Autore: jacoponinni

La Passione secondo Paolo Zardi

 

“E tu cosa vuoi fare, pensi di partire?”
“Cosa dovrei fare, dirgli di no?” Glielo chiese con una faccia rassegnata, quella di uno che ha perso in partenza.

Una storia apparentemente semplice si racchiude in questo nuovo romanzo di Paolo Zardi. Giovanni, padre lontano e poco presente, richiama a sé con urgenza i due figli Matteo e Giulia, nati da donne diverse e con vite completamente diverse. La storia di un viaggio  le cui tappe sono inesorabilmente le memorie, i rimorsi, i sospesi e i rancori. Come nel suo precedente XXI Secolo, Zardi ci traccia le linee di una storia che non solo è un pretesto per riflettere attorno a problematiche attuali, ma che si sviluppa e trova un suo senso quando passato, presente e futuro dei protagonisti cominciano a interloquire e a trovare una loro logica che col passare degli anni si era via via sfilacciata fino a trasformare ogni ricordo nella base per un pregiudizio. Matteo è il protagonista con un suo presente che potremmo dire “sicuro”: una carriera maturata attraverso logiche di branco e di prevaricazione, un cattolicesimo rassicurante ereditato da una madre che lo ha cresciuto nella quiete oratoriale di un paese della provincia veneta, una moglie e due figli in vacanza sulla costiera romagnola.

La preparazione alla prima Comunione era durata sei mesi e si era conclusa con una festa sul grande prato dietro la chiesa; la cresima a undici anni gli sembrò – come scrisse poi in un tema che fu premiato con un dieci – una cerimonia piena di meraviglioso mistero. Era attorno a questi eventi che ruotavano la sua vita, quella di sua madre e quella dei suoi coetanei. In Sicilia invece, a caa di quella sorella della quale non sapeva nulla, si parlava di libri, di teatro e di politica.

Tutto in regola quindi, ma fin dal principio è palese il suo essere sempre su una soglia e Paolo Zardi è abilissimo in questo: paesaggi, dialoghi, memorie, tutto lascia pensare a qualcosa di indefinito, in mutamento, mai strutturato in un suo essere “presente”. La figura di Matteo si muove, pensa, comunica proprio nella sua indefinitezza e per tutto il romanzo appare come un ragazzino, in costante balia delle contraddizioni tra ciò che si deve e ciò che si desidera, fermo a eventi più grandi di lui e ben lontano da quel Matteo serio padre di famiglia e responsabile lavoratore, le due presunte sicurezze che si sgretoleranno via via nel riconoscere e accettare un percorso fatto in apnea, mai come protagonista ma come vittima collaterale di eventi e soprattutto delle altrui pulsioni. Comparsa in storie di altri, figlio di un incontro sporadico tra la madre con cui ha vissuto e un padre che ha incontrato solo anni dopo. Matteo conoscerà la sua sorellastra, Giulia, anch’essa figlia sporadica, ma con un legame più forte col padre e sicuramente meno rancoroso. Fratello e sorella adesso si ritrovano per affrontare assieme un viaggio verso l’Ucraina, ultima meta del padre; un viaggio che per tutti e due sarà l’ultima fondamentale occasione per rimettere in pace il loro passato con un presente irreale, fasullo e ricominciare da quella soglia da cui non sembrano mai essersi mossi e tornare a essere protagonisti e non semplici interpreti come in quelli che sembrano essere i ricordi più indelebili della loro infanzia: Matteo ricordato dal padre nella sua interpretazione della Passione secondo Matteo e Giulia presentatasi a Matteo in una sua performance teatrale nel giardino di casa. E poi c’è Bach e il suo capolavoro che non è solo colonna sonora o un pretesto, ma è parte strutturante del romanzo e che ritroviamo nel procedere, nello scambio dei dialoghi, nel comparire di personaggi che a modo loro hanno un ruolo in questa Passione che non è che l’inevitabile e improcrastinabile bisogno di riconoscersi per accettarsi e amarsi nonostante tutto.

