una concezione tomistica della corrispondenza fra micro e macro cosmo, fino a dire che si può giungere il sacro attraverso la carne. Il Tantra non è quella pratica orgiastica, licenziosa e dissoluta di cui si vorrebbe fare un manifesto per la libertà sessuale, ma tutto l’opposto.

Sebbene in Occidente il Tantra sia pensato come coincidente con i riti sessuali, solo una minoranza di sette vi fa ricorso, e nel tempo per lo più questi riti subirono un processo di trasformazione in simbolismo psicologico. […] Sviluppi successivi del rito enfatizzavano l’importanza della beatitudine e dell’unione divina, che sostituirono le connotazioni più corporee delle forme più antiche.

(da Wikipedia, alla voca Tantra, con relative fonti)

Ovviamente in questa sede non ho potuto che dare brevi e laconiche fascinazioni. Ma, se riponete fiducia nelle mie parole, e seguirete il filo rosso che sto tracciando, forse queste fascinazioni saranno fruttuose e faranno da propulsore per ulteriori ricerche.
È avvenuta come una “guerra alla Parola” nella letteratura del ‘900. Una guerra alla letteratura e alle sue radici. Una scissione improbabile (come ricorda sempre Compagnon) tra la letteratura e il suo principale referente, la Realtà.
Ma Il Verbo è uno strumento potentissimo e, soprattutto, uno strumento di ricostruzione e non di distruzione, una potenza ordinatrice: una lente d’ingrandimento per scoprire grammatiche anche nel caos.
Per scoprire che l’indicibile, lo sconosciuto, il mistero sono solo aspetti non d’un teorema indecifrabile, ma d’una fisiologia impalpabile che i nostri strumenti non riescono a contemplare.
Le Parole non sono i luoghi della negazione, ma della possibilità. Non sono occasioni, ma verità.
In fondo si tornano a dire sempre le stesse eterne cose, e la Parola non smette di esercitare la sua magia e la sua potenza.
Cambiano i termini e i tempi, i Libri e gli orientamenti, i sistemi e le equazioni…
…ma la direttrice resta sempre la stessa e ruota vorticosamente intorno alla medesima immensa domanda: chi siamo?
Non c’è il Sacro nei luoghi di cui ho parlato in questo articolo, e non c’è neanche lo gnosticismo, perché semplicemente non c’è la ricerca della Verità, ma solo l’inno a un solo aspetto della Verità: quello Negativo, a sfavore di quello Positivo. C’è uno stupro della Verità. Non c’è neanche un “emanciparsi dalla religione” (come alcuni vorrebbero vedere) nelle idee di questi pseudognostici ma, anzi, c’è la teorizzazione di una contro-religione. Questo genere di messaggi non servono a nulla e portano solo al suicidio, al dolore o al sacrificio umano (come ricorda U.Eco parlando di Calasso) o, al limite, possono servire ad alimentare una sorta di provincialotto e grossolano anticlericalismo.
E a proposito di grossolano anticlericalismo, non capisco infatti perché se sentiamo parlare di metempsicosi nel Buddismo, o di viaggio dell’anima nel Libro Tibetano dei morti, ci esaltiamo estasiati. Invece, se sentiamo raccontare di Uno che è morto e risorto, storciamo il naso schifati e increduli. Oppure, ammiriamo tanto gli esotismi dei riti sciamanici e delle danze della pioggia e, quando assistiamo a una liturgia del Libro (ebraica, cristiana, islamica…), magicamente i nostri sacerdoti d’Occidente (al di qua di Damasco) diventano tutti «bastardi, ipocriti e pedofili». O ancora, ci esaltiamo quando leggiamo degli esercizi spirituali nello yoga – ancora una volta, viaggi astrali ad esempio – e ridiamo di gusto quando si parla del dono dell’ubiquità di Cristo. C’è qualcosa di strano in questi disordini culturali.
Credo che l’ignoranza totale che il pubblico occidentale ha su questi argomenti permette a questi “Sacerdoti del Nulla” di mistificare a loro piacimento ogni tematica e di reinterpretarla per ragioni personalistiche e, spessissimo e volentieri, politicizzate (come nel caso di Cacciari).
Ciò che tengo a dire in questo articolo è che chi lo scrive non ha abbracciato alcuna fede, perché si riconosce in tutte le fedi e in tutte ritrova il vero spirito che dovrebbe guidare un possibile gnosticismo moderno: la ricerca della Verità.
Infine chi scrive ci tiene a dire che ovviamente non si riconosce in nessuna anti-Verità, anti-Fede, anti-Realtà. Perché è convinto che non esiste un anti, perché non esiste altra Realtà che questa in cui siamo:
stupenda, maledetta, perfetta o perfettibile, misteriosa, finita o infinita (nel paradiso o nell’inferno), incommensurabile o conoscibile, stupefacente, eterna e/o quotidiana, bastarda o amorevole…

…ma Questa.

Uno per il sesso, due per la cicogna / tre per il ruscello, quattro per la fogna / […] Cicacicabum, ho una cicatrice, sembra un tatuaggio. / Sai che cosa dice? Avanti coraggio!

(Jovanotti, Date al Diavolo un bimbo per cena, dall’album Il Quinto mondo)

Riccardo Raimondo

 

IL POTERE DEI GIOCATTOLI | performance fra parole suoni e visioni

marionetta di Ezio Scandurra | fotografia di Rosaria Coco

 

 

artist manager: PULP|Tobia Pennisi | 348_2595129 | tobia14@hotmail.it

 

IL POTERE DEI GIOCATTOLI

 

performance fra parole suoni e visioni


Il Potere dei giocattoli è uno show al limite con la performance estemporanea, che coinvolge artisti di tradizioni diversissime. La declamazione e la recitazione dei versi in forma di narrazione sono accompagnate dalla chitarra solista di Ludovico Pipitò e dalle sculture animate di Ezio Scandurra. Non è spettacolo teatrale e non è improvvisazione, eppure è tutte e due cose insieme: l’arte della Memoria attoriale si fonde con la capacità di creare immaginari estemporanei, in una continua ricerca d’un giusto equilibrio fra geometria e passione. (Riccardo Raimondo)

 

 

Martedì 21 dicembre 2011 | La Lomax, Via Fornai 44 – Catania [ingresso: 5 euro]| ORE 21: IL POTERE DEI GIOCATTOLI | regia e voci narranti a cura di Compagnia GestiColando | immaginari sonori di Ludovico Pipitò | marionette e sculture animate di Ezio Scandurra | versi di Riccardo Raimondo | ORE 22: CONCERTO Map Jazz

 

