Autore: Luigi B.

Luigi Bosco, pugliese, classe 1982. Dopo la Laurea in Psicologia ottenuta presso l’Università degli Studi di Bologna, ha vissuto a New York, Boston e Londra. Attualmente risiede a Madrid dove lavora. Dottorando in Psicoanalisi e Filosofia della cultura senza grossi successi, scrive e soprattutto legge, senza grosse pretese. Ha fondato e dirige il portale web Poesia 2.0

Sere operaie – da “Va tutto bene – storie di ordinaria amministrazione”

Sere operaie 

(“Referendum Mirafiori, vincono di misura i sì. Camusso: Bocciato modello autoritario”, ilfattoquotidiano.it)

Dietro ogni fatto si cela sempre una storia.

A tutti gli operai ed ai loro figli.

 

La sala da pranzo di casa non è grande. Però è accogliente ed ha due balconi da cui entra tutto il sole del sud, la mattina. È ampia abbastanza per ricevere un tavolo rotondo, quattro sedie, un divano, una poltrona, la dispensa a muro con il buco per il televisore nuovo. Mio padre.

Se lo vedo è perché è ora di cena. Se è a cena è perché non ha il turno di notte. Nessuno sa mai se non gli tocca lavorare o se è in cassa integrazione: lui non dice nulla e noi abbiamo imparato a non chiedere.

La mamma non glielo chiede perché sa che comincerebbe ad imprecare. Ormai credo che abbia imparato ad intuirlo da impercettibili indizi che solo lei è in grado di captare. Mio fratello non chiede perché non sa nemmeno cosa vuol dire cassa integrazione. Il suo più grosso problema è trovare il modo di avere una playstation, di quelle taroccabili per usare i giochi copiati dagli originali degli amici.

Io, so solo che insalata con tonno in scatola vuol dire cassa integrazione e pollo alla piastra con patate al forno o fritte qualcos’altro, sicuramente migliore. Io non chiedo perché mio padre è a cena. A tavola non si parla di lavoro. Almeno questo è quello che mi sono sempre sentito ripetere e, alla fine, a me sta bene: mio padre è a cena, e questo è quanto.

Non che senta una particolare necessità di averlo lì, alla mia sinistra, seduto con le braccia che dalle spalle si srotolano sulle ginocchia e la faccia stanca che scruta verso il basso, le dita che giocano sotto la tovaglia, in attesa che arrivi la mamma con le porzioni. Però mi piace la messa in scena di una certa ritualità che trasforma una cena qualunque in una cena con mio padre.

Per esempio, se è a cena, è lui che taglia il pane. Lo fa come se fosse un compito complicatissimo e pericoloso, da cui ci difende prendendo in mano la situazione, agguantando coltello e pagnotta e chiedendo chi ne vuole una fetta. Come se non sapesse che, quando non c’è, il pane lo tagliamo noi. Un’altra possibilità è che lo sappia e cerchi di rimediare con un tono di sacralità.

Spesso mi diverto ad osservarlo, ad osservare la serietà con cui assolve questo compito tanto semplice quanto necessario, cercando di capire come gli è andata la giornata dal modo in cui affronta la pagnotta: in verticale, poggiandoci su il coltello con perizia e precisione, come fosse una sega su un pezzo di legno pregiatissimo; oppure, sempre in verticale, come fosse una testa, infilzandoci su il coltello a metà lama, come fosse un’accetta su un collo.

Sia come sia, il pane è per lui motivo di orgoglio. Sempre.

Quando si appresta a tagliarne, spesso si alza in piedi per avere più leva, mentre i suoi gesti trasformano quell’enorme, piatto discovolante marrone in una ostia gigante o una specie di opera d’arte.

Questo è ciò che vedo attraverso gli occhi di mio padre quando afferra a due mani il suo orgoglio operaio, figlio di una virilità vecchio stampo che gli permette di sentirsi uomo, padre, marito: degno.

Quando arriva la mamma con i piatti, lui ha già distribuito il pane a tutti, procurando di conservare per lei la parte iniziale con la crosta che le piace tanto. Mi ha sempre provocato una certa sorpresa vedere provenire da un uomo come lui, piuttosto chiuso e rigido anche se non eccessivamente burbero, questa serie di attenzioni semplici e affettuose.