E tu invece, hai scelto la responsabilità, giusto?”. lo disse con una mossa di sarcasmo. “Cosa stai insegnando ai tuoi figli? Il Catechismo e poi? Qual è la soluzione che proponi? Convincerli che è giusto obbedire a Dio e alla Patria? O ti basta che obbediscano a te?…

©Iacopo Ninni

Paolo Zardi, La Passione secondo Matteo, Neo. edizioni, 2017; € 15,00

Scritture ducali, parte II: Silvio D’arzo

 

Riprendo oggi il discorso lasciato qui sospeso.
L’occasione nasce anche dal ritrovamento su una bancarella di Casa d’altri e ne approfitto così con un certo entusiasmo per introdurvi alla seconda parte del libro di Bertoni che, lasciata la Modena di Delfini, si sposta verso Reggio Emilia per dedicarsi ad un’altra figura tanto importante ma purtroppo altrettanto fulminea della letteratura italiana della prima metà del secolo scorso.
Di Silvio d’Arzo morto nel 1952 all’età di 32 anni ci siamo già occupati  tempo fa e riteniamo che sia comunque sempre necessario ricordarlo, in questo caso grazie anche all’aiuto dell’approfondita lettura critica qui proposta da Alberto Bertoni.
Il D’Arzo che qui si rivela non è più solo quella figura iconica (oramai quasi stereotipata) del narratore il cui romanzo breve Casa d’altri è stato considerato da Montale il racconto perfetto.  Qui Bertoni affronta la figura di D’Arzo (e Comparoni e tutti gli altri possibili e ancora scopribili pseudonimi) nel suo percorso formativo. Poeta precoce, adolescente immerso per forza di cose nella cultura dell’epoca che trasudava di Pascoli e D’Annunzio, ma con un suo approccio metrico, compositivo e lessicale che già si preannuncia innovativo e  che non sarà difficile ritrovare nella prosa dei molti suoi racconti. Poeta ma anche traduttore, studioso non solo di dialetti ma anche della letteratura anglosassone, traduttore sporadico ma non per questo poco innovativo dei versi di Yeats e poi autore di saggi sulla letteratura inglese e americana, dove sono fortemente evidenziati gli amori, i riferimenti, la ricchezza di un “mondo” narrativo che faranno di D’Arzo uno scrittore estremamente polifonico, tanto radicato nella sua terra quanto capace di arricchirla di una narrazione che tende a diventare universale, quella che lo stesso Bertoni definisce “l’opera mondo”. Parliamo quindi di Stevenson, Kipling, James, ma non mancano i riferimenti alla Spoon River che proprio in quegli anni faceva la sua comparsa in Italia grazie a Einaudi e alla traduzione di una giovanissima Pivano. Alberto Bertoni traccia un percorso ben preciso della scrittura di D’Arzo e lo approfondisce con cura partendo dalla consapevolezza di una presenza fin troppo breve nella storia della letteratura e in un periodo in cui è evidente il prepararsi a una netta transizione culturale, ed è proprio partendo da quell’articolo scritto nel 1954 da Montale che andando oltre lo slogan, si leggono chiaramente i riferimenti puntuali per analizzare quella forma di narrativa (quella breve appunto) che è più legata alla tradizione di Cechov e James, dove permane viva e quella sospensione tra romanzo breve e prosa poetica piuttosto che a una cultura Italiana dove regna beato il neorealismo. Bertoni ci guida attraverso la scrittura di D’Arzo/Comparoni generando una ricchissima rete di riferimenti, visioni critiche, letture e riletture che ci ri-presenta uno scrittore che sorprende ancora per la sua attualità nonostante il suo essere rimasto congelato sulla soglia di una storia della letteratura che stava per modificarsi radicalmente e che ancora doveva veder pubblicati Levi, Gadda Calvino, Fenoglio o lo stesso conterraneo Delfini.

Alberto Bertoni, Scrittori da un ducato in fiamme. Delfini, D’Arzo e il Novecento, Corsiero Editore 2016.

© Iacopo Ninni

Azzurra D’Agostino, Alfabetiere privato

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Come si è affaticato, che pena che fa
pensare a tutto quel niente, dillo piano
magari ci sente.

 

Mentre c’è ancora chi si ostina a stracciarsi vesti e capelli davanti a un presunto cadavere della poesia, noi qui ancora ci ostiniamo a orientarci in un panorama che riteniamo più vivo e attivo che mai. Non a caso e provocatoriamente oggi vi narriamo dell’ultima raccolta di Azzurra D’Agostino, poetessa che riesce a dare vita alla poesia non solo attraverso la sua scrittura, ma anche con l’organizzazione di eventi importanti, tesi non solo alla diffusione della parola, ma al rimarcare il fatto che la voce poetica è più viva che mai e (scusateci tanto) “vive e lotta insieme a noi”. La citazione apparentemente idiota e furbesca è riferita per esempio all’intervento di Azzurra D’Agostino nell’ambito delle manifestazioni organizzate a Gaggio Montano (BO) con la creazione di un presidio culturale a sostegno dei lavoratori e cittadini dell’Alta Valle del Reno presso il presidio dei lavoratori Saeco.

