Autore: Molesini

La macchia

era quella del profumo.
Un numero particolare messo apposta
per lei, macchia magra cinque
regalata da una sorella, o da una zia,
e diventata enorme, adesso, era
voluta, una macchia ben voluta, come dire
una macchina, e si ingigantiva
progressive, diventava un tir
quella bontà di frutta, quella
magia dorata e argenta,
mirra!
La santa macchiolina fece girare il
mondo, lo ribaltò dalla parte sbagliata
e il mondo non voleva rigirarsi
ma più del mondo potè lo sporco
della macchietta sulla maglia blu:
sparirono le stelle, s’ingolfò la notte
la luna kamikaze si piantò sull’orsa
e io avevo qualcosa da dirle
che mi s’inficcò sempre nel cuore
o forse no, forse era solo la vaschetta
del biancheggio o così come
la cosa asettica che chiamava amore.

Non si integrava

Non si integrava, a distanza
immigratizia ma sociale ma
non integrata non quella
mascherina, la fata, non rosa e
non quel giornale, rosso, quel
saluto non quella musica figa
l’appartenenza-mistero
(possesso disambigua), non
si faceva vedere qualcosa in mezzo.

Col piccolo cucù cuore a passeggio
sui ponti più lunghi del quartiere inserato
col vento dentro passava Cucù,
la silenziosa bombardata specialmente:

che non s’integrava
alla notte spennellata in
corpo maturo o a
venti bambini seduti a rovescio
nella sala impagliata e
beati saperne ridere cantando:
esce preoccupata dalla porta, a foga,
non ha il tocco armonizzato ora
nuota scorrente e inciampa disintegra.

Non c’è movimento adatto per questa dissoluzione.

Non c’è un movimento adatto per questa dissoluzione.

Sta belando sui cantoni di tutti e non si traduce in nome. E’ una portante dialettica coincisa, assomiglia forse ad un battito d’ali mentre le percorremmo le ciglia.

Non mi dire così, Asella, lascia che percuota il nome che devo, che lo faccia battere ed assomigliare a qualcosa. Cosa vuoi dire accartocciato come sei sulle spoglie del defunto amato.

Cosa vuoi dire su quel corpo estinto, drogato. Non legge nulla, ha appena finito di balbettare mezzo Macbeth sulla spiaggia di Riccione, sente il sale sulla mano, non immagina che possa esserci un sangue che non toglie, sente il prurito , odore di pene, odore di fuffa, umidore pregno, sta con l’alito del mattino disinvolto tra dentifrici, è magnetico e sociale.

Il regista di quel film animato.

Sta buono, gli viene facile tra un leone e l’altro. Che è bravo a fare le mimesi. Ma di te, quando dici ” vieni a vedere la strada, Maddalena se la fila, prova salire sul monumento all’indice, Maria viene dopo il seguito, noi ci spostiamo languidi, Marta non guida”

ma di te quando dici ” hai messo troppo sale nell’acqua, Umida, dovremo partire, non c’è posto per noi dietro la quinta”

e non importa, abbiamo bisogno tutti di parole garbate messe a punto per l’occasione e di favole accorte, del bilinguismo di certi articoli e della melodia di molte canzoni, Ginsberg e la sua sbobba, Emilia e la nebbia, Giacomo del finito e Arturo senza un’isola, acchiappati doppi nel fosco del divento, Gertrude la scorpiona e due altre che non ricordo, Sylvia sfornata.

Ma non importa.

Io di te mi ricordo perché ha asfissiato i giornali, e le cronache, e mi sei diventato così niente che niente è dirlo a producente a sferruzzato a calapultante disegno, vedi un ricamo che ti disegna la gloria e la ruggine, come, un’, altra, storia.

Non mi accontento. Voglio una mia avvocata, una scusante, una dritta. Cerco una deriva possibile in quello che potrei dire intero solo se ne avessi voglia, cri cri cri , Critico _Austero_Metti_A-Gogna- avrà posseduto tutte queste donne?

Ne avrà fatto quello che voleva?

Le case ricche lo avranno sequestrato ?

Il gelo d’inverno sarà stato sopraffatto dal termosifone, dall’aria calda apposita?

E settecentododici milioni di euro dichiarati al fiscalista apposto?