Mercoledì 29 dicembre 2010 | Oz Jazz Club, Via Picherali, 10 – Siracusa (Palazzo Borgia, P.Duomo [ingresso+aperitivo: 5euro] | ORE 20: IL POTERE DEI GIOCATTOLI | regia e voce narrante di Chiara Breci ( Academie Internationale des Arts du Spectacle) | immaginari sonori di Ludovico Pipitò | marionette e sculture animate di Ezio Scandurra | versi di Riccardo Raimondo

 

Fotografia di scena a cura di Rosaria Coco


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GestiColando (compagnia teatrale) – è una compagnia che da sempre si caratterizza per il suo eclettismo e per la sua capacità di far comunicare forme e arti di tradizioni anche diversissime: il teatro, la danza, il fumetto, la musica, le sculture animate. Sono stati protagonisti di diverse collaborazioni con l’Università di Catania, in particolare per il laboratorio Tradurre per la scena. Hanno messo in scena Très! Fumetti per il teatro di Davide Toffolo (della band Tre allegri ragazzi morti). Tra le loro opere più significative c’è Senza Riposo un allestimento nato dalle pagine di Kafka (Prometeo), Borges (La casa di Asterione) e Buzzati (Il grande ritratto), un’opera a composta da tre diversi momenti che si sostengono reciprocamente, un “opera non-luogo” di individui talvolta visionari, talvolta lucidi, non-luogo nel quale si compie un percorso singolare per ognuno di essi, un percorso di dolore nella conoscenza, di follia o di solitudine e desiderio morboso. Senza quiete, riposo o stasi, bensì marcato da un’ossessiva e continua ricerca. Per dicembre 2010 la compagnia cura la messa in scena de Il Potere dei giocattoli, una raccolta di versi di Riccardo Raimondo.

Chiara Breci (attrice) – giovane attrice della Compagnie “Fracas d’Art”, formatasi all’Academie Internationale des Arts du Spectacle di Parigi diretta dal Maestro Carlo Boso,  si è perfezionata durante tutto il suo percorso nella danza, nel mimo, nel canto e nella scherma: Ha già lavorato con maestri quali: C.Boso, P.Arbeille, V.Pirrotta, J.P.Denizon, D.Zarazik, M.Navone, ed è attualmente in tournée con lo spettacolo “Sogno di una Notte di mezz’estate di W.Shakespeare diretto da Carlo Boso.

 

Ludovico Pipitò (chitarra elettrica ed effetti) – diplomato alla Lizard in Chitarra Elettrica Fusion di III livello, vincitore del Musicultura Festival di Macerata e del Contest Kitsch Club di Catania come membro della band della vocalist Adele Tirante e partecipante a numerosi seminari ed edizioni di Umbria Jazz. Ha accompagnato le letture di grandi poeti contemporanei come Davide Rondoni ed Eduardo Sanguineti.

 

Ezio Scandurra (marionette e sculture animate) – nasce alle pendici dell’Etna all’esalare degli anni settanta dello scorso millennio. Laureato in Scienze della Formazione con una tesi in Estetica e Filosofia del Linguaggio. Nel settembre 2009 espone le sue creazioni presso lo show-room del XXXIV festival di teatro di figure di Cervia. Nel 2009 realizza maschere e oggetti scenici per l’opera teatrale “Gilgamesh, di colui che tutto vide …” di Giovanni Calcagno ed Alessandra Pescetta. Esegue una manipolazione d’ombre per l’opera teatrale “Cassandra” regia di Simona Scuderi. Insieme insieme a Tiziana Musmeci costruisce le maschere sceniche per lo spettacolo teatrale “Diceria dell’untore” tratto dall’omonimo romanzo di Gesualdo Bufalino, con Luigi Lo Cascio e la regia di Vincenzo Pirrotta, prodotto dal Teatro Stabile di Catania. Nell’aprile 2010 conduce un laboratorio di costruzione di marionette presso il Teatro San Lorenzo di Roma e nello stesso mette in scena il suo spettacolo “Nel Regno di Antròpia”.

 

Riccardo Raimondo (poeta, critico) – nasce nel 1987 a Siracusa. Vive, lavora e studia fra Catania e Parigi. Collabora con alcune riviste e webzine nell’ambito della critica d’arte e letteraria, tra cui Tribeart e Poetarum Silva. Ha collaborato a progetti d’arte visiva con la fotografa Jessica Hauf. Ha scritto testi per alcune canzoni tra cui Tre sul rouge con Adriana Spuria. Una selezione in progress di suoi versi è ospitata da Undupalermo.com. Nel 2010 fonda un duo poetico-musicale con il chitarrista Ludovico Pipitò. Il duo si chiama Due. Ha pubblicato nelle antologie: Il Potere dei Coriandoli a cura di Antonino Di Giovanni, Giovanni Caviezel e Chiara Tinnirello, A&B 2009; In Albergo, Perrone Lab 2010; Cose a parole, Perrone Lab 2010; Verba Agrestia, Lietocolle 2010. La sua prima raccolta di versi: Lo sfasciacarrozze, A&B 2009. Il Potere dei giocattoli è la sua seconda raccolta.

 


 

 

marionetta di Ezio Scandurra | fotografia di Rosaria Coco

 

 

 

http://www.riccardoraimondo.net

CriticaLetteraria, il blog | intervista a Laura Ingallinella

 

 CriticaLetteraria, il blog | intervista a Laura Ingallinella



 Ciao Laura, benvenuta su Poetarum Silva.
Ciao Riccardo. Un caro saluto a te e a tutti i lettori.

 Ho seguito il progetto Critica Letteraria per due anni con mio grande interesse e diletto. Vorrei condividerlo anche con i lettori. Riassumici Critica Letteraria in cinque/dieci righe.
CriticaLetteraria è il blog di cui sono amministratrice insieme a Gloria M. Ghioni. Attivo dal 2005, il blog raccoglie intorno a sé scrittori, lettori, bibliofili e specialisti del settore letterario. Il denominatore comune è la passione per la lettura, che amiamo condividere con coloro che, a loro volta, diventano nostri lettori. Durante i nostri sei anni di attività abbiamo recensito più di cinquecento volumi, senza discriminazione d’etichetta: dai best seller agli autori dimenticati; dai grandi della letteratura mondiale agli scrittori emergenti, ai quali abbiamo sempre offerto pareri gratuiti e attenti.

