Autore: lucaminola

Gaia Formenti: “Dove non si tocca”


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Titolo: Dove non si tocca
Autore: Gaia Formenti
Editore: et al./Edizioni, 2013

Mattina

Dove dormo sei vicina.
Sento il tuo odore nelle lenzuola la mattina.
I tuoi capelli mi piovono sulla testa. Sono la prima cosa
che vedo, quando apro gli occhi.
I tuoi capelli attraversati dalla luce del mattino che batte
sui vetri.
Allora mi aggrappo a te, trattengo il sonno in verticale,
scivolo con la testa sulle tue clavicole, aggancio i tuoi fianchi
con le cosce, spingo i talloni sul tuo sedere.
Tengo gli occhi chiusi mentre siamo in cucina.
Il fiato dei fornelli mi soffia sulle caviglie.
I biscotti scivolano nel latte e il tuo petto si alza e si abbassa
come la marea.

L’acqua è fredda, la sento dai piedi sino ai capelli.
Sento la tua voce calda contro l’orecchio, i muscoli delle
braccia tesi, il sole che si alza sul davanzale.
Il borotalco mi fa il solletico tra le gambe.
Mi metti i calzini e mi infili i vestiti come carezze.
Mi depositi sul divano con il biberon caldo sul petto.

Lo tengo tra le labbra, senza succhiare.

Appena sento le scarpe ai piedi capisco che il fuori è
vicino.
Allora succede qualcosa, divento dura come un albero
e la mia schiena si raddrizza e sono pronta a calpestare la
terra.
Mi metti addosso un tessuto scivoloso con il cappuccio e
sono tutta liscia e mi piace molto.

Mi tieni in braccio e chiudi la porta e prendiamo l’ascensore
e fai tutto con una mano, sento il tuo braccio muoversi
sotto di me.
Il tuo braccio che sa cosa fare.

Fuori piove.
Stiamo sotto l’ombrello rosso e il tuo viso diventa rosso.
Da qui vedo solo un pezzo di marciapiede bagnato e il
portone di casa che si allontana.
Tutto diventa più piccolo e mentre tu guardi avanti io
guardo indietro.
Offro la mia schiena all’ignoto.

Non conosco questo odore.
La pendenza delle scale mi dà le vertigini.
Perché siamo qui?
Dal tuo cappotto si staccano tanti pelucchi. Li tengo premuti,
per non farli volare via.
Stai parlando con qualcuno.
Una voce dolce, acuta.
D’un tratto con i reni dai un colpo che mi fa staccare la
testa da te.

Mi parli e mi fai capire che vorresti che io guardassi questa
voce acuta.
La voce acuta mi parla ed esce da una bocca rossa e piccola,
e da un viso rosa con gli occhi azzurri e lunghi capelli
chiari.
Mi piace ma non capisco cosa voglia da me.
Poi succede una cosa orribile.
Il tuo braccio diventa molle e non mi sorregge più.
Mi sento cadere inesorabilmente verso terra, una terra
sconosciuta, che non voglio toccare.
Perché mi lasci cadere?
Mi aggrappo con foga al tuo collo, ai lembi del cappotto.
Tu mi parli delicatamente ma lo stesso ti accovacci e mi
metti per terra.
La terra è morbida, pelosa e azzurra.
Mi indichi una stanza dove ci sono dei bambini come me.
Strisciano con le ginocchia sulle superfici, o stanno l’uno
sopra l’altro.
Cosa c’entro io?
Ti siedi in un angolo e mi guardi, sorridendo.
Non voglio andare là.
Se vado là tu te ne andrai e non tornerai mai più.
Starò qui.
La voce bionda va nella stanza con i bambini, dice loro
delle cose, e ogni tanto mi lancia uno sguardo.
Mi volto verso di te, che sei ancora là.
Non capisco cos’hai in mente.
Davanti a me c’è una costruzione a forma di cubo.
C’è un bambino che si è aggrappato e cerca di salirci
sopra ma continua a cadere.
Non resisto.
Mi aggrappo e inizio a scalare il cubo.

Sotto le palme dei piedi la sua superficie è fresca e gialla
e porosa, per non scivolare.
Ogni tanto mi giro a guardare il cappotto di lana che sta
ancora là contro la parete.
Salgo sempre più in alto e la stanza diventa più piccola.
Nella mia pancia si muove qualcosa.
Lo sento mentre alzo la coscia e spingo con tutta la mia
forza per tirarmi sul piolo più alto.
Qualcosa si stacca da dentro di me e per un attimo mi
blocco.
Forse dovrei scendere.
La cosa si stacca e mi rimane tra le gambe.
Decido di continuare a salire.
Adesso mi dovrai cambiare.
Mi porterai nel bagno e mi bagnerai con l’acqua, e poi
torneremo a casa.
Ma quando mi volto il cappotto non c’è più.
È una macchia lontana, che sparisce nel corridoio.
Una parola rimane bloccata nella mia gola.
Mamma.

Quando torni a prendermi il tuo odore è diverso.
Anche il viso è strano.
Quando torni non ti riconosco.
Non sei più tu.

Wilderbeast di Jack Underwood e Francesca Moccia

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Titolo: Wilderbeast

Autori: Jack Underwood e Francesca Moccia

Editore: Edb Edizioni, 2013

È una novità e un privilegio, come afferma Alberto Pellegatta, curatore della collana Poesia di Ricerca, per EDB Edizioni, poter ospitare nel nuovo volume Wilderbeast la voce di uno dei giovani di punta della nuova poesia inglese, Jack Underwood – che nel 2009 è stato pubblicato nella prestigiosa collana di poesia dell’editore londinese Faber&Faber – e quella di Francesca Moccia. Il volume, arricchito da tre disegni della brava scultrice Nada Pivetta, è anche l’esordio in italiano di Jack Underwood, che qui viene tradotto in maniera efficace dallo stesso Alberto Pellegatta.

Il titolo del volume Wilderbeast è tratto proprio da una poesia di Underwood, espressione intraducibile e gioco di parole, che può essere definito come qualcosa che va oltre il selvaggio, luogo o animale che sia, Wilderbeast è un’affinità di significati.

Underwood con la sua poesia apre un sentiero dantesco nella nostra vita di tutti i giorni, l’immaginario infernale si sposa alla quotidianità, al guardare in una luce differente, nuova, una teologia d’impatto, in una finezza del dettato che sprigiona significati e imposizioni di immagini.

Un chiaro esempio di questa poesia è A volte la tua tristezza è uno yacht: “enorme, bianco e costoso, come un’incudine/ caduta dal cielo: come saliremo a bordo/ se a forza di guardare in alto ci fa male il collo?/ Altre volte è una pietra su un prato all’inglese, e la materia/ non può mai essere distrutta. Ma oggi la teniamo ferma/ sul bordo del tuo letto, chiudendo gli occhi/ su un’altra ora aperta ascoltando/ le voci dei nostri vicini avere le voci/ dei loro amici a pranzo”.

Il campionario di Underwood non si traduce mai in derivazioni o logiche semplicistiche di pensiero o autobiografia; Underwood vive nel suo elemento selvaggio, dove nulla può sembrare compiuto ed eterno, dove il mutamento è regola, prassi.

La ricerca costante di una nuova terminologia di vita porta questo autore a comporre poesie come Teologia, dove il pensiero si scioglie in immagini ipnotiche e di estrema tensione come se la realtà fosse del magma da raffreddare o pietra scritta con inchiostro speciale: “Ho provato a pensare allo zoo,/ all’uccello che ha visto con la testa a incudine,/ alle lucertole che si aggiravano furtive nella casa dei rettili./ Era stata una buona giornata./ Ma ricordava la pantera nel recinto/ dove aveva aspettato trenta minuti,/ fissando la scura capanna nascosta tra gli alberi./ Immagina se non ci fosse la pantera”. Ora questa filosofia dello sguardo, di un pensiero sempre in attività, fa incontrare il diavolo, la bestia, quella vera, che pur rappresentata nella sua immagine più iconica richiama i vizi di sistema, i propri ricordi che risultano tentazioni, ombre dei nostri segreti e accenti più remoti: “…..Sono andato avanti, accelerando il passo. Satana ha cambiato tattica;/ mi ha immerso in sensazioni: la prima volta ubriaco,/ il calore di una bugia ben raccontata, l’adolescenza/ intravista tra i seni della parrucchiera,/ il profumo dello shampoo e l’alito di sigaretta./ Quindi da una piega del culo ha richiamato la pioggia/ e la coda davanti a un fish and chips, il sapore di birra e gassosa,/ le umide scarpe da calcio che fa penzolare per le stringhe,/ da cui cadono ghiande e castagne matte….”.

