Autore: Luigi B.

Luigi Bosco, pugliese, classe 1982. Dopo la Laurea in Psicologia ottenuta presso l’Università degli Studi di Bologna, ha vissuto a New York, Boston e Londra. Attualmente risiede a Madrid dove lavora. Dottorando in Psicoanalisi e Filosofia della cultura senza grossi successi, scrive e soprattutto legge, senza grosse pretese. Ha fondato e dirige il portale web Poesia 2.0

Io sto col Giudice Garzón

UN MILIONE DI VOCI A FAVORE DELLE VITTIME DEL FRANCHISMO, DELLA DEMOCRAZIA, DEI DIRITTI UMANI E IN DIFESA DEL GIUDICE D. BALTASAR GARZÓN REAL

Noi sottoscriventi cittadini e le Associazioni in difesa della Memoria Storica, identificabili dai dati personali di ciascuno, impegnati a rendere giustizia alle vittime del franchismo e nella difesa della democrazia nelle nostre istituzioni, siamo a conoscenza che:

in questo momento il Consiglio Generale del Potere Giuridico e il Tribunale Supremo si dispongono a formulare una decisione sulla sospensione ed il processamento del Giudice Baltasar Garzón Real, per il suo cercare di giudicare il genocidio spagnolo ad opera della dittatura franchista, a seguito della querela presentata dai gruppi di estrema destra Falange Spagnola e Mani Pulite. Sappiamo, altresì, che il Giudice Baltasar Garzón Real e riconosciuto internazionalmente per i suoi incessanti sforzi nel perseguire i crimini contro la umanità. Ma le sue investigazioni sulle atrocità commesse in Spagna durante il franchismo, assieme agli scandali di corruzione, hanno causato una scandalosa offensiva politica e legale, volta ad escluderlo dalla carriera giuridica e ad evitare che affiori la verità. (altro…)

La parte Assente – Stefania Crozzoletti, Clepsydra Ed. 2009

Una femminilità, che oserei definire virile, emana dagli ultimi versi di Stefania Crozzoletti, raccolti in volume per Clepsydra Edizioni nel 2009.

La parte assente subisce e trasmette, sin dalla prima pagina, una estenunate tensione irrisolta e irrisolvibile, una schizofrenia interiore e interiorizzata, orgogliosa e fiera nonostante una certa dose di rassegnazione che permea di lucidità tutte le riflessioni che sostano tra un a-capo e l’altro. Una antiteticità “senza uscite di sicurezza” che la poetessa vive con “rabbia operaia”, con l’indignazione priva di riscatto propria di chi rifiuta la gettatezza ontologica dell’essere,  di cui si sente vittima e che contrasta con l’ultimo disperato sforzo della poesia – ma senza crederci. (altro…)

Natura morta (con poeta)

Dorme l’upupa sul mattone.


Il cane ulula un lupesco

osceno e le pecore

accorrono veloci

superando le lepri con un

_______________________balzo.


Le volpi che vinsero

la guerra con le iene, ora

banchettano sui loro stessi

cadaveri.


Ah, se solo il sole tramontasse!


(Gira voce che le formiche

siano cieche come talpe)


Eppure: quanta luce!


( ai Poeti Nuovi)

Buona Pasqua

L’Agnello e i pecoroni

Dicono che un giorno

un Agnello

offrì all’Uomo

il suo costato.

Da allora

ancora si sentono

nell’aria

profumo di patate

al rosmarino

e

le voci

belare.

*

La Resurrezione della salsiccia

A chi ti percuote su un gluteo, porgi anche l’altro; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica.

(dal Vangelo secondo Luca)

(Chi ha orecchi per intendere, intenda.)

Lettelatrura: ovvero, perché Berlusconi è il migliore narratore contemporaneo.

Vista la serata Raiperunanotte, vista la presenza di Daniele Luttazzi e visto il post di Natalia che ne ripropone la performance, ho pensato di fare cosa gradita postando una breve riflessione scritta un paio di giorni fa.

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Nonostante sia indubitabilmente complesso dare una definizione di cosa sia l’arte, ciò non mi priva della possibilità di individuare alcuni dei suoi tratti più salienti. Se si assume che arte è tutto ciò che esime dagli oneri dell’efficienza; che, pur derivando da una necessità, non esprime la soluzione ad un bisogno; che si assume la responsabilità dei suoi artifici prodotti al di fuori dei parametri della logica e che al rigore della funzionalità preferisce la sperimentazione estetica del bello; se si assume tutto ciò come vero, si potrebbe essere d’accordo nell’affermare che arte è soprattutto (ma non solo) forma (da non confondersi con lo stile).