 Siete in continuo aggiornamento, è un lavoro, il vostro, senza sosta. La vostra attenzione spazia dalle copertine più patinate alle pubblicazioni underground. Chi è per voi il Recensore oggi? Come deve approcciarsi alla critica letteraria? Ti do il la con una fascinazione da Critico e testimone (storia militante della poesia italiana 1948-2008) di Daniele Maria Pegorari:

Il critico “partigiano”[…] specie quando aspira a farsi storico e antologista, scambia un principio di poetica per un parametro ermeneutico e storiografico. Il rischio – è evidente – è tanto più alto se il critico è egli stesso un poeta […] Il critico come testimone si compromette con la sua materia vischiosa, attraversa le strade e gli incroci dei suoi autori e non sceglie preventivamente “da che parte stare”: tutt’al più, dopo aver registrato la molteplicità delle voci e delle presenze, procederà a esaltare le proprie facoltà visive, proponendo inquadrature più ampie e comprensive, utili ai fini dell’orientamento dello studioso e del lettore e funzionali a una riflessione valoriale e ideale che riconquisti alla letteratura il terreno della storia collettiva e dell’etica che le compete. (Daniele Maria Pegorari, da Critico e testimone, Moretti&Vitali editore)

Questa domanda offre molteplici spunti di riflessione. Le definizioni di Pegorari sono calzanti, e mi piace vedere all’interno di questa ripartizione un ventaglio più ampio di “ritratti” possibili per il critico-recensore. Amiamo la dialettica e il confronto: consapevoli che il “testimone perfetto” non esiste, leggiamo cercando di tener conto di tutti i fattori in gioco. CriticaLetteraria è, per scelta, un punto d’incontro di molteplici modi di vedere la critica: c’è chi sostiene (e realizza nelle proprie recensioni) un indirizzo di stampo marxista-lukàcsiano; chi apprezza, come me, l’analisi delle funzioni narratologiche e metaforologiche; chi sviluppa il confronto comparatistico, chi ha un’innata attenzione per i problemi di ricezione e per i fenomeni linguistici. L’aspetto peculiare della scrittura in blog è la brevitas divulgativa: in questa, è stimolante vedere come ognuno di noi sia, nell’esercizio della critica, un recensore diverso. Un esempio? Rileggere due recensioni di uno stesso testo scritte da autori diversi: scoprire la vivacità delle differenze non è mai deludente.

 

 Critica Letteraria è un non-luogo della rete che dà un colpo di sciabola all’Italia, per lungo, con partecipazioni da Pavia a Catania. Eppure è anche un spazio reale, quando diventa dossiers sulle serate letterarie, presentazioni editoriali, partecipazioni ai festival. Come vivete il vostro rapporto con la rete? Il rapporto fra il critico e la rete. Impressioni, fascinazioni, pregiudizi:
Devo dire che, con il passare degli anni, i rapporti con la rete e nella rete diventano sempre più fecondo. Dal 2005 sono nate molte realtà – questa ne è un lodevole esempio – animate da spirito affine, con cui è sempre bello interagire. Inoltre, CriticaLetteraria ha una pagina Facebook che conta più di 3000 iscritti, molto seguita, che aggiorniamo quotidianamente per tenere informati i nostri lettori anche attraverso quel canale. CriticaLetteraria, d’altronde, è una creatura nata nella rete come spazio di condivisione, e il world wide web è il suo habitat naturale; ma ci ritagliamo, come hai ben anticipato, uno spazio reale che continua a darci soddisfazioni.

 Una delle cose – a mio parere – più commoventi di Critica Letteraria è l’attenzione che date al mondo della poesia. Cosa, questa, insolita per un blog di critica varia, perché di solito la poesia è relegata alle sue nicchie, alle sue piattaforme specifiche. Critica Letteraria invece non “snobba”, anzi intervista, registra, fotografa performances, bracca, s’immischia e osserva da una piattaforma privilegiata. Che vista c’è da lassù sul mondo della poesia?
Qualcuno potrebbe correggere la domanda con “che vista c’è da laggiù?”, ricollocando la poesia su un piedistallo che ormai risulta essere ampiamente sorpassato. Con la mia consueta tendenza verso gli (ahimè) assoluti, credo che ridefinire le priorità significhi in fondo sottolineare una costante: la poesia, cioè, come grande paradigma del mondo. Il mondo contemporaneo è multiforme, veloce, contraddittorio, è un mondo in cui il grottesco e l’assurdo hanno assunto dimensioni abnormi. I poeti sentono l’urgenza di raccontarlo (nello scrivere se stessi e le proprie percezioni, per rubare una bella espressione a Eliot). Per questo la poesia non dovrebbe essere un fenomeno di nicchia: per questo CriticaLetteraria le tributa le attenzioni che merita. È il critico, sempre, a dover scendere dal suo piedistallo; e ci piace sporcarci le mani con i poeti.

 La dolce, competente e attentissima Gloria Ghioni, co-fondatrice del portale insieme a te, ha parlato di un “equipe” letteraria accomunata dalla passione per la letteratura. A te, Laura, appartiene invece un’altra definizione: quella della passione per la “buona scrittura”. Ma cosa possiamo intendere con “buona scrittura”?
L’origine di questa definizione è, in realtà, uno spunto polemico. Parlare di buona scrittura presuppone che ne esista una “cattiva”. Vorremmo prendere le distanze da quella “scrittura” (che non oso definire letteratura) che si prostituisce interessandosi unicamente al puro fenomeno di costume; o a quelle realtà editoriali che proliferano a spese (in termini economici e non) degli autori. Di certo non siamo dei puristi o dei farisei della pagina stampata: ma è innegabile che non tutti i libri sono animati dallo stesso amore per la parola.

 Giulio Ferroni ha parlato di un’ecologia della letteratura in Il pensiero dominante. Ti piace questa fascinazione? E voi quanto e come siete ecologici?
Riprendo il filo della mia ultima risposta. Sì, è corretto parlare della necessità di una ecologia. Ferroni, con le sue proposte intellettuali, sa pungolare in modo efficiente: e, ovviamente, CriticaLetteraria è a suo modo un centro di smistamento, perché scegliere di recensire un testo equivale ad estrarlo dal magma dell’editoria contemporanea e offrigli attenzione e risalto. Possiamo considerarci un anello dell’ingranaggio, che cerca di operare con metodo e onestà: tuttavia, l’ultima parola (e lo sappiamo bene) l’avranno i blasonati “posteri”, oggi più che duemila anni fa. Stampare molto vuol dire dimenticare molto e presto: l’ecologia che operiamo su CriticaLetteraria consiste proprio nel divulgare, invitare alla lettura, a scoprire e riscoprire.

 Grazie della tua attenzione. E i migliori auguri da me e da Poetarum Silva.
Grazie a te e a Poetarum Silva per aver riservato a CriticaLetteraria questo spazio!

