Autore: api

I testi che appaiono in questo blog, laddove non indicato diversamente, sono di proprietà dell'autore del Blog e sono coperti da copyright. Si prega, in caso di problemi legati al diritto d'autore, d'informare tempestivamente...

non puoi

con virgole o carezze

intercedere a tuo favore

-ristretto il senso come di caffè riscaldato

pessimo sapore  di  nausea all’alba-

non puoi inseguirti tra fumo e grigiore

d’aria che ancora non esplode forte

nello schiamazzo della pioggia che arriva

-la senti? ha saltato il fosso del cortile

accudendo all’unico filo d’erba –

stesso filo consunto che ti leghi ai fianchi

che t’incarta i giorni

liberandoti solo dentro il buio

sotto mosche feroci sulla pelle di bambino

– la vedi? quella chiazza di viso libera sul mondo?-

non puoi contrastare la nuvola gravida

che di paese in paese custodisce semi

e di complice vento si fà nutrice

sentendoti freschezza sul corpo rigenerato

che non lenisce il morso della belva

-il bambino… portalo via  O R A!-

nella tua stessa pozzanghera di pioggia

fatti respiro epidermide soffio

ventre e umidità di marea

culla protezione…

nido

Di corpo fuso

sotto cicale

e i loro canti indispettiti

trattengo  la notte sotto velo

pauroso quanto solo

folle di ventre scovato a fatica

nelle pieghe del sogno

un’ape frantumata

un fruscio di gatto

prendo il biglietto per le nuvole,

 sotto un albero che osserva

i miei gesti nascosti

che privi di castità

 mi offrono al cielo.

Mi tentano le oscurità

 riflesse fra le gambe

intorpiditi i sensi nel cercare

quando friniti e lacrime

hanno medesima sostanza di pioggia,

senza che nulla cambi

sotto il cappello stramato

come un orlo a giorno

tutto da rifare.

Disastro nell’ombra

di astro il corpo che risplende,

senza più domande.

sul bordo

strage di Bologna - Carosso -

 

Ha del tarlo il ticchettare leggero, l’invisibile galleria ,  

tornante che s’appresta al buio, nascosto.  

Tempo, tanto tempo scorso    

come di sbieco un’occhiata,  

 come di volo di piume strappate  

nell’aia di cortili d’altro secolo.  

Un cunicolo che svetta all’apice dell’idea, tessuto stramato da risvegli   

di vecchio corpo, teso all’indietro, di postura e ricordo…  

Dove?  

Dove finiscono i passi  

…sull’orlo del foro?! 

  

– marzo 2010 –

sola, i/o

Immobile davanti alle vetrine

che ti rapiscono lo sguardo

con luccichio intermittente

tra ipocrisia e bisogno

ti neghi alla pioggia

con un ombrello fatto d’ali,

ali di falena morente.

 

Le gocce dure sulla pelle

chiazzata di sonno e polvere

come nascondiglio notturno

di leopardo sui rami nascosto

tu, sulle soglie di periferie

che senza pena visibile

ti ospitano, al crepuscolo.

 

L’odore dell’aria

pesa sul cappotto di panno

sulle scarpe incollate alla strada

i capelli, che vorticosi

al vento in sosta su di te,

chiedono visibile presenza

fra le ciocche dei tuoi incubi.

giunchi

Difficile crederci ma i giunchi si sono spezzati.

 Implacabile il vento  ha modificato la trama, le pieghe, la capacità di opporsi alle folate improvvise, quando  lasciava un segno curvo su di loro, per poco, che rialzavano subito il fusto, eretto, frizzante all’aria ed al contorno immaginifico che li accoglie.

Giunco di palude, di stagno, di mare.

Ogni loro filamento modificato, al centro del fusto.

 Fusto che ora si dibatte tra terra e cielo, capo chino, curva vegetale confusa tra radici e pretese di voli.

 Nessuno  ha consapevolezza…nell’immenso fluttuare del verde sfuma, nel silenzio, l’errore della linfa perduta.

