Autore: gianni montieri

L’importanza di essere piccoli 2017 (comunicato stampa)

… Con una coda ma senza la testa
solo per finta, solo per festa
solo per fiamma che brucia per fuoco
fammi giocare per gioco

B.Tognolini, Rime Raminghe, Salani

 

 

Comunicato stampa

 

L’importanza di essere piccoli – VII edizione

poesia e musica nei borghi dell’Appennino

VII edizione 1-6 agosto 2017

 

un progetto dell’Associazione Arci SassiScritti

con il contributo di

Regione Emilia-Romagna, Arci Bologna progetto Polimero

 e dei comuni di Alto Reno Terme, Castiglione dei Pepoli, Grizzana Morandi,

Pistoia, Sambuca Pistoiese

BCC Alto Reno e COOP Reno

LA POESIA COME FUOCO, LA VITA COME GIOCO

con

PAOLO BENVEGNÙ, MURUBUTU, LUCIO CORSI, IVAN TALARICO, GABRIELLA LUCIA GRASSO, SAVERIO LANZA, BRUNO TOGNOLINI, GIULIANO SCABIA, CARLO BORDINI, ALESSANDRO RICCIONI, ANDREA DE ALBERTI, FRANCESCA GENTI, MANUELA DAGO

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Marco Giovenale, Strettoie

Marco Giovenale, Strettoie, Arcipelago Itaca, 2017

*

da Soluzione della materia

*

Non sa se glielo deve dire
della cotta di metallo del crociato andata.
Più una madonna, del Seicento, pare. Via
in due giorni differenti, come poi possono
differire i giorni nella scatola zincata.

(Fa il morto. La casa è zitta il doppio).

Decide di no. Non parla. Con le tronchesi piccole
si mette un intero pomeriggio alla finestra, cup of tea
inclusa. Gentilizia, fa. Armeggia su ferrite

(è l’antenna che è guasta, non è la trasmissione).

Il tempo passa fino alla fine, che continua, fino
alle minutaglie della gomma pane.

«E adesso?», «Sembra notte»,

ne ride, per quanta ne viene giù,
per quanto diluvia

*

Cadranno dal tetto, saranno senza impalcature.
Non è sicuro, potrebbero salvarsi. Facciamogli una foto.
Sull’affresco o sull’arazzo?
Cosa?
Dico il giro dei delfini.
Quelli, araldici cocciuti, quelli. Diario di quando va bene.
Quando va male non la raccontano.
I preti dopo spruzzano un po’ d’acqua,
se ne vanno col vino.

*

da A mille ce n’è

*

a/da Carlo

d’annunzio non aveva l’illuminismo a Pescara allora
poi fecero un’Illuminotecnica. e per vedere vendere le doppie prese. (a
pensarci) (sono sempre) maschio femmina attaccati sterili, si attaccano che
pigliano.

si “accese” (questa lampadina) passando un mattino per non rimare tutti
in gita in sei-sette, con Carlo, lasciato l’asfalto per un chiosco di limoni
marca Barricata.

la maglia tira alle braccia dove passano le ragazze compulsive loro vanno
verso il mare degli orsi dove hanno stabilizzato il cd, il laser. non fa ballare
il suono alle buche. non c’è campo, qui, è pieno di campi, qui, intorno fino
al mare sembra intorno al mare.

prendere appunti.

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Martino Baldi: Ipotesi sulla scomparsa di Hermano Quetzalcoatl

Illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

 

[secondo di quattro racconti (Qui il primo) di Martino Baldi tratti dal libro inedito Storia del Calcio per fatti memorabili (ma dimenticati), illustrati per noi da Fubi. Per me è una gioia vera condividere con voi la bravura di questi due amici, la loro inventiva, il loro genio. C’è sempre un modo nuovo per raccontare il calcio, questo è uno di quelli che preferisco – Gianni Montieri]

*

Già affrontato il caso di Hermano Quetzalcoatl, mi preme fare qui alcune precisazioni. Per quanto sostenuta da storici di indiscutibile rilevanza, quella riportata nel capitolo dedicato al genio precolombiano non è l’unica versione attestata della sua scomparsa. Esperti altrettanto autorevoli ne contestano la veridicità attribuendone la mitopoiesi alla smisurata venerazione degli aztechi nei confronti dell’allenatore -poeta. Quest’ultimo eterogeneo gruppo di studiosi ha avanzato una ipotesi che collegherebbe la sparizione al suo dongiovannesco passato. Del resto, al tempo degli eventi precedentemente narrati, la fama di Quetzalcoatl aveva già solide radici in ogni angolo del paese e in gran parte del continente: la paternità del “bacio volante” gli era ormai universalmente accreditata.