Come brillerà la sua intervista nelle agonie e traballerà la gamba nel giro stellato della coreografia, avremo altre balorde immagini sconvolte a farlo apparire, immune dalla distruzione ma pronto per il perplesso anelito, muto ai discorsi ma fervente di modi di luce, infrequente agli scherni ma tribolante di realitysazione, uno come noi in mezzo

alla merda, alla

consunzione della

gigante nana stella.

Sa, siamo troppo occupati per prendere in considerazione ulteriori variabili. Faccia mostra di Sé il legale che lo protegge, di questo ci occuperemo finché le cose non avranno preso la piega del pensato, per lui, per noi, non voglio presupposti tra le balle, non voglio musica che non sia quella quotata, fina di discoteche, assioma da cd.

Nel tuo poster immaginati separato da ogni base, aureolato di sguardo figé, mezzo in ombra dove verrà meglio, scartavetro il piccato limite e t’invetro

so farlo.

Ho te.

E non mi pongo nessuna domanda, quel che sei stato, il tuo racconto, il nome che hai, le storie forse bellissime che dicono tu abbia raccontato (che quelle le piglino chi per loro, i fisici del pensiero, sdrucciolanti lungo libri scuciti o fotocopie a credito)

stronzate. Tu risuoni

io ti spando.

L’attenzione

Non le ho lette con attenzione, è vero.
Mi salta sempre un posto davanti alla midriasi.
E’ per questo che passo alla prossima concava (le parole concave hanno perfetta la sintesi)
, tratto le convesse e le piane e le altre come indecisioni documentate sui margini d’errore
a miosi fido affido sfido diffido infido porfido
cioè asfalto

non le ho lette, perdona, non ce l’ho fatta a
concentrare le cell, wernike e brocà si facevano un’ombra
(sappiamo che potrebbe costargli la carriera,
qualche tedesco a prenderne la dura cattedra
si spera )
e così queste larghe frasi depositate come i calcari
per la linea frattale dell’encefalo trainante
e per i libri ritornanti che hanno studiato il sale
sono volate
come amanti
volano
nell’industriosa fabbrica dell’iperreale
(un iperaffi concavo, una coop, un’auchan d’idee
me le peperonerò, sotto aceto, un po’d’olio, pepe qb.)

e dove dovrei cercarla quest’attenzione fuggevole
se il mio amore ha scordato tutte le concentranze
non si fa più il culo, no, sulle parentesi dotte
dice che l’hanno fregato agli esami di quinta
agli esami di quinta aveva motivi
adesso basta, che i greci
dovevano essere spariti
stecchiti, dicevano
e adesso appaiono come fantasmi tutte ‘ste erinni, mica ne manca una
fanno il ballo dei cigni e muoiono ‘sto cazzo
ridono squittendo degli short messages
(una testa così quando ridono le mostresse)
shortless era

era per dire, era così, era che, ecco, vedi, scusa, insomma, d’altronde
mica vogliono farsi amare, vero, le tue spampanate sclerofitosi?

nei mari, sui mari, dei mari morti

L’amore è una sciocca pretesa
le anime, in fondo, saltellano
e ridere o piangere è identico
nei mari, sui mari dei mari morti
le anime, bagnate, oscillano a colpi
saprò trovarti quel vago vento sacro
sbagli però se pensi che potrà asciugarti
l’amore è solo un’isola di donne e di bambine
e favole lebbrose dolci salpano dai suoi porti
le anime sanno assorbire quelle folte piaghe
eppoi cicatrizzarle sotto gravidi raggi di sole brillanti.
Non si ricorda niente del fascino immortale che vinceva
in te l’aggrovigliato battito di te fuochi grossi celesti
dell’altalena d’inverno tutte le lievi cicliche parole
ed un solo millesimo di fini strette sbocciate al secondo
le anime non ricordano, ferme sui porti a tessere le stelle
le chiuderei volentieri negli armadi vuoti di molte nostre case
ma non ricordano, gravide di (morbide linee trasudanti sulla pelle)
le hanno li, così, calde gomme di lue, d’amore, pacchi di secche foglie rose.

