Autore: malathequeen

Patrizia Cavalli: ‘Datura’

Essere nati, non solo essere nati,
ma anche in una data, proprio in quel giorno
precisamente nati.

Patrizia Cavalli

Foto di Dino Ignani

L’ultima raccolta di Patrizia Cavalli (Einaudi 2013) conferma l’inconfondibile cifra della grande poetessa, che si nutre di diversi ingredienti: ad esempio l’acume, la precisione, una forte sensibilità che si esprime attraverso un versificare estremamente razionale. La parola di Patrizia Cavalli ci lascia la sensazione di non poter essere in alcun modo contestata; questo aspetto della sua poetica viene rimarcato dalla scelta di una lirica declamatoria come quella del ‘poemetto’ (penso a Patria), ma anche nella forma breve, che conserva in sè la sicurezza dell’epigramma, quell’epigramma che taglia il mondo in due. Rimangono infatti al lettore la realtà e la sua interpretazione.

*
E se mi guardi davvero e poi mi vedi?
Io voglio che stravedi non che vedi!

*

[…]
Ma eravamo troppo perfettamente
in due, non posso avere fatto tutto io
da sola! E’ chiaro, sei tu che hai organizzato,
tu che per farti sognare mi hai sognato.

Cavalli è ossessionata dal voler capire, cioè dal presentimento che in ogni atto ‘comunicativo’ tra il sé e l’altro-da-sé vi sia un processo di significazione.
La volontà di comprendere è un aspetto ricorrente anche nella poesia di altri contemporanei, si pensi ad esempio ad Anna Maria Carpi in cui la comprensione viene prima della visione, cioè di quella sovrainterpretazione della realtà che il poeta fa per sua natura.  Comprendere i movimenti e le interazioni fra gli esseri umani è forse un po’ la spinta di ogni poeta, o forse più semplicemente della persona che pensa; poesia è anche molto altro, ovviamente. Poesia è anche musica. Come disse Montale in un’intervista, la differenza fra prosa e poesia è che in una il pensiero si dispiega orizzontalmente, mentre la poesia per definizione necessita di una certa verticalità (in musica, semplificando molto alcuni concetti: orizzontalità = melodia, verticalità = armonia). La poesia di Patrizia Cavalli gode di un bellissimo rapporto con la verticalità, e quindi con la versificazione, con il ritmo; Cavalli è anche un’ottima ‘attrice’ dei suoi testi, e non solo (ho avuto l’onore di presenziare ad alcune sue eccellenti interpretazioni di Alibi di Elsa Morante), è insomma una poetessa che esclama, e che per certi aspetti anche provoca. La raccolta ‘Datura’ ne è la più recente conferma.

Così schiava. Che roba!
Così barbaramente schiava. E dai!
Così ridicolmente schiava. Ma insomma!
Che cosa sono io?
[…]

Infine, l’inizio. Il titolo della raccolta: Datura. Un participio futuro che si apre a una speranza tutta laica, la speranza dell’arte e dell’umano: ciò che deve ancora essere dato. Ciò che sta per essere dato.
Ma cos’è questo che ci viene offerto? Cosa è in procinto di essere dato? Beh, l’arte stessa. L’arte che è domanda e risposta. Le poesie. I tentativi di spiegazione. Le poesie di Patrizia Cavalli, le quali, come ha saggiamente intuito Alfonso Berardinelli: «Sempre di più col tempo si capisce che sono fatte per illuminare e conoscere, perché in ogni ansia e ombra, in ogni percezione e passione c’è un enigma da indagare

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© Maddalena Lotter

Festa di poesia 2013, Pordenone

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Anche quest’anno a Pordenone si svolgeranno due giornate dedicate interamente alla poesia: i poeti invitati per le serate saranno chiamati a leggere i loro testi nel piacevole contesto del Chiostro della Biblioteca Civica, alle ore 21.00 di Lunedì 1 luglio e Lunedì 8 luglio.
Qui di seguito riportiamo i nomi dei sedici poeti invitati a leggere. Pordenone è un centro molto attivo nel Nord Italia per quanto riguarda la poesia e la sua condivisione, si preannunciano due serate interessanti, di scambio, ascolto e riflessione.

Pordenone, Chiostro della Biblioteca Civica

LUNEDÌ 1 LUGLIO ore 21.00

Alberto Cellotto | Roberta Durante | Rita Gusso | Andrea Longega | Maddalena Lotter | Luigi Natale | Giulia Rusconi | Giovanni Turra |

LUNEDÌ 8 LUGLIO ore 21.00

Andrea Breda Minello | Vincenzo Della Mea | Fabio Franzin | Sebastiano Gatto | Francesco Indrigo | Marco Scarpa | Francesco Targhetta | Antonio Turolo |

La Festa di Poesia 2013 è promossa da

PORDENONELEGGE

BIBLIOTECA CIVICA

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Nocturnes #6: Igor Stravinskij, Cronache della mia vita

‘Nel mio intimo, temevo di non essere compreso.’

Igor Stravinskij,
Cronache della mia vita (1999)

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Quando un compositore o un musicista scrivono di sé, il rischio è sempre quello che la magia della loro arte si spenga dietro un linguaggio che non gli è proprio: in altri termini, della musica si può parlare fino a un certo punto, poi bisogna suonarla / ascoltarla. Queste memorie di uno dei più grandi del Novecento, Igor Stravinskij, fortunatamente ci regalano invece un valore aggiunto alla sua opera, e cioè la narrazione precisa degli avvenimenti che si svolsero intorno al vissuto musicale dell’autore; quali stimoli artistici lo portarono a determinate scelte, a certe amicizie (penso al legame con il direttore artistico Diaghilev e con il coreografo Nijinsky per la realizzazione de Le Sacre du printemps nel 1913) e a molti scontri che la musica di questo compositore dovette affrontare per affermarsi: ‘Ammetto che, a quell’epoca, alcune parti della mia musica potevano anche non essere capite subito da un’orchestra così conservatrice come quella di Vienna. Ma non mi aspettavo affatto che la sua avversione si spingesse fino a sabotare apertamente le prove e a pronunciare ad alta voce espressioni volgari come, per esempio: Schmutzige Musik (musica sconcia)‘ (pag. 50, in riferimento al lavoro Petruška). Il rapporto strettissimo con il compositore Rimskij-Korsakov, maestro di Stravinskij che iniziò il giovane Igor all’armonia e al contrappunto, è certamente uno dei capitoli più interessanti di questo viaggio nei diari del compositore russo; attraverso le parole delicate che Stravinskij riserva per Rimskij-Korsakov si percepisce il significato più intimo e profondo del legame con il proprio Maestro, guida musicale e spirituale, poiché la musica è anche una direzione di vita per chi vuole fare del suo vivere una ricerca. Sembra anzi che alcuni soggetti, tra i quali certamente Stravinskij, non abbiano potuto farne a meno: lavorare giorno e notte in un afflato di curiosità per la materia (in Stravinskij la musica si può quasi toccare…),  ai fini di una ricerca infinita che, riducendo ai minimi termini, è quella del suono.