Questo suo particolare talento cominciò a manifestarsi in età scolare. Invaghitosi di una compagna di studi, Quetzalcoatl passava le lunghe ore di scuola con lo sguardo fisso sulla bella desiderata e la mente rapita da ardenti pensieri. Fu una mattina di aprile a far scattare la scintilla. Nel bel mezzo di una noiosissima esercitazione mnemonica* la conturbante figliola si voltò involontariamente verso l’innamorato e, indugiando i suoi occhi su quelli del giovane, egli si sfiorò delicatamente il palmo della mano con le labbra e con un soffio indirizzò il bacio all’amata. Belintzin, questo il nome della giovane, se ne sentì subito fisicamente toccata. Un brivido le corse lungo la schiena per zampillare in qualcosa di piacevolmente fluido e imprecisato all’altezza dello stomaco e di qui scendere ulteriormente. Dovette chiudere gli occhi per contenere quel fremito e non farlo evaporare, per capire di cosa si trattasse.

Da allora Quetzalcoatl prese a spedirle quotidianamente, tra un’esercitazione e l’altra, baci su baci. La sua tecnica si affinava di giorno in giorno. Dai più semplici baci volanti, comuni anche al nostro tempo, arrivò ad eseguire gesti di abilità insuperata. Una mattina, durante un compito, fu stupefacente per Belintzin sentirsi baciata all’improvviso proprio sulle labbra, come da un angelo, senza che il suo sguardo fosse rivolto all’unico capace di tanto. Ma l’ardore di Quetzalcoatl non si fermò: l’ormai sedotta ragazza divenne bersaglio di baci volanti nei momenti meno prevedibili e nei punti fino ad allora più impensati del corpo. Labbra invisibili le inumidivano il collo, le mordicchiavano i lobi, le accarezzavano le caviglie e le ginocchia. L’apice fu toccato allorché Belintzin, durante un’importante interrogazione, cominciò improvvisamente ad arrossire e a balbettare: qualcosa di invisibile le stava scivolando sotto l’estiva vesticciola, lungo le gambe ambrate, scompigliandole la biancheria. Ma la giovinezza è turbinosa, e Belintzin non seppe resistere alle sue forze centrifughe. Hermano, preso da studi matti e disperati, non aveva tempo a sufficienza per saziare le appetitose necessità della compagna e questa, stregata dai brividi del corpo e non cosciente della rarità della sorte toccatale, pensò di trovare altrove il piacere che il baciatorepoeta le aveva svelato. Superfluo specificare che la sua ricerca era destinata a fallire ma fu proprio questo a renderla maniacale, così che la bella e fresca ragazza finì per trasformarsi in una lupa affamata che fiutava le prede agli angoli delle strade, agli ingressi dei templi, dello stadio e perfino all’uscita delle scuole medie.

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Per un sillabario su Primo Levi

Primo Levi, immagine da Prospect Magazine

Per un sillabario su Primo Levi

di Sandro Abruzzese

*

Esistono vari piani, diversi fili all’interno delle opere di Primo Levi. Credo che come spesso accade per i grandi scrittori, questi fili siano in grado di unire i suoi libri in un’unica grande opera. I sommersi e i salvati, l’ultimo scritto del 1986, è considerato uno dei libri più importanti del ‘900. Ciò che però mi ha colpito dell’opera leviana è notare che in questo saggio si approfondiscono riflessioni che apertamente o in nuce avevamo già avuto modo di incontrare quarant’anni prima in Se questo è un uomo e poi via via nel resto della produzione dello scrittore torinese. È significativo, dice molto sulle sue capacità, il fatto che Levi, a poco più di venticinque anni, certo grazie alla diretta conoscenza di una parte del sistema concentrazionario, – “il Lager è stata una Università; ci ha insegnato a guardarci intorno ed a misurare gli uomini” (I sommersi e i salvati, p. 114), –  ebbene, già tra il ’45 e il ’47 aveva individuato con precisione gli aspetti centrali di quell’esperienza.