Cominciamo a mangiare con la TV che fa da sottofondo al silenzio, interrotto solo da piccoli gesti delle braccia o movimenti della bocca. Riempita la fame con i primi bocconi, la concentrazione che avevamo riposto ciascuno sul proprio piatto viene interrotta dalla mamma che elenca le cose che bisogna fare e da mio padre che chiede come è andata a scuola.

A mio padre interessa sapere come ci va a scuola, anche se potrebbe sembrare di no perché il suo sguardo sprofonda nel piatto come se un interlocutore importantissimo si nascondesse sotto il cibo. Io so benissimo che quell’interlocutore è nella sua testa e che sta facendo di tutto perché zittisca. Così comincio a dire qualcosa per me assolutamente privo di importanza, ma che interessa molto mio padre, perché quello che gli racconto non rientra nella sua normalità. So per certo che molte delle cose che gli racconto, lui, non le capisce. E forse è proprio questo che lo rende felice, proababilmente perché crede che occuparmi di cose che non comprende mi renda migliore di lui.

Quando mi capita di vederlo un po’ giù di corda, so che la cosa migliore che possa fare non è chiedergli cosa c’è che non va: non mi risponderebbe mai e, probabilmente, rischierei di ferirlo, scoprendo quella vulnerabilità che cerca di nascondere, per dignità o per orgoglio, per farci sentire protetti. Così comincio ad elencare quei pochi buoni risultati scolastici di cui posso vantarmi, sperando che non si accorga di qualche interrogazione riciclata da altre occasioni, guadagnando un padre un poco più sollevato.

Ma lo sguardo colmo di scuse per non essere migliore che mi ritrovo addosso, fissandomi trasognato e triste al tempo stesso, è insostenibile.

Improvvisamente le sue spalle mi sembrano più curve, i suoi gesti più timidi, le sue mani più fragili, i suoi occhi più lucidi. Allora vorrei dirgli “papà, io sono orgoglioso di te”, ma non lo faccio e spero che in un modo o in un altro lui lo capisca.

A volte la sua frustrazione operaia è così grande che giunge fino ai confini della mia piccola persona ancora troppo indefinita, e la voglia di riscattare mio padre dalla catena di montaggio che gli ha indurito le mani e le scarse carezze sovrasta la voglia di riscattare me stesso.

Così scappo e mi rifugio nel bar del quartiere, alienandomi nell’acchito del pallino sul tavolo verde del biliardo, ripetendo il movimento una due dieci volte, fino a quando non rientro in possesso della certezza delle cose, di alcune cose.

Ieri, come tutte le sere, sono rientrato per la cena. Mio padre era in casa, ma non è venuto a tavola. L’ho sentito di là che piangeva. Che diceva a mia madre “hanno vinto i si”.

Io ho mangiato un panino e sono andato a letto presto, senza dire niente.

Lettera a tutti i miei genitori

Care mamme,

Cari papà,

Siccome sono lontano, vi pensavo.

Vi pensavo con freddezza. E non per mancanza d’amore, ma per quel senno di poi che involontariamente ho ereditato crescendo, mentre un varco spazio-temporale si intrometteva silenziosamente tra i nostri percorsi, intercettandoli. È così che vi siete incurvati un po’ alla volta ad ogni mio nuovo pelo di barba o capello bianco, gli uni quasi all’insaputa degli altri, se non fosse per quelle poche occasioni in cui quel varco si restringe momentaneamente in un breve abbraccio che accoglie ed allo stesso tempo congeda.

Pensavo che se io ho all’incirca trent’anni, voi dovreste averne in media tra cinquantacinque e sassantacinque. E pensavo che se ciò è vero, nel fatidico biennio 1968-70 avevate tra i quindici e i venticinque anni. Eravate degli adolescenti, dunque, o dei giovani adulti quando, assieme ad altri giovani e meno giovani, scoprivate il mito della libertà, l’etica dell’uguaglianza, il governo di una autentica democrazia, il potere e la responsabilità del singolo individuo nei confronti della società a cui appartiene, il corpo nudo, Woodstock, il comunismo e la musica rock, i Beatles e i Rolling Stones, gli acidi e l’ LSD, i Pink Floyd e la cultura psichedelica, i diritti del popolo. Eravate più giovani di me mentre lottavate e morivate davanti le scuole e le Università, quando vi avventavate contro i cordoni di poveri poliziotti poveri due volte, quando votavate il PCI e quando smettevate di votarlo. Eravate più o meno miei coetanei sotto il palco di Berlinguer, oppure accalcati in via Caetani dietro i fascioni della polizia. Poi, un giorno, all’improvviso, avete smesso di esserci.

