Autore: jacoponinni

Like/Not Like

 

Già l’anno scorso vi avevo caldamente invitato a fare una visita al festival di fotografia Cortona on the move. Quest’anno invece, che vi piaccia o no, l’invito cortese si trasforma quasi in una necessaria coercizione. La proposta culturale offerta con l’edizione 2018 grazie all’ampia e lungimirante proposta di Arianna Rinaldo direttrice artistica del festival non solo esplora per scelta la fotografia al femminile ma affronta tematiche inedite e complesse che in uno sguardo globale (sono 24 le mostre proposte) si presentano come una lettura della contemporaneità che apre una riflessione secondo me fondamentale: non è più necessario scegliere da che parte stare se si sente a prescindere il bisogno di non stare sempre nello stesso punto. Cortona on the Move, non è un festival sulla fotografia di viaggio, ma ogni anno propone uno sguardo a 360° su quanto succede in ogni angolo del pianeta e le tematiche offerte fanno parte di una complessità informativa, culturale e educativa che manca ai mezzi di Informazione, soprattutto la Cronaca cristallizzata in una narrazione ripetitiva a-cronica di fatti astratti da un presente ben più complesso e divulgati al fine di disporsi come recettori di “like/not like”. Risulta allora superficiale esprimere pareri su migrazioni e sbarchi (anche solo un si o no) senza guardare il lavoro narrativo e intimo di Tanya Habjouga sulle donne siriane rifugiate in Giordania o Marylise Vigneau che ritrae chi in Pakistan è costretto a nascondere o mimetizzare sessualità, opinioni, passioni o i ritratti anonimi di persone vittime di tratta fatti ad Amsterdam (Europa!) da Ernst Coppejans. Ma se questi lavori, come quello di Debi Cornwall su Guantanamo Bay o la brava Carlotta Cardana sulle giovani generazioni degli indiani di America toccano corde già usate (ma mai abbastanza), le sorprese arrivano con il lavoro di Allison Stewart che racconta gli Stati Uniti di chi si prepara alla sopravvivenza con i propri “Bug out bag”, zaini o borse che contengono ciò che si reputa fondamentale per la sopravvivenza dopo catastrofi naturali o belliche. Una vera e propria ossessione svelata non solo attraverso le molteplici differenze dei contenuti che rispecchiano le ansie del proprietario, ma anche mostrandoci l’esistenza di centri commerciali e fiere dedicate ai “preppers“. Un impietoso sguardo sulla sfiducia e il senso di precarietà se non terrore verso il futuro e che sembra essere un modo di pensare e vivere sempre più radicato. Ossessione anche quella del nucleare presente nel lavoro di Sim Chi Yin che “sfiora” i territori degli USA e della Corea del Nord destinati alla ricerca e alla produzione di ordigni nucleari. Un’altra forma di paura la racconta con toni diversi Michele Spatari con il suo lavoro sui bagni pubblici di Torino che diventano specchio delle precarietà abitativa presente nelle nostre città. Un’altra sorpresa per la novità della ricerca è il lavoro di Claudia Gori su chi tenta di difendersi o isolarsi dalla prolungata esposizione ai campi elettromagnetici, causa di vere e proprie disfunzioni e malattie invalidanti e discriminanti che non sono che le avvisaglie di un qualcosa che può diventare sempre più grande e diffuso. Sempre a proposito di malattie, la foto simbolo del festival 2018 è tratta dal lavoro di Sanne de Wilde (esposto per le strade del centro storico) che affronta l’acromatopsia: la cecità ai colori diffusa in un’isola della Micronesia.
Come ho scritto, sono 24 le mostre diffuse in tutto il territorio cortonese e mai come quest’anno viene approfondita una ricerca sull’intimo e sul personale femminile come per esempio nella ricerca “antropologica” di Pouloumi Basu sull’esilio temporaneo delle donne mestruate in Nepal, inteso come radice della violenza di genere. Questa ricerca si sviluppa nelle varie autrici attraverso tecniche diverse come il recupero dell’autoritratto che riprende la sua dignità dall’abuso del “selfie”. Mi riferisco per esempio al lavoro di Elinor Carucci, la dove la narrazione visiva della propria maternità diventa il recupero e la memoria di gesti, sguardi, interazioni. Interessante anche il rapporto tra la necessità di una presenza della fotografa come protagonista delle foto vernacolari di Jennifer Greenburg e  la presenza/assenza che emerge invece nel lavoro di Bieke Depoorter. Più complessi sicuramente i ritratti di Guia Besana e Alena Zandharova, ma anche il lavoro sul desiderio di Loulou d’Aki. Un lavoro interessante sulla pratica del Selfie è quello proposto da Pierfrancesco Celada con il suo progetto Instagram Pier.
Per la prima volta viene proposta una sezione video “Arena” dove sono presentati video sperimentali e installazioni realizzate da fotografi che propongono opere transmediali. Tra queste, per chiudere il cerchio iniziato nella mia premessa, devo assolutamente citare “The March of the Great White Bear” di Sheng Wen-Lo, una serie di riprese contrapposte di orsi tenuti in cattività all’interno di alcuni zoo dove il comportamento delle bestie si adatta fino a trasformarsi in una serie di ripetizioni che nelle riprese accelerate appaiono come loop realizzati artificialmente e a cui il pubblico risponde con entusiasmo e stupore in maniera meccanica (quasi pavloviana). metafora esemplare del Like/not like indifferenziato davanti alla realtà immediata superficiale del fatto.