 

 

* * * 

 

Laura Ingallinella – Classe 1989, città natale: Augusta. Laureata in Lettere con una la tesi su “Amors de terra lonhdana. Letture critiche e poetiche dell’amor de lonh di Jaufre Rudel”. Prosegue i suoi studi in Filologia Moderna. È allieva della Scuola Superiore di Catania, istituto di eccellenza per la formazione universitaria.
Aspirante filologa e medievalista (ma non solo), è un’instancabile lettrice, traduttrice e scrittrice di versi, storie e voli pindarici. Si definisce, come Primo Levi, un centauro, sensibilità ibrida tra scienza e letteratura. Le divinità del suo Olimpo: Wisława Szymborska, Sylvia Plath, Cesare Pavese poeta e mitografo. Ama anche Italo Calvino, Gesualdo Bufalino e chiunque sappia fare metaletteratura con arguzia e sentimento. Tenace ricercatrice di simboli, amante di miti materni e selvaggi, da sempre e per sempre immersa in un percorso di (im)purificazione, umilissimo obiettivo: trasformare il vile metallo in oro, la poesia in mondo – e viceversa.

Gloria Ghioni – è nata il 16 settembre 1985 a Pavia. Fin da bambina ha scritto poesie, racconti e romanzi. Il suo racconto E piombo tutto il resto si è classificato secondo al Premio Custodero nel novembre 2009.
Laureata in Lettere a Pavia con una tesi sull’ Approccio filologico e critico all’Età breve di Corrado Alvaro, classificatasi al Premio Corrado Alvaro, VIII edizione, sezione “Tesi di laurea”. Recentemente ha terminato il percorso con una tesi specialistica critico-letteraria sempre su Corrado Alvaro (Per Corrado Alvaro: sul romanzo di formazione. Analisi di genere, ricognizioni tematiche e strutturali tra l’Età breve, Domani e altri testi).
Si occupa di critica letteraria ed è promotrice culturale nel territorio pavese.



Chaperoni molecolari e angeli custodi | Clara Raimondo

Chaperoni molecolari e angeli custodi

In un tempo in cui si parla di favoritismi e raccomandazioni, questa mia presentazione appare quantomeno dalla parte del torto. Ma presentandovi questo scritto di mia sorella, Clara Raimondo, mi prendo tutte le responsabilità del caso. Essì, perché in questo caso non sono io che la raccomando. Piuttosto è la bellezza e l’agilità di questo testo che raccomanda alla mia penna di scrivere meno e meglio. Sono io che ho l’onore di presentarlo, non lui – il testo – che si avvale della mia critica.
Clara è una studentessa di Farmacia all’Università di Pavia.  Tra le sue passioni di sempre la fotografia e la letteratura.
Con la sua verve prettamente narrativa, in questo testo descrive con leggerezza di scoiattolo delle parole le più profonde fisiologie dell’anima. «Così in cielo come in terra» la ricerca della sua poetica si proietta sui più alti sistemi della Metafisica e si cala – con il microscopio della Parola – all’interno delle più invisibili e microscopiche molecole del nostro essere: chaperoni molecolari e angeli custodi. Il testo parla da sé, ed io sono davvero impressionato da ciò che dice. Raccomandarlo a qualcuno di voi, amici melting poets, sarebbe stato scortese e ambiguo, sarebbe stata una vera “raccomandazione”. Questa invece non lo è. Questa è una presentazione, una conversazione fraterna. Così lo presento io, e mi prendo ogni responsabilità su eventuali critiche, giudizi e pregiudizi. La citazione in capotesto è una mia scelta. Buona lettura

 

(altro…)

L’assalto inquieto | Teodoro Potenza

 

L'assalto inquieto, di Teodoro Potenza, Sentieri Meridiani Edizioni 2010, testi a cura di Daniele Maria Pegorari (collana: Le Diomedee)

L'assalto inquieto, di Teodoro Potenza, Sentieri Meridiani Edizioni 2010, testi a cura di Daniele Maria Pegorari (collana: Le Diomedee)

 L’assalto inquieto | Teodoro Potenza

Sentieri Meridiani 2010
collana Le Diomedee
testi scelti da Daniele Maria Pegorari

Quella di Teodoro Potenza è «la poesia dell’uomo che si spoglia di tutto, solo di fronte a Dio, e cerca di giungere alla Verità» (Daniele Maria Pegorari) e in questa ricerca sembra vano ogni sostegno terreno e «inebrio mi assido / su una roccia sbriciolata / […] È così che nasce il sogno di una volta / il sogno di sempre».
In una ricerca sofferta, addolorata da una fede che svuota, sulla via d’un cristianesimo che barcolla, la poetica di Potenza anche barcolla. Inciampa  e cade dalle più alte sfere della metafisica ai più bassi incidenti quotidiani. E sembra propria questo il motore propulsore della sua poesia, questo inciampare: questa incapacità di trovare La Soluzione Finale, la sintesi perfetta fra Idea e Fenomeno, la realizzazione del proprio essere.
Nonostante la Parola si sia già fatta carne, e poi luce, e poi immensa potenza, la Parola di Potenza è impotente di fronte al reale, è stanca, inquieta. L’attesa della Realizzazione non nutre lo spirito del corpo e dell’opera, ma «mi magra, mi spasima, mi cancrena le ossa / e mi trista la stasi» (da Nella tua attesa…).
C’è un’eco di tutti i temi del postmoderno, che pesano, che sono montaliani nelle figure d’insolita asprezza e furore, nei verbi forzati al transitivo. Eco d’un dissidio: l’incapacità di affrontare la vita fuori dalla poesia se non con un assalto inquieto, l’impossibilità di proferire una vera Parola, che sia più potente, più viva della vita. Il rifugio dell’uomo nella letterarietà.
I poeta di fa «povero scemo / che alla vita rinuncia / per imprimere scarne parole / su un pallido foglio» (da Con le lacrime agli occhi…)

 Parola uguale silenzio

 Questa vita che trema nell’amore
non è degna di parole che siano
al suo grado di bisogno e di fame.

Dico che poetare sia di poco grado,
anche se talora le parole sono musiche.
Dico che sia maggiore il vivere.

Alcuni poeti si volgono spesso,
sulla linea di assenza e di carte sudate,
ma la vita ha fame d’amore,
non ha bisogno di parole.

Vive di silenzi, come tra gli amanti,
uno sguardo dice tutto e perdura.
L’amore ha fame d’amore e non di parole.

Potenza è un killer della parole. Le sciupa, le ripete, le confonde, le mischia, le spacca con le lame affilate dell’assassino.

 Notte di festa

È in notti come queste
che crescono killer
all’ombra della gioia.
Non adorano le feste i nemici della pace:
figgono punti su un foglio,
strategie per dare un senso
a questa vita mancante.