LINGUA. Uno dei temi ricorrenti, uno dei fili di cui parlavo, ne I sommersi e i salvati vi è dedicato un capitolo (Comunicare), è il tema della lingua. Gli ebrei italiani, racconta Levi in Se questo è un uomo, morirono quasi tutti e prestissimo perché non comprendevano la lingua. Venivano per questo derisi (soprannominati “due mani sinistre”, cioè incapaci) e disprezzati dagli ebrei polacchi perché ignoravano l’yiddish. Comprendere gli ordini, i consigli e i suggerimenti, da qualsiasi parte essi provenissero, risultava di vitale importanza nel campo. Il Lager, apprendiamo in Se questo è un uomo con una definizione che tornerà sovente anche in La tregua, è una Babele: “La confusione delle lingue è una componente fondamentale del modo di vivere quaggiù; si è circondati da una perpetua Babele, in cui tutti urlano ordini e minacce in lingue mai prima udite (…)”. La lingua serve per capire e sopravvivere, ma serve pure, se sarà mai possibile, per raccontare ciò che è accaduto, da qui l’incubo ricorrente nel sonno dei prigionieri: quello di non essere ascoltati. Qualcosa del genere capiterà, con altri toni e le dovute differenze, al protagonista di Napoli milionaria di De Filippo, al ritorno inaspettato e quasi indesiderato del reduce Gennaro Jovine segue il disinteresse per i racconti dell’uomo portatore dell’indicibile “mala novella” della guerra.

La parola, dunque, riflette Levi nel suo primo romanzo del ’47, “la parola straniera cade come una pietra sul fondo di tutti gli animi”. Le parole della Babele tornano continuamente, lo scrittore ne utilizza una tetra e indimenticabile: Wstawać, significa alzarsi, ed è il suono della sveglia mattutina, del ritorno all’inferno della vita del Lager dopo l’evasione notturna del riposo. E di lingua si tratta, di lingua come sinonimo di umano, quando incontriamo il piccolo Hurbinek: “dimostrava tre anni circa, (…) non sapeva parlare e non aveva nome (…)”. Il bisogno della parola in Hurbinek dimostra quello che lo scrittore sosterrà più volte, che l’essere umano è tale se può esprimersi, comunicare, essere ascoltato e riconosciuto. Infatti, questo gli aguzzini tedeschi, nel tentativo di totale deprivazione, negavano ai prigionieri ebrei, l’ascolto, il riconoscimento. Ecco perché in Comunicare Levi si scaglia contro il silenzio deliberato, contro la colpa del silenzio che genera “inquietudine e sospetto”. E invece comunicare “si può sempre”, si deve, perché i contatti umani sono “bisogno primordiale”, così scrive Levi ne La tregua. Invece la lingua del Lager è infernale, abietta, perché “là dove si fa violenza all’uomo la si fa anche al linguaggio” (I sommersi e i salvati, p. 76). Tutto questo è già chiaro nel giovane Levi del ’47, quando scrive “Se i Lager fossero durati più a lungo, un nuovo aspro linguaggio sarebbe nato” (Se questo è un uomo, p. 110). Un rapporto, quello dell’ebreo torinese con la lingua, in grado di portare alla mente il celebre saggio di Walter Benjamin sul medesimo argomento.

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Claudio Morandini, Le pietre

Claudio Morandini, Le pietre, Exòrma 2017, € 14,50

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Così come si muovono le pietre in questo romanzo, prima di nascosto, di soppiatto, di notte, di rimbalzo, di sponda, dall’acqua alla terra, dalla montagna a una stanza, allo stesso modo si muovono le parole di Claudio Morandini, si muovono piano. Sono prima pulviscolo, poi granello, poi sassolino, poi sasso, poi pietra, poi pietre, poi valanga, e dopo tornano indietro fino al pulviscolo, fino alla carezza. C’è poi dell’altro, c’è un particolare modo di raccontare, che è tipico delle persone che vengono dai luoghi in cui Morandini è cresciuto e quindi dalla montagna, ma che ricorda anche la maniera di ripetere una storia di chi vive vicino ai fiumi o nelle campagne. È la maniera di raccontare di chi vive (di chi sa vivere) nel luogo isolato, dirsi una storia, portarla avanti negli anni, nei bar, davanti ai bicchieri di vino o di grappa; farla montare di parola in parola, mischiarla di anno in anno tra realtà e finzione, e così una cosa accaduta si trasforma in leggenda, una leggenda assume contorni e dettagli reali, se ne ciba, dove sta la verità lo stabiliscono le generazioni. Un ragazzo ascolta, uno vive, comincia il racconto, la vita continua; il sasso, molti anni dopo, all’osteria mentre fuori nevica, diventa valanga nei ricordi dei vecchi. Questo è il modo di Morandini, poi c’è quello che scrive.