Un altro aspetto interessante è la possibilità di capire, attraverso la lettura di queste pagine autobiografiche, quello che è stato il percorso di ascolto che portò Stravinskij a formarsi una cultura musicale: cresciuto in Russia ascoltando musica russa, fece successivamente il suo incontro con la musica francese di Debussy e Ravel nel suo soggiorno a Parigi e l’impressionismo musicale gli offrì, ovviamente, molti spunti di riflessione: ‘Oltre a lui (Debussy), la figura a me più cara era Chabrier, nonostante il suo ben noto wagnerismo, e la mia simpatia verso di lui col tempo non ha fatto altro che accrescersi. Non si deve però credere che le mie simpatie per le nuove tendenze di cui ho parlato mi dominassero al punto da distogliermi dalla mia venerazione per i miei antichi maestri.’ (pag 27). Chabrier, quindi, in una rosa di simpatia, mentre al polo opposto si posizionava l’accademismo di César Franck, che Stravinskij rifiutava.

È bellissimo ripercorrere e ricostruire con il compositore il tessuto di idee e opinioni che lo portò alla realizzazione della sua musica, nell’ottica certamente di una collaborazione con l’altro, ma nella consapevolezza che il viaggio di ogni artista viene compiuto in un’intima solitudine.

Molto interessante, nell’edizione Feltrinelli, il singolare testo di Pierre Boulez che chiude le cronache stravinskijane, tratto da Stravinskij oggi (ed. Unicopli), su cui mi taccio per lasciarvelo scoprire.

ML

‘Io considero la musica, per la sua stessa essenza, impotente a “esprimere” alcunché: un sentimento, un’attitudine, uno stato psicologico, un fenomeno naturale, o altro ancora. L’espressione non è mai stata la caratteristica immanente della musica. La sua ragion d’essere non è in alcun modo condizionata dall’espressione. Se, come quasi sempre accade, la musica sembra esprimere qualcosa, si tratta di un’illusione e non di una realtà. E’ semplicemente un elemento addizionale che, per una convenzione tacita e inveterata, le abbiamo attribuito, imposto, quasi un’etichetta, insomma un’esteriorità che per abitudine e incoscienza, abbiamo finito per confondere con la sua essenza.
La musica è il solo dominio in cui l’uomo realizza il presente. A causa dell’imperfezione della sua natura, l’uomo è destinato a subite il trascorrere del tempo – delle sue categorie del passato e dell’avvenire – senza poter rendere mai reale, e pertanto stabile, quella del presente.
Il fenomeno della musica ci è dato al solo scopo di stabilire un ordine nelle cose, ivi compreso, e soprattutto, un ordine fra l’uomo e il tempo. Per essere realizzato, esso esige necessariamente e unicamente una costruzione. Fatta la costruzione, raggiunto l’ordine, tutto è detto. Sarebbe vano cercarvi o aspettarsi altro. Questo ordine raggiunto che produce in noi un’emozione di un carattere del tutto particolare, che non ha niente in comune con le nostre sensazioni correnti e le nostre reazioni dovute a impressioni della vita quotidiana. Non si potrebbe meglio precisare la sensazione prodotta dalla musica che identificandola con quella prodotta in noi dalla contemplazione delle forme architettoniche. Lo capiva bene Goethe, che definiva l’architettura una musica pietrificata.’ (Igor Stravinsky, pag. 59)

letture da ‘L’iris selvatico’, Louise Glück

Propongo questa scelta di testi da L’iris selvatico (Giano 2003) di Louise Glück, autrice statunitense di grande rilievo che in Italia non ha ricevuto abbastanza attenzioni. L’iris selvatico ha vinto il premio Pulitzer per la poesia nel 1993, è un ciclo di liriche che si affratella alla grande tradizione metafisica inglese, intonando ogni poesia su un modello quasi liturgico. Per molti aspetti Louise Glück appare la diretta prosecutrice della grande Emily Dickinson, per la compostezza delle immagini, l’intimità del testo e la limpidezza della parola. Quello che Glück riesce a fare è conferire al momento della lettura un senso sacro, elegiaco, tra l’uomo e il cielo. Insomma, un incanto. La traduzione di Massimo Bacigalupo rende onore alla chiaroveggenza pulita, nitida della poetessa. (ML)

 

MATTUTINO

Padre irraggiungibile, quando all’inizio fummo
esiliati dal cielo, creasti
una replica, un luogo in un certo senso
diverso dal cielo, essendo
pensato per dare una lezione: altrimenti
uguale… la bellezza da entrambe le parti, bellezza
senza alternativa… Solo che
non sapevamo quale fosse la lezione. Lasciati soli,
ci esaurimmo a vicenda. Seguirono
anni di oscurità; facemmo a turno
a lavorare il giardino, le prime lacrime
ci riempivano gli occhi quando la terra
si appannò di petali, qui
rosso scuro, là color carne…
Non pensavamo mai a te
che stavamo imparando a venerare.
Sapevamo solo che non era natura umana amare
solo ciò che restituisce amore.

 

APRILE

Nessuna disperazione è come la mia disperazione…

Non avete luogo in questo giardino
di pensare cose simili, producendo
i fastidiosi segni esterni; l’uomo
che diserba cocciuto tutta una foresta,la donna che zoppica, rifiutando di cambiar vestito
o lavarsi i capelli.

Credete che mi importi
se vi parlate?
Ma voglio che sappiate
mi aspettavo di più da due creature
che furono dotate di mente: se non
che aveste davvero dell’affetto reciproco
almeno che capiste
che il dolore è distribuito
fra voi, fra tutta la vostra specie, perché io
possa riconoscervi, come il blu scuro
marchia la scilla selvatica, il bianco
la viola di bosco.

 

MATTUTINO

Non solamente il sole ma la terra
stessa splende, fuoco bianco
che balza dalle montagne vistose
e la strada piatta
tremolante di primo mattino: è questo
solo per noi, per provocare
una risposta, o sei anchetu commosso, incapace
di controllarti
in presenza della terra? … Mi vergogno
di quello che pensavo tu fossi,
distante da noi, considerandoci
un esperimento: è
cosa amara essere
l’animale sostituibile,
cosa amara. Caro amico,
caro compagno tremante, cosa
ti sorprende di più in quel che provi,
il bagliore della terra o il tuo stesso piacere?
Per me, sempre
il piacere è la sorpresa.