Detto ciò, va da sé che ad ogni tipo d’arte corrisponde una sua propria forma d’espressione, che avviene grazie alla manipolazione di un determinato materiale primario secondo le regole di base stabilite dalle varie tecniche: la pittura si servirà dei colori e delle tecniche pittoriche e del disegno; la fotografia della luce, della prospettiva e delle tecniche dello sviluppo; la musica del suono e degli strumenti musicali e del pentagramma; la poesie della parola, del suono, del ritmo e delle tecniche della metrica; la letteratura del linguaggio, della sintassi e delle tecniche della narrazione.

Limitiamo il discorso restringendo il campo d’indagine all’ultimo ambito artistico: la letteratura.

A differenza di colui che per esprimersi sceglie la poesia – un susseguirsi di suon-immagini evocanti i più diversi stati d’animo che si consumano nel giro di qualche verso, lo scrittore-narratore ha bisogno di guadagnarsi la fiducia del lettore attraverso la persuasione perché il lettore decida di dedicare molte ore o qualche giorno alla storia-romanzo che gli propone. Indubbiamente, il contenuto di una storia o di un romanzo è fondamentale al fine di stimolare la lettura. Ma molta della persuasione che fonda la motivazione del lettore deriva dal modo della narrazione. Anche le cose più interessanti, infatti, se non espresse nel modo giusto, rischiano di rimanere inascoltate. Allo stesso modo, argomenti di scarso interesse o semplici come può essere una storia qualsiasi, possono ripristinare gli uditi più sordi, se raccontati nel modo giusto.

La capacità narrativa influenza anche le sorti di un autore. Quando, infatti, un autore, da fenomeno editoriale, diventa a tutti gli effetti scrittore? Quando, attraverso la sua tecnica narrativa, è capace di instaurare quel legame empatico e di coinvolgimento tra i suoi personaggi e il lettore, diventando il trait d’union indispensabile tra la storia che egli scrive scrive e quella di colui che la legge, il quale non vorrà mai smettere di leggere oltre per vedere come va a finire.

Chi altri è, ancora, il buon scrittore? È colui che, attraverso gli artifici narrativi e l’utilizzo del linguaggio condiviso dalla comunità a cui si rivolge, è in grado di comunicare persuasivamente il nuovo insinuandolo sotto le mentite spoglie del vecchio, utilizzando una struttura manifesta dentro cui nascondere l’imprevisto/imprevedibile, appropriandosi delle parole per poi restituirle cariche di un significato che prima non conoscevano. Tutto questo crea un legame tra chi scrive e chi legge, tanto più indissolubile quanto meglio è raccontata la storia, e che, da semplicemente persuasivo, diventa di condivisione: universalizzante.

Tutto questo lungo preambolo mi è servito da premessa alla seguente affermazione: il miglior narratore italiano contemporaneo, anche se non ha mai scritto un cazzo, è Silvio Berlusconi (che è anche il maggior editore italiano, ma questo è un altro discorso).

A chi fosse scettico al riguardo chiedo: se Silvio Berlusconi non è il miglior narratore contemporaneo, cosa diavolo è questa storia che dura da un ventennio ormai, che è stata capace di unire milioni di cittadini-lettori in un unico coinvolgente amplesso emotivo che le cinque stagioni di Lost le fanno un baffo? Se si riflette bene su Silvio Berlusconi, con un minimo di obiettività e un pizzico di senno del poi, si può facilmente intravedere la perfezione del personaggio: un signor nessuno che passa dall’animazione di crociera alla presidenza del consiglio, attraverso un percorso pieno di peripezie, ostacoli, amici e nemici, grazie al suo carisma ed alle sue straordinarie capacità. Lo stereotipo della storia del self-made man raccontata in maniera sublime a 56 milioni di italiani che hanno seguito e seguono, passo dopo passo, le vicende che il protagonista ha deciso di raccontargli, appassionandosi, lasciandosi piacevolmente coinvolgere dalle passioni della personificazione. Il protagonista lo hanno amato, odiato, difeso, attaccato, osannato, disprezzato, senza mai privarlo del suo ruolo e lasciando che questi diventasse parte della loro stessa vita, proprio come lo sono diventati alcuni personaggi che abbiamo conosciuto nelle pagine dei libri o nei serial televisivi.