© Iacopo Ninni

Le immagini sono  di © Allison Stewart e © Sanne de Wilde

Gregorio Magini, Cometa

 

Le comete sono cicliche, lo sanno anche i bambini e hanno questa bella peculiarità di tornare a tracciare il nostro arco di cielo a differenza di noi che solo in casi rarissimi abbiamo la possibilità di assistere al ritorno. L’altra peculiarità, ancestrale, radicata è quella che l’arrivo della cometa è sempre foriera di novità, spesso più disgrazie che fortune. Ecco, partiamo da qui per provare a spiegarvi che cosa è veramente Cometa, il ritorno spiazzante di uno scrittore come Gregorio Magini per NEO, una casa editrice che difficilmente (e meno male) offre una letteratura “accomodante”. A proposito, istruzioni per l’uso: questo è un romanzo da assaporare con cautela e possibilmente da non agitare prima del consumo, perché il flusso narrativo è già di per sé qualcosa di estremamente preciso ma sospeso sul filo sottilissimo dell’imprevedibilità; quindi consiglio di leggerlo tranquilli tranquilli senza alcuna aspettativa, ma soprattutto va spazzato dal cervello, perché assolutamente fuorviante, ogni filo di nostalgia per oggetti, mode, riferimenti mediatici pre-facebook. Versatevi quindi un grappino e pensate proprio a quello che c’è nel bicchiere: hanno tolto testa e coda per lasciare il cuore. Ecco in questo romanzo, testa e coda si presentano quasi come storie a sé, ma in realtà il principio è solo l’annuncio, sono le avvisaglie di quanto sta per accadere. Un incipit che spiazza e ci scaraventa nell’infanzia di Raffaele dove sesso e morte si definiranno stabilmente come uniche coordinate per la crescita, l’incontro e lo scambio, e poi il finale, che lascia lì sospesi con lo sguardo verso l’alto, cercando un punto di vista diverso, una coordinata Z necessaria, dopo un continuo vagare casuale tra x e y nell’attesa di capire se quello che doveva essere raccontato, detto, fatto è già atto compiuto o no. Quanto resta nel mezzo è la narrazione intensa, asincrona di personaggi i cui pensieri vanno sempre fuori tempo rispetto alla vita che gli succede attorno. (altro…)

Silvia Ferreri, La madre di Eva

 

Bisogna essere onesti da subito e raccontare le cose come stanno: Eva è su un lettino in una sala operatoria di una clinica di Belgrado mentre la madre fuori dalla stanza attende che ne esca Alessandro. Non c’è equivoco, nessun finale a sorpresa. Come in un processo entropico, dati per certi punto d’inizio e punto di fine, quello che ci interessa approfondire è il percorso nel suo essere assolutamente definito e irreversibile. Solo partendo da questo presupposto possiamo addentrarci nella logica narrativa di questo romanzo di Silvia Ferreri meritatamente inserito nella dozzina finalista del premio Strega 2018. Sarebbe stato molto facile ma molto probabilmente fallimentare raccontare in prima persona il tema del cambio di sesso e invece Silvia Ferreri sceglie di affrontare la “disforia di genere” dal punto di vista di una madre, arrivando a definire un percorso narrativo che spiazza in quanto non si limita a ribaltare il punto di vista ma lo specchia nell’altro utilizzando l’indistruttibile, irreversibile, immodificabile amore materno come “espediente” per non far (s)cadere i lettori nell’inevitabile giudizio (attenzione che con il termine “espediente” non voglio togliere nulla al reale processo creativo di questo romanzo che potete conoscere qui).
Eva, nome non casuale, nasce e cresce con un corpo che non le/gli appartiene fino alla decisione di regalarsi definitivamente e irreversibilmente un corpo da maschio per la sua maggiore età. Fino a qui tutto sembra lineare, una storia sentita tante volte, ma nel momento in cui è la madre a raccontarcela, allora tutto cambia perché la narrazione non è più neutra, pulita, ma si evolve in un continuo alternarsi tra conflitto e complicità nella difficoltà di accettare l’idea che la propria “creatura” sia un errore, un pensiero nato in un corpo sbagliato o molto peggio: un dono non gradito, mentre si fa sempre più enorme la fatica nel cercare e mantenere la lucidità e l’obiettività per scardinare pregiudizi e materni sensi di colpa. Perché prima o poi arriva il momento preciso in cui dover scegliere da che parte stare, soprattutto quando si fa ancora più opprimente la consapevolezza di quanto sia impari la lotta tra una bambina che cresce e si forma volendo coerentemente comportarsi da maschio con gesti sempre più inequivocabili e un mondo esterno che non è attrezzato eticamente, socialmente, moralmente e normativamente per accogliere questa possibilità. La madre stessa inesorabilmente fa parte di quel mondo esterno, quello che gira attorno a quella sala operatoria dove il corpo di Eva già modificato nella voce e negli ormoni e quindi disarmonico, incoerente, viene svuotato della sua femminilità funzionale e estetica e si adatta in maniera irreversibile a diventare il corpo di Alessandro, privo (finalmente) di seni e organi riproduttivi. Attorno a Eva e alla madre girano altri personaggi mai minori che si configurano metaforicamente come le difficoltà e le paure comuni nell’accettazione di un tale cambiamento; un marito/padre architetto che a fatica capisce e accoglie ciò che può apparire come il fallimento del suo “progetto” più importante; i genitori/nonni che fanno culturalmente parte di una generazione stereotipata nei ruoli di genere, la psicologa che guida Eva in questo suo percorso e quindi nemica/amica della madre, le amicizie, le attonite insegnanti, i divertiti, esterrefatti compagni di scuola. È un romanzo particolare questo; nella sua concezione che lo rende innovativo, nella sua profondità nell’affrontare tutti gli sguardi e tutti i punti di vista sul dramma che si consuma nella testa e nel/sul corpo di Eva, ma anche nel suo svilupparsi quasi in maniera epistolare con un equilibrio tale per cui nessuno possa sentirsi autorizzato a sviluppare una qualsivoglia banale e bigotta compassione per la madre, perché alla fine quell’attesa fuori dalla sala operatoria fortemente voluta proprio da Eva non può che essere letta come la preparazione per l’imminente, necessario parto di un nuovo corpo che rimetta così in pari i conti tra madre e figlio.