 

FINE DELL’ESTATE

Dopo che mi vennero in mente tutte le cose,
mi venne in mente il vuoto.

C’è un limite
al piacere che trovavo nella forma…

In questo non sono come voi,
non ho risoluzione in un altro corpo,

non ho bisogno
di un riparo fuori di me…

Mie povere ispirate
creazioni, siete
distrazioni, in ultimo,
puri inceppi; siete
alla fine troppo poco simili a me
per piacermi.

E così candide:
volete essere ripagate
della vostra scomparsa,
pagate tutte con qualche parte della terra,
qualche ricordo, come una volta eravate
compensate per il lavoro,
lo scriba pagato
con argento, il pastore con orzo
per quanto non è la terra
a durare, non
queste schegge di materia…

Se apriste gli occhi
mi vedreste, vedreste
il vuoto del cielo
specchiato in terra, i campi
di nuovo nudi, senza vita, coperti di neve…

poi luce bianca
non più travestita da materia.

 

TRAMONTO

La mia grande felicità
è il suono che fa la tua voce
chiamandomi anche nella disperazione; il mio dolore
che non posso risponderti
in parole che accetti come mie.

Non hai fede nella tua stessa lingua.
Così deleghi
autorità a segni
che non puoi leggere con alcuna precisione.

Eppure la tua voce mi raggiunge sempre.
E io rispondo costantemente,
la mia collera passa
come passa l’inverno. La mia tenerezza
dovrebbe esserti chiara
nella brezza della sera d’estate
e nelle parole che diventano
la tua stessa risposta.

 

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‘Dopo cena’ – un resoconto breve, di Maddalena Lotter

DOPO CENA

Dopo una attenta prima perlustrazione del luogo riconosco quello che mi aspettavo di vedere: grumi umani. I bicchieri di plastica sparpagliati per tutto il campo sono molti di più delle persone affollate a coaguli intorno ai baretti, dal cui interno viene emanata quella luce-Caravaggio, soffusa ma densa, seducente, protettiva, una luce di donna. Il mio amico e io facciamo gli occhi a fessura e cerchiamo gli amici in mezzo a questo bidone di gente. Vedo M che ci viene incontro dal bar dove ti cacciano dietro superalcolici a un euro, le sorrido, prendo la borsa e me la metto a tracolla insieme allo strumento e raggiungiamo i nostri. ‘Cosa bevete?’ Mi chiede L. Un bianco, dico. Questa sera non voglio bere. Penso che sto bevendo troppo ultimamente, e poi ho un po’ di pancia, mi guardavo stamattina allo specchio mentre sceglievo come vestirmi per il concerto. Quindi ordino un bianco.
M e L tornano con la roba da bere e ci guardiamo per un po’ nelle palle degli occhi, dopo il cin cin. ‘Come è andato il concerto?’ Domanda una delle due. Benissimo, il posto era stupendo, e poi era una giornata splendida, rispondo. E’ vero, conferma lui, il mio collega, il mio preferito fra tutti, quello che suona con la facilità di quando parla. Hai ascoltato quel link che ti ho postato stamattina? Gli chiedo. ‘Il quartetto di Ravel?’ Sì, quello. ‘Stupendo’, dice, ‘e poi che colori riescono a fare? Non sembrano neanche umani!’ È vero, rispondo. Da un angolo del campo, là in fondo, un ragazzo urla ‘dio cane!’ e lo urla fortissimo, tanto che mi rimbomba nella testa per quasi un minuto. Arriva P, un’amica di L e comincia a raccontarci del fatto che non ce la fa a studiare per il prossimo esame di non-so-che-cazzo; ha una maglia fucsia super aderente ai bordi della quale esce la sua carne, srotolandosi in due braccia e in dita con le unghie lunghe e colorate. La guardo mentre parla e la disprezzo, un po’ perché lei ha la maglia fucsia e un po’ perché io sono stronza.
Una ragazza nel frattempo si sente male fuori dal bar dove ci siamo accampati anche noi e comincia a vomitarsi sulle scarpe: qualcuno le regge la testa, qualcun altro ride, lei stessa un po’ ride e un po’ vomita insieme. Poi dice ‘no fioi domani devo andare al lavoro!’ Mi guardo le scarpe e guardo quelle del mio preferito. La ragazza ha ripreso a vomitare, qualcuno le ordina un bicchiere d’acqua di rubinetto. Mi avvilisco. Mi avvilisco così tanto che ho bisogno di pensare a tutte le cose belle che faccio per tirarmi fuori da quella sensazione di fiacchezza che mi ha presa in pochi minuti; penso al concerto di oggi che è andato bene, penso a domani che farò lezione di strumento, penso alla mia amica B che è astemia e penso ai tramonti in fondamenta della Misericordia. Quella di solito è la mia ultima spiaggia, se penso all’aria fresca della fondamenta di solito sto meglio subito, come quando d’estate sniffo un po’ di essenza di rosmarino per tirarmi su la pressione.
Il mio preferito domanda se vogliamo qualcos’altro da bere. Ma sì, dico, una birra. Poi la finisco perché ho sete e allora ne ordino un’altra, questa volta vado a prendermela io perché comincio ad annoiarmi a stare lì impalata, però non voglio fare la snob e non mi lamenterò, piuttosto bevo, anche se non devo bere troppo. Mentre esco con la seconda birra decido che dopo quella tornerò a casa, anche se è presto. Dirò che sono stanca. Posso dirlo perché ho la scusa che oggi ho fatto un concerto, sono salva, diranno ‘ok’, nessuno mi tratterrà qui.  ‘Ghe sboro!’ Grida sulla porta del bar una ragazza così truccata che non riesco a capire come sia fatto il suo viso. Una sua amica la prende per mano e la trascina dicendole che ‘non è niente’. Non so cosa.
Il mio preferito si sta stufando, proprio come me, allora attacca a giocherellare con varie cosette dell’Iphone; mi mostra questo e quello. Ha gli occhi vivaci e mi ci tuffo con amore, lo seguo dentro ogni applicazione, guardo la sua bocca mentre mi spiega come funziona un programma per modificare le facce delle persone che hai fotografato; poi ci stufiamo anche di quello e cominciamo a parlare di libri, poi passiamo a criticare gli altri o a dire quanto li amiamo. Ogni sera abbiamo un’opinione diversa sulle stesse persone.
Tra dieci minuti vado a casa. Comincio ad accusare un lieve mal di testa che non ho, chiedo agli altri di andare a sederci da qualche parte, su una panchina, o per terra. Ci sediamo per terra dove non ci sono bicchieri o vomito o altro. Mi accendo una sigaretta offertami da L. Io non fumo, non me ne frega niente e neanche mi piace, però ogni tanto quando non so cosa fare mi metto in bocca una sigaretta così almeno per quei tre minuti ho un ruolo: quella che sta fumando. L mi racconta delle recenti scopate. Io rimango ad ascoltare, diligente. Non racconto le mie, le tengo nella custodia che ho sotto la pelle, tra gli organi, dove raccolgo di solito la bellezza e il dolore e i valori eterni.
‘Devo fare una pisciata immensa’ dice M, e io la accompagno così mi sgranchisco. Odio stare ferma in piedi perché mi viene il mal di schiena, ma neanche di quello voglio mai lamentarmi perché odio le persone che si lamentano e mi danno fastidio le persone che hanno male da qualche parte. Poi all’improvviso M dice di avere una fitta a una scapola da due giorni, e io respiro a fondo, quasi sollevata perché ora sono legittimata anche io a svelare che ho un po’ di dolore ai lombi. Ci guardiamo in faccia per sentirci complici. ‘Sei giù di morale?’ Chiede M mentre usciamo dal cesso del bar; per terra ci sono le impronte grigiastre di varie scarpe e nell’aria un odore di tante pipì del sabato sera tutte diverse, tutte mescolate. No, sono solo un po’ stanca ma sto bene, dico. Credo sia la frase che ripeto più spesso di sera quando siamo in campo e non so come spiegare il mio sconforto.
Usciamo, torniamo dagli altri e mentre camminiamo mi chiedo se ce l’ho io o ce l’hanno loro, la tristezza.
Ordiniamo tutti insieme un giro di shot e li mandiamo giù d’un fiato come a stringere un patto. Cominciamo a cercare il contatto e io che sono riservata ma magnanima do un bacio a stampo a quelle persone che mi sono più amiche fra i presenti, così, per sentire l’appartenenza; me li abbraccio un po’ tutti, comincio a spargere sentimento e a dire cose con scioltezza. Dopo il secondo giro di shot ci vogliamo davvero bene. Poi tiro fuori la mia scusa, li saluto tutti e vado a casa e mi lavo i denti prima di infilarmi a letto. Domani sera non esco, mi dico. Leggo una poesia, poi metto la sveglia.