Si capiva che per Agnese la scuola era tutto, e si sarebbe ammazzata pur di non andare in pensione. Invece il marito, Ettore, professore di scuola media, alla pensione aveva preso gusto, restava alla finestra a guardar passare i paesani, li salutava, scambiava con loro qualche parola, ma si capiva che non avrebbe mai voluto essere davvero come i nostri vecchi, sudare nei campi sotto il sole a picco, correre con i cani dietro alle bestie, aiutarle a partorire, ammazzarle, macellarle, fare i fieni, spalare il letame. Lui salutava con la mano o con il mento, appoggiato con la pancia al davanzale del soggiorno, ed era finita lì.

 

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Michele de Virgilio, La madre rettile

parigi, foto gm

Michele de Virgilio, La madre rettile

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Quanto gliene fregasse ormai del mondo, si capiva dalla sua maniera unica di ruttare. Le sue emissioni d’aria, che risalivano dallo stomaco e si spandevano nell’oscurità, non ricordavano nemmeno un poco la bellezza dei tramonti garganici persi nel sole, ma piuttosto lo sguardo truce dei cinghiali di notte; quando la sensazione di aver oltrepassato i confini del buio si faceva pungente e la parola pudore si disfaceva nell’aria, come la parte inferiore di una moka da mezza pensione sciacquata sotto il rubinetto. In due parole: diventava optional.

Tutto nauseante, lettore. Lo comprendo. Soprattutto se ti viene quella voglia sempre malata di criticare qualcuno, ignorando che non tutti a questo mondo hanno avuto i sorrisi che hai avuto tu.  Perché correggimi se sbaglio, lettore, ma tu finora non ti sei svegliato nemmeno un giorno della tua vita con la necessità (di gran lunga più sana del tuo pregiudizio) di berti mezzo litro di Jack Daniel’s invecchiato per affrontare la vita.

Mia madre aveva solo ventiquattro anni, l’ultima volta che la vidi. Dopo aveva svolto diversi mestieri, ma quello che l’aveva limata di più nell’anima -come nelle vene varicose-, era stato pulire i cessi di un Autogrill situato nei pressi di un paesino simil-toscano, che a sua volta si affacciava come un topo unto nell’olio sulla provinciale Bari-Taranto. Ricordo ancora la scritta che fece affiggere su uno di quei muri sgranati dalla vita (da donna alta e ironica qual era, pur non avendo mai frequentato la pittura del Veermer): «Ricordate che la mano che lava questi cessi, è la stessa che vi prepara il caffè». Non aveva molto senso, dunque, pensare che fosse una donna comune pur avendo svolto i mestieri più infami (e quando dico infami dico infami) compreso quello della prostituta a ore, in un albergo romano di lusso per politici di un certo rango. Capisci, lettore? Della serie che poi mi si domanda quale sia la forma politica più consona alla mia indole, roba da mettere le mani al collo dell’indagatore-alligatore e stringere, stringere e stringere ancora più forte, fino a sentire l’odore della pelle bruciata (dal dolore, suppongo) sotto le unghia nere di sangue bugiardo.

Fatto sta che la donna moriva di bellezza dopo due anni e mezzo dal suo sedicesimo matrimonio; e morire di bellezza, fidati caro lettore, equivale al tradire l’alba per un pescatore assonnato. Nel breve: un uomo si era invaghito di lei, a una festa in spiaggia. L’uomo che frequentava in quel periodo si era ingelosito pure il sangue e un colpo era partito dalla stretta cannula di una delle sue 84 Revolver dei poveri per finire in un cranio apparentemente lucido e senza pensieri. Fine della storia. Un funerale con notizia sul giornale e due fiori facevano da sottotitoli a un film cominciato male dall’incipit.

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su 66thand2nd e la felicità degli uomini semplici

su 66thand2nd e La felicità degli uomini semplici

di Martino Baldi

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Quello di 66thand2nd è un bellissimo progetto con una bella storia custodita nel nome della casa editrice. L’angolo tra la Sessantaseiesima Strada e la Seconda Avenue, è infatti l’incrocio di Manhattan dove Isabella Ferretti e Tomaso Cenci hanno dato vita al primo nucleo del loro progetto editoriale, fattosi poi realtà concreta nel 2008 al loro ritorno in Italia. La casa editrice, con sede a Roma, nasce dunque con un cuore senza bandiere, portandosi dietro dalla cultura americana due caratteristiche fondanti, quella della multietnicità e quella della mitopoiesi sportiva, subito tradotte nell’individuazione di due segmenti editoriali particolarmente disertati dai colleghi italiani.