© Iacopo NInni

Silvia Ferreri, La madre di Eva, Neo edizioni. 2017

 

Gli autunnali

Chi ha amato la Jeanne Hebuterne cantata da Vinicio Capossela, può serenamente chiudere gli occhi e addentrarsi nel percorso emotivo che traccia il protagonista di questo bel romanzo di Luca Ricci. Roma Prati, uno scrittore pentito ma più probabilmente appassito nelle idee e nell’entusiasmo, sposato da anni con Sandra, una donna lucida e ancora avvenente,  rassegnata serenamente a una vita che va comunque avanti, ma anche questa “relazione” sembra non avere più linfa e si consuma appassita in incontri sempre più diradati, dove la comunicazione si limita ai saluti di circostanza, a qualche reazione più rassegnata che sorpresa a atteggiamenti fuori dall’ordinario e a una sessualità realizzata più per dovere e pietà se non per una affermazione di un ruolo a cui si tenta di rimanere aggrappati come una foglia a settembre. Rimangono alcune piccole e simboliche cerniere: parlare per esempio di Eyes wide shut per provare a definirne un senso, ma è più un ritornello, quasi una parola d’ordine nella cui risposta si prova a mantenere vivo uno scambio o il ricordo di esso. Un romanzo su una storia d’amore alla fine? No. Il titolo si presenta allettante e stimolante nel suo essere al plurale, perchè la metafora autunnale (avete presente Bandiera di Mario Lodi?) nel procedere della narrazione si applica non solo al protagonista e ai suoi rapporti con gli altri, ma a chiunque ci interagisca: l’amico Gittani per esempio che tenta di mantenere in vita il suo rapporto con la moglie malata terminale di cancro attraverso una relazione con la sua infermiera. Ma il fulcro attorno a cui si dipana il tutto è Jeanne, la compagna suicida di Modigliani, ossessione del nostro protagonista che legge in una sua fotografia la possibilità di una nuova linfa, fino a immaginarsi una storia d’amore ai limiti del paranormale e dello spiritismo e che tenta di realizzare nel rapporto con una sua apparente sosia, una cugina della moglie. Ma ogni autunno nel prepararci all’inverno ci toglie inesorabilmente qualcosa ed è difficile rassegnarsi all’idea che il ciclo delle stagioni in realtà non ci appartiene ed è sempre fatale il tentativo di applicarlo taumaturgicamente a un corpo, a una passione. Qualcosa sempre discorda e stride con le ambizioni e in questo romanzo, Roma l’eterna con i suoi rituali legati sempre più a un turismo aciclico, non aiuta. Gemma non è Jeanne, Sandra reagisce all’autunno cercando nuova linfa, aprendosi a un mondo da cui sembrava esclusa, Gittani chiude la sua relazione con l’infermiera al momento della morte della moglie, rassegnandosi così a un inverno definitivo. Il nostro protagonista no, insiste nella sua ossessione e da scrittore mancato ci sprofonda come trama di un romanzo che altro non è che l’illusione di una realtà che non può più esistere, perché già scritta, già ciclicamente passata e a nulla vale l’atto finale, perché “Non era già tutto scritto, questi rapporti, queste concatenazioni non esistono, le vedi solo tu“. Un romanzo, una storia, una narrazione è qualcosa di più dei suoi personaggi e a differenza delle stagioni, non può mai ricominciare da capo allo stesso modo, pur sostituendone i protagonisti.

Luca Ricci, Gli autunnali, La nave di Teseo, 2018

La salute della memoria

La mattina del 3 maggio del 1920, Andrea Salsedo, tipografo del giornaletto “DOMANI” precipita dal 14° piano del Park Row Building, l’edificio che ospita il dipartimento di giustizia di Manhattan. Salsedo era stato arrestato da qualche giorno con il collega Roberto Elia in seguito agli attentati che un anno prima avevano preso di mira personaggi legati alla soppressione della rivista settimanale “Cronaca sovversiva” di Luigi Galleani e a cui collaboravano oltre a Salsedo anche Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Questo fatto, probabilmente sconosciuto ai più, ma riconoscibile nelle dinamiche da molti (non a caso citato da Dario Fo nello spettacolo Morte accidentale di un anarchico), non è solo che il principio di quanto poi avrebbe portato 7 anni dopo Sacco e Vanzetti sulla sedia elettrica. Questi e altri fatti relativi all’arresto e al processo dei due anarchici italiani sono presenti e accuratamente descritti in La salute è in voi, Sacco, Vanzetti e la dimensione anarchica, traduzione degli atti della conferenza tenuta presso la Biblioteca di Boston tra il 26 e il 27 ottobre del 1979 e raccolti poi in un volume da parte dello storico Robert d’Attilio. Questo piccolo volume, auto-prodotto in collaborazione da piccole edizioni indipendenti piemontesi raccoglie non solo la traduzione di cui sopra ma presenta la copia anastatica di quel “La salute è in voi” l’opuscolo clandestino, pubblicato il 5 maggio 1906 all’interno di Cronaca sovversiva e che girava tra i gruppi anarchici italiani dell’epoca. (altro…)

Ben venga maggio.

 

COMPAGNI MINATORI VE LO DICO QUI

Compagni minatori ve lo dico qui,
Questo mio canto è vano se voi non avete ragione

Se l’uomo ha da morire prima d’avere il suo bene
Bisogna che i poeti siano i primi a morire.