Se Silvio Berlusconi ha una capacità, questa è quella di comunicare/rsi. L’attuale presidente del consiglio, infatti, ha saputo raccontarsi al suo popolo, come solo un grande scrittore avrebbe potuto fare raccontando il protagonista di una sua storia, utilizzando in maniera lucida ed originale il linguaggio in tutte le sue accezioni verbali e non verbali, appropriandosi delle parole rendendole inoffensive o funzionali al suo discorso (comprare le case editrici serve anche a questo), come un vero maestro della retorica, e utilizzando tutti gli elementi narrativi di una storia ben raccontata.

Come lucidamente descrive Daniele Luttazzi nel suo ultimo saggio-satira “La guerra civile fredda”, esistono cinque elementi indispensabili affinché una storia risulti ben raccontata: il progetto, o il voler raggiungere/ottenere qualcosa a qualsiasi costo; gli ostacoli da superare; l’unicità del protagonista; le debolezze del protagonista; il passato del protagonista.

Ora, il progetto di Berlusconi, inutile quasi dirlo, è il potere (che è riuscito a raggiungere alla grande, ma che ora vuole mantenere). Gli ostacoli sono anch’essi noti a tutti, visto che il Nostro si prodiga di ricordarceli un giorno si e l’altro pure: la stampa comunista, le toghe rosse, la polizia eversiva. Come Luttazzi sottoline, Berlusconi tende ad enfatizzare e ingigantire ossessivamente i suoi ostacoli perché ciò gli è congeniale: quanto più grandi sono gli ostacoli che il protagonista deve superare, tanto maggiore saranno gli sforzi che egli dovrà compiere. Le sue azioni, che fuor di contesto potrebbero risultare eccessive o spregiudicate, vengono automaticamente giustificate dalla grandezza di tali ostacoli. Con il vantaggio che l’avventura risulta ancor più avvincente. La unicità e le debolezze del protagonista sono indispensabili al cittadino-lettore perché possa delineare i tratti del personaggio e costruirsi una rappresentazione di esso, da cui nascerebbe il vincolo emotivo e la partecipazione empatica. Silvio Berlusconi è indiscutibilmente unico, più unico di quanto ognuno di noi lo sia giá solo per il semplice fatto di raccontarsi ed averne la possibilità. A questo si aggiunge che non tutti sono presidenti del consiglio, chiunque non è presidente di Mediaset, è ricco come pochi ed ha molto potere che gestisce liberamente (anche troppo, direi). Anche le sue debolezze sono evidenti, volutamente evidenti perché il personaggio Silvio Berlusconi, pur nella sua unicità, non si allontani troppo dall’uomo comune, il quale conserva, prorpio per questo, la possibilità di identificarsi con esso. Le donne, le puttane, le frequentazioni poco limpide, i due matrimoni, i figli di primo e secondo letto, le vicende giudiziarie, il divorzio con Veronica a Porta a Porta, le questioni sull’eredità, il mausoleo nella sua villa di Arcore, il teatro greco nella residenza estiva a Villa Certosa, Mangano in casa, sono tutti elementi che rendono speciale e fin troppo umano il personaggio Silvio Berlusconi, contribuendo, al tempo stesso, a creare la sua storia. La storia di un personaggio è assolutamente fondamentale per indurre quel meccanismo di identificazione da cui deriva, successivamente, l’empatia. Il suo passato sta alla base di quel sentimento di familiarità che consente la vicinanza emotiva. Ricordate “Una storia italiana”? quel libricino che Silvio mandò a mezza Italia con la storia della sua vita. E i vari reportage su Chi? lui con la famiglia, lui nelle sue residenze, lui con i suoi affari, lui con tre dolci fanciulle sedute sulle sue gambe. Per non parlare di quei fascicoletti su Berlusconi pubblicati a puntate da Libero di qualche anno fa. Familiarità, debolezze e unicità – e un enorme potere mediatico per raccontare.

L’ultimo esempio eclatante a conferma del fatto che il nostro (?) presidente del consiglio sia anche il più grande narratore contemporaneo è l’attacco fisico subito a seguito di un suo comizio a Milano qualche mese fa. La sofferenza del volto di un uomo ferito, quindi non invincibile, e al tempo stesso la forza e l’orgoglio di un uomo speciale che si affaccia dallo sportello dell’auto per farsi vedere dal suo popolo. Evento – vero o montato che sia non ha importanza – immediatamente trasformato in racconto, storia, trama, con un utilizzo della parola e del linguaggio in generale pieno della più efficace retorica che si rivolge alle anime pie.