La pubblicazione di cui vogliamo parlarvi porta il titolo di Alfabetiere privato ed è uscita recentemente per LietoColle, in collaborazione con Pordenonelegge. Ci troviamo in realtà davanti a una raccolta antologica di scritti pubblicati precedentemente. Quello che risulta interessante è l’obiettivo con cui l’autrice ha scelto i testi qui raccolti, cioè la volontà progettuale di ricostruire attraverso la forma antologica l’idea di un indice alfabetico delle tematiche affrontate (o come dice Azzurra “alcune private ossessioni”), che si presentano poi come modalità attraverso cui il mondo si rivela all’autrice; Animali, Corpi, Filosofia, Mondo, Morte, Parola, Presenze, sono i “capitoli” in cui viene apparentemente ripartita l’intera produzione. Un indice scarno che non si sviluppa lungo un intero alfabeto e che evidenzia dei vuoti, delle aporie che sembrano voler esprimere la necessità di essere colmate. La volontà quindi non è quella di racchiudere una produzione poetica in un contesto “privato”, protettivo, ma al contrario ci troviamo davanti alla consapevolezza di una mancanza di parole “altre” (e quindi stimoli, suggestioni, dubbi) che genera questa idea di “privazione” tra le lettere dell’alfabeto. Ma è proprio qui che la scrittura poetica di Azzurra trova la sua sfida: la constatazione di un limite non è altro che un punto di partenza per aprire nuovi interrogativi, arrivare a “diluire” quelle parole spesso limitate e limitanti per riuscire ad affrontare ciò che sta oltre e tra i limiti. In contemporanea chi conosce e apprezza la scrittura di Azzurra D’Agostino sa bene quanto sia importante l’utilizzo della lingua e quanto sia piacevole e coinvolgente la sua abilità nel giostrarsi tra quelle che lei definisce 3 lingue: oltre all’italiano e al dialetto del suo Appennino, compare quella che definisce “una lingua mista, che cerca la pulizia elementare, ed è quella con cui sono composte alcune poesie che chiamerei “per tutti” (visto che non amo usare la distinzione di poesia “per bambini”)”.  Questa ricchezza linguistica della poesia di Azzurra non è che uno dei suoi sconfinati “modi” (nel senso musicale del termine) per sottrarsi ai limiti delle parole, degli alfabeti.

“Penso che non solo i poeti ma tutti gli artisti possano proprio grazie al limite darsi una misura nel tentare di esprimere il fuori misura che sempre ci abita, che ci cammina accanto. Per questa ragione, ecco la scelta di sette parole che aprono a una molteplicità di altre parole, che contengono anche quelle che nel corso degli anni hanno indirizzato il mio lavoro – come abitare, per esempio, o abbandono, che qui restano all’apparenza escluse.”azzurra-dagostino

 

Vedere le cose disfarsi è questo
salto, le poche lettere che separano
culla e nulla, cura e bara, e noi qui
sempre a prendere misure,
dentro un corpo che è la più assoluta
solitudine, e averci fatto l‟abitudine
non basta – non basta questa campagna
né la legna a marcire non basta seguire
cogli occhi come il bosco si riprende
tutto e come tutto si arrende. Cos’altro fare?
Piangere?

 

Azzurra D’Agostino, Alfabetiere privato, pordenonelegge.it & LietoColle

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© Iacopo Ninni

PRUFROCK’S PARTY

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Prufrock’s Party perché abbiamo voglia di festeggiare i nostri primi 4 anni di vita, con tutti voi. Ma anche con tutti quelli che ancora non ci conoscono.

Prufrock’s Party perché vogliamo festeggiare il futuro e abbiamo in cantiere nuovi progetti, che sentiamo il bisogno di condividere.

Prufrock’s Party perché vogliamo raccontare quello che abbiamo fatto finora, con una festa. 

 

SABATO 4 FEBBRAIO ORE 19.00

BOLOGNA

Ex Forno Mambo – Via Don Minzoni 14/E

Dj set a cura di Super Barbecue – Radio Città Fujiko

Progetto grafico di Davide Baroni

 

Il grande nudo

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C’è una guerra.
Non c’era una guerra, quando è morta la mamma