Cosa è accaduto? Dove siete andati?

Cari papà, avevate quarant’anni quando il muro di Berlino cadeva dagli schermi delle TV accese a cena, mentre le vostre mogli mi accudivano come si fa con i bambini di sette anni. Ne avevamo tutti cinque in più quando a Palermo scoppiavano le bombe mentre a Roma piovevano le monetine sulle teste calve di ex presidenti che avevate votato, mentre nuovi presidenti facevano alleanze con i pochi rimasti al di fuori delle camere d’interrogatorio, con le porte chiuse in faccia ai giornalisti in fila e le persiane abbassate sulla folla sotto le finestre a strillare. Poi, un giorno, all’improvviso, avete smesso di esserci.

Cosa è accaduto? Dove siete andati?

Cari mamme e papà, oggi avete tra i cinquanta e i sessant’anni e non ci siete. Non ci siete perché non ne avete più la forza, oppure perché siete dall’altro lato e di sotto alle vostre finestre non è rimasto più nessuno. Nemmeno i vostri figli, troppo stanchi e troppo soli, ad aspettare.

Cari mamme e papà, se mai vi capiterà di sfogliare i vostri ricordi come un vecchio album di foto, fatelo chiedendovi cos’è che manca, cosa è accaduto, dove siete andati. Poi, trovate le risposte, restatevene un poco in silenzio, assaporandole come un whyskey d’annata e, in silenzio, per favore, toglietevi dai coglioni.

Con immenso affetto,

Vostro figlio.

Cari intellettuali… – una lettera aperta

Dunque, dopo mesi di dibattito non siete ancora giunti ad una conclusione. Questo accade quando il problema è fittizio oppure è mal posto.

Vi lamentate che la vostra voce resti inascoltata, e questo vi preoccupa e vi offende. Vi preoccupa perché è giusto pensare che una società che non ascolti la voce dei suoi intellettuali è più probabilmente destinata ad un percorso infelice; vi offende perché vi fa sentire inutili, invalorati, come un giocatore perennemente in panchina o un operaio annoiato che fissa il suo mostro meccanico in silenzio.

Lamentate la mancanza di spazi che, però, io vedo ancora numerosi: basti considerare quelli che hanno accolto negli ultimi mesi i vostri rumorosi rimbrotti. Lamentate la mancanza di mezzi e qui, forse, potrei darvi ragione, a patto di considerare come mezzi solo quei canali da voi considerate e che sono quelli istituzionali.

Viste le premesse ed essendo io in buona fede, voglio pensare non che il problema sia un modo come un altro di parlare di qualcosa per avere visibilità, come un attore fallito che partecipa ai talk show parlando del proprio fallimento, ma che il problema sia mal posto. (altro…)

Turno di guardia

(Agli amici perduti e a quelli rimasti)

Proprio tra i cocci che misi sul tetto

una rondine pigra si venne a posare.

Tra i vetri rotti la vidi una volta

volare: lo dissi agli altri che risero forte.


Giù per il vallo i sassi assolati,

i sacchi bucati, svuotati di guerra,

la sabbia per terra a segnare i passi

dell’andirivieni del turno di guardia.


Diverse misure di scarpe alle orme,

sui muri le ombre ad altezze diverse:

potrei riconoscerle tra mille altre macchie –

ma non di sangue, ma non di sangue.


Io mi ricordo le nostre facce

rosse di vino, di sole o vergogna

con una spugna lavammo le spalle

l’uno dell’altro senza parlare.


Quanto è più lungo ora il turno di guardia,

questo sostare nello stare senza.

Tu fosti il primo a cui chiusero gli occhi.


Ingannammo la notte col sogno e la veglia

Ma non abbastanza, non abbastanza.

Poetarum Silva – Corpi a confronto


Libreria Interno 3 – Arti e Pensieri

Ateliers Via dei Due Gobbi 3 – Reggio Emilia

Sabato 24 Luglio

(dalle 21.00 alle 24.00)

POETARUM SILVA

(corpi a confronto)