Uno dei vantaggi di Berlusconi, infatti, è stato quello di aver saputo appropriarsi delle parole più “alla moda”, quelle più presenti nelle bocche di tutti, quelle più rappresentative dei suoi tempi, restituendole alla sua platea rinnovate nel significato e nella portata. “Il Popolo delle Libertà”, i “difensori del voto”, la “libertà”, la “democrazia”, la “privacy”, la “meritocrazia”, la “responsabilità sociale”, l’”uguaglianza”, il “partito dell’amore”, la “tolleranza”, il “perdono”: tutte espressioni proprie, se non di una cultura strettamente comunista, almeno di una visione del mondo di sinistra, che si è fatta rubare da sotto il naso quella che era la sua retorica. Un linguaggio ed una terminologia evidentemente in contrasto con la sua politica affarista, il suo atteggiamento dispotico ed anti-democratico, la sua visione del mondo del “io so’ io e voi nun siete un cazzo”. Ma tale atteggiamento contraddittorio, quasi vicino alla schizofrenia, come è evidente, non è importante o, piuttosto, perde la sua importanza di fronte alle necessità della narrazione.

Ciò che è accaduto, infatti, è che l’identificazione tra il personaggio e il suo pubblico-lettore si è talmente solido-radicata da consentire al protagonista di questa “storia italiana” di parlare solo ed esclusivamente di sé senza che nessuno si senta escluso dal racconto. Tutti quei cori in piazza durante la manifestazione di qualche sabato fa non sono altro che il prodotto della totale e alienante personificazione del cittadino-lettore con il suo personaggio. Tutti infatti rispondevano in coro che non volevano le tasse di successione per le eredità, non volevano la magistratura schierata, non volevano un controllo fiscale che fosse troppo invasivo, non volevano le intercettazioni della polizia: tutti questi questi “ostacoli” che, in realtà, sono di una persona sola (Silvio Berlusconi), sono diventati gli ostacoli di tutti. Con la pubblicazione del libro commemorativo “L’amore vince sull’odio e sull’invidia” da parte della Mondadori si è arrivati all’apoteosi dell’assurdo: il presidente del consiglio, nonché proprietario della casa editrice, pubblica un libro commemorativo di se stesso, assolutamente privo di qualsiasi valore culturale, qualitativamente sotto le barzellette di Totti e a pari livello di un catalogo Ikea, guadagnandoci su.

Proprio a seguito di questo inaccettabile avvenimento editoriale, in un mondo dove ormai sembra che anche l’abbaiare di un cane possa fare poesia, mi sono concesso la libertà di un neologismo: lettelatrura. Nel frattempo, la mercificazione del sé tramite l’identificazione con la narrazione va avanti.

Anche io sono curioso di conoscere il finale di questa lunga storia, nonostante sia convinto di sapere già come andrà a finire: il protagonista si ritirerà a vita privata, lasciando in eredità al successore il suo impero politico-mediatico con l’onere e l’onore di mantenerlo così com’è, se non per perfezionarlo. Morirà in esilio pseudo volontario-verosimilmente forzato in qualche luogo esotico o comunque lontano dagli occhi e dal cuore. Non si farà che parlare di lui, come già accadde quando era in vita. Si formeranno gli schieramenti dei pro e dei contro. Andrà a sostituire nei discorsi la retorica del fascismo e dell’antifascismo, che oggi occupa le voci di molti italiani e le pagine di molti giornali. Dopo una decina d’anni – quando i vecchi di ora saranno morti o troppo vecchi, i giovani di adesso saranno vecchi o troppo stanchi o troppo delusi e quelli che oggi sono bambini saranno giovani che non ricorderanno nulla o non abbastanza, obnubilati dall’intermittenza delle luci della playstation – quando tutto sarà più lontano, gli dedicheranno onorificenze e, magari, anche una piazza di qualche città. Qualcuno, molto pochi, si incazzerà per questo. Tutti gli altri saranno troppo impegnati in un altra avvincente storia di questa nostra lettelatrura italiana. Edizioni Mondadori o chissà.

Progetto sperimentale “Supercazzole poetiche ed altri versi”

Ovvero: illuminanti raggi oscuri sul senso improprio delle parole nei versi e frutta mista di stagione, di Arturo Moll.



Supercazzola 0

Dunque non vedi

come postribola?