 La vita è altrove – scriverebbe Milan Kundera. La vita  «nel mio mattino / in un pugno di labbra / la vita s’addimena» (da Fuoco che abbatte le strade…).
La vita è arida, ostile, fa paura al poeta che non riesce a contenerla – quindi a raccontarla. Al massimo si limita a dirla: è una vita dicibile con «una voce stanca / un inchiostro tenue».
Una vita verso la quale non si può (non resta) che tentare un assalto inquieto e pauroso. Ma l’assalitore della vita poi è anche l’assalito: «sussulto che m’assali / e che mi forzi a vegliare, / a girare le strade la notte / in un piccolo sobborgo, / un puntino nel mondo» (da Dialoghi al Padre).

 Vita mi sei arida

 Riemerge la grànula imago:
vita mi sei arida
come questa spoglia terra.
Vita mi sei arida
come questa secchia vuota,
che giù dal pozzo riempie
la sua capienza d’acqua:
una bocca che ride.

Però l’Apollo di Potenza non è l’Apollo di Kundera, e non muore miseramente, non si assesta in una stasi che lo consuma. Anche se «sono solo ossa messe insieme, / scheletro di vita senza forze, / l’unica realtà a cui potrei appartenere / questa scrivania da cui scrivo» (da A mo’ di autoprefazione), ritorna sempre prima o poi l’animo Poetante a mettere la Parola – questa magia che, discesa, svela le geometrie nascoste, l’ordine e la passione, l’amore a la concretezza, l’Amore e la Volontà, allo stesso tempo. Ed ecco che «rapido accorre un genio / e torna in me il sereno, ma non già dal cielo cristallino» (da Nella tua attesa…).

 Non ho mai accesa
così questa vita,
così stretto al mio niente,
che è pure qualcosa,
quando anche il niente
se ne va via di casa.

Ritorna il poeta alla vita della luce, a dare una significazione nuova alle cose, una nuova penetrazione decifratoria. La poesia di Potenza è un albero arso che si staglia a un orizzonte inquieto. Un albero che tende al cielo, a cui «non resta che ritornare nel sole»  (da Toccando il fuoco…).

illustrazioni a L’assalto Inquieto (Sentieri Meridiani 2010) a cura di Nicola Cardone

Teodoro Potenza è nato a San Marco in Lamis (Foggia) nel 1989 e vive a Foggia, dove ha seguito studi tecnici. L’incontro con l’insegnante di Letteratura sarà determinante per il suo futuro: farà nascere in lui la passione per gli studi umanistici, coltivata con instancabili letture. Frequenta attualmente la facoltà di Lettere e Filosofia di Foggia.

 

Critico e testimone | Daniele Maria Pegorari

 

Critico e testimone, Daniele Maria Pegorari, Moretti&Vitali 2009

 

 

Critico e testimone
(storia militante della poesia italiana 1948-2008)
di
Daniele Maria Pegorari
Moretti&Vitali Editori 2009


Il lettore mi riconoscerà che è arduo il tentativo di recensire un storia della poesia in forma di manuale: si rischia di cadere nella noia dell’elenco, nella descrizione certosina, in una pomposa apologia critica, nell’interpretazione faziosa.
Ma, scrivendo su Critico e testimone (storia militante della poesia italiana 1948-2008) di Daniele Maria Pegorari, io questo rischio sono disposto a correrlo, fiducioso – come sono – che la natura stessa di quest’opera mi guida verso un’analisi obbiettiva, imparziale. Il libro in questione infatti percorre la strada di una critica come testimonianza, e non come interpretazione.
Leggiamo nell’introduzione dell’autore:

Il critico “partigiano”[…] specie quando aspira a farsi storico e antologista, scambia un principio di poetica per un parametro ermeneutico e storiografico. Il rischio – è evidente – è tanto più alto se il critico è egli stesso un poeta […]
Il critico come testimone si compromette con la sua materia vischiosa, attraversa le strade e gli incroci dei suoi autori e non sceglie preventivamente “da che parte stare”: tutt’al più, dopo aver registrato la molteplicità delle voci e delle presenze, procederà a esaltare le proprie facoltà visive, proponendo inquadrature più ampie e comprensive, utili ai fini dell’orientamento dello studioso e del lettore e funzionali a una riflessione valoriale e ideale che riconquisti alla letteratura il terreno della storia collettiva e dell’etica che le compete. Per questa via, semmai è pure possibile trovare alcuni – pochi – denominatori comuni a tutta la ricerca poetica contemporanea che mi pare di poter individuare nelle tre nozioni di statuto fonico, referenzialità e invenzione linguistica.

 

Un’ecologia della critica dunque – mi piace dire. Pegorari rimarca la necessità di una visione della letteratura «secondo una finalità esplicativa, rappresentativa e di adesione al vero».
L’autore, quindi, si adopera nell’affrontare e ricostruire la
visione, la testimonianza della storia poetica italiana dal 1948 al 2008, documentando con passione le «radici della post-modernità» e la loro influenza sulla poesia contemporanea.
Ci restituisce così l’immagine di un Novecento
vischioso e discontinuo che

 

[…] fa rimbalzare da una generazione all’altra estetiche del silenzio, parole-verso, pre- e post-grammaticalità […], prosaicizzazioni, orfismi, magmi mass-mediali e pubblicitari, citazionismi, astrattismi concettuali e materici, purismi e sincretismi

 

con una verve più narrativa che manualistica, che rende questo testo un’avvincente avventura nella poesia del secondo Novecento.Un’avventura della poesia Dopo la poesia (R.Galaverni), delle conquiste della lirica Dopo la lirica (E.Testa).
Mi piacerebbe elencare cinque recensioni: una per ogni capitolo del volume, ma la sua mole non me lo permette in questa sede.
Tuttavia, prendendo in prestito un link dal sito della rivista
Anterem, v’invito a vedere l’indice a questo indirizzo.
L’explicit è anche un limen temporale alla storia poetica: Aprile 2008.
Una roccaforte bastionata di frontiera pronta ad affrontare una nuova avanguardia, una nuova storiografia, una nuova critica – pronta ad affrontare e a lasciarsi affrontare.
L’explicit è un vallo d’Adriano che non poteva che esserà
al di là della stessa critica letteraria e delle sue ragioni, delle sue geometrie.
Sono due poesie:
Si dice di Lino Angiuli e Il sogno del maestro di Gianni D’Elia.