Discorso completamente diverso per quel che riguarda Francesca Moccia, autrice di poesia già nota, che può vantare l’inclusione in due importanti antologie di autori nati negli anni settanta, I poeti di vent’anni, a cura di Mario Santagostini (Stampa, 2000) e Nuovissima poesia italiana, a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi (Mondadori, 2005), dove già aveva dato prova delle sue capacità tattili e materiche nell’affrontare un mondo allucinante e strisciante così compiutamente espresso nel suo primo libro La muffa del creato (Lietocolle, 2005).

Francesca Moccia è un’autrice molto particolare, dai tratti oscuri e permeabili; la sua poesia prova che esiste ancora una tensione vera per la parola, per un ribilanciamento della lingua e una vera ricerca, che porti ancora al centro l’originalità; chiaro esempio ne è questa poesia: “Le labbra di lupo finanziano l’anima/folte sopracciglia il particolare./ Disserta d’affari gli occhi/d’insetto stringono domande./ Il corpo cullato come fosse un rito sacro./ Ritaglia il gallo la lamiera, invoca il sole/ spalanca il becco, strilla”.

I paesaggi della Moccia stringono la realtà a idee di pensiero spesso poco rappresentate nella nostra poesia contemporanea. La sua scrittura stagna in un’idea metafisica della poesia, sempre lampante, come il prolungamento di una scia, il suo inarrestabile vortice trascina ogni cosa rendendo sogno e realtà la stessa attesa: “Lei è una piccola fantasia tra due/punti./ Somiglia a tanti è un’ipotesi che/ passa per uomo”. E ancora, l’idea presente di muovere la materia oltre i confini della decifrazione, in territori allucinati dove la compressione del mondo si distende e si respira una nebbia d’immagini interiori: “Un albero è vissuto senza bosco./ Svelato, appoggiato:/sembianze di un sogno”.

Nell’opera di Francesca Moccia qualcosa di sconosciuto ci prende in contropiede e crea connessioni di senso; idee e parole non sono più ostaggio della rappresentazione ma sostantivi certi e selvaggi: “Nella nebbia le figure si adattano/ la collina è un filo che si ritira/era freddo, ogni distruttore si alza/ al mattino e attacca l’opera./ Assapora pianissimo il dolore delle tue ossa./ La terra ha respiri più profondi dell’acqua”.

Recensione alla poesia di Nicola D’Altri di Roberta Sireno

Se guardiamo al panorama contemporaneo in termini di una eterogeneità, dove i vari assetti poetici convergono, o si distanziano anche, entro un criterio di fluidificazione e di vitalismo delle molteplicità, i versi inediti di Nicola D’Altri, nato nel 1990 a Cesena, ben si prestano a un fare poesia in modo pulito ed essenziale, e che non rifiutano di conciliare la parola contemporanea con la forza lirica della tradizione:

Di sera ridursi a un quaderno
di silenzio quando tutta la carta
fa pace e il frigorifero è l’ultimo
essere sveglio, resta sempre una luce
accesa di fronte, al lato opposto
della corte. Stanotte è spenta.
È tagliente. Dormi. Senza
un linguaggio. Dormi dice e lo sanno
perfino le unghie e i capelli. È sottile
ma nella mia impazienza
so che tutt’ora mi parla tutto
dalla finestra. Tutto dice
alla mia tenacia – arresta, lascia.

La maturazione di un linguaggio, che ha in sé una limpidezza percettiva ed un’analisi ottica che tiene conto anche del movimento della luce nello spazio, rivela un io ridotto al puro osservare gli oggetti del reale, in una voracità constatativa e documentaria, nell’attesa che qualcosa accada montalianamente nelle stanze del quotidiano:

Cosa succede nel piano terra
del ghiaccio indifeso è
una sorta di taglio con luce
dritta nel mezzo.

Io ho una casa con piccoli
segni sul dorso che aprono
appena ai nuvoloni pieni.
Quelli che splendono
d’asma e lasciano al centro
un ritratto di cesta con dentro
i limoni, sul pavimento.

Si tratta di descrivere un microcosmo, il che «non è poco» come si dichiara nella poesia successiva, dove si nota una presa di posizione che vuole stare al di sotto oppure ai margini rispetto alle grandi ventate che agitano il fuori, ovvero il mondo nel suo ciclo frenetico urbano e tecnologico:

Invocare i chiostri dell’acqua
dallo stipite della finestra
non è poco, chiamare
da qui, da questo punto,
una ciotola e basta, fra tutti i mulini.

È una poesia che risente l’influsso dell’ambiente naturale e del paesaggio dell’infanzia in cui l’io poetico decide di immedesimarsi, e dove il «richiamo degli abeti» è il primo passo da compiere da chi si rende disponibile ad un percorso di ascolto o ad un vero e proprio richiamo di tipo tellurico e primordiale. L’occhio che vede il sotterraneo come attraverso una lente, arriva alla scoperta di un io che è un altro da sé, che è un «groviglio di ossa». Ciò che si presta per stato di natura a consunzione e decadimento diventa esperienza oggettivata e materia organica di lavoro, e quindi di scrittura.

Un groviglio d’ossa è una cosa
che sta dentro me come sotto la terra
nei cimiteri.

Gli stessi morti diventano le ombre di una possibile rinnovata silva dantesca, quella di una lingua che non conosce mezzi espressivi sperimentali, e che vuole offrire una dimensione di significati di piena ed abbagliante evidenza. In questi testi la parola è ricca di pulsazioni, e non fa che manifestare un proprio spessore ben definito, di un’asciuttezza che non è però priva di carica vitale. Non c’è nulla di enigmatico se non rifarsi costantemente a un presente vissuto come quid che sempre «sfugge», dove si tenta di scavare nel fondo del reale per riportare alla luce ciò che è stato stratificato nel corso del tempo vegetale, animale ed umano.

Un’aria fosca sale
dalla pianura. Una foschia leggera.
Già porta tepore di cuore
accasciato, nell’animale che suda,
nella sua sosta.

Già tende un invito, parla, quasi canta.
Chiama il grido della conchiglia
fuori dalla cornice, il pezzo che sfugge
tira le corde della pazienza
e s’infila nelle fessure.

Quella di Nicola D’Altri potrebbe essere una poesia che invita ad un atto di allarme nei confronti dell’esperienza fenomenica, dove le piccole cose e gli oggetti – e quindi il  «grido della conchiglia» – non fanno che sottolineare la propria forma essenziale. E dove sta l’essenziale, sta anche il desiderio, per quanto limitato entro il perimetro di un angolo, di una finestra o di una stanza della propria casa, di un rapporto io-mondo che non sia irrealistico o virtuale, ma naturale, tangibile e vero.

Non disperare. Andiamo
per la strada dei ciuffi di cardo
con le altalene stringiamo trecce
ai cavalli, teniamo il palmo sul vetro
e guardiamo fuori. Non c’è nostalgia
solo una pezza minuta di buio
e un poco di collera resa alle costole
e il sangue pulito delle silenziose ferite.

Questi testi ci fanno riflettere come nel contesto odierno le poetiche, anche se sono diverse e poste a distanze geografiche, possano raggiungere una medesima osmosi entro quella che è una poligenesi degli stili; e per non perdersi nell’intricata matassa delle vicende artistico-culturali, occorre una sistematicità o corporalità che non si fissi in canoni, ma che sia sempre variabile nelle sue componenti individuali, sociali e storiche. L’agitarsi dei vari atti di parole – direbbe Saussure, padre della linguistica contemporanea – che stanno tra loro in una rapporto vivo e dinamico, può trovare un senso in quella che è una dimensione collettiva e plurale della lingua.

di Roberta Sireno

“Il Professor Fumagalli e altre figure” di Giampiero Neri

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Titolo: Il Professor Fumagalli e altre figure

Autore: Giampiero Neri

Editore: Mondadori, 2012

Il professor Fumagalli e altre figure, ultimo libro di Giampiero Neri, chiude un ciclo e ne inizia uno nuovo. Il libro può sembrare l’inizio di una nuova fase della poesia di Neri, una fase ancora più biografica, meno oscura, che richiama l’esigenza di una chiarezza nuova, non in ombra.

I primi tre libri di Giampiero Neri, poi racchiusi nel bellissimo Teatro naturale, davano l’idea di un lavoro ricco e perfetto, dove un racconto metafisico perennemente in ombra, agiva attraverso una responsabilità di traccia, di segno, di una scrittura al limite che attraversava particolari invadenti. Si è passati poi ad una seconda fase che parte da Armi e mestieri per finire con Paesaggi inospiti, dove si intuiva il migrare da metafisico a reale, dove si rivelavano i passaggi, la progressione nello svelare, sempre  più con maggior sicurezza, luoghi e nomi.