P. Éluard, da Une leçon de morale, 1949, pubblicata in P. Éluard, Poesie, traduzione di F. Fortini, Einaudi, 1966

 

WELDY «IL DURO»

Mi convertii e mi diedi una calmata, allora
mi diedero un lavoro nella fabbrica di scatolette,
e ogni mattino dovevo riempire di benzina
la cisterna del cortile
che alimentava i bruciatori nei capannoni
per riscaldare i saldatori.
E io salivo una scala traballante per poterlo fare,
trasportando secchi pieni di quella roba.
Una mattina, come io stavo lì a versare
l’aria si fermò e sembrò sollevarsi
e come la cisterna esplose io fui sparato in alto
e piombai giù con le gambe spezzate,
e i miei occhi crepitarono come due uova al tegamino,
a causa di qualcuno che aveva lasciato acceso un bruciatore,
e qualcosa aveva risucchiato la fiamma nella cisterna.
Il giudice distrettuale disse che era stato
uno che stava lavorando con me, e così
il figlio del vecchio Rhodes non mi doveva un soldo.
E io mi sono seduto sul banco dei testimoni,
ero cieco, come Jack il violinista, e continuavo a dire,
«Io non lo conoscevo per niente».


MICKEY M’GREW

Successe come al solito nella mia vita:
qualcosa fuori di me mi trascinò giù,
le mie forze non mi hanno mai abbandonato.
Ecco il perché, ci fu la volta che avevo i soldi
per poter andar via a studiare
e all’improvviso mio padre ebbe bisogno di aiuto
e fui costretto a dargli tutto.
È successo proprio così che io sono diventato
un uomo tuttofare a Spoon River.
Allora quando finii di pulire la torre dell’acquedotto,
e mi tirarono su a settanta piedi di altezza,
mi slegai la fune dalla vita,
e ridendo aprii di scatto le mie braccia gigantesche
sopra il liscio orlo di acciaio della punta della torre –
ma scivolarono sopra la melma traditrice,
e io giù, giù, giù mi tuffai
dentro l’oscuro rimbombo!

da: E. Lee Masters, Antologia di Spoon River, Traduzione di Antonio Porta, Il Saggiatore, 2016

 

*
Le ore sei sono l’inizio della nostra giornata
noi siamo l’inizio di tutti i giorni
inizia il giro delle ore sulla trafilatrice
che mi aspetta con la bocca spalancata
inizia la mia danza il mio spettacolo
in certe ore entra nel reparto una chiazza di sole
e lo sporco nostro è schiarito come nelle immagini dei santi
rubo il tempo per una fumata che raspa nella gola
spio i minuti sul quadrante dal grande occhio
e tutto ad un tratto ci scuote l’urlo della sirena
ci attende il riposo per la sveglia di domani
la suoneria che entra dentro i sogni esplodendoli
ed ecco un nuovo giorno della mia esistenza
con l’allegria fuori della mia ragione.

Da: Luigi di Ruscio, Poesie operaie, Ediesse 2007

 

Helena Janeczek, La ragazza con la Leica

Non provate a pensare di trovarvi davanti alla semplice biografia di una sfrontata e maliziosa fotografa. Qui ci troviamo in un libro di Helena Janeczek la cui narrazione volutamente soffusa e “distratta” è come quella di una belva che segue una o più tracce di una preda in un percorso solo apparentemente casuale. Questo tipo di narrazione prescinde dall’idea di una linea retta; qui le tracce della protagonista (sì, proprio quella “sfrontata ragazza” di copertina) non si appoggiano solo sul terreno fresco delle date, dei documenti, degli archivi. In questo lungo e affascinante percorso ogni risoluzione di un indizio o di una traccia ne genera altri e altri ancora nell’incrociarsi con le narrazioni di tre dei suoi compagni di viaggio “superstiti”; Willy Chardack, Georg Kuritzkes e Ruth Cerf, tre personaggi che, in maniera diversa, sono stati più vicini alla protagonista e ne hanno condiviso la storia, le storie fino al primo agosto del 1937, giorno dei funerali di Gerda Taro, nome d’arte di Gerta Pohorylle, morta alla fine di luglio del 1937 all’età di 27 anni a Brunete sul fronte della guerra di Spagna, schiacciata da un carro armato. Gerda Taro quindi è la nostra ragazza con la Leica; prima reporter morta su un campo di battaglia e compagna del leggendario Robert Capa con cui ha raccontato fotograficamente il conflitto in Spagna. Il titolo e la copertina sono il primo “non indizio” da cui partire; la genericità del termine “ragazza”, una Leica che in realtà non vediamo, ma soprattutto quello sguardo, e quella gestualità. La figura di Gerda Taro per tutto il libro appare come un fantasma a cui non vengono associate imprese, ma è come se tutti i suoi 27 anni si fossero congelati in quell’attimo fotografico e tutto ciò che ha rappresentato, nel suo breve passaggio in vita, potesse così essere narrato solo come assenza, pesante, sconvolgente che, alla vigilia della sconfitta dei repubblicani spagnoli e la conseguente ascesa di Franco, arriva a rappresentarsi come soglia, limite, trauma di un’intera generazione transnazionale di intellettuali entusiasti nel loro coinvolgimento politico, costretti però improvvisamente alla disillusione e ad arrendersi per dissolversi davanti alla realtà di una guerra oramai persa, al successivo immediato esplodere della seconda guerra mondiale e a tutto quello che ne conseguirà. Helena Janeczek è abile in questo suo veloce passaggio di voci a mantenere vivo nei “sopravvissuti” quel senso di nostalgia (pur se differenziato) nel suo miscelare ciò che è documento, memoria e finzione per “ricostruire” un percorso di poco più di mezzo secolo, in cui l’entusiasmo e quel disincantato modo di vivere un’idea libertaria di equità e condivisione, di tutti coloro che avevano partecipato alle Brigate Internazionali o tentavano una qualche forma di resistenza culturale in una Germania sempre più autoritaria e razzista, venga via via schiacciato o emarginato da una storia che è decisamente più forte e violentemente cinica. Una storia però a cui sono sopravvissuti attimi di “gioia” e la bellezza di questo libro − meritatamente scelto per il premio Strega 2018 − sta anche nel suo configurarsi come atto d’amore verso la fotografia, l’arte di congelare un momento di spensieratezza, di luce, di vitalità, per poter permettere alla nostalgia di trasformarsi in consapevolezza, se non in un’altra possibilità.