-giusto per un saluto, senza pretese. non so quando potrò tornare. un abbraccio, api-

appartenenza

immagine di Antonia Dettori

 

Afose   le   giornate,  si presentano opache come d’ambra in penombra.   

Spoglia dell’abito pesante giro in fondo – o proprio affondo? – in un lento   

torpore di cotonina leggera, marcata dal sole che ora staziona storto sui   

fianchi di una lucertola. La coda del mio occhio non   

sarà mai variopinta come   

il sonno  che si leva  dalle scaglie minuscole. Ho lo sguardo coperto da   

panno scuro, la bocca asciutta e i piedi che battono, come su legno   

di portone antico. 

 Un lato di ferro e metallo, l’altro di petalo e fibra.   

Nel mezzo, giusto una fessura.

non mi lasciasti

se non straccetti sfilati da ricucire

lenti fili da allargare, neanche forbici

per definire i segni che imparavo.

Ma graffi, sì! quelli immemori, lontani

da te

che ora dici non esser tuoi, solo incubi,

solo alibi..

Avrei preferito stracciarmi le vesti che nuove addobbavi

sul corpo di bambina sempre inadeguato

al tuo disegno d’oro e di meraviglia.

Un’altra meraviglia  possedevo,  nascosta da te.

Ché l’avresti soffocata in un ditale d’ansia raggelata,

in quattro mura costruite di fretta con fango e pietre.

Volevo solo le formiche.

Loro aspettavano i miei funerali,

quando tu mi seppellivi nelle tue paure.

fare silenzio

angelo maggi

s’imbandiscano tavolate di silenzio

su di un terreno che non sia di sabbia!

celebrarsi in automatico progressivo

è come un abito che non indosso,

un’ondata che non inzuppa il corpo,

piume che non solleticano voli, solo distanza.

ed allora sotto la pioggia!

ché le sue gocce sono di natura benigna,

detergente di stoviglie e pensieri,

gli stessi con cui ci si nutre,

spesso gratinandosi col niente.

troppi plausi agli incroci casuali,

salotti ricavati sotto semafori a ritmo alternato.

meticolosa ricerca divisa a strappi

coprendo di cenere i capelli del mondo.

cibo masticato in atti cannibali,

eppure il tutto nasce d’istinto,

non necessita diverbi di versi!

fastidio e disagio discosto nell’angolo dei giorni,

gli stessi che macinano sassi e rovi e fine mese a rilancio.

spartizione di fatica umori pillole di chimica pura

inattese come il dosare parole dentro il già detto

nella miriade del cosmo.

tutti scordati come stru-menti in stato di quiete,

tutti immemori dello stillare di linfa

che silenziosa prosegue,  nei nostri corpi.

scansione del gesto e del verbo fuori dal sè quotidiano,

atto del risveglio dimenticato

nelle lenzuola schizofreniche di sudore e visioni,

tesi e vinti, ingoiati dal bisogno di dire!

che sia silenzio, allora.

Api

Siccanna ‘e focu

 

Sumurtìa sa terra

e galu focu chi colat,

appareschet, lestru,

attérghet sos pilos de su mundu;

nochet custa maghìa manna.

chisina abbarrat

in mesu ‘e poddiches ispantaos,

chisina de mariposas

mariposas de gherra.

no connosco prus

sos sintzos de sos montes:

diat cherrer petzi cuzicare,

 deo, chei burra ‘e abba,

s’anneu, s’arrennegu chi bos ingurtit,

 macras de birde,

chin unu lettolu a burbiu ‘e mele.

P i q u e t e r a s

 

Ci fa trovare insieme

 per le strade interrogato

 punto unico fermaglio tra menzogne

 di miriadi virgole pressate

 che dividono giorno da giorno

 ora da ora risveglio da notte… la fame.