Una lunga carriera quella di Neri al servizio della poesia, quella vera, creata, vissuta come una lettera aperta, come una biografia in forma di versi, centellinata, ritmata in perenni pause e immagini precise.

Il libro, composto di brevi racconti in prosa, spiega e racconta in maniera frammentata, episodi, incontri e circostanze. Questi scritti raccontano solo in minima parte la complessità dell’uomo Giampiero Neri e della sua arte. Sono brevi narrazioni, sono il limite che pone lo stesso autore, la sua maggiore mimesi. La figura principale di questa scena è il Professor Fumagalli, personaggio molto particolare ma uomo vero e giusto, già apparso in forma più anonima nei versi precedenti  di Giampiero Neri.

Il Professor Fumagalli è uomo di studi, impartisce le sue lezioni in un caffè, ascoltato dai suoi alunni che sono gente di passaggio o veri e propri affezionati alle sue lezioni: “ Si era proposto come educatore di un gruppo di ragazzi, usciti malconci dalla guerra. Chi mancava di un piede, o un braccio, ma al falegname che gli aveva chiesto se dovesse fare dei banchi speciali, aveva detto: “No, faccia dei banchi normali, perché poi Lei mi darà un mondo speciale?” Uomo risoluto il Professor Fumagalli, energico, con uno stile di vita poco tradizionale, un utopista che guardava il mondo e la realtà in una maniera nuova, senza compromessi con l’idea costante della giustizia e morale umana.

Ora Giampiero Neri cede, racconta il rapporto teso, fraterno e complicato con il fratello Giuseppe Pontiggia: “Ero diventato un bersaglio della sua ironia, riscontrabile facilmente in qualche suo personaggio. Una volta mi aveva detto: “Sai, la differenza fra me e te è che tu ti entusiasmi per quello che non capisci”. Ancora adesso non ho nulla da obiettare”. E poi l’amico Nene (già personaggio centrale del penultimo libro Paesaggi inospiti), i genitori, il poeta Remo Pagnanelli, il lavoro in banca.

Le parti più riuscite restano sicuramente i momenti di acume e precisione nel descrivere se stesso, in una logica mentale esterna e zelante, come nella rappresentazione di tarli e idee: “Sono diventato comprensivo verso i traduttori. Le difficoltà sono tali da farmi pensare che quasi tutto sia idiomatico e che le somiglianze linguistiche siano una mera apparenza. Sono anzi convinto della profonda e universale diversità”.

In quanto autore Neri ha sempre avuto bisogno di grande individualità e quindi di una profonda distanza da scuole di pensiero e altre categorie; ha sempre voluto dire la sua in ogni modo e la sua opera offre al lettore una calma intelligenza, una descrizione interna, profonda di luoghi e persone: “Queste finestre di via Paradiso, in realtà, si aprono sulla scena del mondo. Una folla di personaggi e figure, come uscendo da una quinta di teatro, si presenta ai nostri occhi e ci viene incontro. Sono le immagini del “ mondo fluttuante”, ciascuna con il suo carico di vita e di mistero, a formare la materia”. Interessante anche la prosa che allude all’interesse di Neri per la “pacifica Svizzera”: “oltre lo splendido isolamento nel contesto delle nazioni, in primis l’anticonformismo dei suoi abitanti. L’Europa? “ C’era anche prima”, sarà stato probabilmente il loro pensiero per non correre a unirsi insieme agli altri, e via discorrendo amabilmente, senza farsi prendere la mano dalle novità”. E poi sempre dalla stessa prosa “Fra queste memorie si respirava una viva aria di cordialità, insolita nell’ambito dei poeti, che si conducono l’un l’altro una guerra sotterranea, irrinunciabile”.

Questi pensieri sottolineano un bisogno di verità assoluta, di una lunga intimità con pensiero e materia. Un ragionamento sotterraneo, che abbina ed elabora in armonia un linguaggio chiaro e mai letterale ed opprimente.

Un libro Il Professor Fumagalli e altre figure di racconto puro, mai alterato nella sua forma attuale di armonia. In chiusura una poesia che già compariva in Paesaggi inospiti, che da un’idea della “rotondità” della poesia di Giampiero Neri: “Di quella fontana stile Novecento/ che doveva durare/ oltre le nostre vite/ si è persa la traccia/ morta con la sua epoca breve./ Era ridente nella sua rotondità/ spensierata all’apparenza,/ finita chissà dove”.

Da “Mnemosyne”. Poesie di Michele Montorfano

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Titolo: Mnemosyne

Autore: Michele Montorfano

Editore: Lietocolle 2013

Da Camera dei Prolegomeni (Arbeit macht frei)

*

Il corpo ritorna a galla
nel maneggiare le ferite.
I musi vengono legati con le pinze,
gli occhi ustionati dal sale, aperti.

E vedono le bocche dei leoni
rovesciarsi sulla terra.

*

Non ci sarà più luce sulle pareti solo il nero che cadrà a pezzi;
corpi che resistono agli orrori, al vortice della guerra.

Squadroni che divorano la notte infinita che tutto confonde.

**

Da Il mondo migliore

*

Bruciano ancora
distrutti dalle pillole.
Hanno il corpo che entra
nei nervi e bocca,
lastre, eterne scorie terrestri.

Ma vengono da lì,
da una lenta infiliazione con le mosche,
da un pensiero tronco.

*

Si accendono come un sacco di comete.
Al loro primo abbraccio
cadono, si fratturano i colli.

Uscivano tagliando
acqua, legno marcio.
Uscivano già morti.

**

Da Io sono l’amore

*

Nonostante tutti questi anni passati
nel macello del paese
a battere le code
ancora a strappare le zampe
dalle armature per smollare
la cartilagine nelle vasche
non capiva quel midollo
di sudore, di burro lasciato cadere dalle gambe.
Non sentiva le cuciture saltare nel frastuono.
La carne, crescere di un corpo.

*

Potessi almeno aprirti la schiena, vedere
che cosa mi sono lasciata dietro
se il grano che pronunciato accese le pietre
o la cenere quando squarciata dal freddo
ritorna come un capogiro nella folla.
Ma vedi, in queste pause del respiro
che sono un seme misto al sangue certo,
ma sempre un seme, io chiedo.

Chiedo che ti rompa la notte;
che ogni sillaba trovi spazio sul tuo ventre
e che l’acqua che rompe i rami
rimanga nel buio la tua firma.

Questa la presenza.
La mattina oltre le persiane.
La piazza che si apre.

**

Da Distruzione e salita di Lilith

*

Era la grande estate che ci travolse tutti.
È la donna, la pietra, che sbrana se stessa.
Chiede: “Distruggimi, fammi santa come un mattino d’estate.”
E mentre parla si sfalda.
Scortica l’edera dai viali.
Cava la carne da se stessa.

Cuore e mani sono sangue.
I seni, l’addome, il nero sparso sulla terra.

*

Si allarga. La chiglia deflagra, il midollo tocca terra.
La trachea è la pietra lucida dei tetti.
La gola che sprofonda, il vento che recide le finestre.
Urla: “Tagliatemi!” E le costellazioni si alzano in piedi.

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Michele Montorfano è nato a Como nel 1976. Dal 2011 risiede a Milano. Ha studiato cinema, pedagogia e filosofia. Ha lavorato nel campo della pubblicità e del sociale. Sue poesie sono apparse in diverse riviste tra le quali ‘La Mosca’ di Milano e nell’’Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea’ (Raffaelli editore). È stato finalista al Premio Cetonaverde 2011.

Questa è la sua opera prima.

Anatomia del Solo di Tiziana Cera Rosco

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 Titolo: Anatomia del Solo

 Autore: Tiziana Cera Rosco

 Editore: Bucefalo, 2013

Nasce come idea interessante di rinnovamento il progetto artistico-editoriale delle edizioni Bucefalo dell’associazione Cinquemiglia di Tiziana Cera Rosco e Claudio Del Monte.
La particolarità delle  plaquette sta nella loro composizione: fogli sparsi, contenuti in una busta di carta come messaggi da inviare, elementi di sé, fra l’opera scritta e l’opera stessa.

Come prima proposta è uscita da qualche mese la plaquette “Anatomia del Solo” di Tiziana Cera Rosco, che fin dai suoi esordi dal “Il calco dei tuoi arti” a “Il compito”, si è espressa totalmente in una poesia dalla forte carica espressiva, estrema, che tenta di scriversi attraverso un corpo inquieto, pieno di desiderio e attesa.
Proprio in questa breve plaquette l’anatomia è l’idea principale per mostrarsi liberi e fieri, senza più ostacoli corporali: “In qualunque luogo sarà il corpo/Là si raduneranno le aquile./ Per questo ti dico” Non tremare”/”Non tremare” sarà il tuo tuono./ Quando sarai morto, corpo mio,/ perfettamente tenero/perfettamente quieto/ perfettamente spaccato nel mezzo/ Ricordati di me./ Raggiungimi.”