 


Si dice di Lino Angiuli


che dall’uno sbuca il due poi il tre e così via
in cerca di qualcosa che somigli a una curva
fino a quando puntini puntini fino a quando
si cade nel mal/destramente dal cavallo perdente
inciampato in qualche dente storto della storia

e ti tocca da capo il gioco del lotto prima
di essere giunto ad adocchiare il tale punto
verso il quale ti spingeva il desiderio forte
di cambiare la scenamadre del déjà vu
mettendo a posto qualche vocale consonante


pertanto nel day after ti tocca scancellare
le iniziali antenate del futuro semplice
dagli almanacchi dei sondaggi di turno
calare il piede nello zero centrale dell’alba
come si fa col mare ad ogni prima volta

e pensare che il bello ha da avvenire ancora
specialmente se piovono notizie a dirotto
dietro la finestra del televisore onnipotente
specialmente se la grandine che non aspettavi
ti ha già dato appuntamento nella pancia


lì dove è rimasto lo spazio giusto perché
sbuchi dal fondale un’altra specie di gioco.

 


Il sogno del maestro di Gianni D’Elia

Mentre andavamo, apparve il sogno un astro
sopra il muretto di un gentile brolo,
faccione rosso e crine bianco, il Mastro:

«Ma vivere in Italia si può solo
avendo coscienza del disastro,
come quando già si schiantò sul suolo

l’areo di Mattei, che voller guasto.
Finì l’autonomia del nero oro,
prima che cominciasse per la nostra

politica, un periodo di decoro,
visione mediterranea e proposta.
Schiacciato Pasolini e ucciso Moro,

le tre tappe della Loggia Nascosta,
Dipendenza, Omertà, Gran Concistoro,
raggiunsero il governo ed ogni posta.

Di questa storia militante loro
non c’è traccia nella nostra risposta,
il testo a fronte del fango, il bell’oro

dell’arte luccica, ma solo in mostra.
Silenzio nostro al gran silenzio loro,
per ogni delitto, un’opera opposta!»

La crisi, dentro noi, faceva il coro.

 


Daniele Maria Pegorari (1970) divide da quindici anni il suo impegno scientifico e didattico fra la Letteratura italiana contemporanea e la Filologia dantesca nelle lauree specialistiche delle Facoltà di Lettere e Filosofia di Bari e di Foggia. Cofondatore nel 2000 di «incroci» e curatore scientifico di una sezione dell’annuario internazionale «Dante», dirige collane di ricerche e testi (“Officina” di Stilo; “Le ciliegie” di Palomar; “Le Diomedee” di Sentieri Meridiani), collabora con numerose riviste accademiche e militanti ed è consulente di alcune case editrici nazionali. Ha pubblicato fra l’altro: Dall’«acqua di polvere» alla «grigia rosa». L’itinerario del dicibile in Mario Luzi (1994), Vocabolario dantesco della lirica italiana del Novecento (2000), Metrici dei giorni. Poesie per un anno (2000), Mario Luzi da Ebc a Constant (2002), Contesti della “Commedia” (con F. Tateo, 2004), Non disertando la lotta. Versi e prose civili di Mario Luzi con l’omaggio di 41 poeti (2006), Dal basso verso l’alto. Studi sull’opera di Lino Angiuli (2006), Puglia in versi (2009), oltre ad alcuni saggi su Dante e sul dantismo di Gozzano, Montale, Pasolini e Luzi. Nel 2001 e nel 2007 ha curato due numeri speciali di «incroci» dedicati rispettivamente a Innocenza e neodialettalità e a un Confronto sulla critica. Dal 2002 è membro della giuria del premio nazionale di poesia “Lorenzo Montano” e dal 2005 presiede il premio di narrativa “Vico del Gargano”.

I costruttori di vulcani | Carlo Bordini

 

I costruttori di vulcani | Carlo Bordini

Carlo Bordini, I costruttori di vulcani (Tutte le poesie 1975-2010), a cura di Francesco Pontorno, 496 pagine Prezzo € 20,00

 

I costruttori di vulcani | Carlo Bordini
(Tutte le poesie 1975-2010)
Luca Sossella Editore 2010
a cura di Francesco Pontorno

Questo è un libro «cresciuto, stratificato, ingrossato con redazioni e versioni differenti, titoli che si ripetono, titoli di sezione che sono anche titoli di poesie», è «l’oggetto più emblematico del percorso poetico di Bordini; l’uso di tutte le proprie poesie come se non fossero proprie o come se fossero nuove – per esempio, spostandole […] da una sezione all’altra» (dalla prefazione di F.Pontorno). E Bordini così si pronuncia sulla quarta di copertina: «Per cominciare non ho rispettato l’ordine cronologico. Ho cercato di creare una struttura musicale, e con questo criterio ho montato il libro. Ma c’è qualcosa di più; ho cercato di dare forma a un libro nuovo, indipendentemente dal fatto che esso sia formato dalle poesie che ho scritto nella mia vita».
I costruttori di vulcani
appare quindi come una ricostruzione autobiografica dell’opera omnia del poeta, come il tentativo di ricreare una stratificazione della memoria.
Ma non è quel genere di rimaneggiamento che fu di Umberto Saba, è piuttosto un tentativo sincero di ricostruire i moti della memoria, con le sue sovrapposizioni, capovolgimenti, innesti, con il suo magma informe – ma formato da forme costanti. Un tentativo di registrare le sue misteriose forze telluriche.
L’io del poeta non è preponderante nella poetica di Bordini, tanto piuttosto lo sono quelle forze invisibili che agiscono, strisciando: sono i démoni della terra.
Non sbagliamo seguendo il consiglio di F.Pontorno, che ricerca le cause prime della poetica di Bordini nei dati biografici. Il curatore del volume cita una memoria del poeta:

Era come se mi sentissi un intruso. Era come se non sapessi esattamente dove dovevo stare e cosa doveva fare. Da bambino ero quasi catatonico. Era come se sentissi il bisogno di scusarmi per il fatto di esistere. […] Conosco uno scrittore abbastanza noto che non cammina, striscia; io strisciavo. Dopo imparai a ribellarmi strisciando.

Un’io che striscia, insicuro. Un’identità sociale “debole”. Un “macchiavellismo fragile” di cui Bordini parlerà in Manuale di autodistruzione. Un’adolescenziale volontà di annullarsi che diventa poi il fuoco della rivolta:

Suicidio (da Sasso)

Nulla di ciò che è vivo mi interesserà
Sarà come non essere mai nato
Che è il mio sogno di sempre
Non ricorderò nulla.
Non ricorderò nemmeno di essere morto
Non saprò mai di essere stato vivo
E non saprò
Si averti amata
Gli altri si meraviglieranno
Si chiederanno perché.
Non capiranno.
Se sarò bravo
non mi accorgerò nemmeno del passaggio
Non ricorderò nemmeno di aver scritto questa poesia.