Bisogna essere scrittori molto attenti, conoscere il senso del ritmo della lettura e delle labbra, saper mescolare odori, colori e sensazioni così come riconoscere e prevedere i tempi di respiro del lettore per scrivere un libro come Grande Nudo. Bisogna soprattutto essere lettori impuri, disposti a sporcarsi e accettare il fatto che la “civiltà” come la si conosce e come la si desidera si disgreghi davanti e, dissolta ogni ipocrisia, lasci il posto alla primordialità degli istinti, all’idea che in realtà ogni rapporto umano sia una condizione di sopravvivenza, una dualità di prede e cacciatori. Il resto verrà da sé e sarà più facile entrare in questa narrazione potente, viscerale che lascia ben poca speranza, a parte una scogliera su uno specchio di mare che si confonde con il cielo da cui in silenzio un brandello di eletti riuscirà a fuggire, lasciando quel brandello di terra al suo destino. Ma anche detto così è fin troppo semplice. Grande Nudo va oltre. Diciamolo pure, è raro trovare libri di cui ci si innamora pur detestandone visceralmente i personaggi, protagonisti o meno. L’ultimo romanzo di Gianni Tetti ne è un esempio. La stessa Maria, donna televisiva bella e famosa, annichilita nel corpo e nell’anima dalle sevizie di un omuncolo, non può che adattarsi a questa condizione e accettare le ferite, le deformazioni, le cicatrici, la brutalità animale come una normalità fino a dissolversi nella rappresentazione animalesca di una cagna. D’altra parte sarebbe ipocrita non riconoscere in ognuno dei personaggi un’ambiguità e la convivenza schizofrenica del peso di un dolore personale profondo e radicato e un dolore che si diffonde e si perpetua. Lo scambio dei ruoli è imprevedibile e naturale, si fa presto a accogliere la sofferenza e la morte e conviverci al punto che il confine tra suicidio e omicidio diventi quasi impercettibile: il rapporto con il sé sarà sempre conflittuale, tutti sono prede e predatori di se stessi, che si sia preti, ometti da bar, baristi, studenti fuori corso, madri, padri, ma soprattutto fratelli.

 Non sono un infetto, sono tuo fratello. Mi stai ammazzando.
   Sei il mio prigioniero. E purtroppo ho l’ordine di fare prigionieri.
Per questo non ti ammazzo.

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A passo di fiume

baldanzi_maldifiumeQuando da queste parti piove tanto a lungo, il primo pensiero dei più anziani va soprattutto al fiume. La Sieve in realtà non fa più tanta paura, ma vederla gonfia infilarsi sotto il Ponte a Vicchio in direzione di Pontassieve dove cederà all’Arno il carico suo e degli affluenti, qualche pensiero poco leggero lo lascia sempre, e anche voi che restate ancora allibiti davanti alle foto di quella Firenze annegata, non lasciatevi confondere perché anche qui basta poco per rinnovare il ricordo di quel novembre del 66 quando anche e soprattutto la Sieve, contribuì a quell’inferno. Maldfiume, sicuramente il migliore dei libri di Simona Baldanzi, non esce a caso nell’autunno del 2016 perché dopo 50 anni è doveroso ricordare e farsi carico di un’ondata di dubbi, di paure, di incertezze che ancora devono necessariamente ripartire da un antico rapporto uomo-fiume che è stato anche territoriale, denominativo, progettuale.

Maldfiume è la narrazione di un cammino, esce per Ediciclo editore all’interno della collana “La biblioteca del viandante” diretta da quell’infaticabile camminatore che è Luigi Nacci. Un percorso che nasce sul Passo della Calla, Monte Falterona e a passo di fiume (in)segue il corso dell’Arno fino a Pisa, portandosi dietro tutti gli incontri, i dialoghi, gli scorci, i ricordi che sono legati al fiume.
Con questo libro Simona Baldanzi esce (finalmente?) dal Mugello e dopo averci narrato il declino economico e ambientale di queste terre (Figlia di una vestaglia blu, Fazi editore), superata la Via degli Dei (Il Mugello è una trapunta di terra, ed Laterza), superata la Sieve, arriva alle sorgenti dell’Arno per iniziare a raccontare un rapporto uomo-natura che non è più solo locale, ma diventa patrimonio culturale, ambientale, mnemonico, sociale di una comunità più ampia. (altro…)