READING LETTERARIO MULTIMEDIALE

a cura di Enzo Campi

con

Mariangela Guatteri, Arturo Moll, Mirella Gazzotti,

Silvia Molesini, Elena Lusvardi, Giovanni Campi,

Natàlia Castaldi, Antonella Taravella, Silvia Rosa,

Pierluigi Tedeschi, Federica Gramiccia, Anna Maria Meliga,

Stefania Crozzoletti, Enzo Campi,

Programma della serata

READING

Di sole voci (Silvia Rosa) – Ed. LietoColle

Ipotesi Corpo (Enzo Campi) – Ed. Smasher

Poetarum Silva (AAVV) – Ed. Samiszdat

Vertigini scomposte (Antonella Taravella) – Ed. Smasher

Prima vita (Stefania Crozzoletti) – Fara Editore

ANTEPRIME INEDITI

Due Dimensioni (Mariangela Guatteri)

La distruzione della morte affrescata (Silvia Molesini)

PROIEZIONI VIDEO

Simpliciter & Complicatibus ne La burla del tempo

di Giovanni Campi, interpretato da Nevio Gambula e animato da Orsola Puecher

Ipotesi Corpo

di Enzo Campi, con Mariaestella Coli, Chiara Puglisi, Antonio Iorio

PERFORMANCE

Grevelieve

di e con Pierluigi Tedeschi, e con Lucia Bonacini, Luca Censi

I Cantastorie

di e con Mirella Gazzotti, Anna Maria Meliga

INSTALLAZIONI

Il profilo delle parole (Pierluigi Tedeschi)

Gesti d’aria e incombenze di luce (Enzo Campi)

Au sujet du Cimitière marin – Paul Valery

Non so se sia ancora di moda elaborare a lungo le opere poetiche, mantenendole fra l’essere e il non essere, sospese per anni di fronte al desiderio; coltivare il dubbio, lo scrupolo e i pentimenti, – al punto che un’opera sempre ripresa e sempre rielaborata assuma poco a poco l’importanza segreta di un’impresa di riforma di se stessi. Questa tendenza a produrre poco non era rara, quarant’anni fa, fra i poeti e fra alcuni prosatori. Per loro il tempo non aveva importanza; ed è qualcosa di quasi divino. Né l’Idolo del Bello, né la superstizione dell’Eternità letteraria erano ancora decaduti; e la fede nella Posterità non era del tutto abolita. Esisteva una sorta di Etica della forma che conduceva al lavoro infinito. Coloro che vi si consacravano ben sapevano che più il lavoro è grande, minore è il numero delle persone che lo comprendono e l’apprezzano; essi faticavano per molto poco – e quasi da santi… In questo modo ci si allontana dalle condizioni «naturali» o ingenue della Letteratura, e si finisce insensibilmente con il confondere la composizione di un’opera dello spirito, che è cosa finita, con la vita dello spirito stesso, – che è una potenza di trasformazione sempre in atto. Si arriva al lavoro per il lavoro. Agli occhi di questi amatori di inquietudine e di perfezione, un’opera non è mai compiuta – parola che per loro non ha alcun senso – ma abbandonata; e questo abbandono, che la consegna alle fiamme o al pubblico (sia esso conseguenza della noia o dell’obbligo di consegna), è per loro una specie di incidente, paragonabile all’interruzione di una riflessione, che la stanchezza, il disturbo, o qualche sensazione finiscano per annullare.

Avevo contratto questa malattia, questo gusto perverso della ripresa indefinita, e questo compiacimento per la condizione reversibile delle opere, nell’età critica in cui si forma o si determina l’uomo intellettuale. Li ho ritrovati in tutta la loro forza quando, vero i cinquant’anni, le circostanze hanno fatto sí che ricominciassi a comporre. Dunque ho molto vissuto con le mie poesie. Per quasi dieci anni sono state per me un’occupazione di durata indeterminata – un esercizio più che un’azione, una ricerca più che una liberazione, una manovra di me stesso con me stesso più che una preparazione in vista del pubblico. Credo mi abbiano insegnato più di una cosa. Non consiglio tuttavia di adottare questo sistema: non ho alcun titolo per dare a chicchessia il minimo consiglio, e peraltro dubito che convenga darne ai giovani di un’epoca incalzante, confusa e senza prospettive. Noi siamo in un banco di nebbia… Se ho parlato di questa lunga intimità tra un’opera e un «io», era soltanto per dare un’idea della sensazione molto strana che ho provato, un mattino, in Sorbona, ascoltando Gustave Cohen che svolgeva ex cathedra una spiegazione del Cimitero marino. Quel che ho pubblicato ha sempre suscitato commenti critici, e non posso certo lamentarmi di qualche silenzio sui miei scritti. Sono abituato a essere delucidato, sezionato, impoverito, arricchito, esaltato o affossato, – sino al punto da non sapere neppure io quale io sia, o di chi si parli; ma leggere quel che si stampa sul proprio conto non è nulla al confronto della strana sensazione di sentirsi commentare all’Università, davanti alla lavagna, proprio come uno scrittore defunto. Ai miei tempi, i viventi non esistevano per la cattedra; ma non mi sembra del tutto negativo che non sia più così. L’insegnamento delle lettere ne trae quel che l’insegnamento della Storia potrebbe trarre dall’analisi del presente, – cioè l’ipotesi o il sentimento delle forze che genereano gli atti e le forme. Il passato è solo il luogo delle forme senza forze; sta a noi dargli vita e necessità, e attribuirgli le nostre passioni e i nostri valori. (altro…)

