Autore: gianni montieri

Paola Turroni, Nel volto delle bestie (poesie inedite)

opera in mostra all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Foto GianniMontieri

Paola Turroni, Nel volto delle bestie (poesie inedite)

O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno
DANTE, V canto dell’inferno (Francesca da Rimini)

*

 

Hai mandato a gambe all’aria il fatto
si è aperto la strada e lo sterno
si è spaccato
in due perfette metà
in due barche di gloria
e l’urlo della bestia è salito fin sopra il monte
ha stroncato l’attesa ha rifatto la strada
ha fatto gli odori sul fuoco
ha pianto
ha insinuato
ha fatto l’eco alle stelle spente
il mio urlo tutto.

*

Stanno qui le belve, qui intorno – leccarsi la ferita
levare il sangue, leccare
nella giusta direzione
governare la formazione della crosta.
Bisogna che si sappia il male
lo si lecchi come lupi
lo si tenga a margine – come quella volta
che una benda era bastata a rimediare
cucciolo di lupo senza tana. Glielo dicevi, come sulla soglia,
mentre il pianto risaliva la corrente
che penetri in profondo – e non si veda
quell’urlo bieco che t’impala
quella bava
quel ventre aperto sulla riva.
Perché hai già saputo farlo, dopo il viaggio
dopo tutte le parole, dopo i pesci e le zanzare
morire, leccare.

*

Gli animali aspettano la sera
in compagnia del branco, stanno
coi segreti come sassi tra di loro
e alberi, i segreti che fanno
il loro fiuto. Sapersi immortali nei fatti
notti che nemmeno fumare bastava
nemmeno la voglia
quel margine in cui si metteva la schiena
si cuciva a mano la leggenda
con la spada ben puntata sulla testa
e nessuno che provasse a farla franca
insieme dritti verso il nulla.

*

La caverna delle labbra
quella volta che il sapore era di fumo
quella volta che di vino si spegneva –
erano linci alla messa della sera
zampe tese sul letto, in agguato
un pasto consumato in tutta fretta –
briciole che ancora segnano le strade
denti rosi dalla carne, crudi
eravamo ogni sera
crude braccia e poca luce
Non sappiamo più come facevamo il vento
quando c’era caldo e sete
e le linci ci battevano la vena –
il nome scarlatto inciso sulla nuca
e il destino di tutti piantato nella schiena.

*

Ci si assume il peso delle bestie
una volta fuori nella nebbia
scendere le scale della metro come un infero
saputo – quando leccavamo il pelo al riparo dei lampioni
le iene si accucciavano sfinite nei portoni.
Di quando i patti eran siglati
con il fiato, ad oggi restano bocconi
secchi e luci, sotto l’ala grande del dolore.
Ci si salva ritornando, un treno dopo l’altro
un morso al cuore e ci si fa coraggio
che tutto resta accanto e sotto –
come una traccia dello sguardo
che quando torni e accendi gli occhi
il buio è pesto, ma riconosci il salto.

(altro…)

Tom Drury, La fine dei vandalismi

Tom Drury, La fine dei vandalismi, trad. G. Pannofino, NN editore 2017; € 19,00, ebook € 8,99

*

Bisognerà domandarsi seriamente perché ci piacciano i romanzi nei quali non accade praticamente nulla. Romanzi, cioè, che raccontano piccole storie, eventi che si susseguono mai troppo diversi l’uno dall’altro nelle vite dei protagonisti. Il nulla, perciò, non è letterale ma situazionale. Bisognerà domandarci perché ci appassioniamo così tanto a un dialogo fatto di frasi smozzicate, che avviene davanti a una birra, perché dovrebbero piacerci due tizi che vivono in una contea di quattro case che parlano di vacche, o perché dovrebbe farci antipatia o simpatia (a seconda dei momenti) una vecchia capace d’ironia e di precario modo di rapportarsi ai figli, oppure come mai dovremmo restare lì impalati con il libro in mano, facendo avanti e indietro su una frase detta da uno che sta per chiudere il negozio,  per fallimento, perché quel fallimento ci pare sopportabile, perché ci ricorda i nostri. Domandarci, inoltre, perché non potremmo fare a meno delle grandi città, delle nostre metropolitane, e allo stesso tempo ci piacciono quei due che se ne vanno a pescare al lago, un lago che quasi sicuramente d’inverno ghiaccerà.