Le collane che sin da subito hanno incarnato le due anime principali della casa editrice sono “Bazaar”, “Attese”.
La prima comprende autori provenienti da ogni angolo del mondo, spesso migranti alle prese con il dialogo tra cultura originaria e cultura adottiva. La seconda è quella dedicata alle storie di sport che vanno da libri di autori internazionali affermati o addirittura ormai classici (si pensi a Sulla boxe della Oates o a Fuori dai giochi di Fitzgerald) a testimonianze e ricostruzioni di momenti in cui lo sport ha incrociato la Storia e raccontare l’uno è un modo stupefacente per raccontare l’altra (un esempio La squadra spezzata : la grande Ungheria di Puskás e la rivoluzione del 1956), da curiosità a episodi mitologici della storia sportiva internazionale poco celebrati e approfonditi in Italia (si pensi ai libri sul baseball o a Hurricane. Il miracoloso viaggio di Rubin Carter, il pugile ingiustamente recluso per omicidio per vent’anni, a cui Bob Dylan dedicò nel 1975 una delle sue più note canzoni).

Su un simile profilo più recentemente si è aggiunta anche la collana “Vite inattese” che propone libri di carattere più strettamente biografico che tuttavia si discostano dalla classica biografia di stampo giornalistico (quella, sì, molto frequentata in Italia) per l’alta qualità letteraria (si veda, tra i libri disponibili nel nostro catalogo, le bellissime biografie di Gino Bartali, Marco Pantani, Michael Jordan e Ayrton Senna). Altre collane eterogenee si sono aggiunte, nel segno di una vivacità editoriale non comune e di un’attenzione a grandi autori sfuggiti o strappati ai programmi editoriali degli altri editori (esemplare il caso di Antoine Volodine)

Tutto il catalogo di 66thand2nd è un tesoro, anche grazie alla cura editoriale che di ogni libro fa un gioiello, a partire dalla grafica e dalla qualità dei materiali, ma, dovendo scegliere un titolo da mettere in vetrina, optiamo per uno di quelli in cui si riuniscono le due anime di cui abbiamo detto: La felicità degli uomini semplici.


Curato dallo scrittore congolese Alain Mabanckou, uno tra gli autori africani di maggior successo tra quelli trasferiti in Europa, il volume raccoglie 15 racconti di altrettanti narratori provenienti dai più svariati angoli dell’Africa: dal Senegal al Gibuti, dal Benin allo Zimbabwe, dal Sudafrica al Togo e molti altri. Si svela pagina dopo pagina un sentimento del calcio strettamente avvinto a un sentimento della vita a cui è impossibile restare indifferenti, sia nel caso che si ami il calcio sia che lo si ignori. Il motivo è quello che traspare già dal titolo del libro, preso in prestito dal racconto dell’algerino Boualem Sansal in cui il protagonista, per vincere le angosce e le preoccupazioni che aggravano la vita di ognuno a livello mondiale come nel piccolo quotidiano, entra in un negozio con la speranza di poter acquistare degli eventi felici e finisce per fare incetta di DVD sulla morte di Saddam e sulla nazionale di calcio francese al Campionato mondiale del 1998.

Si respira qui e in gran parte degli altri racconti un appello alla felicità e alla semplicità che fa riemergere una modalità di vivere il gioco, la vita, le speranze, gli entusiasmi, le paure che sembra appartenere anche a un nostro passato, a un’anima che noi abbiamo seppellito in profondità ma che non smette di farsi sentire, pur nella sua remota impotenza. Un passato di bambini nelle strade a inseguire una palla di stracci, di sale di bar gremite per guardare tutti insieme le partite di calcio o il giro d’Italia, di racconti passati di bocca in bocca, e non di schermo in schermo, che facevano apparire le cose in una dimensione magica, sospesa, altra rispetto al calcolo del quotidiano.

Mabanckou scrive nella sua introduzione,”In sintesi, le storie che vi accingete a scoprire, a modo loro, richiamano un altro mondo, un mondo futuro che potrà sopravvivere solo se continueremo a perseguire ciò che ci unisce, ciò che ci accomuna. E il calcio è lo sport più adatto per raggiungere questo ideale. La letteratura gli mette le ali perché possa spingersi più lontano, volare più in alto e ottenere una delle vittorie più benefiche: la riconquista del nostro umanesimo.”

Questo raccontare il calcio, e attraverso il calcio una possibilità, unisce due mondi nel segno di una speranza comune ma provoca la sensazione strana, allo stesso tempo dolce e amara, che quella bellezza per qualcuno rappresenti il futuro e per qualcuno il passato.