My personal Superonda

superondaQui a Poetarum Silva amiamo la musica ed è capitato sovente che tra queste pagine si sia parlato di autori e musicisti in relazione all’aspetto compositivo musicale e soprattutto testuale, In questo caso però ci troviamo davanti a una eccezione. Il testo di Valerio Mattioli: Superonda, storia segreta della musica italiana, Baldini e Castoldi, 2016  contiene 648 pagine fitte di “storia” che, a conti fatti riescono a coprire “solo” un periodo di una ventina d’anni. Quello che è chiaro fin dalle prime righe è la forsennata e puntuale ricerca di indizi che arrivano a tracciare un percorso storico attraverso relazioni, incontri (casuali e no) dicotomie e differenze. Quello che sorprende è scoprire la ricorrenza di nomi che sembrano essere caduti nell’oblio, almeno a livello mediatico, ma che in realtà risultano fondamentali nello sviluppo di nuove idee e musicalità, nomi che noi della generazione degli anni ’60 ricordiamo a malapena in fugaci apparizioni televisive o alla radio. Non ci troviamo quindi davanti a un manuale che ci elenca i protagonisti della musica italiana del dopoguerra, ma Valerio Mattioli, da giornalista preparato e poco incline a cedere alle mode, ci conduce con precisione storica attraverso tutti i percorsi, gli spazi, le dinamiche, le interazioni e le contaminazioni che hanno favorito lo svilupparsi di determinate situazioni o progetti musicali, di cui a noi rimangono solo nomi e discografie in relazione alla loro diffusione commerciale (i capitoli su F.Battiato o L.Battisti, per esempio). Nel testo di Mattioli non si parla solo di musica; il cinema e la televisione fanno la parte del leone e sembra quasi normale leggere che, salvo poche eccezioni, la storia della musica italiana passa necessariamente attraverso la colonna sonora e, se escludiamo per un attimo i nomi scontati di Morricone, Umiliani e i Goblin, un applauso va solo per il capitolo relativo alle “sonorizzazioni” cioè tutti quei jingle, sottofondi di documentari, telegiornali, interviste che negli anni ’70 hanno “inconsciamente” caratterizzato e musicato la nostra quotidianità televisiva. Non solo cinema, ma anche pubblicità (Gianni Sassi), architettura e design (Mendini e Sottsass), arte contemporanea (M.Schifano), poesia (Arrigo Lora Totino) a delineare un affresco ricco di sfumature che dà dignità alle idee e ai progetti che hanno caratterizzato un ricco panorama musicale. Attenzione, però, perché una volta che Mattioli porta il discorso al livello di arte musicale, se da una parte non vengono risparmiate stroncature, che potrebbero anche disturbare molti di noi, legati a certi miti oramai stratificati nella memoria dell’orecchio, dall’altra riemergono nomi che, al contrario, facevano parte di un immaginario “easy listening”, ma il cui contributo risulta invece di peculiare interesse. Quindi un’avvertenza per chi intende leggere questo libro è mettere da parte tutti i pregiudizi, fare tabula rasa delle conoscenze e dei ricordi e affrontare questo percorso con un nuovo interesse. Per quanto riguarda me, sarà che il mio battesimo ufficiale con i concerti è stato il 14 giugno del 1979 per assistere all’omaggio a Demetrio Stratos (morto a New York il giorno precedente), ma sfogliare questo libro di Valerio Mattioli è stato come ritornare a respirare un’aria di cui sentivo la mancanza. Se poi aggiungiamo il fatto che da innocente quindicenne a quel concerto ero andato accompagnato dalla famiglia Mendini, si capisce come, via via che le pagine del libro avanzavano, è stato quasi come trovarsi sdraiato per terra a vedere un filmino sul muro la cui sceneggiatura si svelava con una sua precisione e con lucidità. L’atmosfera e l’interesse per tutto ciò che fosse musica suonata, nata a quel concerto, si è poi dissolta quasi per scelta quando, nonostante l’acquisto del vinile (quindi rigorosamente Cramps Records) e la passione per quei gruppi che nascevano in  quegli anni, la mia esperienza successiva fu il concerto dei Ramones in un Palalido che affermava il ritorno delle band straniere in Italia: rimasi così annegato in una mia schizofrenia per cui, nonostante l’assidua lettura di “Ciao2001”, mi ritrovavo contemporaneamente collezionista di bootleg new wave cercati tra Via Torino e Sinigaglia e chitarrista in una liceo cover band dei Genesis. Ecco, 40 anni dopo questo libro non solo mi processa, come ignaro artefice di tanta “segretezza” di una musica italiana con una sua dignità, ma contemporaneamente riempie uno spazio che avevo lasciato aperto e che avevo bisogno di colmare.

Iacopo Ninni

Valerio Mattioli, Superonda – storia segreta della musica italiana, Baldini & Castoldi, 2016; € 16,00, ebook € 7,99

Scritture ducali, parte I: Modena e A. Delfini

delfini-001Sono sempre scettico quando mi trovo di fronte a antologie o testi di critica che si sviluppano attorno a produzioni letterarie definite per luoghi o contesti geografici, perché il più delle volte tendono a un elogio della creatività locale trascurando di approfondirne le relazioni sociali, culturali, e perché no, antropologiche. Non è assolutamente il caso di questa ricerca condotta da Alberto Bertoni, professore presso l’Università di Bologna che apre altre interessanti chiavi di lettura su due protagonisti della letteratura italiana della prima metà del novecento: Antonio Delfini e Silvio d’Arzo. Se nel caso di Delfini la pubblicazione delle Poesie della fine del mondo all’interno della  collezione di poesia Einaudi ha temporaneamente rispolverato il dibattito attorno a una figura così interessante e complessa; nel caso di Silvio d’Arzo, morto all’età di 32 anni, il silenzio è decisamente più  marcato, se si esclude qualche rimando sul web e un interessante articolo  uscito su Minima e Moralia.