E ci prende la sera senza avviso

con letargo di stomaci insani

vicini a precario pagliericcio

tra marciapiedi e sfacelo

 dell’ultimo ininterrotto

brusio calpestato cammino incerto

 di viandanti.

 Ci porta lontano la fame

 in quei sentieri segnati dal frastuono

di liberismo e dolo

sui nostri presenti vagabondi

sui solchi di terra non più arata

 in oceano di timorose silenziose

urla d’ameba.

Sconosciute miserie cupe

velate    frastornate    esistenze

percorrono ed agitano

 la città di buoni angeli stramazzati

su suolo povero rapinato depredato.

Spropositata…la fame!

 Stessa comune distanza da cibo letto casa lavoro

 diamo suono ai ventri vuoti

di tamburellante benigna attesa

 pretesto di risposte ovvie

 ad umanità violata        o v u n q u e.

E ci troviamo insieme

 trasportati da dita di merengue

 nei viali seminati dai nostri passi

vita ritrovata bolle irrequiete

salti su fuochi tra cartoni e occhiate di bimbo

nutrito da madri feroci,

 fiere indomate.

Oceano

 

(per Celeste, donna, folle, suicida, dimenticata)

uso abuso
usura
di neuroni tamponati
con chimiche attenzioni
colpi di vento
e volano via
a rincorrere foglie
d’oscena fragilità
abuso di collegamenti
terminazioni nervose
che s’inceppano
sinapsi troppo veloci
o troppo lente
o semplicemente inesistenti
ed allora?
dondolìo autistico
sotto coperte gelate
ore minuti secondi
scanditi dalla dura madre
pensieri girotondo
fermati solo
dalle sbarre
della scatola cranica
che pare esplodere
in un caleidoscopio di panico
niente cinemascope
solo piccoli innafferrabili
buchi neri
in cui s’annaspa
nascondendo il viso
dentro mani graffiate
sinapsi scollegate
schizofrenia vagante
e gli altri?
universo mondo
d’ostracismo velato
o platealmente palese
corpi che si scostano
lentamente
con bocche ghignanti
di parole sul disagio
forse che una nuova lebbra
distacchi pelle e carne
dalle loro ossa?
solo pensieri ammalati
intrappolati nel dolore
da tempi lontanissimi
dolore impietoso
che inaridisce i giorni
rifugio ultimo
di menti sfuggite
dalle grinfie della normalità
ma si osserva
a volte
quando rughe sorridono
trasparenza di vene
acqua pioggia
rugiada neve
candore esterrefatto
che annusa il cielo con corpo animale di bambina intriso d’oceano.

Girotondo otto – al g8

Hieronymus Bosch - The Garden of Earthly Delights - The exterior (shutters)

Come girano mordendosi le code

 uno con l’altro cappelli e pulci!

 Sembra il circo della mia infanzia

quando mia madre mi teneva la mano

 davanti ai pagliacci, Che paura!

Dopo si deliziava nel ruolo di mamma scimmia,

scrupolosa e intenta cercando uova viaggianti

 sui nostri capelli lucidi e fluttuanti,

 ancora legati al funambolo di scena!

 Ed ora? come me tutti cresciuti

assisto al penoso girotondo

di grandi miseri della terra

che spostano corte e cortigiani altrove,

 dove neanche la terra c’è più,

fragorosamente crollata nel potere del cemento!

Chi mai li ha voluti i loro banchetti sull’isola

liberata da armamenti e sfoggio di belligerante attesa!

 Chi si è ingannato ed inganna nel rivendicare le ossa di fine pasto,

 si accontenti ora di colonne infami che bucano il cielo a quadretti,

cemento e ferro, e sempre fame, immobili nel tempo,

al posto di secolari querce.

E continuano a mordersi la coda e le mani,

magari il ventre sempre colmo,

 rivendicando possesso ancora,

 tacendo sull’isola che di granito è fatta,

di vento e ginestre, di marea che avvicina e porta via!

 I potenti si divorino pure,

 gli indigeni compiono riti di ringraziamento agli dei dispettosi.