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© Martino Baldi

Peppe Stamegna, Devo finire il fumetto

Peppe Stamegna, Devo finire il fumetto

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 Mi sono scordato di prendere il fumetto al piano di sotto, mancano poche pagine da leggere, e stasera voglio proprio finirlo. Quando comincio una storia poi devo finirla, non riesco mica come fa Sofia a ritornarci su dopo mesi e ricominciarla come se fosse passato un solo minuto. Come sono fredde queste scale di marmo, chissà perché i miei si sono comprati questa casa mezza moderna e mezza antica. A pensarci bene hanno fatto sempre scelte strane, che poi non sono mai state scelte decise fino in fondo da loro. Per esempio, a comprare questa casa li ha convinti una mia vecchia zia acida, mezza zitella. È vero che mio padre, dopo aver faticato tantissimo da quando aveva otto anni, aveva il desiderio di una casetta tutta per noi, ma di comprare proprio questa con le scale di marmo non l’ha deciso di certo lui. Dopo il periodo da cassaintegrato in fabbrica ha lavorato per tre. Usciva di notte e rientrava la notte. Lo ammiravo. Qualche volta piangevo, quando non lo vedevo per l’intera giornata. Poi, la domenica mattina, quando mi comprava dieci bustine di figurine, io, accanto a lui lungo il viale dei platani, ridevo con le gengive tutte di fuori; mi sentivo un re con quelle bustine profumate ancora chiuse nella tasca del cappotto grigio.

Ora sta in pensione, anticipata, ma lavora ancora sodo. Mia madre gli vuole bene. Gli prepara da mangiare e gli lava tutti i vestiti da lavoro: metà sanno di mare e l’altra metà di terra. Ogni tanto litigano facendo scenate esagerate, quando succede, mi tappo le orecchie e fischietto canzoncine sceme sceme. Nel rimbombo mi pare di stare dentro ad una navicella diretta verso un altro pianeta.  Poi smetto, ma succede a volte che non hanno ancora finito di litigare, così mi tocca lo stesso sentire il suono secco della forchetta che prende in pieno il vetro della porta, dopo aver attraversato come un missile l’intero salone. Il vetro comunque non si rompe mai. Oppure sento porte sbattute in sequenza, camera bagno ingresso, con tutta la forza del mondo. A quel punto mio padre esce e sparisce tra gli alberi della pineta. Invece mia madre, stremata dallo scontro, si stende sul letto che pare una morta. Allora io passo silenzioso accanto alla stanza e mi vado a mangiare i biscotti Colussi in cucina. A volte cominciano a litigare proprio mentre sto pensando a Sofia nuda: la immagino, e mi sembra già grande come mia madre, coi seni le cosce e tutto quello che fa una donna una femmina. Spesso succede proprio nel momento che sto con gli occhi chiusi e le gambe tese, che sento le prime urla, bestemmie o porte che sbattono. E così ricomincio a tapparmi le orecchie.

Il fumetto l’ho scordato giù in cucina perché prima sono salito di corsa per fare una partitella a pallone in cameretta con mio fratello. Siamo grandi e grossi, pensiamo alle nostre Sofie nude, eppure, quando scatta la voglia della partitella, non resistiamo e ci scanniamo come nei peggiori derby. La palletta da gioco è grande quanto un uovo, ma i dribbling glieli faccio lo stesso alla Bruno Conti.

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L’attualità di Tolstoj e di Chadži-Murat

Quanto è attuale il Chadži-Murat di Tolstoj

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Chadži-Murat in fuga, sulle montagne del Caucaso, viene reciso come un cardo, vilipesa, tranciata e mostrata la sua testa tra gli abitanti dei villaggi caucasici che ne conoscevano il valore e la fierezza. È un’immagine che porta alla mente il corpo senza vita del Che, così simile al Cristo morto del Mantegna, mostrato inutilmente dall’esercito boliviano in quell’ottobre del ’67 per non alimentare leggende sul rivoluzionario argentino. Straziato nel corpo, Chadži, ucciso da un rastrellamento congiunto di russi e di ceceni come lui. La metafora del cardo, l’incipit con cui il narratore racconta la fatica di divellere il gambo che si sfibra, si sfilaccia, ma lotta tenacemente perché così è nella sua natura, riporta chiaramente all’intera esistenza di Chadži-Murat. Tolstoj scrive questo romanzo breve in età avanzata, vedrà la luce postumo, nel 1912. A un certo punto, ricercato dall’abietto Samil, imam e spietato capo combattente dei ribelli ceceni, il quale teme la rivalità onesta di Chadži e ne tiene in ostaggio l’intera famiglia, il protagonista viene accolto in un villaggio secondo le sacre leggi di ospitalità vigenti tra i mussulmani ceceni. Tolstoj descrive con cura la grazia dei rituali di ospitalità, tratteggiando i lineamenti di una civiltà temeraria e intransigente, violenta e nobile allo stesso tempo. (altro…)