Il testo di Bertoni, che non vuole essere una pubblicazione “locale” non può però fare a meno di scavare, nel caso di Antonio Delfini, alla ricerca di una “modenesità” letteraria, evidenziando nel Tassoni de La Secchia rapita se non le origini, quanto meno la dimostrazione di una morfologia antropologica di una città che sembra raccogliersi attorno a una piazza e che è Piazza nel suo essere “Piccola città, bastardo posto” (e la citazione di Guccini non è assolutamente casuale) luogo di scambio, interazione, vociare, passeggio. Scrive infatti Bertoni, dopo aver citato un passo del Tassoni: «In queste quattro ottave è riconoscibile una sorta di essenza della modenesità radunata in piazza Grande, col suo chiacchiericcio vano, gli assembramenti immediati e colossali davanti alle stranezze e ai proclami…». La stessa modenesità che si ritrova negli scritti dei viaggiatori del Grand Tour, come un Charles Dickens di fronte ai contrasti sensoriali di colori, rumori, odori ma soprattutto antropologici e comportamentali di una Piazza che sembra mutare ad ogni angolo, La  stessa piazza che non viene dimenticata da Piovene nel suo Viaggio in Italia o da Marc Augè, in visita a Modena nel 2010. La piazza Grande, intreccio antropologico più che urbanistico  di energie, vitali e mortali  è anche e soprattutto il “locus” in cui Delfini non a caso inserisce i suoi protagonisti più complessi, più contraddittori come quella Caterina detta la morte,  la cui descrizione  appare nella sua introduzione a I racconti della Basca. La Piazza diventa quindi per Bertoni lo stimolo antropologico, più che geografico per approfondire la lettura di Delfini, anche nei suoi viaggi, nei suoi rapporti con la cultura di oltralpe e evidenziare attraverso quei peculiari caratteri di “modenesità”, la sua importanza come scrittore del novecento, ben lungi da un provincialismo locale.

Alberto Bertoni, Scrittori da un ducato in fiamme. Delfini, D’Arzo e il novecento, Corsiero Editore 2016.

 

Di gommoni, arte e alluvioni

image1Ora che è stata inaugurata l’attesa retrospettiva di Ai Weiwei, svelando quindi l’incanto a cui lo spettatore potrà e dovrà abbandonarsi; pensiamo sia giusto dare un contributo al dibattito che si è acceso attorno all’ennesima polemica gigliata sulla possibilità di integrare in ambito artistico ciò che è legato alla storia e ciò che è contemporaneità e innovazione. Senza ripetersi molto su tematiche già affrontate, vi rimandiamo all’interessante articolo uscito su il giornale dell’arte.com, che traccia con lucidità una storia impietosa del faticoso rapporto che ha la città museo con il contemporaneo, a partire  da quella querelle quasi dimenticata (dico quasi, solo perchè risorta improvvisamente dalle ceneri dopo anni di silenzio) a proposito dell’episodio della loggia di ingresso per il Museo degli Uffizi assegnata nel 1998 (sic!) ad Arata Isozaky vincitore del concorso internazionale, ma mai realizzata, grazie anche alla stroncatura imposta da Vittorio Sgarbi. Mentre quindi, col passare degli anni il tono del dibattito attorno alla loggia oscilla tra il politico e l’artistico, noi ci ritroviamo oggi ad affrontare il dubbio relativo alla coerenza e utilità culturale e sociale dei gommoni di Ai Weiwei posti sulla facciata di Palazzo Strozzi, immagine iconica fortissima che oltre a scatenare temuti sensi di colpa e “memento” della contemporaneità, tanto irrita anche chi probabilmente neanche sa o ricorda chi ha progettato e costruito il suddetto palazzo. Se sono assolutamente “parole nel vuoto” il provare a evidenziare l’equilibrio e la coerenza con gli archi di Benedetto da Maiano, diventa surreale in un dibattito così sbilanciato indicare la suggestione necessaria e imposta da parte dell’artista, affinchè la città intera diventi spettatrice di se stessa con uno sguardo “attraverso” i gommoni e imparare così a non dimenticare mai. Certo, parliamo di tradizione, di Rinascimento, qualcuno potrebbe forse attaccarsi al fatto che gli Strozzi fossero mercanti ma non navigatori. Ma se proprio dobbiamo evitare un qualsiasi confronto artistico (tormentone assai radicato nella Firenze moderna e contemporanea) e non addentrarci nella forza iconica delle installazioni di AI Weiwei (gli zainetti del progetto “So sorry” alla Haus der Kunst di Monaco di Baviera e i 15000 giubbotti di salvataggio sul colonnato della Konzerthaus di Berlino) possiamo con molta serenità affrontare il dibattito sulla “tradizione” e approfondire il rapporto storico che potrebbe avere Firenze con quei gommoni. Parliamo di storia allora, parliamo dell’antico rapporto conflittuale tra Firenze e le sue acque. Città attraversata da un fiume il cui sbocco al mare venne strappato alla nemica Pisa solo nel 1406, oramai troppo tardi per approfittare dei porti per traffici già affollati, un Arno tanto benigno quanto feroce, che più volte nel corso dei secoli ha invaso la città e le cui acque nel 1966 non mancarono di stigmatizzare la loro presenza su palazzi, persone e opere d’arte. Così quei gommoni oggi nel loro “sstampa-dellalluvione-del-1864tare” in maniera assolutamente indolore, senza lasciare ferita o traccia irreversibile, (ma arrivano o partono?) non possono che arricchire di memoria anche i pochi giorni che mancano a un doloroso cinquantesimo anniversario a cui la città sta inconsapevolmente andando incontro. Che si voglia o no, i gommoni di Ai Weiwei fanno comunque bene: che siano un memento perpetuo di partenze o arrivi o in una visione alla Saramago, siano appoggiati lì come solo un avvertimento, una precauzione per il futuro.