…………………..Come

del contuso dito

contendi il petto che

piatto si spiana piano

all’indice e all’occhi

– ma senza seno?

…………………..Costruisci

come un coseno osceno

ipotetici archi

barocchi

attorno ad una ipotenusa

e non attendi

che l’angolo maturi

a retto (?)

Burocrazia

.

Salve,

.

la presente e il suon di lei

– come da oggetto, s’intende –

solo se con Outlook sennò è muta,

vale come richiesta d’iscrizione

ai sensi degli articoli non circoscritti, già

sottoscritti dalla segreteria del segretario del

partito mai tornato – nemmeno, chessò,

una lettera o una telefonata.

.

Raccomandata

con ricevuta di ritorno,

la carta spesso è straccia

se non canta –

nonostante le marche da bollo.

.

La burocrazia lascia il tempo che trova,

quello che ci resta

prima della archiviazione.

Il museo chiude alle 18

Uno dei migliori concetti marcusiani è quello della realtà sopraffattoria. Forse, una delle principali cause della inarrestabile decadenza della Letteratura contemporanea (a mio avviso quella delle librerie e neanche tutta) di cui tutti parlano.

In un mondo in cui la realtà, con i suoi avanzatissimi strumenti, sembra essere capace di superare la fantasia, giocando d’anticipo sulla immaginazione e forte del suo principio di concretezza, la Letteratura ha bisogno di trovare un nuovo posto nel mondo, senza dimenticare la sua principale funzione di reinvenzione del linguaggio, riscrivendo la realtà. Magari raccontando storie di ordinaria amministrazione. Per il momento, questo resta il mero esercizio di una “fiction” che guarda al prima o al dopo del fatto. La speranza è che, col tempo, si trasformi in qualcosa di diverso. O persino migliore.

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Nome: Monica. Cognome: Gallone. Età: 28 anni.

Da due lavora come custode responsabile del museo corinzio di Palandrino, un piccolo paese ai confini tra Lazio, Umbria e Toscana, dove il modo di parlare della gente è l’espressione più evidente della loro ricerca di identità ancora in corso.

Una vita passata a seguire l’ordine naturale delle cose e ad eseguire gli ordini dettati dagli altri e da un contesto capace di schiacciare le persone, nonostante la sua piccolezza. O, forse, proprio per questo: il paese è piccolo, la gente mormora. Due multe – una per aver saltato un rosso ed una per divieto di sosta, una fregatura assicurativa in corpo due e il mancato accesso ad un concorso pubblico per aver scritto il cognome al posto del nome sul modulo di presentazione.

– Mio Dio, ma è assurdo!

– No signorina, sono le regole.

– Ma lei si rende conto dell’assurdità della situazione? Capisco che esiste una norma, ma la sua applicazione andrebbe interpretata a seconda dei casi!

– Signorina, purtroppo non è possibile. La legge è la legge e se dovessimo interpretarla caso per caso saremmo sommersi dai ricorsi e non si farebbe più nulla.

Quando tornò a casa, ad accoglierla vi furono il volto freddo della madre e lo sguardo del padre, tipico di chi si trovi (suo malgrado) di fronte ad un essere chiaramente inferiore. Geometra – ma lui, in fondo, si sente un ingegnere – da anni lavora al comune del paesotto, dove un amico ha un amico il cui cugino lavora nell’ufficio accanto a quello dell’Assessore ai Beni Culturali, il quale si è detto disposto a considerare la possibilità di includere nello staff del museo corinzio, come custode responsabile, qualcuno che sia “affidabile e rispettoso delle regole”. Contratto a progetto rinnovabile fino a prova contraria, 800 euro lordi al mese, dalle 10 alle 18. Tutti i giorni, tranne il giovedì. Postazione: un banchetto semicircolare all’ingresso dove attendere gli sporadici visitatori, rigorosamente in piedi e in divisa.