Paolo Triulzi, Filosofia barbara #2

Paolo Triulzi

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INFERNO GIALLO

 

Aprii gli occhi con la radio sveglia. Davano Condemnation dei Depeche Mode. Avevo dimenticato di abbassare le tapparelle e la stanza era piena di una luce gialla. La musica mi prese allo stomaco, non riuscivo a ricordarmi che giorno fosse. Avrei detto domenica, anche per via della nausea. Se la sveglia suonava però non poteva essere, era programmata per non accendersi la domenica.

Mentre familiarizzavo con l’idea che probabilmente non era domenica, quella luce gialla mi confondeva e faceva paura. Poi, dato che la radio continuava a suonare, mi girai a guardarla. Erano le sette, del mattino. Ricordai che non lontano da casa uno stabilimento aveva preso fuoco di recente. Il giorno prima forse, non avrei saputo dire.

C’era una luce da incendio, infatti, come quando le colonne di fumo coprono il sole. Aprii la finestra. Non si sentiva niente. Il silenzio più assoluto. Un odore di detriti nell’aria, quello però capita spesso d’estate nelle zone limitrofe di Milano. Pensai che forse, mentre dormivo, il mondo era finito, che forse erano tutti morti. Feci una doccia, mi vestii con giacca e cravatta e uscii per andare in ufficio. Da casa alla stazione del treno non incontrai nessuno.

Sceso a Cadorna il sole, grosso e potente, mi colpì in faccia. Misi i miei Persol nuovi e abbassai la testa. Avviandomi verso l’altro lato della piazza notai che la mia ombra era stesa per terra davanti a me. Controllai di nuovo che il sole fosse di fronte e infatti c’era. Camminando piano in mezzo alle corsie che tagliano la piazza mi guardai intorno. Le cose buttavano ombre in ogni direzione. I lampioni tutti a destra, le persone un po’ a caso.

La luce non era più gialla ma bianca, bianchissima. Qualche giorno prima ero a pranzo con Davide. Gli avevo chiesto se non gli sembrava che ci fosse sempre meno gente in giro. Ne parlammo, lui non era d’accordo. Dove avrebbe dovuto essersene andata la gente? Anche quella mattina non c’era in giro nessuno. Poche auto, poche persone. Mi sembrava Gorizia una notte che c’ero stato nei primi anni duemila: una città fantasma. Lì però si sapeva la gente dove se n’era andata.

Su Facebook i miei post avevano sempre meno like. Anche i miei contatti che di solito avevano un sacco di like ne avevano sensibilmente meno. Altri poi non pubblicavano neanche più da non avrei saputo dire quando. Spariti. Camminando per una via che portava fuori dalla piazza mi guardai nei vetri di un’auto parcheggiata per accertarmi di avere i capelli in ordine. Non vidi niente. Né la mia faccia, né altri riflessi. Solo una specie di arcobaleno da benzina.

Erano le lenti dei miei nuovi Persol, secondo me. Quando li indossavo non vedevo un sacco di cose. Neanche dentro gli schermi dei telefoni o delle pubblicità vedevo. Solo arcobaleni della benzina. Ne avevo parlato con Fabrizio una notte, qualche settimana prima. Hanno le lenti di vetro, gli spiegai. Non plastica, vetro. Cazzo me ne frega se hanno le lenti di vetro, disse. Neanche lui era d’accordo con me. Sono pericolosi, disse. Non avevo capito in che senso.

Fino al lavoro non incontrai più nessuno. Mi tolsi i Persol prima di entrare e mi specchiai nella porta a vetri dell’ingresso. Timbrai il cartellino e salii le scale. Tutti erano già ai loro posti, piegati sulle scrivanie o catatonici dentro al monitor del pc. Di quelli, a differenza di tanti altri, non ne scompariva mai neanche uno. Arrivai nel mio ufficio e la luce era di nuovo gialla. Rimisi i Persol, controllai in giro, li tolsi di nuovo.