© Iacopo Ninni

Helena Janeczek, La ragazza con la Leica, Guanda, 2017, pp. 320, euro 18

 

A mare Firenze

Ho letto con piacere questo libro del giornalista e scrittore Simone Innocenti anche perché si inserisce perfettamente in un percorso analitico che avevo iniziato a definire in relazione al rapporto tra la città di Firenze e le acque non solo nel “difendere” il senso dei gommoni su Palazzo Strozzi del discusso Ai Weiwei, ma soprattutto in continuità con il bel lavoro di Simona Baldanzi. Se nel caso del cammino di Simona, una volta arrivata a Firenze prosegue lungo il suo Arno fino alle foci nei pressi di Pisa (città che almeno da qui, sembra aver perso il suo rapporto con le acque), in questo caso l’altrettanto bel lavoro di Simone Innocenti esplora Firenze alla ricerca di quelle tracce dimenticate o rimosse di una città che con le acque, salate o meno, ha sempre convissuto. Confesso subito che provo spesso un po’ di prurito quando “sniffo” aria di campanilismo, ma in questo caso, pur essendo palese e finemente esibita la fiorentinità dell’autore, è assolutamente vero che la sua presenza nel narrare ci conduce dentro una Firenze che può anche “deludere” perché “elude” il suo rapporto con il “museale”, con il cielo dei terrazzi e la sporgenza terrosa dei bugnati, per calarsi nella città reale, quella delle storie piccole, quotidiane, attraverso lo scorrere acqueo dei marciapiedi, dei muri, delle finestre. Diciamo pure che per questa navigazione Innocenti si presenta come il migliore dei timonieri arrivando a proporre un lavoro assolutamente preciso e accurato. L’impressione che salta subito agli occhi è che in questo lavoro, a differenza dello scritto “politico” e militante della Baldanzi, la ricerca di Innocenti (che ricordiamolo è innanzitutto un giornalista) sia più tesa al rimettere assieme tutti quei frammenti che si sono dispersi nella crescita di una città che ricorda se stessa solo per cartoline e mai per esperienza vissuta. Firenze Mare è il lavoro di un “cittadino” che ricostruisce attraverso una memoria culturale e popolare una nuova interpretazione per una città complessa come Firenze.
Torniamo però al principio, perché ho veramente letto con piacere questo testo che riesce a presentarsi non come l’ennesima nuova Guida ai misteri di Firenze, ma cerca stimoli, tracce, indizi della suggestiva ipotesi dell’essenza marina di Firenze, non solo tra strade, canti e ponti ma anche nella tradizione culturale di una città che è stata veramente “attraversata” per secoli, e il libro in questo senso si presenta come un mappa letteraria in cui ogni angolo sembra essere stato tracciato, narrato, descritto da chi inconsciamente sperava di trovare il mare dietro ogni piega di strada. Ecco questo libro può essere una lezione per noi profani, viaggiatori, immigrati, viaggiatori, turisti a cui Firenze ancora resta come una città di pietra, le cui strade sembrano intagliate e scavate. Ecco, ci dobbiamo arrendere a questa nuova sana liquida percezione che non è solo un modo di mostrare “affetto” al luogo in cui il narratore è cresciuto, ma anche una lettura che dovrebbe fare aprire occhi e orecchie a chi “usa” una città solo sulla base della certezza di un cammino saldo su pietre e senza il coraggio invece di provare ad attraversarla bagnandosene.