Da due anni, tra una brochure e un “mi dispiace, i sotterranei non sono al momento accessibili”, Monica riflette sulla inutilità della sua vita nei tempi morti delle sue giornate che occupano quasi tutto lo spazio. Così, giorno per giorno, Monica inizia a percepire il museo corinzio come un prolungamento della sua identità, come qualcosa che potesse giustificare la sua presenza nel mondo, almeno ai suoi occhi e a quelli dei visitatori che, il più delle volte, sorvolano sui volantini illustrativi in bella mostra sul banchetto e sui suoi “Arrivederci” smaglianti. Ultimamente, aveva sviluppato una certa intransigenza, la cui manifestazione era direttamente proporzionale al disinteresse che non aveva ancora capito bene se fosse del mondo verso di lei o suo nei confronti del mondo. Tutto le sembrava sospeso, appeso ad una confusione aleatoria che permeava tutti gli interstizi del suo tempo. Il rispetto delle regole erano diventate l’unico modo che aveva incontrato per capirci qualcosa. Eppure ancora non riusciva a scacciare quella permanente sensazione di inutilità, che si faceva più forte soprattutto quando nel museo entravano signori con cappelli bizzari e una pipa appesa alle labbra, o signore benvestite affatto meravigliate da un luogo tanto simile alle loro case. Le facce annoiate degli studenti in gita le facevano perdere le staffe. Ma chi davvero non riusciva a sopportare erano i cinesi con le loro reflex da 800 euro: il suo stipendio, tasse incluse. “Ma non mangiavano solo riso, questi?”, si chiedeva mentre li guardava fare inchini a destra e a manca.

Non aveva un uomo che la portasse fuori a cena per poi riaccompagnarla a casa con negli occhi la speranza di sentirsi dire “Vuoi salire?”. Il padre non si era mai accorto dei momenti in cui avrebbe potuto dichiararsi orgoglioso di lei e la piccolezza della madre era talmente evidente da averne conquistato i lineamenti del volto. “Nessuno può essere importante per sé”, pensava mentre chiudeva le porte del museo e si dirigeva verso la fermata dell’autobus – una macchina non avrebbe potuto permettersela. Ma fuori del museo era diverso: c’erano altre regole, quelle che lei non era mai riuscita a capire o a controllare. E il viaggiare in piedi sia all’andata che al ritorno ne era una prova. “Se gli altri non si accorgono di qualcuno, quel qualcuno non esiste” – la chiave nella toppa, finalmente a casa. Una doccia, cena e poi a dormire, ché domani è un altro giorno.

Quando seppe del concerto d’archi per la celebrazione dei cento anni d’apertura del museo, qualcosa in Monica cambiò. Le si accese come una speranza: quella di esistere per qualche sconosciuto, almeno un paio d’ore.  Quella mattina si vestì di fronte allo specchio: la divisa era la stessa di tutti i giorni, eppure era diversa, perché oggi sarebbe stata un punto di riferimento per gli ospiti. Si truccò, per l’occasione, gli occhi e le gote con un tocco di fard. Prese l’autobus in anticipo, per evitare che la folla dell’ora di punta le sgualcisse la giacca. Aveva il volto colmo di una solennità che non aveva ancora conosciuto fino a quel momento. Giunta al museo, entrò iniziando a dare disposizioni con la serietà di una vera professionista. Tutto era pronto e doveva essere perfetto. Ricevette una chiamata che la avvertiva di una posticipazione del concerto: dalle 16 alle 17. Lei ci rimase male. Disse che non era così che era abituata a fare le cose e che degli ospiti non potevano decidere il menù dell’oste. Tra l’altro, il museo avrebbe chiuso alle 18, essendo domenica. Dall’altro lato del telefono, una voce imbarazzata si scusò dell’accaduto e assicurò che tutto si sarebbe svolto entro il rispetto degli orari prestabiliti.

Alle 17.20 il gruppo dei musicisti non ancora era al completo. Nel frattempo Monica si era prodigata per gli arrivati: aveva indicato agli spettatori dove sedersi, dividendo l’afflusso in due code allineate ai lati opposti della sala e aveva accolto i musicisti con un “Buonasera, da questa parte”. I musicisti la seguirono continuando a parlare tra loro e, quando dovette allontanarsi per un battibecco di una unita famiglia divisa dalle postazioni assegnate, si sentì assicurare con benevolenza di non preoccuparsi “sappiamo già come disporci”. Nessuno le aveva ancora detto “Buonasera”.