Elephant & Castle n.3 – Call for Papers

Mutevoli labirinti di forme: la natura e le sue metamorfosi

Curatrice: Greta Perletti (greta.perletti@unibg.it)


Il numero della rivista Elephant and Castle che qui si presenta si propone di raccogliere testi, materiale iconografico e recensioni che abbiano come tema le metamorfosi nel mondo naturale, con riferimento in particolare alle trasformazioni che interessano il regno vegetale. La molteplicità delle forme della natura ha affascinato nei secoli poeti e naturalisti, artisti e filosofi, generando infiniti dibattiti e riflessioni sulla bellezza, la complessità e l’origine del mondo naturale. Ma è soprattutto nell’incessante mutare e trasformarsi della natura – nel suo instancabile divenire ‘altro’ – che l’immaginario trova un laboratorio ricco di suggestioni, capace di esprimersi e affascinare in epoche e luoghi assai diversi. L’Origine delle Specie di Charles Darwin (1859) si chiude con un ammirato tributo alla magnificenza della natura, colta nel sofisticato movimento di trasformazione delle sue forme: “[c]’è qualcosa di grandioso in questa idea della vita […]; da un inizio così semplice infinite forme, sempre più belle e meravigliose, si sono evolute e tuttora si evolvono”. È noto come per Darwin l’arte potesse essere solo una pallida imitatrice dello spettacolo offerto dal mondo naturale, con la sua infinita varietà di forme in costante mutamento. Eppure le metamorfosi del mondo naturale costituiscono da sempre un ricchissimo terreno d’indagine per l’espressione artistica, secondo un filo rosso che collega la classicità alle avanguardie (specialmente simbolismo e surrealismo) e alle sperimentazioni contemporanee. Mentre lo studio delle metamorfosi (specie nell’opera di Ovidio e Apuleio) si è spesso soffermato sulle trasformazioni che coinvolgono il regno animale, l’ambito delle trasformazioni relative al mondo vegetale rimane relativamente poco esplorato, nonostante le numerose riscritture che ne sono state compiute (si pensi alla ripresa della vicenda di Polidoro nella Commedia dantesca o ne L’Orlando Furioso, o alla novella di Lisabetta di Messina riproposta dal romantico Keats). È dunque ai percorsi dell’immaginario generati dalle metamorfosi del/nel regno vegetale che questo numero di Elephant and Castle intende rivolgersi, per esplorarne le ricadute nel discorso letterario, filosofico, artistico e scientifico. Se una declinazione preponderante di questo tema è costituita dai movimenti metamorfici che coinvolgono i due regni del vegetale e dell’umano (per limitarci alla mitologia, basti pensare a Dafne, Narciso, Filemone e Bauci, ma anche al grano che nasce dal corpo di Osiride), i contributi della rivista potranno indirizzarsi anche all’analisi delle trasformazioni e evoluzioni che avvengono in seno alla botanica (emblematico il caso de La Metamorfosi delle Piante di Goethe), o ai mutamenti delle forme naturali nella loro contaminazione con l’arte e l’architettura (ad esempio nell’Art Nouveau o in alcune sperimentazioni artistiche e cinematografiche contemporanee). Alcuni possibili (non necessariamente vincolanti) aspetti d’indagine potranno pertanto includere:

  • Le metamorfosi di/in piante e fiori nella mitologia e nell’arte;
  • Contaminazioni e trasformazioni tra regno vegetale e regno umano, animale, o inorganico in letteratura e arte;
  • La fanciulla-fiore in letteratura e arte;
  • Lo studio dell’evoluzione della pianta e del fiore in filosofia e scienza;
  • Fitomorfismo e biomorfismo in architettura e arte.