© Iacopo Ninni

Leggende metropolitane

 

2652277“Ogni membro del club è dotato infatti dell’autorità di battezzare qualsiasi suo conoscente con il nome che preferisce. Questo serve a espandere il Club, a sentirsi meno soli, a innervare la città di tanti membri del Club come noi.”

Nei giorni seguenti alle recenti elezioni comunali, un articolo annunciava con una sospetta assenza di ironia che il nuovo assessore al bilancio del comune di Riccione sarebbe stato un tale sig. Giovanni Bilancioni. Mi sono quindi immaginato la non remota possibilità dell’esistenza di un “Municipio Disney” a dimostrazione di quanta distanza possa oramai esistere tra me (cittadino reale) e ciò che dovrebbe rappresentarmi. Con automatico ottimismo poi il pensiero è volato inevitabile (sì, per forza) al bel romanzo di Paolo Zanotti pubblicato postumo da Ponte alle Grazie, Il testamento Disney. Chissà come avrebbe reagito Paolo a questa notizia; a quale membro del club Disney avrebbe attribuito o affidato il battesimo di questa scoperta. Paolo Zanotti purtroppo non c’è più e va ringraziata la casa editrice Ponte alle Grazie se dopo il bellissimo Bambini Bonsai  sia stato pubblicato questo suo romanzo precedente, rimasto nei cassetti perché rifiutato da diversi editori. Viene la tentazione di paragonare i due scritti; gli argomenti ci sarebbero in effetti. Genova sicuramente è la protagonista assoluta; non la Genova cimiteriale, postatomica attraversata dai Bambini Bonsai, ma una Genova che si prepara ad accogliere il G8 del 2001, una Genova con il suo perenne cimitero, le sue strade, le piazze, i locali, i giardini; tutti punti di riferimento orizzontali e verticali che non possono prescindere dalla presenza assoluta del mare.

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Giocatrici more uxorio

cover-fiorletta2Ho provato a seguire i consigli di Francesca Fiorletta (Dieci buoni motivi per NON leggere More Uxorio) e mi sono così azzardato a (non) leggere More Uxorio portandolo alle labbra come un bicchiere (rigorosamente blu e Ikea)  mantenuto rigorosamente sempre pieno e berne lentamente con discrezione e curiosità.
A Francesca Fiorletta la linearità della prosa non piace; è palese il bisogno della deviazione e della distrazione delle parole, libere di accoppiarsi o inseguirsi senza alcuna preoccupazione o scrupolo per il miscelarsi dei riferimenti verbali e delle parti, garantendo la continua e pacifica reversibilità del rapporto soggetto/oggetto. È importante sapere chi parla a chi, quando l’unico riferimento sono una sedia mezza rotta, bicchieri blu e un nome? Assolutamente no, e il dialogo allora può procedere imperterrito per ascolti e per suggestioni; le parole si susseguono per assonanza, immagini, ricordi e nei ricordi, nelle immagini, nei suoni muoiono e rinascono rinnovate. Il matrimonio è anche questo: rinnovarsi nell’incontro e nella fusione. Sorseggiando il libro, su cui si è già scritto tanto e bene, non è stato facile sedersi ai bordi della stanza e con non poca discrezione assistere ammutolito e imbelle a questa solenne intimità, nella paura che le parole, libere, mi si rivolgessero contro; io, maschio così estraneo ad un legame intimamente e archetipicamente femminile. Ho chiuso gli occhi allora e immediato è riaffiorato alla memoria un quadro, così archetipicamente maschile: I giocatori di Paul Cézanne. Non è stato poi difficile recuperare il filo, partendo da quelle carte rivelate nel silenzio, protette da mani e cappelli (Silenzio. C’è un blu di pioggia, dentro…), fino alla bottiglia, lì precisa nel mezzo, fonte comune e reciproca del dissetarsi.