ML

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foto di Maddalena Lotter

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Goliarda Sapienza – ‘le certezze del dubbio’ e la narrativa lirica

Anche la puntualità rigorosa di Roberta è identica a quella che aveva in carcere. Qualcuno che non conosce il carcere potrebbe dire: bella forza essere puntuali in un posto dove tutto è tenuto in piedi e sotto chiave da orari precisi, serrature e chiavistelli! Ma non è così. Solo in quel posto scoprii che c’è un’altra puntualità non temporale ma interna, rispondente alle esigenze emotive e spirituali delle compagne: quando spegnere la propria luce se l’altra ha troppo sonno, non far raffreddare il caffè che l’altra gentilmente t’ha preparato, eccetera. Puntualità mistica che probabilmente muoveva i gesti dei frati nelle cento abbazie che ancora s’ergono alte, improvvise isole di silenzio fra le montagne del nostro Sud e che ancora, specialmente al tramonto, vibrano di quella puntualità magica quasi ultraterrena.
(da Le certezze del dubbio, Einaudi)

Goliarda Sapienza è sicuramente una riscoperta per l’Italia. Un anno fa lessi quello che viene considerato il suo capolavoro, il romanzo postumo L’arte della gioia (Einaudi) e ne rimasi incantata, nel senso vero e proprio di quello che una magia, un sortilegio artistico, può provocare nel suo fruitore. La prosa di Sapienza è strana, o almeno io amante di Dickens e Yourcenar – ovvero di una prosa ‘piana’ – l’ho da subito percepita come particolare e a volte addirittura minacciosa: la scrittura di Goliarda Sapienza è imprevedibile, irrequieta e ustionante, un po’ come quando un tizzone incandescente salta fuori dal caminetto. Non uso a caso quest’immagine del fuoco, perché proprio di fiamma si nutrono le parole di Sapienza, parole stregate, estremamente seduttive: «La rivedo com’era là, evocata dallo sguardo ironico della luna, questa luna che per me resta sempre il regno di tutte le cose che non sappiamo: una zona di dubbio gelido che vaga senza requie in cielo e in qualche parte remota del mio organismo sussurrandomi misteri, ricordi di riti atroci, formule magiche, alchimie insondabili» (da Le certezze del dubbio, prima pubblicazione 1987, Einaudi 2013).
La luna. Sì. A volte penso che gran parte della narrativa italiana potrebbe essere incolonnata in versi. L’Italia non è la patria del romanzo, ma questo ci ha permesso di sviluppare un altro modo, più viscerale forse, di scrivere in prosa. Ho come la sensazione che la nostra sia spesso stata una narrativa lirica; penso alle splendide novelle di Verga, ai Malavoglia pure, ai Vicerè, a Il Gattopardo, alla prosa sanguigna che da sempre ha contraddistinto la nostra tradizione, quel nostro modo di concepire anche il romanzo corale come una tela di vissuti singoli, soggettivi. Non credo di esagerare nel dire che tutti i protagonisti della narrativa italiana rivelano un io lirico.
Così poetica è anche Anna Maria Ortese nei racconti de Il mare non bagna Napoli, e penso anche alla più contemporanea Michela Murgia nel suo Accabadora, tutte trame queste in cui i vissuti dei personaggi si mescolano all’intensità della Storia, alle radici di un’Italia che, pur frammentata, conserva i più profondi ricordi d’Europa (e del mondo?).