Chi legge le mie recensioni sa che un certo tipo di narrativa nordamericana è da me particolarmente amata. La narrativa della staticità, dei lunghi silenzi, dei tormenti vissuti sottotraccia, delle vecchie cucine, della puzza di vacche e cavalli, la narrativa che attraversa gran parte del territorio degli Usa, la parte centrale principalmente, e quindi il Midwest (di cui parleremo più avanti), della Holt di Haruf, dei romanzi di John Williams, dell’Ohio di Sherwood Anderson, fino ad arrivare alle frontiere di McCarthy, al Texas, all’Arizona. Sento miei certi luoghi, riconosco subito l’atteggiamento dei personaggi. Ho capito che certe case di legno e pietra, certi fienili, alcune strette di mano, le manifestazioni di antipatia o di solidarietà sono per me una sorta di riparo. Datemi un luogo in cui non vivrei mai e mettetelo un romanzo. Datemi le sigarette che non ho mai fumato, datemi l’ubriacone che non sono mai stato. Fatemi leggere di donne e uomini disperati, fategli trovare conforto. Fatemi commuovere davanti a una nevicata o un timido bacio. Portatemi, infine, a mietere il grano in una novella di Carson McCullers.

Questo nulla che ci appassiona è semplicemente il tutto in cui non abbiamo mai vissuto, lo spazio dentro il quale non ci siamo mai potuti muovere. Non pensavo di essere pronto per un altro romanzo di questo tipo ma poi è arrivato Tom Drury con La fine dei vandalismi e tutto è ricominciato da capo. (altro…)

L’America di Baudrillard: l’utopia degli esiliati

Baudrillard from The Telegraph – Getty Images

Il segreto del mito moderno nell’assenza di radici

Forse è vero, come scrive Baudrillard (L’America, Feltrinelli, 1987), che la solitudine degli americani non assomiglia a nessun’altra. E che più triste di un mendicante “è l’uomo che mangia solo in pubblico”, come lui vede accadere per le strade di New York in questo suo viaggio americano. Tanto ci sarebbe ancora da dire sull’immane sofferenza individuale che ha sorretto e continua a sorreggere gli Stati Uniti. Su quel mondo di sradicati, generato da un’irresistibile forza centripeta. Sulle loro vicissitudini sapientemente narrate dalla letteratura, dal cinema, dalla musica statunitense. Ma insomma, per un europeo è possibile capire l’America? È possibile comprendere un Paese che nasce dall’emigrazione e dall’esilio, dal genocidio, dallo sterminio, per diventare la più grande potenza mondiale della storia?

Per Baudrillard l’America è il paese dell’utopia realizzata, il paese che, attraverso “un’ingenuità bruta” riesce a rendere pragmatico, a materializzare qualsiasi idea o valore approdi oltreoceano. Sebbene tutto ciò assuma forme radicali, se pure lo studioso francese sottolinei gli aspetti di incultura, di mediocrità e semplicità di linguaggio e caratteri, egli stesso invita a non giudicare l’America “moralmente” perché così essa ci sfuggirebbe, divenendo una mancata Europa.

E invece bisogna osservare le caratteristiche che la rendono il Paese del sogno e degli idoli: quindi sottolinea la capacità di cristallizzare, di materializzare desideri, di dare forma, e, non ultima, la capacità di contagio, in grado di generare quell’attrazione irresistibile che tutti conosciamo. Dunque, l’originalità americana starebbe, secondo Baudrillard, nell’assenza di giudizio per ottenere la “commistione degli effetti”: tenere insieme il silenzio, l’assenza, la durata immutabile, il sublime della Death Valley e la follia, l’istantaneità, la prostituzione, il delirio di Las Vegas, per esempio. Tenere insieme anoressia e bulimia in una società-ossimoro che aborrisce la mancanza per non sentirsi mai sazia, questo rileva lo studioso.