Subito dopo di me entrò nella stanza il capo. Si mise a parlarmi, a parlarmi molto. Misi a posto la borsa e appesi la giacca alla gruccia e lo guardai. Non avrei saputo dire di cosa stesse parlando, forse mi aveva fatto una domanda. Non risposi niente. Considerai se rimettermi i Persol e cercare di far scomparire anche lui. Non lo feci. Accesi il computer, la stampante e la fotocopiatrice. Quando finalmente alzai gli occhi e lo guardai si interruppe e mi osservò strizzando gli occhi. Che faccia da cazzo hai? Mi chiese.

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Adriano Padua, Still life

Adriano Padua, Still Life, Miraggi edizioni 2017, € 10,00

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non c’è una medicina ma la cura
del nostro male è la ferita stessa

Si usa spesso il termine “levare” quando si parla di poesia. Lo usano, a volte, gli autori per raccontare i loro versi, la tecnica che usano per lavorare a un testo affinché questo possa considerarsi concluso. Lo usano i critici perché è considerata poesia riuscita quella da cui più si toglie, quella che lascia fuori; che il verso sia il risultato anche di cose che non compaiono, ma che esistono. Levare per lasciare immaginare, a chi legge naturalmente, ma anche a chi scrive, perché ciò che il poeta lascia fuori è qualcosa di non concluso, è sempre la domanda a cui ritornare.

Leggendo Still Life di Adriano Padua ho pensato ad altre parole, ho riflettuto sul verbo sparire, ho pensato al dissolversi, a un modo di fare a meno, che poi è anche un farsi a meno, un farsi meno, un sottrarsi. Ho pensato a cose molto belle come sempre si spera che accada quando leggiamo.

questa notte è un rosario di assenze
ed ognuna ha il suo nome preciso
è una pace girata al contrario
un sipario calato sul mondo
che la luna disvela splendendo
nella sua luce madre rinchiusa
inchiodata sui muri a agitare
delle case l’anomala quiete

 

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Due o tre cose su Fortini e il Berlusconismo

Fortini, fonte immagine: giovanicomunisti.it

 

Due o tre cose su Fortini e il Berlusconismo

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L’ultimo brano dei due libri che contengono gli interventi di Franco Fortini su Il Manifesto (Disobbedienze I e II, Manifestolibri, 1996) nell’arco del ventennio che va dal ’72 al ’94 si intitola Cari nemici. Vale la pena riportarne l’incipit:

Cari amici, non sempre chiari compagni; cari avversari, non invisibili agenti o spie; non chiari ma visibili nemici. Sapete chi sono. Non sono mai stato né volterriano né liberista di fresca convinzione. Spero di non dover mai stringere la mano né a Sgarbi né a Ferrara né ai loro equivalenti oggi esistenti anche nelle file dei «progressisti».

Per capire le sue parole fino in fondo occorre attenzione ai tempi. È il 1994. L’anno della discesa in campo di Silvio Berlusconi e del conseguente dispiegamento dell’imponente macchina mediatica di proprietà al suo servizio. È il ’94, dicevo, e la lettera, indirizzata all’assemblea “Per la libertà di informazione” tenutasi a Milano il 7 novembre del ’94, assume i toni di un vero e proprio epitaffio, infatti venti giorni dopo verrà la morte del poeta. In essa Fortini esterna tutta la sua preoccupazione: “Ma ci sono momenti”, scrive, “in cui il solo modo di dire «noi» è dire «io». (…) Questo è uno di quei momenti. Due o tre in una vita anche lunga. Bisogna spingere la coscienza agli estremi. Dove, se c’è, c’è ancora e per poco. Quando non si spinge la coscienza agli estremi, gli estremismi inutili si mangiano lucidità e coscienza”.

Il bello degli articoli di Fortini è che non vanno interpretati. Non sono moniti da presidenza della Repubblica. I suoi interventi sono l’esempio di una coscienza lucida, rigorosa, onesta, che non risparmia, anzi direi che quasi predilige, la polemica. Di conseguenza, ancora una volta in Cari nemici egli chiarisce la sua posizione denunciando “il degrado di qualità informativa, di grammatica e perfino di tecnica giornalistica nella stampa e sui video”. Prima li paragona ai primordi del fascismo, poi si corregge “Non fascismo. Ma oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù; che è cosa diversa”.

A chi sta parlando il vecchio e spigoloso poeta toscano? Quando invita a non scrivere un articolo al giorno, quando invita a fottersene dell’audience e dei contratti pubblicitari, e soprattutto a essere «cattivi» e non concilianti per dare l’esempio “a quei lavoratori che dai loro capi vengono illusi di battersi attraverso le strade con antichi striscioni e poi, nel buio della Tv, ridono alle battute dei pagliaccetti di Berlusconi”; a chi sta parlando?

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