È gradita una manifestazione di interesse a partecipare alla pubblicazione entro il 15 agosto 2010, inviando il titolo del contributo, un abstract di circa 300 parole e una breve nota biografica a greta.perletti@unibg.it

I contributi dovranno pervenire in redazione entro il 31 gennaio 2011.


Qui la pagina ufficiale della rivista

Qui le norme per la stesura dei testi

Origami n. 2

Appeso ad una corda affliggo il vento mentre l’aria si affanna sui vestiti sporchi dopo tanto indossare urge il sospetto che il tempo m’inganni s’inganni con il mio dondolare la brezza bagnata mi suda la faccia i piedi riscuotono i loro legacci i segni del nodo sui lacci il solo decoro di queste scarpe rotte da tanto sostare i sassi sui muri non sperano al sole che l’ombra gli allievi lo stare i chiodi non si possono forare rimanere arrampicati su un pallore che si appanna di fatica scivolare sulla scena che ci scricchiola l’udito al passare fermo in un acchito all’ombra torrida di un ulivo tendo un’accia verso il dove che si affloscia poco prima di arrivare non mi han detto che a finire un po’ alla volta si fatica un’assenza si avverte in ogni cosa se la voce del pensiero è più di un sogno allora si può toccare sbarrare le soglie al vento tappando serrature sgombre sottrarre cenere a una fiamma e smettere di consumare saran dolci le parole ripetute quando ci abbandoneranno gridando perdono.

Silenzio Rosso – Alessandro Ghignoli, Via del Vento 2003

 
Silenzio RossoAlessandro Ghignoli2003 pag. 31

volumetto n. 29

Via del Vento (collana Ocra Gialla)

«Ci sono giorni come rettili, lisce carezze d’acqua, rovine in cerca del luogo dove oramai non sono». Inizia così Silenzio Rosso, il viaggio nel tempo di Alessandro Ghignoli. Un tempo diverso, che va al di là del mero autobiografismo, facendosi spazio in cui la parola accolta sgonfia la tridimensionalità del reale distribuendola su «piani temporali» che, indistinguibili, «si sovrappongono».

Dalla breve plaquette di Ghignoli emerge tutta la fiducia che il poeta ripone nella parola («le parole attendono sempre una risposta») di cui è padrone, anche se si scorge una volontà di abbandono, di lasciarsi guidare dalla voce della lingua. Un abbandono che supera di gran lunga lo sforzo del farsi comprendere, inibendo – fin quasi ad annullarlo – il desiderio di suggerire le proprie visioni, che sfumano in «un singhiozzo che dà aria al respiro».

(altro…)

Discorso sulla poesia – Una apologia della Parola

« Nobil natura[…]/Madre è di parto e di voler matrigna.»

(La Ginestra, Giacomo Leopardi)

L’ho già detto – e molti prima di me, ne sono sicuro: la ragione estinguerà l’uomo.

Il mondo tornerà ad esser di nessuno, e le rocce approfitteranno del silenzio primordiale per dar voce al loro canto sotto l’ombra colorata dei loro stessi quarzi; e le bestie danzeranno sopra campi d’orecchie piene di terra e di antico cerume; lo scricchiolar di ossa e il cinguettar dei chiurli riempiranno le giornate azzurre e il cemento scoppierà all’incedere delle edere.

Ma lungo è il tempo che ancora attende l’uomo e la sua paziente disfatta, poiché il cinismo è la vendetta di ciò che passa, e l’agonia l’unico luogo che resta al rimanere.

Ci si potrebbe abbandonare tutti in una lunga eutanasia dei ghiacciai e avremmo Ragione. Ma sarebbe contro Natura. Poiché il vivere possiede ancora un interstizio nel suo illeso principio dove Natura e Ragione riescono a convivere, dove la prima trova la sua giustificazione nella seconda, nonostante la loro irriducibile inimicizia.

«La ragione è nemica d’ogni grandezza: la ragione è nemica della natura: la natura è grande, la ragione è piccola. Voglio dire che un uomo tanto meno o tanto più difficilmente sarà grande quanto più sarà dominato dalla ragione: che pochi possono esser grandi (e nelle arti e nella poesia forse nessuno) se non sono dominati dalle illusioni. […] La natura dunque è quella che spinge i grandi uomini alle grandi azioni. Ma la ragione li ritira: e però la ragione è nemica della natura; e la natura è grande, e la ragione è piccola.»[1]

Eppure l’uomo ha creduto alla Ragione, convinto di aver trovato dentro di sé quel Dio che non è riuscito ad incontrare altrove, ed in essa ha riposto la sua fede. Ma la fede, che fu anello della concordia tra Natura e Ragione, ora non è che cerchio di un vizio che si apre e si richiude su se stesso.