Forse per Tiziana Cera Rosco raggiungere se stessa è un atto dovuto, un regime di idee pronto a impuntarsi, una sequenza di immagini disastrose e pregne di linguaggio, di materia febbrile “Per cui, capisci, non venire/ E se proprio vuoi sappi che ti caverò un occhio/ Fino alle radici della lingua/ Il tetto cadrà/ Pezzo per pezzo/ Ed io e il mio Solo/ Vedremo il nostro linguaggio scoperchiarsi/ Come una tomba da cui si sollevano caprioli”.
Molto chiare sono le idee di insegnamento, di una ricerca infinita, di una logica della realtà che si rappresenta sempre come sfida, atto divino; per questo la poesia di Tiziana Cera Rosco resta il luogo del massacro, la sua spiegazione intima non concede altro. Il bisogno di rappresentare immagini, in una grande fierezza di ombre e creature la spinge al meglio a confessare la sua vera beatitudine, un desidero acuto di unità, di una passione violenta misurata a distanze. Gli affetti sono per Tiziana Cera Rosco il segno della vita, la sua lunga rappresentazione. “Avevo la tua età./ Impara a distinguere il miglio/ E le ore della luce/ Distinguere/Bene e male a volte sono sufficienti/Ma il buio non è mai appena buio, figlio mio,/ Guarda, ad esempio, che creatura enorme tra noi/ La distanza.”

Questa breve plaquette traccia un’ ulteriore apertura della poesia di Tiziana Cera Rosco; si direbbe “Un’anatomia di contrario” da apporre, da promuovere come bisogno d’ascolto e atto mancato.

Nel bianco totale. “Malaspina” di Maurizio Cucchi

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Titolo: Malaspina

Autore: Maurizio Cucchi

Editore: Mondadori, 2013

Malaspina, il nuovo libro di Maurizio Cucchi, è il nuovo tassello che si aggiunge all’opera ormai pluridecennale dell’autore; è un progredire nell’ignoto, nel soggetto stesso, ricercato costantemente attraverso maschere e figure fittizie, personaggi alterati da spazi e ricordi.
Negli ultimi dieci anni Maurizio Cucchi ha spaziato fra poesia e prosa con libri singoli, che nella loro completezza intrinseca, riportano tutti ad un’opera più ampia, di grande respiro.
Cardine e punto centrale nell’opera di Cucchi è l’alienazione del soggetto, fin dai tempi de Il Disperso dove il tema, la base della narrazione era proprio la dispersione del soggetto poetante stesso, e l’impossibilità ormai di proporre una memoria reale, pulita, vera, e l’espressone di un io instabile che non sapeva più relazionarsi al mondo in maniera reale e oggettiva.
Ora Malaspina riparte da una scrittura riassorbita, in un’atmosfera di ricordi, di memoria remota da dover continuamente svelare e slacciare: una memoria che cancella e ricrea.

Il primo capitolo Berretto a sonagli introduce tematiche e umori, la prospettiva di un mondo che assorbe costantemente materia: “Ho imparato a esprimere gli umori-/ anche gli umori forti- senza camuffarli./ Senza infingimenti./ Mi godo brevi soste felici/ di sospensione e improvvisa/ adesione. Mi oriento/ verso un mondo più affabile/ e poroso”. Qui il poeta esplora le zone ignote, del non detto, la parte invisibile del mondo: “Mi muovo verso strati/ sempre più occulti, come/ un archeologo, o un operaio/ che manovra, nell’ignoranza/ senza fine delle tenebre,/ verso residui fossili, e rivoli/ nascosti, mentre trabocca/ la sua realtà geografica/ di intrecci collettivi, emblemi/ o approssimazioni di altri/ molteplici intrecci sconosciuti”. In maniera fagocitante la memoria ripercorre, consuma ogni cosa in maniera totale, non lascia spazi a fantasie o ricordi, a dati perfetti e ordinati, la memoria resta un luogo oscuro, marcio, che cade a pezzi: “La mia memoria, infatti, è una cantina/ e nell’umido dei suoi muri marci,/ sgretolati, sento l’impronta strana,/ invisibile dei defunti, delle loro mani,/ come nei sordidi recessi nascosti/ albergano funghi, mucillaggini e insetti,/ topi che guizzano e acute muffe”.

In Malaspina, si trovano delle brevi prose – una per capitolo – che rendono la discorsività della narrazione ancora più ferma e decisa, muovendo il lettore verso sconosciuti territori di intrecci fra ricordi e desideri di avventura, di altro da sé. Ogni cosa rimane oltre, in un presente che si scioglie giornalmente nella quotidianità, che vorrebbe cancellare in autonomia ogni traccia, ogni verità dal percorso di ognuno, ma resta la storia, puro elemento di noi: “Eppure, oltre la pelle del presente (come se fosse totale, presente totale che cancella il suo cammino), oltre questa pellicola di superficie, smorta o ingannevolmente illustre, che di regola appare o viene esposta, quasi mai ci inoltriamo perdendo consistenza, verità, normale storia che ci ha portato qui.”

Nel cortile delle giovani mamme è il paragrafo più “familiare”, legato a ricordi dell’infanzia, a luoghi, oggetti simbolo. In maniera maniacale i particolari di ogni scena si infittiscono, ne escono ingranditi o rimpiccioliti, sciolti, depositati in una terra che rimuove e rilascia tutto: “La macchina raspa indifferente,/ scava a terra la benna in una nube/ di polvere nera. Raspa mossa/ da qualcosa che non so, guidata/ va sotto e sommuove la terra,/ i suoi strati, i depositi, gli insetti/ enormi del sudore notturno”.
Il luogo stesso del ricordo propone una dimensione deformata, ma intatta nella sua perfezione e violenza, nel suo ibernato tratteggio: “Ma che cos’è Malaspina? Una voce,/ una strana parola, il laghetto/ che passava fresco nella stanza buia,/ per il ristoro verde di una gita aerea./ Lo rivedo adesso nel gelo, nel bianco/ totale, in un estremo paesaggio ghiacciato,/ siberiano, alla fantasia, che si compiace/ di un’escursione che il tempo ha già ibernato”. L’emozione e il ricordo, vengono popolati da personaggi conosciuti, da voci, luoghi. Gli odori si fanno ancora più forti, gli oggetti e la materia attraggono l’autore stesso in un mondo ormai scomparso, remoto, un mondo della mente che perlustra gli spazi e le ombre come può in un comune ricordo, in una continua relazione con il passato, che è l’altra faccia del presente, il suo rimando continuo, la sua sintesi più vera: “L’odore di acido fenico/ mi stordiva, mi respingeva./ Aveva un gran bel nome, lei: Anita/ Bellingieri e si vantava/ dei suoi forse fittizi quarti/ nobiliari. I suoi cassetti/ traboccavano di dannunziani/ fazzolettini in seta, bigiotteria,/ borsette e caramelle. La vedevo stupito/ e a disagio, quasi un ranocchio/ nel finale, nel letto alla Baggina,/ incartapecorita e tutta grinze”.

Paragrafo centrale di Malaspina è Macchine movimento terra: qui Maurizio Cucchi smuove del tutto la materia, la memoria inesplorata, e lo sguardo si posa sul lavoro delle macchine, sulla terra percepita come fonte di sapere ed esperienza, dove vivono ancora residui di masse e sostanze da interrogare fra cumuli e macerie. Il tempo non rimane che l’unica illusione, la svolta non può essere che la fine del soggetto, il suo inespresso destino: “Nel tempo che invece non esiste/ che è un’illusione o solo svolgersi/ ordinario di un sé fino a maturazione/ e fine, sbando definitivo e arresto/ per lo spin del misero soggetto/ nel paradosso semplice del mondo,/ giacciono strati, subsidenze, depositi/ di inesplorata materia remotissima”.
Solo il nostro oggi, il nostro presente ci contiene. Non esiste né passato né futuro. I pensieri si traducono in fitti frammenti, intatti, richiamano la luce, una sospensione: “Perciò io adoro il presente/ perché solo il presente contiene/ tutto quello che è stato/ ma il presente sospeso, la luce,/ questo blocco di terra pressato”.
Il mascheramento del soggetto, la stabilità dell’autore, vengono trasportati in un immaginario letterario d’invenzione. È schermo, una cornice di belle promesse, di speranze inascoltate, fra avventurieri ed esploratori; lo stesso professor Lidenbrock di Jules Verne, che apre spiragli, come figura e fantasia, sul mondo dell’infanzia, non luogo per eccellenza della poesia di Maurizio Cucchi. L’illusione riproposta è di essere altro, di muoversi in maniera circoscritta e precisa verso territori dalla doppia realtà, riposti con estrema cura nelle fantasie, nei cassetti pieni di rimandi e relazioni dell’autore. “Lezioni d’abisso….Anch’io/ me ne intendevo, quel poco, e sarei sceso/ con l’altero, irascibile professor/ Lidenbrock giù fino al profondo/ esplorato dall’islandese, Arno/ Saknussemm, tra crosta e mantello/ viscoso, penetrando nelle caverne/ interne, negli oceani, nelle vaste/ foreste di alte muffe a ombrello,/ dove alberga, chissà, il fenotipo/ indefinibile e cieco, trasparente/ e strisciante, lo speleotipo onirico,/ fino ben oltre fino alla discontinuità/ di Gutenberg, naturalmente, e poi/ respinto fuori dal cratere a Stromboli/ o forse proprio fino all’Etna”.