 

Forse è una sofferta morte dell’io, un morire a sé stessi (ma con qualche insicurezza, qualche remora) che rende il poeta «spietato, ironico cronista del vero». Ma è anche, addirittura, la poesia che muore a sé stessa, e morendo rivela la sua vera vita.
Forse rispondendo a Giorgio Manganelli (una sua cara lettura giovanile) – che si interrogava sul «perché scrivo?» e rispondeva «perché da piccolo non sapevo allacciarmi le scarpe» –, Bordini dice «io non scrivo, io sono scritto». La poesia scrive il poeta.
C’è in Bordini un grande Senso che manca a tanti poeti della sua generazione, spesso impregnati di ideologismo o nella ricerca di aride sottigliezze stilistiche, di autoreferenziali giocolerie del ricordo.
C’è in Bordini un vivere puramente la poesia, anzi – pardon! –  un lasciarsi vivere da essa.
Mauro Fabi scrive su Pericolo di un linguaggio «stupefacente che Bordini ha creato e che non ha riscontri nel panorama poetico italiano, un linguaggio piano, asciutto, pulitissimo».
Già Olivier Favier – che è anche traduttore di Bordini in francese – ha parlato di semplicità e oscenità nella poesia di Bordini, trovando interessanti legami con T.S.Eliot. Qui vorrei riuscire a mostrarvi un poeta «sgradevole, come solo la grande poesia sa esserlo» (T.S. Eliot parlando dei versi giovanili di W.Blake).
C’è in lui un’ ingenuo artigianato del verso, lì dove l’ingenuità è la virtù più grande che possiamo attribuire a un poeta; lì dove l’ingenuità è quella caratteristica che permette al bimbo di cogliere in flagrante l’oggetto, in tutta la sua pienezza e vitalità.
Così lo sguardo del bimbo scruta la vita in tutte le sue forme, con acuto ma misurato senso del gioco, con velocissima capacità sintetica e dialogica, con «irresistibile vocazione alla polifonia», dove persino le maiuscole e le minuscole – private del loro senso grammaticale – assumono valore semantico e tonale: sono gli alti e i bassi (F.Pontorno).

Spiegazione di me stesso (da Effimere)

Certo
mio padre
cercò
di fare di me un uomo
vale a dire
uno
capace di disprezzare gli altri
sei un poeta! – (mi diceva) …

io però
non sono mai diventato un uomo
e quindi sogno
quanto segue:
verrà
l’età della donna e del bambino
l’umanità femminile-infantile

questo non è il sogno di un poeta
state sicuri

 

D’altro canto c’è anche qualcosa che spaventa, che inquieta il poeta, in questa tenerezza infantile. L’ingenuità non è sempre virtuosa. L’osceno e la semplicità – come ha scritto O.Favier.



C’è qualcosa di osceno
(da Città)

Noi che
siamo tutti rannicchiati nei nostri sogni
sappiamo che
C’è qualcosa di osceno nei sogni altrui
C’è qualcosa di osceno
che consiste nel fatto che i sogni altrui sono / assurdamente / e spaventosamente

uguali ai nostri
e svelano la vergogna
dei nostri sogni privati
[…]

 

oppure:

(da Mangiare)

odiamo i topi
perché sono
i nostri fratelli

 

Se di ecologia della letteratura si può parlare (per citare Giulio Ferroni in La passione dominante), mi piace scrivere di Bordini come di un’ecologia del verso, come d’un cercatore di verità in rotta verso un’ecologia del verso.
«Bordini impiega per i suoi testi materiale estraneo, scorie e altra scrittura apparentemente insignificante. Collage, innesto, inserto» (F.Pontorno): in questo ritrovo un tentativo di sintesi, di semplificazione, anche emozionale. Gli strumenti di questo tentativo sono le reti per il il colino della coscienza; sono la lentezza e la pigrizia.
Una lentezza contrapposta a una Città fatta di gesti sbagliati, abitudinari, goffi, maldestri, fatta di tic un po’ ridicoli, una pigrizia di chi è troppo solitario, / troppo introverso / troppo poco pratico / troppo poco sociale (da I gesti).
C’è nei collages di Bordini un desiderio di pulizia, una paura dei rumori.

 

(da Mangiare)

Mangiare troppo rende brutti e
grassi
ma c’è qualcosa di peggio
mangiare troppo rende laidi
perché
si imitano i topi e chi mangia troppo
è come un gigantesco
roditore
che consuma inopinatamente e senza
ragione
come un vigliacco
le risorse della terra
e la vita
altrui.
Consuma
cereali,
erbe
e per ultimo consuma inopinatamente
e senza ragione
le carni, gli altri, animali,
come un gigantesco sozzo roditore
e
questo
siamo noi
uomini dell’Occidente
grassi e ingrassati a
ingrassare, rodi-
tori enormi che
troppo mangiano
che tutto
mangiano
e condannano tutto il resto
della vita a
finire
nei loro stoma-
ci

Per ogni frazione | Davide Castiglione

 

Per ogni frazione (Campanotto editore), Davide Castiglione

Per ogni frazione di Davide Castiglione

 

postfazione di Luca Stefanelli

 

Al di qua del bene e del male, Di qua dallo slancio è la prima sezione di Per ogni frazione (Campanotto Editore 2010), il primo lavoro poetico di Davide Castiglione. La prima poesia merita l’incipit di questa mia recensione:

¿Chi, arrivato da aperture e retrovie
in mancanza perché intero, fatto suo
il lavorio della carezza
e dell’incidere – del rivolo –
forzerà il buio
e i cinque giri di chiave a precederlo
per un conoscersi senza giri
senza scorciatoie – chi
a fare, a non aspettare,
a sconfortare l’attesa?


Sbaglieremmo dicendo che quella di Davide è una poesia mentale.
Già da questi primi versi possiamo scrutare un sentimento di umanità reale, fisico, che indaga il lavorio della carezza, che ingrandisce al microscopio ogni moto dell’animo, scoprendone le geometrie.
Un carezza, quella di Davide che dialoga con le parole di J.Cortàzar che aprono la raccolta: nello slancio verso l’Altro «alla mano tesa doveva corrispondere un’altra mano da fuori, dall’altro».
C’è il tentativo di partire dalla circospezione delle emozioni – del più intimo microcosmo – per arrivare a uno slancio: una tensione metafisica dai luoghi reali e umorali dei sentimenti ai non-luoghi delle geometrie e delle geografie, dove tutto si corrisponde. Micro e macro in una danza:

Che questa geografia rimanga uguale ripresa dall’alto,
moltiplicata al più: questo ho sperato per reggere il pensiero
questo ho sperato soppresso dal pensiero.