L’uomo è in impasse, la Natura lo sa.

Cosa pensate possa avere la meglio tra la Testimonianza e la Giustificazione? E necessario abbandonarsi alla prima rinnegando la seconda. E se ciò vi sembrasse irragionevole, sareste sulla buona strada.

I discorsi posticci farciti di spiegazioni buy-now non hanno fatto altro che regalarci soluzioni di plastica tre per uno, galleggianti nel bacino putrescente della moda.

Il senno fu degli antichi, ancora abbastanza saggi da volersi immaginare. A noi non è rimasto che l’eco delle nostre grida nei compartimenti stagni dentro i quali ce ne stiamo rinchiusi, scrivendoci le motivazioni sulle pareti con le unghie manicurate.

Ma un giorno io le schiaccero la testa e Caravaggio rinnegherà la sua Maria.

Riempirsi la bocca di Democrazia, con ancora la bava che cola mista al sangue di chi non abbiamo mai conosciuto, è il placebo ad una sofferenza che la Ragione ci impedisce di comprendere, per non crollare sotto l’implosione delle sue stesse macerie su cui piantiamo le nostre bandiere.

La corsa verso la libertà ci affanna, e gli schermi dei PC s’appannano.

Ci associamo, ci ribelliamo, manifestiamo. «Ma tali forme di protesta e di trascendenza non contraddicono più lo status quo e non hanno più carattere negativo. Esse sono piuttosto la parte cerimoniale del comportamentismo pragmatico, la sua negazione innocua, e sono prontamente assimilate dallo status quo come parte della sua dieta igienica.»[2]

Sabotare l’utile e rinnegare il bello come menzogne dalle quali liberarsi per aprirsi alla densità del reale che ci incarna al di là di ogni ragionevole motivo. Solo così «L’umana compagnia» [3] saprà di Ginestra, e i seni bianchi delle donne s’ergeranno allora a picco ai lati della valle ancora fertile, dove la morte odorerà di latte ed il tramonto sarà il tempo per raccontare ciò che non si è vissuto. La schiuma sulla groppa degli asini gli ricorderà chi sono, ma senza redini. Dormiranno gli stambecchi accanto ai leoni e le lucertole canteranno con i grilli, tra i rami e le pietre, l’estate. Suderanno gli inverni sotto il passo dei vecchi, sorpresi di vedere le loro orme bianche seguirli ancora. Sorgeranno le primavere verdi ogni mattino e gli autunni coccoleranno le foglie non più acerbe con flebili sbuffi di vento. La gaia normalità che non sorprende rende felici.

Ma noi, lo siamo? Felici, dico. La ragione ha attraversato gli abissi della metafisica per cercare le risposte sbagliate. Quanta energia sprecata. Dire che l’uomo non può essere felice perché superiore alla sua propria Natura è come tagliare le zampe al proprio cane e dire che non corre verso di noi perché sordo. Quale onore ci farebbe poter riuscire ad ammettere le incapacità della Ragione. Ma nessuno è tanto ardito da rinnegare il proprio Dio: Giuda s’impicco, prolificarono solo Cristi da resuscitare.

Sostituire la finzione con l’immaginazione attraverso quell’atto intemporale che è la Parola non appena viene prodotta, l’unica ad essere realmente libera poiché in grado di distaccarsi completamente da colui che la produce per gettarsi, vergine e fiduciosa, tra le braccia di chi vorrà accoglierla, sempre diversa.

Ma in un’epoca in cui la Ragione analizza e spiega ogni cosa, ebbra dei fumi della determinatezza e patologicamente smaniosa di determinazione, perché la Parola non venga assorbita dalla finitudine e possa conservare quell’ambiguità che le è indispensabile per rinnovare la sua ingenuità, perché ciò che ha la pretesa di appartenere all’universale non diventi prigioniero dei confini del caso particolare, c’è bisogno di liberare il dire da tutte quelle associazioni convenzionali che lo cristallizzano a spese dell’invenzione collettiva.

Anteporre l’espressione alla funzione nel linguaggio significa creare una idiosincresia tra significati e significanti prestabiliti attraverso un lavoro negativo, a togliere, che abbia come risultato trasformare il dire in un invito dell’altro a costruire. Il vero atto comunicativo è, infatti, quello capace di subordinare l’urgenza del singolo a quella della comunità in cerca di se stessa, attraverso l’uso della prassi simbolica del linguaggio che non conosce menzogna.