Simone Innocenti, Firenze mare,  Giulio Perrone editore 2017

© Iacopo Ninni

Scrivere d’azzardo

Solo adesso mi accorgo che qui su Poetarum Silva mai si è parlato della produzione di Jonathan Lethem. Tento quindi di risolvere immediatamente questa carenza affrontando il suo decimo romanzo, Anatomia di un giocatore d’azzardo (La Nave di Teseo, traduzione di Andrea Silvestri) e tracciare così una qualche linea sulla sua scrittura.
I lettori storici di Lethem sono preparati e consapevoli del fatto che ognuno dei suoi protagonisti deve presentarsi con caratteristiche ben precise che li distingue e li mette in un confronto spesso disarmante e destrutturante con un’umanità apparentemente “normale”: caratteristiche che nell’evoluzione di ciascuno dei dieci romanzi pubblicati fino a oggi in Italia (e gran parte dei racconti) diventano cifre o tematiche narrative che si presentano costantemente e si sviluppano definendo storie che sono sempre ai limiti della “normalità”. Emergono con forza il bisogno di riempire il vuoto materno, la necessità di esprimere una passione politica radicale ai limiti dell’anarchia, la memoria e la sopravvivenza di una cultura popolare underground e il fumetto (i supereroi soprattutto), la necessità di verificare ogni ricordo e la relativa labilità e modificabilità della memoria e soprattutto in questo romanzo, l’analisi interiore sul sopravvivere quotidiano e sulla propria storia davanti a malattie improvvise spesso limitanti. Se Chronic City forse più di La fortezza della solitudine con quel suo lento inseguirsi lungo dinamiche e interazioni che si confondevano tra il reale e il virtuale si è rivelato come il manifesto della sua scrittura, in questo romanzo uscito nel maggio del 2017, Lethem affronta non solo un tema complesso come il gioco d’azzardo, ma anche il bisogno di tornare in certi luoghi dove si è formato politicamente. Non più New York quindi ma Berkeley e anche in questo caso gli Stati uniti raccontati da Lethem sono sempre cartograficamente precisi, nessun “luogo” è a caso, a parte le architetture spesso inventate che diventano un prolungamento dei personaggi che ne fanno parte (la clinica, il mega store, il ristorante). Percorsi, strade, parchi sono qui estremamente accurati nella loro definizione topografica e nel loro essere rimando a eventi del passato. Torniamo però al tema: il gioco d’azzardo. In questo caso il protagonista è un giocatore professionista di backgammon, uno dei giochi più antichi che a differenza di altri giochi d’azzardo si distingue per raffinatezza, intelligenza e per la sua limitata aleatorietà. Sicuramente è un omaggio a Dostoevskij, tuttavia in questo caso il gioco non viene presentato come ossessione distruttiva, ma come una modalità d’incontro che si dilata lungo il contorno che definisce le relazioni del protagonista. Alexander è un giocatore professionista che viaggia per il mondo a giocare contro personaggi molto ricchi e potenti, guidato da un suo manager. Singapore, Berlino e Berkeley sono le sue tappe e in ognuno dei casi le partite si rivelano essere qualcosa che non si distacca dal senso di sopravvivenza quotidiano; sotto un certo punto di vista, la narrazione della partita in sé come improvvisa astrazione dal contorno ricorda le partite in Il terzo Reich di Bolaño. Le giocate e il flusso dei pensieri di Bruno Alexander seguono la stessa dinamica e si scontrano con una malattia che si fa via via più invadente. Tutto accade velocemente e così Alexander si trova ad affrontare una necessaria operazione che si rivelerà unica per metodo, risultato ma soprattutto per il chirurgo; un tipico esempio dell’umanità narrata da Lethem. una sorta di super eroe che opera ascoltando Jimi Hendrix ma il cui egocentrismo si troverà a scontrarsi con un altro Alexander che uscirà cambiato dall’operazione sia nel fisico che nella mente rivelandosi telepatico e mettendo così in dubbio, come in una partita in cui improvvisamente cambia la sorte, il rapporto di potere-controllo tra medico e malato. Sarà un altro Bruno Alexander quello che esce dall’operazione, fino alla definizione del dubbio che malattia e gioco fossero in realtà un’unità indissolubile. Come in tutta l’opera di Lethem, ecco che il romanzo cambia ritmo e vengono a ribaltarsi tutti i ruoli. Il gioco diventa così esperienza quotidiana: strategia, lettura dell’altro, previsione, errore, incidenti, recuperi, rialzi. Questo è veramente un romanzo sulla destrutturazione dell’uomo, nel momento in cui perde tutto quello che possiede e ogni parte di lui sembra gestito e manipolato da altri e come le pedine su una tavola di backgammon si dedica a una dignitosa (vincente?) uscita da un mondo al quale non sente di appartenere più.

© Iacopo Ninni

Jonathan Lethem, Anatomia di un giocatore d’azzardo, La Nave di Teseo, 2017; traduzione di Andrea Silvestri.

 

 

David Szalay, Tutto quello che è un uomo

                         

E se vivo, cosa succede adesso?

Nove fasi differenti della vita di un uomo (dai 17 ai 77 anni), diversi protagonisti, nove racconti che via via inevitabilmente si fondono in un romanzo sul maschio contemporaneo. Maschi però state bene attenti. Questo è sì un gran libro ma che fa un gran male soprattutto di questi tempi in cui vanno assolutamente e necessariamente ridiscussi la figura e il ruolo maschile. Fa male perché inesorabile, senza alcun giudizio e con la sua semplice descrizione del reale colpisce i punti deboli e infierisce girando il coltello nella piaga della “mediocrità” del quotidiano, del comportamento standardizzato, automatico, dell’essere mediocremente anacronisticamente “maschio”. David Szalay, giovane talento del panorama letterario britannico: premiato col premio Gordon Burn, nominato dal Telegraph nell’elenco dei migliori scrittori inglesi under 40 viene pubblicato per la prima volta in Italia con questo romanzo finalista al Man Booker Prize, grazie all’ottima traduzione di Anna Rusconi e si presenta con questa epopea del maschio contemporaneo europeo che a Praga come a Cipro sembra annaspare aggrappandosi con sempre meno convinzione alle abitudini e alle convenzioni. Il comportamento maschile stereotipato si rivela via via più come uno stigma da cui è impossibile liberarsi. Donne, denaro, motori, il successo sul lavoro o nel campo acccademico continuano a essere i temi ricorrenti, le uniche ambizioni, ma Szalay è abile nel trasformarli in problemi improvvisi; piccole crepe che annunciano crolli vicini e che si intrecciano dolorosamente con i rapporti quotidiani, con le scelte da cui tutti i protagonisti sembrano fuggire verso luoghi dove apparentemente non accade nulla. Ma è proprio nel nulla che si avvolge la scrittura di Szalay col suo proporci non-storie, perché queste storie non esistono: la narrazione è nulla, tutto si evolve in un tempo presente, privo di sorprese, colpi di scena, lieto fine. Sono essenzialmente fughe e adeguamenti al contorno, alle circostanze. Tutti gli episodi sono ambientati in un preciso contesto esistente, geo-localizzato. La scrittura di Szalay ci presenta volutamente un’Europa reale, attuale, senza soluzione di continuità, attraversabile da capo a capo con mezzi precisi (modelli delle macchine, voli, treni, autobus) attraverso strade, autostrade con tanto di numero di riferimento, caselli, ponti, alberghi, aree di servizio, stazioni, aeroporti. In questo senso è interessante l’evolversi del IV episodio che si sviluppa in un viaggio lungo un percorso da Londra centro a Königstein descritto con la precisione di un navigatore satellitare.