NZO

Le certezze del dubbio è un romanzo sul senso dell’amicizia, sì, ed è forse qualcosa di più: è la prova di come un’amicizia (quella fra Goliarda e Roberta) a volte lasci convivere aspetti più profondi e vertiginosi, nella creazione di un ibrido d’amore e odio e affetto e riconoscimento di sé nell’altro/a: «Mai la vicinanza carnale di una donna, delle tante da me amate mentalmente, aveva risvegliato i miei sensi. E perché, natura maligna, mettermela sotto il naso proprio quando, appagata dall’incontro con un uomo (o ne è proprio questa la causa), avevo riposto il mio lato omosessuale nel cantuccio sereno della sublimazione dove, a dispetto di tutte le mode, c’è anche felicità?» (pag. 88). Leggendo questo passo me ne è venuto in mente un altro di Simone de Beauvoir ne I mandarini: «per diventare analista, ho dovuto farmi analizzare; m’è stato trovato un complesso edipico piuttosto pronunciato, una netta aggressività nei riguardi di mia madre, qualche tendenza omosessuale convenientemente liquidata. […] Eccomi dunque, chiaramente catalogata; eccomi adattata a mio marito, al mio mestiere, alla vita, alla morte, al mondo, ai suoi orrori.»
Sembra a volte che di libro ne sia stato scritto uno solo in tutta la storia della letteratura mondiale.
Questo romanzo di Sapienza e in generale tutta la sensibilità che la scrittrice ha rivelato nei suoi scritti (anche Il vizio di parlare a me stessa merita di essere letto), affrontano le difficoltà dell’essere umano nel cercare di definire il proprio posto. Liberi, non liberi, liberati? Le donne del carcere di Rebibbia, dove Sapienza trascorse un periodo della sua vita, sono lo specchio di un’umanità confusa, irrequieta è il termine; donne che una volta uscite non sanno più dove andare e come ci si muove nel mondo, donne che nemmeno prima sapevano. Donne smarrite che cercano significati e li divorano: «Tu sai quasi tutto, Goliarda, almeno per quello che riguarda le emozioni del profondo. È questo che mi ha sempre attratto in te. Se credessi agli antichi riti cannibaleschi ti mangerei tutta per impossessarmi di questa tua qualità» (pag. 97).

© Maddalena Lotter

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Nocturnes #5: ‘Voice’, Toru Takemitsu

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Con questo numero della rubrica Nocturnes vorrei osare, andare un po’ oltre il legame ‘classico’ che per secoli ha accompagnato la parola poetica al linguaggio musicale, amalgamandosi sotto diverse forme (il madrigale, l’opera, il lied romantico ecc.) per arrivare ai giorni nostri a un concetto forse meno sistematizzato di questo legame. Analizziamo la partitura di ‘Voice‘ (titolo emblematico direi) di Toru Takemitsu, scritto per flauto solo, nell’anno 1971, e quindi nella produzione pienamente matura del compositore giapponese, già entrato in contatto con figure quali Igor Stravinskij, John Cage per la musica aleatoria (vedi scuola di Darmstadt: ‘La parola d’ordine a Darmstadt era – libertà -‘, scrive il musicologo Alex Ross); analizzando ‘Voice’ dunque ci troviamo di fronte a un curioso e innovativo modo di intendere il legame fra testo e musica: le parole vanno a integrarsi con il tessuto musicale ricamando frasi di linguaggio musicale e parlato insieme: l’interprete, il flautista cioè, è tenuto a recitare durante l’esecuzione un testo che si ripete, a frammenti, lungo tutto il percorso musicale, e che nella sua versione integrale è: ‘Qui va la? Qui que tu sois, parle, transparence!’ Who goes there? Speak, transparence, whoever you are!‘. Mi piacerebbe potervi mostrare qui la partitura che ho ora sotto gli occhi, ma è un processo che non mi è possibile. Nella legenda al brano, fra le varie indicazioni, si legge: ‘Le texte est tiré de “Proverbes faits à la main” de Shuzo Takiguchi avec la permission de l’auteur’, un appunto interessante per conoscere la natura del testo. Takiguchi è un poeta surrealista del primo Novecento e Handmade Proverbs to Joan Miro è una raccolta del 1970 che contiene il testo scelto per la composizione musicale (Takemitsu scrive ‘Voice’ l’anno seguente).
La frase è inquietante, suggerisce una presenza quasi spettrale, ultraterrena, che si inserisce nella maglia di note. Qui va là? esordisce il flautista e più avanti, in un percorso di salti cromatici e di sfumature di colore tipiche anche del Takemitsu sinfonico (si ascoltino i lavori per orchestra, dal Requiem a Spirit Garden), ecco il secondo intervento vocale: Qui que tu sois, parle, transparence! un invito a rivelarsi, al riconoscimento, all’agnizione in senso greco. Mi piace pensare che in quella ‘trasparence!‘ vi sia lo specchio in cui l’artista riconosce se stesso nel processo creativo (nel frattempo infatti il flautista sta anche suonando, si sta cercando nel suono, come già accadeva per il fauno di Syrinx, di Debussy).
E’ quello di Takemitsu un riconoscimento spettrale, certamente, perché espressione dell’inconscio. Ma la trasparenza è qualcosa che rievoca anche luce, limpidezza, candore, e in questo senso mi piacerebbe leggere le parole del poeta Takiguchi che collaborò con molti pittori e compositori del suo tempo, nel tentativo di dare voce a un’immagine o a un suono: la ricerca dell’identità passa nell’incontro di più arti. Parola e musica, da sempre, e qui nuovamente, si trovano insieme a cercare l’uomo.

Scelgo qui di postarvi solo una parte del brano eseguita dall’immenso Emmanuel Pahud; lascio a voi scegliere altre interpretazioni da ascoltare, in youtube ce ne sono varie.

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Nocturnes #4: ‘Trockne Blumen’ – variazioni su Lied (F. Schubert)

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Caspar David Friedrich, ‘Abtei im Eichwald’, 1810

‘Trockne Blumen‘ (Fiori secchii) è il diciottesimo Lied tratto dal ciclo ”Die schöne Müllerin”  (La bella mugnaia) composto nel 1823 da Franz Schubert, su testo di Wilhelm Muller.
La forma di questo Lied romantico viene riproposta da Schubert in una composizione postuma (op. 160 D 802): le Variazioni sul tema ‘Trockne Blumen’ per pianoforte e flauto, una interessante indicazione (‘piano e flauto’, non il più comune ‘flauto e piano’) che lascia intendere la chiara concezione cameristica del brano. Dal tema si scioglierà un’alternanza flauto/piano che ‘dicono’ con pari dignità le parti melodiche nelle sette variazioni. La voce del flauto è guidata dal tema del Lied, che viene proposto per la prima volta dal pianoforte nelle otto battute iniziali dell’Andantino, dopo un’Introduzione a suggerire all’ascoltatore un contesto d’introspezione, oscillando dalla tonalità minore a quella maggiore: funerea l’atmosfera creata dal ritmo di pavana iniziale, che vede però risolversi in una possibilità luminosa, alla battuta 23 con quell’accordo di quinta diminuita che suggerisce un sorriso, un’apertura. Gli ultimi versi del Lied, infatti, cantano la fine dell’inverno, la rinascita, la vita: Dann, Blümlein alle, Heraus, heraus! Der Mai ist kommen, Der Winter ist aus.
È incredibile come la struttura musicale concepita da Schubert in queste otto battute che ripropongono il tema di ‘Trockne Blumen’ si integri con il senso del testo poetico e alla sua evoluzione verso una prospettiva di serenità (il ritorno alla tonalità maggiore).
I due linguaggi, quello musicale e quello poetico, convivono in questa partitura regalando un piccolo gioiello alla storia della letteratura del flauto (poche sono le pagine del primo Romanticismo dedicate a questo strumento) e a quella del piano, a cui viene offerta la non scontata possibilità di ‘cantare’, un aspetto che contraddistingue Schubert anche nella produzione esclusivamente pianistica: il primo movimento della sonata per pianoforte in Mi minore, per rimanere nella stessa tonalità delle Variazioni, si sviluppa lungo articolate linee melodiche nel registro medio-alto, quasi a ricalcare la tessitura della voce umana.
Così nelle Variazioni su Trockne Blumen, di grandiosa maestria è lo sviluppo graduale di questo tema malinconico in Mi minore verso una sesta variazione (tempo di marcia) e una settima variazione (Allegro), con cui si conclude il brano, nella tonalità di Mi maggiore. Una lenta e densa metamorfosi, un viaggio dalla morte alla vita, una catarsi.