Amore rotto

C’é un amore rotto da

qualche parte in fondo al buco della storia,

un amore per cui sarà impossibile stabilire dove stato è

l’inizio

e un amore solido e fittizio travestito da bellissimi nuovi

fastidio e perdita

e  che assomiglia a molte cose sbreccate facendo strada

comparsa del primo tempo in atto in recita. C’è

un dolore

preciso disadorno e grave

fino dove spacca la coscienza zitta

così parrebbe non possibile arrivare alla prima radura

scellerata

sporchissima

mortale per quanto nuovissima

somigliante a una schiena che rimane girata anzi

si gira

proprio nel momento in cui si espone.

Rotto è l’amore forse stato enorme e piccolino

aperto in sorriso e in pianto smisurati, rotti, spaccati

i desideria primi, perché sottili, perché stralunati

perché perché,

e frantumata una specie di pensiero che arrampica

stille al minuto di materia pulsante le braccia aperte e la bocca

spalanca

socchiusa

e palpitante:

come un oro di scilla davanti all’altro lato guardi

la prossima scoperta e le finisci di fronte

ma l’amore è rotto e si rifrange tardi

in mille lucette spalle.

e perdere il senno, possono, le titubanti creature


Non può essere che una data spostata

(ti scrivo Geneviève perché sono tornata)

ad incollare al cuore il manifesto stretto, di cuore, benedetto

(ti scrivo Elisabeth nella notte del preciso)

e perdere il senno, possono, le titubanti creature

che scorrono nelle monde dune, il fondo di ella

abbioccata a qualche rivista scema della pena

(ti scrivo Maddalena, sulla porta chiusa)

pensa che roba non essere mai state.

Scusa.

Dopo che si è rifatta la sceneggiatura del

grande esangue e ogni tuo luogo ha sottratto

al mare in moto ogni perfetto sparge il suo

modulo sulle infanti fini del sogno proibito

come da invito flaiano, o da cenno federico

“son io ti dico” vedi ” il console del mago”

e svolgo il compito gradevole del deacidio

cioè uccido quella insipiente che è persa

prima sola unica sbellettata o patetica.

Amante e non pensa.

Ti scrivo Antonio, che torni dalle Americhe

e ti racconto quanto nel mio modo migliore

ho sorpreso convincermi che non mi convinceva

questa Divinissima Commedia

un percolato pastoia della guerra

fatta gioco all’amore. E se l’erra-

nte niente niente risorge e scopre

ad una ad una le livide scalcagnate zolle

del, come si diceva, pensiero

fai come fossi tu l’ideatore sospeso, a cazzo

tolto il saluto. Ridetta la bugia. Intero:

ancora al mondo a passeggiare col cappotto.

Verrà, verrà l’arsura!

Verrà la morte apposta per portarti a letto

marilina creatura, idea, folletto,

la sgamberanno pochi spacchi netti

cavalcherà dispetti e spazzatura

scritta sarà dai nostri intelligenti

per tutti a farsi le note domande: ” che avrà

nella fessura interna – quella sanguina! – altra

commessura?”

Alla simbiosi! Al ratto! Al miciomiao!

Casalinga casalinga piangi la mamma

che, non come queste, resti casa e pianga

sulle tue cattive compagnie.

Averle io…ma le ho avute, perdio! Se

l’elenco dei miei dissapori, e i miei diari

e i suoi non fossero porcellari, dì, volgari.

Se non li elencassi come muta sugna

li svinerei, li svinerei, a toni, senti, rari.

E ne farei concime per le vigne.

So più di te, mi senti?, che è civile

e cos’è il sogno accartocciato sul sentiero

le dieci lingue del microcosmo esatto

e la radura di Tbilisi, ed ogni fatto

del cuore-nebbia per cui si è poi scandito

del cuore-stagno dove non si è trovato

del cuore-mona che l’orca straripa, viva

e del cuore-mandria-ossatura che procura

e stiva.

Allungata e lunga ha un vivere azzurrino

Allungata e lunga ha un vivere azzurrino

s’impegna adagio con occhi come spilli

e come spilli s’appuntano.

Lascia una scia fine fine lumaca

appesa un po’ assieme un po’ no

appesa dai piedi come fili di fiori

e dal morbido loro come un dentro

e dalle dita foglie lanceolate.