… Di colpo si rende conto di non sapere esattamente da che parte andare. Ieri ha controllato e gli sembrava tutto abbastanza semplice, il tragitto per uscire da Londra verso sud-est, in direzione Dover. Adesso trovare la strada che porta al fiume gli sembra più complicato. Si sforza di immaginarle, le vie che dovrà prendere. E quando si è fatto una specie di quadro mentale del percorso, soltanto allora, parte. In Park Lane si ferma a un semaforo, da una parte un albergo di lusso, dall’altra il parco, e fissa assonnato davanti a sé…
… Mentre gli passano per la mente deve concentrarsi sulla planimetria delle strade intorno a Victoria Station…
… La segnaletica lo tira da una parte, poi dall’altra, oltre grattacieli di uffici vuoti. Cerca la corsia che prima o poi lo butterà a sinistra, in Vauxhall Bridge Road. Eccola. …

È il paesaggio, o meglio, l’Europa il vero file conduttore del libro a cui il lettore riesce a rimanere aggrappato e solo determinati luoghi sembrano essere le uniche certezze. Anche se c’è una parvenza di contiguità nel susseguirsi dei racconti (luoghi o situazioni similari), in realtà in ognuno di essi entriamo all’improvviso, proiettati dal nulla, ma in luoghi a poco a poco riconoscibili, dove è possibile ambientarsi in fretta grazie agli stereotipi, al sentito dire; salvo poi perdersi nel percepire le differenze linguistiche (gli incontri sono sempre tra persone di nazionalità diversa) e le ostiche dinamiche tra generi, interazioni che più che unire, separano perché espresse come scambio economico, come necessità urgenti. I protagonisti si definiscono lentamente, attraverso una messa a fuoco che avviene attraverso la relazione con il paesaggio e con l’altro da sé. È qui che l’abilità di Szalay affonda la lama, concentrandosi sui dialoghi che il più delle volte appaiono sospesi, espressione vocale di un monologo interiore, di risposte interiormente scontate, ma così come non riusciamo a orientarci tra planimetrie e (come al turista più mediocre) ci viene in aiuto il museo o il monumento; allo stesso modo tutti i dialoghi tra i protagonisti crollano davanti ai silenzi o a risposte e atteggiamenti inattesi. 

«Perché hai acceso la candela?», le ha chiesto, sforzandosi di mostrare solo un vago interesse. «Non lo so».
«Non sapevo che fossi religiosa».
«Non lo sono».
« E allora perché?».
«Mi è venuto e basta. È un problema?».
«Ma figurati. Mi chiedevo, tutto qui».
«Mi è venuto e basta» ha ripetuto lei.
E lui: «Non credi in Dio?».
«Non so. No. Tu?».
Lui ha riso come se dovesse essere ovvio. «Ma no. Neanche per idea».

Eccolo quindi il maschio contemporaneo europeo; in crisi di scelta tra ciò che “ha” già e ciò che trova, indifeso e impreparato davanti a cambiamenti di idea o di programmi, estraneo a una gravidanza inattesa e non voluta, ma con gli occhi puntati spesso al cielo che non è mai una ricerca di una chiave, ma solo un infantile pretesto per trovare una via di uscita tra ciò che è apparente certezza perché culturalmente stabilito e ciò che nel presente, proprio in quel momento accade, davvero.

© Iacopo Ninni

 

David Szalay, Tutto quello che è un uomo, Adelphi 2017; € 22,00

 

La polvere è ovunque

Esce oggi per Exòrma editore, Neghentopia il nuovo libro di Matteo Meschiari,  scrittore e docente di antropologia e geografia che dopo Artico Nero  (Exòrma, 2016), continua il suo viaggio narrativo attraverso paesaggi prossimi e futuribili. Benvenuti quindi in questo mondo dove la Repubblica democratica del nord e la Federazione popolare del sud si fronteggiano in un conflitto indefinito attraverso un mondo devastato e depauperato e dove esseri vari vagano come in un deserto. Un’altra distopia, sì, ma ricreata quasi scientificamente e estremamente possibile, almeno nell’ottica di una crescita che si propone esclusivamente per sottrazione di risorse, di spazio, di relazioni e che non può che portare allo svuotamento e alla erosione: una definitiva “polverizzazione” della realtà e della sua narrazione che come la neve di Marcovaldo copre e modifica le forme del passato, la storia. Benvenuti quindi in questo deserto i cui contorni si adattano alle forme delle rovine di una “civiltà” che si decompone e agonizza sotto strati di polvere, come oggetti dimenticati. La memoria è l’unica certezza, e quindi di un paesaggio stravolto restano vivi i nomi, le sue caratterizzazioni geografiche che continuano a ergersi come sicurezze archetipiche, sopravvissute coordinate vitali: il Fosso, il Labirinto, la Fortezza. l’Atollo. luoghi collegati da un Decumano, storicizzazione quindi di un orientamento e antica definizione urbanistica del territorio. Ma ovunque regna l’oblio come in Lucius, il protagonista il cui vero dramma è il dimenticare ciò che ha fatto. Polvere quindi ovunque, come è polverosa la memoria ma anche il dialogo tra i protagonisti, particellare, ridotto a enunciati minimi. Il romanzo si presenta volutamente come la sceneggiatura di un film. Primi piani, dissolvenze, piani sequenza e soprattutto colonna sonora (da applicare rigorosamente durante la lettura del testo) sono tutti ben definiti, segnalati e come le immagini che accompagnano il testo e realizzate dell’illustratore Rocco Lombardi, vogliono costringere il lettore a una visione forzata e lontana da ogni possibile deviazione salvifica da un paesaggio distopico standard già ben consolidato nella mente (Blade runner, Mad Max, La strada…) e che tale deve rimanere per evitare ogni possibile assoluzione. Un discorso a parte andrebbe fatto sulla colonna sonora che sembra estraniante nel suo proporsi (Il libro andrebbe letto veramente ascoltando proprio la sequenza di brani proposti, da B. Bulat a E. Reijseger), ma è solo un lucido tranello che amplifica la percezione di una carenza di coordinate. I percorsi tracciati da Lucius e il suo passero possono essere fuga, ricerca, involuzione ma sono soprattutto la realizzazione di una necessità; l’orientamento, sia esso geografico, mnemonico, fisico, percettivo, emotivo. E così come una mappa è tracciabile sia con lo sguardo tridimensionale e panottico del volo, che col progressivo avanzare “misurante” del cammino, la geografia ci insegna che un modo completa e arricchisce l’altro e supera quelle carenze dovute a una “denominazione” oramai obsoleta e fuori sincrono. Così è il cammino di Lucius, accompagnato dal volo del passero, attraverso un paesaggio definito con estrema cura dalla penna di Meschiari, che volutamente si definisce tramite archetipi che mantengono una coerenza con la “storia”, che è poi quanto necessita a un uomo per poter continuare a camminare perché  «la gente ha bisogno di storie», anche se da cercare sepolte sotto la polvere.