Maddalena Lotter

TROCKNE BLUMEN

Ihr Blümlein alle,
Die sie mir gab,
Euch soll man legen
Mit mir ins Grab.

Wie seht ihr alle
Mich an so weh,
Als ob ihr wüßtet,
Wie mir gescheh?

Ihr Blümlein alle,
Wie welk, wie blaß?
Ihr Blümlein alle,
Wovon so naß?

Ach, Tränen machen

Nicht maiengrün,
Machen tote Liebe
Nicht wieder blühn.

Und Lenz wird kommen,

Und Winter wird gehn,
Und Blümlein werden
Im Grase stehn.

Und Blümlein liegen

In meinem Grab,
Die Blümlein alle,
Die sie mir gab.

Und wenn sie wandelt
Am Hügel vorbei
Und denkt im Herzen:
Der meint’ es treu!

Dann, Blümlein alle,
Heraus, heraus!
Der Mai ist kommen,
Der Winter ist aus.

Wilhelm Müller

FIORI SECCHI

 Voi tutti fiorellini
Ch’ella mi diede,
tutti vi si adagi
con me dentro il sepolcro.

Come tutti mi guardate
Con fare dolente,
come se sapeste
Cosa mi capitò

Voi tutti fiorellini,
Quanto pallidi e vizzi!
Voi tutti, fiorellini,
Che cosa vi bagnò?

Ah, le lacrime non fanno
Rinverdir come a maggio,
non fan defunto amore
Ancora rifiorir.

 E verrà primavera,
E inverno se ne andrà,
E nell’erba staranno
Allora i fiorellini.

E giacciono i fiorellini
Qui dentro il mio sepolcro,
Tutti quei fiorellini
Che ella mi donò.

E quando per il colle
Lei vagabonderà
E penserà nel cuore:
Lui, col pensier fedele!

Allora tutti, fiorellini,
Fuori, fuori!
Maggio è arrivato,
L’inverno se n’è andato.

(traduzione di Anna Maria Curci)

Nocturnes #3: Armide, la tragédie lyrique (J.B. Lully)

Jean-Baptiste_Lully_1L’Armide di Jean Baptiste Lully è forse l’opera più famosa del compositore francese che, a partire dal 1672, fu direttore dell’Academie Royale de Musique istituita da Luigi XIV. La fortuna di Lully è dovuta al suo ruolo fondamentale nella formazione di un teatro d’opera autenticamente francese; egli infatti scrisse nella sua vita tredici tragédies lyriques, undici delle quali composte sui testi di Philippe Quinault (tra questi anche l’Armide, datata nel 1686). Il compositore concepiva la tragédie lyrique essenzialmente come un dramma a cui venivano poi aggiunti la musica e il balletto, nel tentativo di riproporre in musica un corrispettivo del teatro letterario; infatti Quinault si ispirò nei suoi testi a Racine, a Corneille, e non è un caso che le trame di molte di queste opere siano tratte dalla tragedia greca classica (Euripide, Alceste) e latina (Ovidio) ma anche da Ariosto (Roland) e Torquato Tasso (è il caso di Armide, che riprende un episodio de La Gerusalemme Liberata).
Il legame fra musica e testo poetico si intreccia in un unicum di grande risultato espressivo, in cui il testo e l’assetto ritmico particolarmente enfatico danno vita a monologhi intensi e commoventi: l’aspetto fondamentale del teatro di Lully è infatti il recitativo – propongo qui l’ascolto del celebre Enfin, il est en ma puissance (“Infine, egli è in mio potere”) che la maga Armide recita alla fine del secondo atto, colta con un pugnale nella mano prima di uccidere il suo prigioniero guerriero Renaud, di cui però finisce per innamorarsi, passando da un sentimento iniziale di odio a un conflitto interiore da cui nasce il sentimento della passione, che viene suggerito in musica dal ritmo spezzato, ricco di pause, in un dramma affannoso e al contempo delicato.

Enfin, il est en ma puissance,
Ce fatal ennemi, ce superbe vainqueur.
Le charme du sommeil le livre à ma vengeance.
Je vois percer son invincible coeur.
Par lui, tous mes Captifs sont sortis d’esclavage.
Qu’il éprouve toute ma rage…
Quel trouble me saisit ! qui me fait hesiter !
Qu’est-ce qu’en sa faveur la pitié veut me dire ?
Frappons… Ciel ! qui peut m’arrêter !
Achevons… je fremis ! Vengeons-nous !… je soûpire !
Est-ce ainsi que je dois me venger ajourd’hui !
Ma colere s’éteint quand j’approche de lui.
Plus je le vois, plus ma fureur est vaine,
Mon bras tremblant se refuse à ma haine.
Ah ! quelle cruauté de lui ravir le jour !
A ce jeune Heros tout cede sur la Terre.
Qui croiroit qu’il fût né seulement pour la guerre ?
Il semble être fait pour l’amour.
Ne puis-je me venger à moins qu’il ne perisse ?
Hé ne suffit-il pas que l’amour le punisse;
Puisqu’il n’a pû trouver mes yeux assez charmans
Qu’il m’aime au moins par mes enchantemens
Que s’il se peut, je le haisse.
Venez, secondez mes desirs,
Démons transformez-vous en d’aimables Zephirs.
Je cede à ce Vainqueur, la pitié me surmonte;
Cachez ma foiblesse & ma honte
Dans les plus reculez Deserts.
Volez, conduisez-nous au bout de l’Univers.

(fine atto II)

Nocturnes #2: Les Chansons de Bilitis (Debussy)

Il faut chanter un chant pastoral, invoquer
Pan, dieu du vent d’été.