Durante il concerto non riusciva a decidere se fossero più fuoriluogo i frack dei suonatori o le pellicce delle signore che ascoltavano senza capire. Nemmeno lei capiva ciò che non stava ascoltando, immersa com’era nel suo ruolo rivestito da tanta responsabilità. E cosa potevano saperne loro, i suonatori con i loro violini, le signore nelle loro pellicce e i mariti con la pipa appesa a quella faccia stupida. Si accorgevano solo ora dell’esistenza di quel museo che li stava ospitando tutti e che avrebbero avuto l’accortezza di dimenticarlo appena fuori. Eppure, se ora tutti questi signori imbellettati sono qui è perché questo museo esiste, è esistito prima che loro arrivassero ad occuparne le poltrone con i loro culi flaccidi ed esisterà anche dopo, liberato da quell’odore di profumi costosi, tabacco speziato e naftalina. Così come lei, Monica, il custode responsabile che ha reso possibile all’intellighenzia di passaggio di assistere ad un concerto di musica barocca con il proprio lavoro sottopagato, rimandando le ferie che non avrebbe comunque potuto permettersi, lavorando con l’influenza per mancanza di sostituti. Tutto questo per loro, perché degli sconosciuti ingrati e irrispettosi potessero assistere, ora, ad uno stupido concerto che la farà tornare a casa tardi, di domenica, senza che nessuno di loro se ne dispiaccia almeno un po’.

Doveva fare qualcosa. Il suo sacrificio non poteva consumarsi invano. Se esisteva un modo per farsi ricordare, per esistere, era giunto il momento di provarlo. Alle 18 in punto Monica si allontanò dal suo banchetto. Attraversò il passiglio che le file delle sedie, a destra e a sinistra, avevano formato al centro della sala. Su quel tappeto rosso si sentiva una regina, anche se nessuno le diede molta importanza. Gli sguardi si distolsero dalla piccola banda di suonatori siolo quando, con una eclatante dimostrazione di onnipotenza, Monica scavalcò i cordoni di velluto rosso che dividevano lo spettacolo dagli spettatori. Con un gesto plateale ed osceno, dimostrò a tutti la superiorità della regia, a cui è permesso di entrare e uscire dallo spettacolo che sente proprio e di cui tutti non sono che attori o spettatori. Monica si avvicinò ai musicisti impedendo loro di continuare nella loro performance. Poi, si diresse alla balaustra, avvicinò le labbra al microfono e disse: “Il museo chiude alle 18. Tutti i visitatori sono pregati di dirigersi verso l’uscita. Grazie.”

Non si era mai sentita così viva.

(Concerto interrotto al Pantheon: il ministero si scusa con Alemanno, Corriere della Sera)

Pier Paolo 88

Cosa importano le grida

di tua madre se

dal corpo sgrava l’utero

della civiltà?

Sotto l’ampia fronte il tuo pensiero,

arricciato tra i solchi delle raggrinzite

rughe, grondava le parole

del suo privilegio

sui tetti gialli che otturavano le case,

fino a che non ti si smise

il fiato dalla bocca.

Dalle tue ceneri rinasce

ogni giorno da allora

zoppa la fenice

o senza un ala che muova

un poco d’aria intorno.

Non brilla la virtù opaca

dei discorsi ripetuti

alle televisioni violentate

da qualsiasi microfono.

Son di moda oggi i froci

comunisti: li puoi incontrare

ovunque nei palazzi

alti, tranne di domenica

Ché cantano nei cori.

I fetusi già

non tingono più le sabbie

né giocano con le palizzate delle spiagge:

rimboccate le maniche

per non sporcare il vestito buono

agitano gli avambracci pelosi

con la faccia all’ombra di un pino

sotto il quale scrivono le leggi

della religione del mio tempo: corpi

semimorti che accolgono

il riposo di assopite coscienze, stanche

dopo la visita al mercato centrale

tra i saldi sui saponi

e quelli sui fucili.

Nonostante gli sconti sui cuscini

su di essi ancora resta la mattina

l’orma del sogno di una cosa

che non riusciamo a ricordare.

*

*

Pier Paolo Pasolini nacque a Bologna il 5 Marzo 1922. Morì assassinato il 2 Novembre 1975 e questo ancora ci duole.

Fuorilegge – Natàlia Castaldi



Non è più tempo, non siamo noi nel tempo,
perchè Noi non esistiamo,
non ci siamo mai stati né mai ci saremo,
quando di noi resterà solo un pronome che
senza i nostri occhi, la nostra pelle, le nostre ossa,
troverà spazio davanti alla definizione temporale di un'azione
noi - Noi - non saremo che la coniugazione di un inganno reale,
un desiderio fuori tempo, fuorilegge.
.
(Natalia Castaldi) .(C

.

AUDIO

.

Otto versi. Otto versi per “distruggere” la vita con il senso dell’esistenza.

Noi non siamo.