Il penultimo paragrafo Abbandoni prova come l’azione fisica rappresenti l’unico strumento di conoscenza e contatto con il mondo, come l’immagine determini l’avvio del pensiero e tenda in maniera fissa e simmetrica all’abbandono, alla perdita. La natura umana è schiava di questo, è desiderosa di questo, di sequenze infinite, di conquiste misurate, attese: “ Un cappello chiaro, un panama/ elegante appeso su una giacca/ stropicciata di lino beige/ è il primo avvio, l’immagine/ primaria di un felice abbandono./ Felice?/ Segue, poi, nel giardino dei gatti,/ la sedia a dondolo di vimini/ consunta, scolorita, sbucciata,/ in mezzo all’erba e alle lumache./ Sedile solitario e appoggio/ rapido per merli e tortore./ E’ bene che ogni cosa venga a noi/ nella pienezza fisica della sua natura/ come lenta conquista frugale./ Come conquista frugale.”

Ultimo capitolo di Malaspina è Console o capitano, dove l’autore riesce nella difficile sovrapposizione di vari strati di pensiero, di personaggi unici e irripetibili, come il console di Sotto il vulcano, capolavoro assoluto di Malcolm Lowry , o il capitano, personaggio di pura invenzione, amico di Gadda e di Guido Keller. L’identità stessa vacilla e non rimane altro da fare che sconfinare in aree sempre più sconosciute, realtà umana di pose e uniformi: “Eppure lui, il capitano, uscendo/ dalla terra rovistata a fondo/ negli strati, lo ritrovo in mia vece,/ gli occhi sbarrati, spiritati, mi ritrovo/ in quella foto, appunto, del già militare,/ folle, come dicono concordi./ Militare, per sempre militare. Lontani/ i tempi del suo compagno austero/ e goffo, adorabile, altissimo,/ e come lui infelice, e burocratico,/ nel suo fiero decoro. Ed è così/ che sono scivolato in lui”.
La piena coscienza del pensiero è rifuggire da un io autoriale, ingombrante, assurdamente biografico e fermo, mentre la relazione al mondo chiede una saggezza di pensiero, una capacità continua di metamorfosi e osmosi.
Cucchi riesce in questo, sporcando la sostanza stessa della poesia, dell’unica condizione umana: vivere in estrema corporalità e materia in piena apertura alla vita.
L’ultima scena devia nel finale visionario e catastrofico di Sotto il vulcano: “Ormai precipitava nel vulcano/ della sua terra e aveva nelle orecchie/ quel rumore di lava che trabocca/ orribile in eruzione, o forse/ era il mondo stesso in esplosione/ definitiva. E lui cadeva, dentro/ una foresta, cadeva….Urlò,/ a un tratto, come se gli alberi/ si avvicinassero a stringerlo,/ chinati su di lui, pietosi./ E a questo punto qualcuno,/ con un’enorme risata oscena,/ gli tirò dietro, giù in fondo al burrone,/ un cane morto”.

Malaspina è un libro in cui calarsi nell’esperienza del pensiero permeabile, completo. Una risposta già esaustiva, una totalità del pensiero, una poesia totale.

Da “La Notte Oscura” di Giulio Marchetti

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Titolo: La notte oscura

Autore: Giulio Marchetti

Editore: Puntoacapo, 2012

Di guardia

Il labirinto anestetico dell’aria
guida i passi attraverso l’inganno
fugace del vento.
L’aspetto circolare della fuga
conduce immancabilmente ogni sforzo
al punto di partenza,
se di vera partenza si era trattato.

Troppo vicino

I muri sono confini preposti
a giudicare l’azzardo del passo,
comunque pronti a ripagare
l’offesa con l’urto.
Io credo mi giovi questo stare di lato
con le scarpe dure di fango
e i capelli pieni di cielo
a catturare qualche nota
di stonata verità
dall’armonia imperfetta
del silenzio.

Finora

Ho penetrato l’assenza fino all’oblio,
poi mi sono offerto al vuoto.
Ho posseduto ciò che non è
e sono stato ciò che non ho.

Cieli immensi

Ho smesso di credere ai colori
ma le azzurre profondità dei tuoi occhi
sono l’unica ragione per cui credo
che esistano due cieli.

Ossigeno

Nella perdita continua scopriremo
la nuova centralità dell’essere.
I nostri cuori busseranno al petto
per chiederci asilo.
L’errore è stato credersi vivi
per tutto l’ossigeno
che abbiamo respirato.
Ci diranno che non era possibile.

Enfasi muta

Quaranta secondi di enfasi muta,
senza chiedere un attimo in più
al tuo respiro,
silenzi in forma di vita,
tutte le consonanti della tua bocca.
Vorrei avere l’impressione
di cadere verso l’alto,
perché arrendersi diventa
un atto di forza,
l’unico varco di questa
impercepibile densità.

Ombra

La crescita attraversa lo spazio
senza occuparlo.
Fisicità strumentale di chi
ha radici sospese.
Ormai siamo così poco
E dobbiamo inventarci l’immenso.

La fine

La ciclicità delle parole si inscrive in quella del suono.
Così osservo lo scrupolo del silenzio
per non svegliare la fine.
Questa sete di futuro ci sfila i giorni dal petto.
La ferita esposta al sale dell’attesa.

 L’ultimo passo sulla terra

Mentre l’alba dischiude meno di un sorriso
ci si affida intimamente al desiderio
che la luce penetrata a stento dai vetri
possa restituire un aspetto alle gambe
anche solo per compiere in silenzio
l’ultimo passo sulla terra.

La notte oscura

Giacché la nitida assenza
ne è lo stato naturale,
torno a decedere ogni volta,
un attimo prima della felicità.
Ogni pensiero oscuro è cittadino
della mia terra
e le lacrime antiche
sono l’unico inchiostro
per scrivere
le paure di domani.

Nota Biografica
Giulio Marchetti è nato a Roma nel 1982. Ha esordito in volume con Il sogno della vita (Novi Ligure, 2008), finalista al Premio Carver e segnalato con menzione speciale della giuria al Premio Laurentum. Nel 2010 ha pubblicato la raccolta Energia del vuoto (Puntoacapo editrice). Della sua poesia si sono occupati, fra gli altri, Sebastiano Aglieco, Gabriele La Porta, Paolo Ruffilli e la Fondazione Mario Luzi. La raccolta La notte oscura contiene la poesia Cieli immensi, vincitrice del Premio Laurentum 2011 sezione sms.

“Italics” di Gian Maria Annovi

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Titolo: Italics

Autore: Gian Maria Annovi

Editore:  Nino Aragno Editore, 2013

Continua, infierendo fra storia reale e spazio mediatico, il percorso poetico di Gian Maria Annovi, che si arricchisce di un nuovo tassello: il libro Italics, appena uscito per la nuova collana di Nino Aragno Editore “i domani” curata da Maria Grazia Calandrone, Andrea Cortellessa e Laura Pugno.

Si parte dal suo libro precedente Kamikaze (e altre persone), dove si coniugavano in un rapporto costante corpo-frammento e terrorismo, in relazione alla grandissima conformità e allo strapotere dell’informazione (soprattutto televisiva), per giungere ad Italics, dove la narrazione stessa si spezza, propone una mappatura dettagliata di luoghi letterari e geografici, reali e inesistenti, in cui si colloca al limite un mondo disordinato.

Italics  si svolge in cinque tempi o spazi d’azione, dove i personaggi, figure d’ombra in continua disintegrazione, mutanti del pensiero e del corpo, non riescono mai pienamente a relazionarsi con una realtà ostile, violenta e profondamente inquieta.

I testi inclusi nell’opera sono stati scritti fra il 2002 e il 2012, “ma coprono simbolicamente un arco temporale che va dall’ottobre 2002 al 10 settembre 2001″, come scrive l’autore nelle note al testo scegliendo di saltare un evento: una giornata fatidica di disturbo mondiale come l’ 11 settembre del 2001; la data indimenticabile è la soglia da cui si può partire o arrivare per cominciare a parlare di un nuovo mondo, di un nuovo occidente geografico, di una connessione bizzarra di elementi destabilizzanti. Per la scrittura di Annovi 11 settembre è l’inizio di un secolo, un precipitare.