(Pierre Louys)

Les Chansons de Bilitis nascono come un falso letterario: il poeta francese Pierre Louys (1870-1925) scrive una raccolta di poesie imitando stile e contenuti dei versi di Saffo, poetessa di Mitilene (VI a.C.), nel tentativo di esprimere una sensualità di gusto pagano, orientando la propria scrittura e i suoi temi al Simbolismo, movimento che in Francia conosce il suo apice con Verlaine e Mallarmé (di cui ricordiamo la poesia Prélude à l’aprés midi d’un faune, che ispirò la celebre composizione di Claude Debussy del 1894). Sempre Debussy si interessa a tre dei testi di Louys, appunto, per comporre una prima stesura delle Chansons, per voce e piano: La flûte de Pan, La Chevelure and Le Tombeau des Naïades; il compositore ritorna nel 1901 alla raccolta di Louys e concepisce le Six Epigraphes Antiques, che qui proponiamo nella versione a quattro mani al pianoforte. I brani vengono pensati per questa formazione: due flauti, due arpe, una celesta e voce recitante i testi della raccolta. Les Chansons de Bilitis sono dunque ideate come musica di scena, così come sarà nel 1913 Syrinx per flauto solo, brano concepito come musica di scena all’interno del dramma Psyché di Gabriel Mourey: anche qui i contenuti si rivolgono alla mitologia greca (l’amore tra il dio Pan e la ninfa Siringa).

È interessante notare come nelle sue collaborazioni fra poesia e musica, Debussy abbia scelto di affidare il ruolo della voce recitante al suono del flauto (Prélude à l’aprés midi d’un faune, Les Chansons de Bilitis, Syrinx scelgono il flauto (o i flauti) come protagonisti – in Syrinx poi è un flauto ‘assoluto’). È in effetti il flauto nel mondo degli strumenti a fiato ad avvicinarsi maggiormente all’espressività della voce umana, con i suoi colori, le sue dinamiche e la sua agilità. È il flauto che tocca, per così dire, la stessa onda sonora su cui si snoda la parola poetica; non a caso in musica si parla di ‘articolazioni’, di ‘frasi’ e ‘fraseggi’, tutte terminologie che suggeriscono un contatto con il mondo della parola, dell’espressione. Accanto a questa ‘umanità’ della voce del flauto, però, non è da dimenticare che essa richiama sempre un contesto mitologico e in questo una particolare figura: quella del fauno, al limite tra l’umano e il ferino, tra apollineo e dionisiaco (se vogliamo rientrare in due categorie ‘estetiche’); è il fauno ad accompagnare l’impulsività dell’uomo, la sua diversità intesa come unicità nel mondo, la sua tensione comunicativa verso l’Altro – quella ricerca del contatto che sta alla base della musica come della letteratura e di ogni forma d’arte.

Propongo qui anche l’ascolto del celebre solo del Prélude à l’aprés midi d’un faune, che spalanca le porte alle novità del flautismo del Novecento nel panorama sinfonico.

‘I padri’ di Giulia Rusconi – il coraggio della parola, la ricerca dell’Altro

[…] Vorresti
amare qualcuno ma nessuno
di “loro”;

Ingeborg Bachmann

Molti sono gli spunti di riflessione che il libro di Giulia Rusconi offre al lettore e molto è stato detto in questi giorni. La prima presentazione de ‘I padri’ (ed. Ladolfi) a Venezia il 23 novembre 2012 ha ospitato Matteo Fantuzzi curatore del libro e un prezioso intervento di Anna Maria Carpi che ha aggiunto alla prefazione un nuovo, interessante punto di vista: i padri, dice Carpi, sono un testo poetico e allo stesso tempo teatrale, adatto alla recitazione che Giulia Rusconi – e lei sola – sa rendere con forza al suo pubblico. In effetti ‘I padri’ hanno più che mai bisogno di essere detti a voce alta, di essere quasi denunciati; essi sono il prodotto di una incredibile capacità introspettiva che si fa parola, nascono da un’analisi attenta e razionale di un vissuto che è intimo e ha provocato delle ferite ora rese pubbliche: c’è coraggio nella voce della giovane poetessa, che attraverso le sue figure (quelle che lei stessa definisce ‘i miei pupazzi’) ci rivela se stessa, la sua paura. ‘Tutti mi dicono che sono una donna / e bella e che ho spalle ampie / gambe robuste di ferro: / “Cammina da sola ora”. / Io non cerco che una mano / grande che mi copra tutta la faccia / non mi faccia invecchiare.’
Dico ‘paura’ perché ne ‘I padri’ di Giulia Rusconi non vi è quasi mai dolore, mai autocommiserazione. Non è questo un testo tragico, nonostante si incontrino nella lettura delle tragedie reali, concrete: ‘Mio padre non ha una famiglia / mi insegna l’aborto. Uso la pompa / e l’acqua insaponata e rischio / ogni giorno un’infezione.’ o anche ‘Faccio tutto con amore / ma il mio sesto padre vorrebbe fare sesso / e non vuole parlare. Mi lascia / alla stazione centrale, mi disereda.’ Non è nemmeno un testo ironico, perché l’Io bambina che emerge in questi versi, l’Io che cerca la figura paterna, non si diverte, e tantomeno si diverte l’Io adulta, quella razionale e chirurgica che definisce i contorni, prepara il catalogo degli umani: ‘Li colleziono li metto in fila / sulla libreria e li conto sempre / e li classifico per età / per ordine di importanza / li seziono gli cambio le teste / qualcuna fa fatica a staccarsi dal collo.’
L’espressione del dolore che in Rusconi non è tragedia (‘e poi io al tragico sono negata’ scrive la poetessa) prende forma nel grottesco, o come meglio definisce Carpi, nel ‘raccapricciante’: sono brutti questi padri, sono malati, sformati come in un quadro di Dalì, hanno un corpo solido, un disegno. Quello di Rusconi è infatti un dolore sì interno ma di cui viene sottolineata con forza la manifestazione fisica: ‘Il mio padre numero duecento per dirmi addio / mi stringe con le mani i seni.’
L’Io bambina dell’opera ha bisogno di ritrovare nell’altro il padre che l’ha abbandonata; elegante e perfetta la citazione iniziale: ‘Eloì, Eloì, lemà sabactàni‘ che inserisce i versi in un contesto universale, dove è possibile riconoscere una crisi profonda e sociale del ruolo del maschio, o piuttosto una crisi dei sessi, perché le madri di Giulia Rusconi sono ‘sedute di sbieco’, assenti o invidiose, deboli, noiose, le confezionano un affetto che la piccola Giulia ritrova già in se stessa, allo specchio. Le donne di Giulia Rusconi prendono le gocce, si curano il male in un atteggiamento passivo; i padri invece incarnano il male attivo, e agiscono: spesso se ne vanno. Solo uno torna sempre, il padre Bios, che però è ‘l’affidato, il preoccupato, l’ottuso’ – ‘il tignoso’.
Chi o cosa si salva dunque ne ‘I padri’? Qual è la parte sana? La ricerca, la fiducia che ci sia un Altro, il desiderio costante di questo contatto che spazia a tutte le modalità del relazionarsi: ‘I padri’ di Rusconi non sono solo amanti e non sono tutti amati, ognuno però va toccato, cercato, riscritto per poi essere inghiottito nell’immagine della matrioska grandissima, che è la poetessa pronta a digerire, alla ripartenza.