Noi non siamo che pronomi vuoti posti – soggetti-oggetti – dinanzi al verbo della vita che si coniuga in un inganno reale. Chi sa questo è un fuorilegge – che non ha dove scappare.

Non ho altro da aggiungere (a parte scusarmi con l’autrice e chi leggerà/ascolterà per una voce che, oggettivamente, non rende un’adeguata interpretazione).

Luigi B.

Toco tu boca – Rayuela, Julio Cortazár

“Toco tu boca, con un dedo todo el borde de tu boca, voy dibujándola como si saliera de mi mano, como si por primera vez tu boca se entreabriera, y me basta cerrar los ojos para deshacerlo todo y recomenzar, hago nacer cada vez la boca que deseo, la boca que mi mano elige y te dibuja en la cara, una boca elegida entre todas, con soberana libertad elegida por mí para dibujarla con mi mano en tu cara, y que por un azar que no busco comprender coincide exactamente con tu boca que sonríe por debajo de la que mi mano te dibuja.

Me miras, de cerca me miras, cada vez más de cerca y entonces jugamos al cíclope, nos miramos cada vez más cerca y los ojos se agrandan, se acercan entre sí, se superponen y los cíclopes se miran, respirando confundidos, las bocas se encuentran y luchan tibiamente, mordiéndose con los labios, apoyando apenas la lengua en los dientes, jugando en sus recintos, donde un aire pesado va y viene con un perfume viejo y un silencio. Entonces mis manos buscan hundirse en tu pelo, acariciar lentamente la profundidad de tu pelo mientras nos besamos como si tuviéramos la boca llena de flores o de peces, de movimientos vivos, de fragancia oscura. Y si nos mordemos el dolor es dulce, y si nos ahogamos en un breve y terrible absorber simultáneo del aliento, esa instantánea muerte es bella. Y hay una sola saliva y un solo sabor a fruta madura, y yo te siento temblar contra mí como una luna en el agua”.

(Rayuela, de Julio Cortázar)

Tocco la tua bocca, con un dito tutto l’orlo della tua bocca, vado disegnandola come se uscisse dalle mie mani, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare, ogni volta faccio nascere la bocca che desidero, la bocca che la mia mano sceglie e ti disegna sul viso, una bocca scelta fra tutte, con sovrana libertà scelta da me per disegnarla con la mia mano sul tuo volto, e che per un caso che non cerco di capire coincide esattamente con la tua bocca che sorride sotto quella che la mia mano ti disegna.

Mi guardi, da vicino mi guardi, ogni volta più da vicino e allora giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta più da vicino e gli occhi ingrandiscono, si avvicinano fra loro, si sovrappongono e i ciclopi si guardano, respirando confusi, le bocche si incontrano e lottano tepidamente, mordendosi con le labbra, appoggiando appena la lingua sui denti, giocando nei loro recinti dove un’aria pesante va e viene con un profumo vecchio e un silenzio. Allora le mie mani cercano di affondare nei tuoi capelli, carezzare lentamente la profondità dei tuoi capelli mentre ci baciamo come se avessimo la bocca piena di fiori o di pesci, di movimenti vivi, di fragranza oscura. E se ci mordiamo il dolore è dolce, e se soffochiamo in un breve e terribile assorbire simultaneo del respiro, questa istantanea morte è bella. E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare stretta a me come una luna nell’acqua.

(Il gioco del mondo, di Julio Cortázar)

Dalle faglie del polje di Erebo

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Dalle faglie del polje di Erebo

cola denso il fiume Thanatos

giù, fino all’imbuto della dolina

di Emera, dove il Grave dell’Ade

accede profondo alla Risorgiva.

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Dalla bocca di bava del Pozzo

dondola il mio capo assonnato

che ciondola incerto sull’orlo

del Nulla, come un pendolo

che non sa battere l’ora.

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Il cappio al ventre mi lega

al bozzello di Stige, di Caronte

il battello veloce, dalla stiva

d’ampiezza infinita da dove

proviene la voce che dice: …

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Mi fa un nodo alla gola l’inghiottitoio

che stringe e per i piedi mi spinge:

strabuzzo gli occhi, la luce m’annaffia,

l’aria mi gonfia – leggero leggero,

il peso mi schiaccia.

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Il Grave dell’Ade su di sé si richiude

e non m’inghiotte. Qualcuno sega

il laccio al verricello: di schianto

mi stacco e precipito tra le braccia

d’una darsena,

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dove non mi resta che piangere mentre

aspetto che vengano a riprendermi.