Città chiave di questa narrazione restano per questo, i due poli geografici estremi: Los Angeles e New York, che rispettivamente aprono e chiudono il libro.

La scrittura di Annovi procede per singhiozzi, rastremature, come scrive Laura Pugno nella quarta di copertina; uno scrivere “asintotico” di “straniamento spaziale e temporale”.

Si comincia con la serie TT/DUET (The Tempest in Los Angeles), acronimo dell’ultima opera di Shakespeare e delle Twin Towers; i personaggi sono: le Dramatis Personae, che scorrono nell’immenso oceano mediatico, dove ogni prospettiva si propone come realtà, realtà in diretta.

Le voci dei protagonisti si sciolgono fuori campo, azionano, muovono il pensiero ma sempre fuori campo, come maschere efficaci e oratori dal deserto: “se le vostre voci mi bordano/la testa e/ non protestano per questo/ patetico stato/ attesto che questa vita/ pro capite/ non basta:/ che il capitale è il torto/ capita che si veda/ nella carne disfatta dei sogni/ nella materia che sa/ far male”. Il contrasto fra azione e passività è reso con efficacia, così si trasforma in strumento, nastro da maneggiare con cura perché produce e falsa la realtà con esatte imposizioni di sistema, dalla scelta dei cibi alla pubblicità di noi stessi: “ cali banalmente/ dagli schermi/cosa di buio/ stregati dall’utero catodico/ i tuoi gemiti gemelli/ sono la pienezza dei nostri/ stomaci/ fast food e fasti/ di plastiche/ il reale concima/non coincide/ con la riavvolta realtà/( decide il taglio nel nastro)/ tali tele bani-/ shed products are sponsored by/ us.

L’epilogo è la fine dei corpi, che sembravano addormentati di terroristi e ostaggi, uniti nella morte, dopo l’intervento delle forze speciali russe al teatro “Na Dubrovka”.

Altra considerazione da fare, altra metamorfosi che riguarda la serie Self Eaters (Autofagi), è il mutamento che avviene attraverso il corpo, il cibarsi di se stessi, appartenersi in maniera estrema, promuovere un’arte deformata che prova a ricrearsi: SELF-EATERS#1 “non distingue le dita delle mani/ dalle dita dei piedi non distingue/ la cartilagine dall’unghia/che è la cosa morta che/ gli cresce/e se ne nutre:/ si allunga dunque e flette e piega/gli arti di plastilina/l’arte è lui: contorsionista bambina/ deformata dall’idea di perfezione”. Sottraendo brevi tratti e brevi interruzioni, si assiste ad un processo di ribellioni, follie collettive, che caricano il presente di elementi stranianti: <Interruption> “ne catturano uno il gruppo dei vicini/ con megafoni spranghe videofonini”; in questi testi l’elemento della violenza registra i suoi massimi effetti nello smembramento, nella decapitazione di pezzi, quasi come fosse un corpo da ri-assemblare e l’ombra costante in tutto ciò della ripresa video, della costante connessione, di un elemento scenico costantemente filtrato: “attorno al tavolo operatorio/ allestito di fretta nella palestra/ chi gli taglia la mano/ la coscia/ chi gli mozza la testa/………………………./ stride nel microfono/ la voce di chi prega/ poi spartiscono le parti/ in fogli di stagnola”.

Fulcro e centro di Italics il poemetto “La Gloriola”, non a caso collocato alla metà del libro, come grande spartiacque, fra luoghi ed esperienze, ma anche e soprattutto fra la divisione dei mondi e un alternarsi di spazi, dall’emigrazione dell’autore stesso negli Stati Uniti, all’immigrazione verso il paese della lingua in cui scrive, l’Italia come altra Italia.

Questo provoca una vera alterità, un isolamento forzato, quasi un esclusione dal sistema, ma proprio in questo Annovi rinnova la sua forza, la sua energica denuncia, quasi un dettato di umanità, di resa testimonianza. “ma se la gloria è gloria/(dunque)/ sappia dire la gloria delle cose/ ad esempio/il nome per dire/ l’ossatura delle piante:/legnanza o legnaggine o/ legnosura oppure semplicemente/ un segno inciso sulla corteccia del/ cevello/ illeggibile se non ti spaccano la testa/ coi manganelli/ sappia dire le cose nuove/ ad esempio/ il nome dei suoi nuovi cittadini/ il nome del paese che ha confini/di corpi affogati e vulcani:/( questo ha un nome impronunciabile)/ lingua che cede e cade dalle gengive/ che dica l’assoluto tremore/ di questa donna: sulla barca che sbanda/ di notte col neonato schiacciato/ tra le cosce/ che non respira”.

Una delle parti più riuscite del libro è Rapture, di cui alcuni testi erano già usciti nella bella antologia Poeti degli Anni Zero (Ponte Sisto 2012) curata da Vincenzo Ostuni.

Il tema di queste poesie è il rapimento, non solo alieno, ma da qualcosa di sconosciuto e lontano, quello del diverso che assume la valenza di una sorta di esperienza mistica di limite.

L’originalità dei componimenti passa attraverso una breve descrizione anagrafica, come se il soggetto, il singolo, rappresentasse numeri, dati, esperienze da registrare, da poter manovrare: “[S.M; 21 anni, studente] vengono a portarci via le donne/ per farci figli le/riempiono di robe loro le/coprono come le/ bestie/ le innestano coi loro bastoni”. Oppure “[R.W. 53 anni, casalinga] a me m’innamorano/ i visi loro cioè/ anche se non hanno/ sorrisi e / vengono per rubarci/ vivi”.

Ora le voci che parlano sono esperienza pura e fanno parte di ogni classe e ceto della società, proprio per ricordare come l’esperienza della diversità sia fondamentalmente esperienze di tutti. “[O.A; 33 anni, negoziante] vengono con navicelle/ di notte mica/ carrette vengono/da tutti i lati/ ma soprattutto/ vengono malati e vuoti”.

L’ultima serie 9/10 (dittico in due tempi), parte da ciò che sosteneva Francis Bacon raccontando della realtà di New York, dove 9/10 (nove su dieci) di questa realtà sembrano inessenziali.

9/10 sono anche le cifre di una data ormai parallela, ferma alla pre-realtà: il giorno prima dell’ 11 settembre. Non senza terrore l’autore prova a raddrizzare il reale, a guardare qualcosa di inosservato, qualcosa che si poteva e si doveva guardare: la memoria di un nuovo secolo e il bilancio di uno appena concluso; in questo Annovi sceglie di guardare, di opporre alla finzione/ reality, la parola e la vita, sempre in controtendenza e oscurata, ma sempre vita: 2. (10.28 am) “Risale in superficie la donna/ che pulisce le torri degli uffici/ nel supermarket vicino a casa/ si vede in fiamme/ riflessa sulle buste di surgelati/ vive senza saperlo/ in un piano-sequenza stravolto/ il suo volto: Monica Vitti che osserva/ l’isola che l’ha resa deserta”.

Poesie Di Veronica Fallini

*

Respirare, certo, respireresti sempre –
il flusso di coscienza non è più
che una tensione in campo magnetico –
respiravo ancora quando mi sono
venuta a mancare – e anche tu? cosa ci voleva
a compulsare un codice di somiglianza? a ricondurti
a te stesso come un qualsiasi stagionale –
dopo tutto avresti fatto meno fatica
che importi tutto quell’attrito dopo tanta resistenza –
accumulare non è la parola giusta, se poi smonta
la guardia della sorveglianza, sarebbe così comodo
svuotare tutto e non pensarci più, invece
della promiscuità degli eventi sempre lì
ad impastare il maggese.

 

Piccola lingua

Fui creata piccola lingua
una slogatura particolare
che dissesta le panchine dei giardini comunali
e deraglia non più che digrignando il buio nelle bocche –
insorge endemica, lei mortale
e sta coi denti all’incudine attaccata
inchiodata all’ora appesa
tutta assorta nel suo ferro –
a vederla, per come s’avvinghia alla fondina
non appartiene agli occhi
quasi ottusa nell’annusare l’odore dello sparo.

*

Un numero bianco di boschi e corpi
muove al carso della rapida collina –
si procede per fuochi
come il tempo dalla cifra periodica
provvisorio nei bivacchi –
sul tappeto di corpi annodati stretti
focolai minimi per l’immenso corpo battono le lingue
sul telaio del salterio –
barbaro fiammeggia l’indoeuropeo
fin le ultime propaggini dell’utero.