Maddalena Lotter

“E’ questo che cerchi, il contatto?”
Il contatto sì il pezzo mancante
della casa, delle cose.

Giulia Rusconi

La persistenza della memoria – Salvador Dalì (1931)

K. Mansfield e V. Woolf – un incontro al femminile, le biografie di Nadia Fusini

Possiedo la mia anima: il segreto di Virginia Woolf è un’opera straordinaria. Non si tratta di una semplice biografia, ma di un’indagine nel segreto, appunto, della scrittrice inglese più controversa e geniale nel panorama del primo ‘900. Nadia Fusini ha un vantaggio su chiunque voglia avvicinarsi a Woolf nel tentativo di scrivere una sua biografia: Fusini è traduttrice, e che traduttrice. Sue sono le più belle parole italiane della voce di Virginia Woolf, suo è il personaggio della Signora Dalloway, o della signora Ramsey (To the lighthouse), suoi sono i sei protagonisti di Le onde (The waves), romanzo sperimentale che rappresenta probabilmente l’opera più grande della scrittrice, opera purtroppo sottovalutata dai lettori per la sua complessa struttura narrativa. Nei suoi capolavori e nei suoi diari privati, resi pubblici dal marito Leonard (l’appellativo affettuoso dei coniugi era I lupi), Nadia Fusini si inserisce come uno specchio trasparente, attraversabile, che fa da filtro nel dipingere la figura di Virginia Woolf. Le intuizioni di Fusini sulla personalità di Virginia sono disarmanti per l’acume e la precisione con cui vengono proposte a un lettore, quasi come se l’una fosse riuscita a penetrare nella storia e a entrare in contatto (o in possesso, appunto), tramite la parola, con l’anima della grande scrittrice e con il suo ‘segreto’. Un segreto che sottointende tutto ciò che l’animo femminile tace di sé e ha taciuto nei secoli di Storia. La nevrosi di Virginia è la nevrosi di un’epoca, e della donna colta e sensibile inserita in quell’epoca; questo emerge molto chiaramente dalle pagine della biografia così come dai romanzi di Woolf stessa: “[…] Si immaginò che nelle stanze del cuore e della mente di quella donna, che la stava fisicamente toccando, stessero custodite come il tesoro nelle tombe dei re, tavole e scritti sacri, che a saperle leggere le avrebbero insegnato tutto, ma mai sarebbero state esibite apertamente, mai rese pubbliche. […] Ma come si faceva, s’era chiesta, a sapere questo e quello della gente, se la gente è così sigillata? […] (da ‘Al faro’ – To the lighthouse, 1927).

Le figure femminili che attraversano la vita di Virginia Woolf sono le più diverse e le più interessanti; Vita Sackville-West, con la quale è probabile che Virginia abbia intrattenuto una relazione amorosa (se non erotica), ma anche la sorella Vanessa, e Katherine Mansfield. Proprio lei. L’incontro fra le due scrittrici avviene nel 1920 a Hampstead, dove Virginia e Katherine trovano subito un’intesa forte: “Era bello stare lì con lei; Virginia capì che non c’era niente che le potesse dare la stessa profonda emozione che le dava una donna intelligente, sensibile, libera – una donna identica a lei. Perché Katherine era proprio come lei: una donna che capiva la letteratura, e sapeva scrivere. […] Ma era anche invidiosa, gelosa.” (da Possiedo la mia anima., p. 122). In quell’anno Virginia sta scrivendo La stanza di Jacob ed è invidiosa della scrittura di Katherine, vorrebbe scrivere esattamente come lei.
Dal canto suo, KM (così Fusini fa chiamare Mansfield da uno dei personaggi del libro: ‘la figlia  del sole – vita ardente di Katherine Mansfield’) non vive la vita sedentaria di Virginia e non ha ‘tempo per l’invidia’, ma è “una donna complicata e vuole cose contraddittorie” (cit. p. 33), esattamente come Virginia Woolf, e in questo si riconoscono incontrandosi. KM brucia tutto, brucia i suoi anni (muore a soli trentaquattro anni di tubercolosi), e mentre Virginia nei diari confessa che “La fatica di andare a Londra è troppo grande” (Diari, 25 ottobre 1920), Katherine conduce una vita che definire movimentata è un eufemismo: “A Londra, nel dicembre del 1912 KM ha ventitré anni,” scrive Fusini “è in Europa in modo stabile dall’agosto del 1908 e ha già avuto molte esperienze – d’amore, di sesso: un aborto, anzi, due aborti e una peritonite, dopo la quale non potrà avere figli. E’ una ragazza avida di incontri, impulsiva, promiscua, confusa e autodistruttiva.” (da la figlia del sole, p. 18)

KM nel 1920

Le due figure di scrittrici si incontrano e si scontrano in queste biografie di Nadia Fusini, che riesce a dipingere con forza ma pure con delicatezza l’immagine controversa di due vite intellettuali dei primi del ‘900, due vite diverse ma identiche nel loro aspetto fondamentale e per così dire ‘primigenio’: essere una donna scrittrice, un motivo caro alla produzione saggistica di Virginia Woolf (A room of One’s own – Una stanza tutta per sé, 1929) e che si agita nella condotta di vita di Katherine Mansfield, anima avventurosa, una vera e propria figlia del sole che rivendica una sua libertà intellettuale, una donna che “in quei nomi di pittrice, scrittrice, musicista non cerca un’identità, ma l’espressione” (da La figlia del sole, p. 22)

Bibliografia:
N. Fusini, Possiedo la mia anima – il segreto di Virginia Woolf, Mondadori 2006
N. Fusini, la figlia del sole – vita ardente di Katherine Mansfield, Mondadori 2012
V. Woolf, Diario di una scrittrice, minimum fax 2005 (Prefazione di Ali Smith, Introduzione di Leonard Woolf)
V. Woolf, To the lighthouse, 1927