Quale migliore luogo perché ciò avvenga se non la Poesia? Ed essendo questo un atto di per sé etico, una Poesia che lo metta in pratica è l’unica Poesia etica possibile.

Cos’è l’invito rimbaudinano ad «essere assolutamente moderni»[4] se non questo rinnegare ogni differenza personale per un incontro della «umana compagnia» nel linguaggio? Un invito spesso ridotto alla mera ricerca dell’originalità espressiva, di uno sperimentalismo fine a se stesso che non ha tenuto conto dell’intero invito di Rimbaud:

«A ogni modo posso dire che la vittoria è mia: il digrignar di denti, i sibili di fuoco, i sospiri ammorbati si attenuano. Tutti i ricordi immandi si cancellano. Si dileguano gli ultimi rimpianti, – gelosie per accattoni, briganti, amici della morte, minorati d’ogni sorta. – Dannati, se io mi vendicassi!

Bisogna essere assolutamente moderni.

Niente cantici: mantenere il passo conquistato.»

Così, anche la Poesia più sinceramente impegnata, più intimamente civile, se non si impegna nella reinvenzione della Parola, se attraverso questa non cerca di risolvere quella sintesi dell’assoluto inaccessibile alla Ragione che non ammette correspondances, se non mira ad un dérèglement della struttura linguistica della comunità alla quale si rivolge, rischia di diventare parte di quella dieta igienica assimilata dallo status quo, poiché parla lo stesso linguaggio, slittando impercettibilmente da una posizione in difesa di un qualche tipo di ideale ai più bassi compromessi a favore del profitto, giustificati dalla Ragione con lucide sublimazioni di un atto che altrimenti non avrebbe molte spiegazioni.

Quando la Parola smette di essere «appello al lettore perché conferisca un’esistenza obiettiva alla rivelazione» iniziata «per mezzo del linguaggio»[5], allora essa diviene mortale e il suono che produce è il rumore dei cocci di un’altra opportunità andata in frantumi.

«Ma se così è, ecco l’illusione sparita, e se il poeta non può illudere non è più poeta,

e una poesia ragionevole, è lo stesso che dire una bestia ragionevole ec. ec.»

(Giacomo Leopardi)



[1] Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, Giacomo Leopardi, Le Monnier (Firenze), 1921-1924.

[2] L’uomo a una dimensione, Herbert Marcuse. Piccola Biblioteca Einaudi.

[3] La Ginestra, Giacomo Leopardi.

[4] Rimbaud. Poesie e prose, Oscar Mondadori, 1975.

[5] Cos’è la Letteratura, J. P. Sartre, Il Saggiatore 1960.

Poesia 2.0 – Step 1: il Forum

Tutto iniziò quando i poeti della domenica pomeriggio (come me) tappezzarono il web di rime cuore-amore, dilettando una ristretta cerchia di amici, a loro volta poeti della domenica pomeriggio.

Fu così che i poeti – quelli veri – hanno iniziato a chiedersi come riuscire ad andare oltre il romanico pollice all’insù di Faccialibro ai singoli componimenti galleggianti nella rete. Fu così che i poeti – quelli veri – hanno iniziato a chiedersi come fare in modo che la poesia non diventi, col tempo, un mero sfogo egonico, una pratica pseudo-masturbatoria del più sterile solipsismo.

C’è stato Vimercate, poi Verona. Dopo una serie di lunghi ed accesi dibattiti, si son tirate le somme, e le conclusioni* a cui si è momentaneamente giunti sono:

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Poesia 2.0


La Poesia è morta! La Poesia muore!

Anche la nostra epoca, come tutte quelle che l’hanno preceduta, grida la morte della Poesia. Ma la Poesia non è mai stata viva se non nella sua agonia.

Ab aeternum la Poesia parla all’uomo in limine mortis, poiché è nella natura stessa della Poesia l’essere agonizzante, agonia del poeta che muore la vita impossibile che non ha mai vissuto.

La Poesia è canto della perdita, poiché canta ciò che non è mai stato.

L’uomo vede ciò che non ha e per questo soffre. Il poeta vede ciò che non c’è e per questo soffre.

La Poesia sta al margine. La Poesia è il margine: il limite di contenimento del reale oltre il quale tutto sarebbe ontologicamente poetico e impossibile: irreale.

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