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Non comprare niente che sia d’oro, per la nuova casa, perché è lì che andrai a vivere presto, non è vero? Non appena avrete cacciato via tutti gli invitati, non appena avrà smesso di piovere, quando sarà finito lo champagne.

Appare come la descrizione di un “gioco” il libro di Francesca Fiorletta. Gioco inteso nella stessa accezione di Roger Caillois, attività libera nel suo essere spontanea e immediata, separata nel suo contesto spaziale e temporale, incerta nella sua indefinizione temporale, improduttiva perché non aggiunge nulla ma si arricchisce di se stessa e allo stesso tempo regolata e fittizia nel suo essere. Un gioco a cui non è chiesto di partecipare, ma di goderne la “visione” come  rappresentazione dell’umano. Uomo o donna, giocatori o giocatrici, come li ha colti Cézanne nel loro essere separati nella postura (spazio) e nell’alternanza (tempo), ma profondamente intimi nell’intento.

La narrazione è un gioco d’intese, col muso duro, il cuore moscio, le mani flosce, i manicotti raffazzonati, la paccottiglia dell’apparato critico da digerire.

© Jacopo Ninni

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Francesca Fiorletta, More Uxorio, ed. Zona 2015

Franz Krauspenhaar, Grandi momenti

libro-2Franz Krauspenhaar, Grandi momenti, Neo edizioni, 2016, € 13,00

Finirò male. La morte mi raggiungerà, e così imparerò a cercare un passato che non esiste più. Che ora come ora non è mai esistito.

L’ultimo romanzo di Franz Krauspenhaar si rivela come una mano aggrappata stretta a un passato da cui si ha il  terrore folle di staccarsi. Tralasciamo il fatto che GRANDI MOMENTI presenti tracce di elementi autobiografici (costante del lavoro di F.K.) perchè ciò al fine della nostra lettura non ha alcuna importanza. Franco Scelsit, il protagonista, scrittore di successo in terapia riabilitativa perchè sopravvissuto a un infarto, raccoglie in sé un malessere che è maledettamente generazionale e che trova la sua maledizione nel non potere essere terapeuticamente condivisibile. Il perché F.K. ce lo disvela con consapevolezza, pagina dopo pagina, scavando con abile puntiglioso cinismo nell’impossibilità di un’intera generazione di “maturare”. Si rimane così saldamente aggrappati a oggetti, abitudini, necessità di un’eterna adolescenza che si è nutrita dell’illusione di simboli che rimangono ancora, seppur mnemonici, necessari perché si è semplicemente impossibilitati a liberarsene, terrorizzati dall’atto maturo del riconoscerli definitivamente come “transizionali” e renderli così tali. Ma se gli oggetti e le relazioni famigliari restano ancora rassicuranti è la musica a infierire sulle poche certezze; la colonna sonora quotidiana di Scelsit che attraversa altre epoche da Van Halen a Chet Baker, allieta ma intristisce al contempo, rendendo sempre più stantia e polverosa una “memoria” che è ogni giorno tanto pesante quanto distaccata da una realtà che il protagonista riesce a malapena a sfiorare. Sono rari gli “oggetti” presenti in questo libro. Le mani di Franco Scelsit si stringono adolescenziali al volante di macchine veloci, lussuose; status symbol di una “gioventù” che è già trapassata, (siano i celluloidi anni 70 o la Milano paninara) realizzando così ucronicamente quel “voglio ma non posso” e contemporaneamente assolvendosi dall’impossibilità, l’inettitudine, la mancanza di strumenti autonomi per definire un nuovo punto di riferimento o una nuova ambizione da realizzare. Il piacere si identifica in un percorso che possa anche non avere una meta oltre il girare e il girarsi attorno.

Non sto mentendo, stavolta. Il rumore della Jaguar supera i 90 decibel. Sono incapsulato in lamiera e rumore, come se stessi viaggiando alla velocità della luce su una traiettoria immaginaria diretta a casa mia, l’ultimo dei pianeti abitati. (altro…)