 

Ci sono luoghi, ci sono centri dove la calce esige i corpi (da Centri), dove ha un senso netto anche il giro, tanto da accorrere / a nessun pro i ricordi; vanta un riproporsi di eventi / (ed edifici) come da anniversario ravvicinato (da Sensi della piazza, IV).
E ci sono non-luoghi dove per ogni frazione, nell’esserci / con forza e senza l’espediente / di dire noi, in due / disanimare la dipendenza dal due (da Archeologie).
C’è anche come una cristiana coincidenza tra lo slancio metafisico e lo slancio verso l’altro, e da questa unione nasce il meccanismo propulsore di tutta la poetica.
A sfavore della musicalità, un po’ disorganica e poco disinvolta, ci guadagna l’intuito del grande orologiaio che fissa il suo occhio attento sugli ordigni del senso.
La ricerca di Davide è tutta tesa a scardinare il rivolo, forzare il buio, superare le scorciatoie che ci allontanano dall’Altro. E così lo stile attraverso rime imperfette e interne, consonanze e assonanze, escogita un’armonia invisibile. La costruzione del verso che cerca il ritmo del carillon e, come una meridiana, vuole essere esatta e universale.
Davide cerca (e in parte a mio parere riesce benissimo) di svelare le maschere che rendono la vita fissa fissa ibernata im- / pedita (da Centri). Oppure trova nelle scene di vita ordinaria il male che inibisce le emozioni, che agisce al di qua dallo slancio:

 

Sensi della piazza, II

Ridono puntualmente le facce accanto agli scooter,
gergo-gel-giubbotti (a imbottirsi ci si sente)
se le danno per uno sguardo di troppo e pace.
Certi immutabili in uno scontento (da poco? da molto?)
guardati per sbaglio, per distrazione qualche secondo,
fanno il corso, il loro corso, imbucano bar o banche.
Le cose mute in sincronia, il lineare della superficie
sono anche per chi passa defilato: è corpo in transito
al rosso di un semaforo, il suo rovello di mesi o anni
ornamento di un viso, la lastra prima dei suoi geroglifici.

Davide Castiglione è nato ad Alessandria il 19/11/1985. Si laurea in Lingue con una tesi su V.Sereni traduttore di W.C.Williams. Si interessa di di poesia, traduzione, critica letteraria e letterature comparate.
Per ogni frazione
è la sua prima raccolta.

Bestie e dintorni | Amos Mattio

 

 

Bestie e dintorni, di Amos Mattio (Lietocolle), prefazione di Maurizio Cucchi

 

Bestie e dintorni di Amos Mattio

prefazione di Maurizio Cucchi


«Lo sguardo del poeta si fissa su realtà in apparenza di anche minima portata, ruba verità nel poco o nell’insignificante» – così Maurizio Cucchi nella prefazione a Bestie e dintorni (Lietocolle, 2004) di Amos Mattio, ne descrive il meccanismo poetico.
In questa sua prima raccolta poetica, Amos si muove tra insignificanti «dettagli, [ma] rivelatori di senso». Sono le energie sottili, quelle che evoca a servizio dei suoi versi, sono invisibili démoni dell’aria.
Il poeta/alchimista modula con attenzione ogni elemento del sistema: «Ti sei mai chiesto perché si va a capo?» – dice in un’intervista. Misura meticoloso le anafore, le assonanze e le rime interne: sono mille / giorni e ancora lento / scivola il riflesso sotto mille / coltri pesanti – e un pianto (da Scende una voce…).
Piega la notte in tante / lenti soffuse di vermiglio
(da Lenti di vermiglio), lenti che aprono al soggetto il funzionamento degli ingranaggi nascosti della grande giostra della vita. Ne risulta uno sguardo aereo, meditativo che attraversa l’esperienza quotidiana. C’è una sorta di “trascendenza per scivolamento” che si realizza avendo sommato sensazione dopo sensazione:


La giostra

Lento e volentieri, scivolare
giù dal sorriso, silenzioso
dimenticato e allegramente
correre in fuga. Il tempo
è in preda al gioco, fermo
sul seggiolino: gli occhi
sbarrati e stanchi, indefiniti
che girano per nulla e un punto
uguale da ogni lato. Ritornare
e piangere nel buio, vergognoso
e intirizzito, nella notte
che insegue il giorno e scivolare.

Una dimensione metafisica, quella di Amos, però non del tutto compiuta e composta. C’è di fondo un’inquietudine montaliana che lo lega alla terra, un’inquietudine di quella che si aggira solo in certi ricordi brevi e sparsi / che sfocano nel gorgo (da Franti precipitano il giorno…). Ma c’è anche una grande forza invisibile che riecheggia sottilissima, forzando con le mani intrise il gorgo (da Campi notturni), una volontà di superare la notte, di attizzare il fuoco della poesia.
Il non-luogo della sua poesia è nei dintorni dove un canto / sale le gocce e i rintocchi / notturni dei ricordi – batte l’ora / trepida del sogno (da Scende una voce…).
I doni del sogno sono visioni allo Specchio, immagini sintetiche e veloci, intime e surreali: sono le sue Bestie.
M.Cucchi in prefazione ricorda le Bestie di Federigo Tozzi.
Mi piace ricordare qui il “finto realista” Tozzi, di cui De Benedetti sottolineerà le forti corrispondenza col surrealissimo Kafka. È una poetica, questa e quella di Amos, che si aggira tra due poli, realtà quotidiana e simbolo onirico e archetipale, verità e sogno analogico.
È un’ antenna metafisica che riceve e rielabora le immagini del mondo, e il mondo per immagini sintetiche, ermetiche, solo apparentemente ed esclusivamente intime; immagini che si aprono a simboli di una «generale frustrazione umana» (De Benedetti).

Il cane lupo

Un pelo grigio lupo e un canto
addosso alla folla, li sostiene
il suono di una fisarmonica,
logoro di anni, note
gettate dall’altro nel cappello
insieme alle monete. Grida
il vecchio cane e gli brillano gli occhi,
e ridono di scherno nel ricordo
di una bottiglia buona, di una vita,
di un altro teatro… la gente
sorride e procede: la vetrina
copre i rumori. Il cane abbaia
qualcosa a una signora, ubriacato
di musica, e non sente il freddo – sembra –
ma guarda le facce, i capelli,
i baffi e il disappunto. Canta
in mezzo alla platea prima del buio
quello che vede e suona
per non guardarsi. Ieri sera
dalla vetrina un cane ha fatto un lago.

 

Amos Mattio è nato a Cuneo il 4 luglio 1974, vive a Milano, dove scrive e lavora nell’ambito della consulenza editoriale e della comunicazione. Suoi versi sono apparsi anche nell’antologia “Nuovissima poesia italiana” (Mondadori, 2004). Collabora con La casa della poesia di Milano e con la rivista Il Grillo.