Le mille morti

le mille morti di morte capovolta
presagita nel cemento
è poi una e verticale
contigua e simultanea
sono i corpi raccolti nella piazza,
tra i luttuosi mercati vanno a becchettare – irresistibili folate –
i fiori contundenti, la falce degli specchi –
troppo forte per udirla l’onda d’urto
ha riempito tutti i suoni, un grado
di dolenza assoluto ha sollevato tutti
dalle preoccupazioni.

*

Che progetto c’è nell’irriducibile a molecola
nell’implacabilità del permanere,
l’invisibile che scava l’ombra nella stanza.
È uno scompenso la durevolezza delle cose
– imprendibili pagine mi fermo a sfogliare
di libri –e oltre al dovuto, oltre l’inaudito
si produce l’offesa più stupefacente.
Il tempo degli oggetti non sa riempire gli attimi
ma solo alle basse frequenze si captano le voci.
Di specie territoriale è il tempo più nostro
ne sono spossessati – degli alberghi – i corridoi
dove ancora è pensabile un’altra curva,
un’altra notte.

*

Seduti allo stesso tavolo
non parliamo di quello che è successo;
essenziale è ciò che non è stato
e sorprende scoprire quante conseguenze ha
ciò che non avviene;
il silenzio è una categoria troppo ampia
per essere precisa, montagne i vocabolari che nessuno scrisse.
Anche queste vite sono cadute in prescrizione,
conteggiate come abusive
a trasmissioni sospese
una polizia di contenimento pattuglia
le strade delle nostre città celesti.
C’è allarme sul confine.

*

La città ci ha adagiato
lungo il rettilineo
coperti di rugiada.
Ci siamo sognati tutta la notte,
in mezzo passavano le auto.
Anche tagliata a metà riesco ad amarti.
Ora potrò fare il viaggio all’incontrario
salirò la discesa dal ponte
comprerò il biglietto timbrato
mi allaccerò le scarpe
e alla fine saranno allineate
le mie vertebre
sulla massicciata.

*

Notizia

Veronica Fallini abita a Erba (Como) è corrispondente per il quotidiano La Provincia di Como. Ha pubblicato le raccolte di poesia Umane cose, LietoColle, 2010, e Oroscopi e altre minute ossessioni, Lietocolle, 2012. Nel 2013 è uscita la raccolta di racconti Un respiro dietro l’altro, Italic Pequod.

“Da un estremo margine” di Flavio Ferraro

Sulla soglia oscura

*

io rendo polvere alla pietra.
Così fa il mare; così dona
vertigine la terra.

Luce sommersa, che sempre
trascolora: e tu, cui un’onda chiara
levigò il respiro, tra i flutti
ancora non lo vedi?

È questa fissità, lo sai,
che più non può tardare

*

tu custodisci una parola straziata.
Uno spazio aperto ai venti.

E attorno, come varchi
improvvisi, dimore: soglie
leggere, quasi fossero d’aria.

E uno spazio, una parola anche lì.
Aperta ai venti

*

fosse anche lui, il senza ombra,
il nome infinito a cui tendevi
strenuamente, quando tracciasti
un solco nella sabbia.

Fosse anche questo, un respirare
attonito.Tu sai qual era il voto:
oltre il confine nessun suono.

E la tua voce, se trascende,
fende l’aria stupefatta

Da un estremo margine

*

sempre un sentiero affiora.

Una misura, che porta al punto
di vertigine: estremo lembo,
dove il fiore sprofonda.

Attraversare non è nulla.
Solo nel vuoto
il vuoto si colma

*

lei, la non placata.
Ancora intatta nei fiordi
alla deriva, ancora pura,
nebbia di sirena.

Goccia dopo goccia,
fiorita da parole.

In parola raggelata

*

non ancora sorgente:
ma un fiume, che scorre
nell’alto. Un fiume azzurro.

Anche questo, vedi,
è mutamento; anche là,
nel fondo occulto,
cerchio di luce.

Che emerge
limpido dal buio.
E lo racchiude

Di chiarore in chiarore

*

discendi, sgorga,
che le tue stelle
affondino quaggiù.

Spezza i cardini, inclina
l’asse, erompi
come fossi un nimbo.

Tu non sai
quale spazio, quanto
inconoscibile sia.

Solo una scheggia,
una scintilla:
spegnerla ci basterà

*
le cuspidi, le guglie,
come una freccia
scagliata in alto.

Come una notte,
uno spazio che ci invade
e noi vibranti, noi
nell’aria senza vento.

Che una soglia,
quella soglia varcammo,
che è qui, è ora.

Non dire più: questo.
Adesso è uno.
Non chiamarlo:
è lui che chiama te

*

non era che ascolto, ma cresceva.
Non più che un sigillo
di ghiaccio, ma sonoro,
reso lieve dall’abisso.

Perché fu parola,
eco che nascondemmo,
finché non tacque.

E ora che non ha più margine,
non ha misura, quella ora
si leva, fino a qui,
si fa respiro e direzione

*

flavioFlavio Ferraro è nato a Roma nel 1984. Tra le sue opere: Sulla soglia oscura, 2010 (La Camera Verde); Da un estremo margine, 2012 ( La Camera Verde). La sua ultima raccolta di poesie uscirà in autunno per le edizioni Oèdipus.

“Fratello Poeta” di Giuseppe Piccoli

Immagine 005 Titolo: Fratello Poeta

Autore:  Giuseppe Piccoli

Editore: LietoColle, 2012. A cura di Maurizio Cucchi e Maria Piccoli

Esattamente un anno fa è uscito per l’editore Lietocolle un libro che rappresenta una rarità, qualcosa di cui si sentiva la mancanza. Si tratta di Fratello Poeta di Giuseppe Piccoli, a cura di Maurizio Cucchi, e introdotto dalle profonde parole di Maria Piccoli, dottoranda di Filologia Romanza presso l’Università Degli Studi di Siena.
Questo libro rappresenta e riprova la finissima purezza del dettato poetico di Giuseppe Piccoli, autore metafisico e tragico fino all’estremo.
Nel febbraio del 1987, a soli trentotto anni Piccoli si toglie la vita nell’Ospedale psichiatrico di Napoli, dove era stato internato dopo aver compiuto un grave fatto di sangue; la premessa è doverosa per una comprensione profonda ed attuale della sua opera.

Un libro che raccogliesse in parte l’opera di Piccoli era necessario, non solo per raccontare di uno dei poeti più grandi degli ultimi trent’anni di poesia contemporanea italiana, ma anche per cercare, almeno in qualche misura, di riorganizzare e approfondire la sua opera. Lavoro non certo semplice, visto il numero di inediti ancora in circolazione. Solamente Maurizio Cucchi e Arnaldo Ederle si sono occupati di tenere in vita la memoria di questo prezioso poeta.
Maurizio Cucchi pubblica nel 1981 in Poesia Tre, Guanda Di certe presenze di tensione che dà il titolo ad un’antologia che comprende le sezioni Fratello poeta, L’uomo di trent’anni e Rassomiglianze, poi ricomposte nell’edizione del libro Fratello Poeta. Nel 1983 Cucchi pubblica nell’Almanacco dello Specchio 11, Mondadori, Foglie. Dodici poesie. Lo stesso Maurizio Cucchi con Stefano Giovanardi pubblicano Giuseppe Piccoli nell’antologia Poeti italiani del secondo Novecento, edita prima nei Meridiani Mondadori e poi in versione tascabile dei Classici Moderni; proprio quest’ultima inclusione afferma la grandezza della poesia di Giuseppe Piccoli ai più.
Arnaldo Ederle pubblica invece nel 1987 per Bertani Chiusa poesia della chiusa porta e sempre a cura di Ederle appariranno altri inediti nel corso degli anni in tre numeri della rivista “Poesia” dell’editore Crocetti.
In ultimo è giusto citare la bella analisi di Viviana Scarinci sulla poesia Lettera per una domanda di perdono dal titolo L’amore senza persona. Intorno a una poesia di Giuseppe Piccoli. La stessa Scarinci nel suo saggio descrive quella di Piccoli come “una coscienza poetica assai singolare” e ne parla come di un “moderno Orfeo”.