 

Matteo Meschiari, Neghentopia, Exorma editore, 2017

© Iacopo Ninni

La tristezza è una cosa importante.

Si apprestò a tirare giù il bagaglio dalla reticella: la valigia le sembrò molto pesante. Molto più pesante di quando era partita, così, con una certa circospezione, chiese alla valigia: – Che ti è successo?
– I mesti ritorni che appesantiscono l’animo… – borbottò
quella rivolgendosi a tutti e a nessuno.

Tra Lewis Carroll e Gianni Rodari, La donna che pensava di essere triste di Marita Bartolazzi che esce oggi per Exòrma Editore, si rivela come una favola e sicuramente lo è, anche se una doverosa analisi del titolo con la sua possibile doppia interpretazione porta il lettore ad affrontare il libro attraverso un doppio binario percettivo e ad aprire nuovi interrogativi sulla necessità di una definizione qualitativa della tristezza. Tutta la narrazione che procede tra incontri e sogni (rigorosamente scelti e acquistati in un supermercato dei sogni) tende a evidenziare con una leggerezza appunto favolistica quel limite tra ciò che appare triste allo sguardo e ciò che è triste perchè agisce nel profondo. La tristezza non viene letta mai nella sua accezione negativa, ma come una prerogativa nel potersi relazionare con l’altro da sé ed è necessariamente parte della nostra esperienza quotidiana, spesso utile, sana e formativa reazione a una partenza, a un cambiamento, al comparire di un ricordo. La scelta narrativa di Marita aiuta in questo percorso, creando un’aura di disincanto su ogni possibile o interpretabile forma o espressione di tristezza, evidenziando il fatto di come troppo spesso si tenda a cercare e definire una qualità “triste” soprattutto nel contorno che è però alla fine una definizione labile, vaga e estremamente relativa.

– Secondo me il semolino è più triste.
La donna che pensava di essere triste ne convenne e aggiunse arrossendo: – Purtroppo non mi piace molto.
– Il semolino è buonissimo – intervenne la sé stessa nel labirinto. – L’orzo con le zucchine è davvero triste.
– Fettina ai ferri – consigliò perentoria la sé stessa col cappotto rosso.

Tra sogni e personaggi più o meno onirici (ma sempre legati all’idea o al bisogno di un ricordo) la nostra protagonista compie un cammino che si intreccia via via a quello dei suoi incontri; tutti elementi fondamentali nella maturazione di una persona adulta e quindi già formata, definita, ma con delle evidenti carenze e ambizioni che compaiono nel corso della narrazione come piccoli stimoli che portano a possibili interpretazioni sul perchè “si pensa di essere tristi”.

L’indomani ogni cosa riprese con i suoi ritmi consueti: la donna che pensava di essere triste tornò dall’ufficio poco dopo le quattro e, non un secondo dopo le cinque, il suono del campanello annunciò la visita del monumento.

Ma sono proprio i diversi incontri che aggiungono via via complessità a una possibile topografia della tristezza, sia essa un sentimento o semplicemente un “vestito” che compare nelle consuetudini e negli stereotipi (un colore triste, un cibo triste, uno sguardo dal finestrino del treno, una lettera…), ma anche nelle relazioni, nei cambiamenti, negli approcci. Ho parlato di topografia della tristezza perchè c’è una grande cura e sensibilità da parte di Marita nel descrivere elementi che riportano con estrema naturalezza il lettore ad una personale idea di tristezza, scoprendo così quante percezioni, dinamiche, situazioni e quanti oggetti vi siano spesso associati. L’intento però non è quello di fuggirla o di difendersi, ma di “accoglierla”, perchè della tristezza c’è bisogno ed è giusto che venga detto anche e soprattutto così.

Il monumento aveva preso un bel ritmo e si lasciava trasportare
dalle sue stesse parole: – La tristezza è con noi, è
dentro di noi, la tristezza ci rende migliori, più calmi e riflessivi,
meno propensi ad atti irresponsabili. La tristezza è
una cosa di primaria importanza ed è così spesso sottovalutata
che questo museo, oltre ad avere la funzione di preservarla,
evocarla e tutelarla avrà anche una funzione
educativa di grande importanza. Sarà monito ed esempio.

© Iacopo Ninni

Marita Bartolazzi, La donna che pensava di essere triste, Exòrma Editore, 2017