La prima sezione di Fratello poeta è Di certe presenze di tensione, forse quella più bella del libro, mossa da un’intensità senza confronti, nuova, dove la metafisica e la quotidianità si bilanciano nella ragione, nella fermezza della parola.
Come scrive Maurizio Cucchi “in quelle poesie circola qualcosa di misterioso, che si condensa, si raggruma, in versi di un’asciutta fisicità scandita che esprime la difficoltà dell’essere”. Proprio questa difficoltà, questa malattia rendono il verso arioso e presente.
“Baci. Ma nell’aria c’è una/ malattia dell’Essere: la chiami/ noia per ripetermi e quindi/ evadere ogni possibilità di offesa./ La chiamo “mondo” e, rinnovandomi,/ c’è questa splendida facoltà di intesa”.
Piccoli racconta di un mondo fermo, riscritto con estrema forza e chiarezza; la base è una metafisica del guardare, del credere nella poesia come realtà altra, realtà profetica e vera. Ancora Cucchi parla di “verità messianica”, intesa come motore per l’oltre, dove il dio e il poeta sono gli esseri esclusi per eccellenza, gli esseri creativi, che possono andare verso qualcosa di oscuro che tace e sedimenta nell’abisso dell’animo umano.
Allora solo la parola, solo il creare, potranno far parlare, riscoprire i veri segni, i simboli della vita e del destino di ogni uomo. “Il figlio e il dio sono sospetti:/ l’ateo del sentimento naturale/ scopre errori di cifra: si confida/ l’amico penitente, chiede un aureo consiglio./ Ma il viaggiatore conclusivo che l’ascolta, non l’attende, e si muta nell’anonima gente”o ancora una metafisica/ filosofia rinnovata che cresce nell’apertura costante del mondo, nella verità ricevuta, in quel vero vento, dietro quel velo: “Sinché resista questa scorza/ d’uomo, sin che la polpa/ non s’asciughi, apri/ la finestra sul mondo:/ perché di te sia inconsumabile/ il vero vento e la reale rosa/ bianca, dell’uno e dell’altro/ bimbo, di quelli che reggono/ il velo di Ecce Homo”.
Un’ispirazione profetica, iniziatica, che porta la conoscenza dei misteri della vita, dalla fonte da dove può sgorgare ogni cosa, alla veste, sudario di ogni sensazione, di ogni probabilità. Solo dopo aver saputo, dopo aver conosciuto la natura umana, l’uomo, il poeta, può essere di nuovo libero, solo, fuori dalla terra, unico creatore di un mondo di messaggi: “Questa fonte che lava la mia veste/ ora tu la conosci, la devi consacrare:/ e la fede tenuta alla massa della roccia rupestre/ tu la devi svuotare nell’abisso:/ in quel frastuono dell’acqua che non s’imbriglia/ tu saprai di te stessa, mi ricoglierai/ quando avvertendo il passo sino al punto,/ al primo attimo io colga una fossile conchiglia./ Tu traversando lo spazio che ti allegra/ saprai di me, della natura umana./ Ed io che allora uscirò di terra/ mi farò la mia tana e la mia vela”.

Le prime poesie di questo libro sono tutte da scoprire nei minimi dettagli: lanciano un’offerta invitante di essere lette; spingono i gradi di separazione al limite massimo. Questi versi si ascoltano in perenne pulsazione, come se mostrassero una realtà inondata di segni e ammonimenti: “Separati da un muro, l’idiota/ e l’angelo scrivono lo stesso poema,/ per venticinque anni, con grazia/ di arguzie e senno squisitamente/ demoniaco. E la stessa farfalla/ entra e esce, per ricapitolare/ la storia dei suoi voli: ma quelle/ folte rase sopracciglia dell’idiota…./ e quel verso di gufo/ che gli angeli atterrisce….”.
E ancora, la descrizione di una grazia unica e vera, un contagio che si deve muovere verso la scoperta; l’amore deve passare per altre vie ora più che mai.

Il poeta è custode della doppiezza del mondo: “Perché la grazia sia verde,/ e sia verde il contagio, avvicinati:/ io spalmo di olio le tue mani./ E per andare lontano, più lungi,/ sarò amante del dolore cristiano”.
Per questo l’amore in Piccoli raggiunge i limiti della classicità, sposandoli alla piena modernità: Ofelia, Orfeo, Narciso…,non sono solo simbologia e personaggi della mitologia, ma riescono a costituire un’attesa nel quotidiano, un riflesso taciuto e pronto per gli amanti. Ogni tempo è il nostro tempo, compreso quello di Giuseppe Piccoli: “La lebbra contro il cielo,/ la fame dentro il fuoco,/ la neve sopra la notte./ Rifinito profeta,/ fosco e tinto,/ scolpito in una ragione/ di ladre buie;/ dopo la santa colpa,/ la carne pura di Narciso/ mendica la sua puerizia./ Un palazzo di insani/è questo caffè d’inverno/ senza Ofelia”.

Le poesie tratte da Foglie. Dodici poesie sono connotate da una forte ricerca di sicurezza, nella natura, nella mite vita delle foglie, simbolo di unione e amore per la donna amata, ricercata, ascoltata nel desiderio di non esporsi, di non dirsi; in questa breve raccolta vige la regola del raccoglimento, dove la poesia di Giuseppe Piccoli sembra rilassarsi per prendere altre forme. Si delineano e sembrano prendere una “morbidezza ambigua” come scrive Maurizio Cucchi, che allenta e smuove il testo: “Come fosti figlia/ dell’azzurro e di me/ ora sei foglia/ che si assottiglia/ levigata dal vento/ che ti rovina/ nelle stanze delle maschere/ dove la porta è ferma/ come tronco d’albero/ e dentro la sua luce/è intera nera”. L’ostacolo è presente e l’attesa perenne non può essere che una promessa, un avvenire, un’ideologia dell’ascolto, verso la cosa amata: “Eri volto che recava/ al mio saluto che ti annota/ nel taccuino del tempo/ di gravi fogli-foglie/ e ti consona e ti danza/ oltre la porta segreta/ nella temuta stanza/ dove il sogno ti aspetta/ e gioventù non trema/ di ore e giorni fissi/ in un bussare alla fronte/ come un libro di chiesa./ Ma ora la tua vita è chiusa/ e la mia senza casa”.

In Chiusa porta della chiusa poesia ritornano i temi chiave della poesia di Giuseppe Piccoli, l’appuntamento metafisico con la donna ricercata, temuta come nemica ed eterna presenza irrisolta: “I capelli li dipinge lei: poi/ ci penserà il vento a denunciare/ l’ora dell’appuntamento metafisico./ E ci sono i cammei, e la toilette/ è fornita sempre di asciugamani,/ di profumi, di rivoltelle. Sei/ la nemica del tempo più breve:/ quella che non un nastro colorato/ vuole, ma tutta la collina tutta/ quanta intera di frutti”.
Ancora una volta è il poeta che conosce, che custodisce la chiave per un altro mondo, quello sbilanciato dell’immaginazione, della forma perfetta degli alfabeti, dove si nasconde costantemente la parola, la poesia stessa, dove l’offerta del poeta al mondo è totale e unica, dove il poeta stesso rappresenta il volto nuovo, l’uomo nuovo, l’Ecce Homo atteso da tanto: “Ma per chi non ha strada/ c’è la caverna dove un muto infante/ si rifugia chiamando il padrone:/ non scesi con la lampada nell’antro/ né vidi i morti fare all’amore,/ né pensai a mia madre china al cucito/ né sorpresi il maestro che disegnava alfabeti./ Ma l’angelo che il fanciullo custodisce/ era il mio seno nella casa segreta:/ io ero la chiave e l’oltremondo/ mani e piedi e bocca offerti al sacerdote.”

Le ultime due parti del libro Reale è l’altro e Inediti vari, usciti sulla rivista Poesia, a cura di Arnaldo Ederle, vengono qui riproposte in chiusura del libro; corrispondono ad un periodo inedito della poesia di Giuseppe Piccoli, anche se non riescono forse a raggiungere l’altezza della maggior parte dei testi delle altre sezioni del libro, sono sempre impregnati di una lingua nuova: “Il dono disperato della vita/ ti siede accanto, fanciulletta amica./ Così non sia per te/ il pianto delle cose,/ o mia nemica”.

C’è quasi un’impossibilità di riuscita nel descrivere un’opera poetica così particolare e piena di significati, doppi e stranianti. Non ci sono risposte precise e nemmeno nessuna ragione di vita o di riuscita; per questo restano solo le parole delle sue poesie, che forse spiegano il mistero stesso e la tragica vita di questo poeta.
La biografia di Giuseppe Piccoli non chiede, è una traversata nella poesia più vera e profonda, un istante di attesa che si propaga continuamente e non smette di esistere; manda segnali a ogni nuovo lettore che è pronto a calarsi con rispetto e responsabilità in una poesia così forte e unica.
“Verrà il colore dell’ombra/a darci pace e giustizia d’anima:/ lo sento che verrà, e sarà/ più che una biga con tanti cavalli./ Né io vile sarò: sarà un segno/ trovato nel libro tre volte aperto,/ per tre volte chiuso, quando al Signore/ tocca d’ungere d’olio il capo:/ e la grazia d’un baleno su di noi,/ sulle nostre parole temendo dette/ sulle impaurite parole che non si fanno”.

 

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