L’America è un paese moderno perché la sua essenza è nell’artificio, ricorda ancora il filosofo francese, citando Baudelaire. E se per noi europei rappresenta l’esilio e l’emigrazione, questi stessi elementi riconducono a loro volta alla leva per l’utopia del successo e dell’azione che diventano credo condiviso, legge morale. Il fatto è che, non possedendo culto delle origini, non avendo un’autenticità da difendere e ancor meno un passato, una verità fondatrice, sostiene lo studioso, l’America vive una “perenne attualità”. Di conseguenza essa si compie di continuo e il cinema, l’aura mitica o epica della narrazione a stelle e strisce a cui tanto siamo abituati e che un po’ ci fa sorridere, non ne è che la diretta conseguenza. Ma se l’europeo sorride dell’ingenuità americana, il punto principale non cambia. Il candore, la convinzione americana, si nutrono della loro utopia realizzata, si nutrono del successo come di una conferma della predestinazione. Non solo. Loro credono fermamente in se stessi, sottolinea Baudrillard, ma convincono anche gli altri fino ad “affascinare le proprie vittime” con la materializzazione dei sogni.

Perché l’Europa non è l’America? Perché noi ci proponiamo gli ideali del 1789, e il progresso, la libertà o l’uguaglianza rimangono ideali irrealizzabili se non per vaga approssimazione, argomenta lo studioso. La nostra cultura, dice Baudrillard, il nostro spirito critico, il giudizio continuo, non hanno l’audacia e l’anima dell’incultura americana. Noi critichiamo il capitalismo, ricorda lo studioso, ma, prima di averne comprese le forme ultime, il capitalismo ha già mutato aspetto, sarà sempre avanti, mutevole, imprendibile.

(altro…)

Sandro Abruzzese: Primo Levi e l’elogio dell’impurezza

Primo Levi, 1986 – fonte. dietrolequinteonline

Sandro Abruzzese: Primo Levi e l’elogio dell’impurezza

L’altro giorno leggevo un brano di uno tra gli scrittori più lucidi e importanti del ′900, mi riferisco a Primo Levi, il quale ne Il sistema periodico, questa raccolta di racconti ispirata agli elementi chimici che compongono la tavola del sistema periodico, parlando della purezza dello zinco, riflette sul fatto che la vita è costituita da impurezza: «perché la ruota giri», scrive a un certo punto, «perché la vita viva ci vogliono le impurezze, (…) ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale». È un brano di potenza vertiginosa a cui Levi ci ha abituato in altre occasioni, lo è perché riflette la capacità dell’autore di Se questo è un uomo e La tregua di ragionare su aspetti anche microscopici della vita e trasformarli in granitici simboli di resistenza universale. Ed è un brano che, parafrasando Calvino, indica, nell’inferno, ciò che inferno non è.

In questo caso lo scrittore parte dalla materia, dallo zinco purissimo. Quando è puro, questo elemento solitamente debole, oppone una tenace resistenza agli acidi. Ma partendo dalla chimica, Levi ricorda che in natura la purezza è morte, è cenere, mentre per analogia lo sterco, il rifiuto, ciò che è impuro, contribuisce alla vita.

 

L’analogia con le leggi razziali, con i proclami mussoliniani sulla purezza della razza, promulgate e diffusi di lì a qualche tempo, fa il resto. Ecco che in Levi la letteratura diventa opposizione al pensiero dominante, rivolta pacata e intransigente: la letteratura svela una verità intima e capovolge la visione classica e edulcorata relativa alla purezza. Tuttavia Levi, proseguendo, si spinge oltre. Nel tessere la sua trama attraverso una prosa asciutta, emerge lo sguardo profondo, sempre autentico.

E, in conclusione, alla luce della reazione chimica tra zinco e acido solforico, può asserire che non solo non esiste vita laddove imperi la purezza, ma nell’esistenza stessa non vi è traccia nemmeno della virtù pura. Lui usa il termine immacolata, non esiste la “virtù immacolata”, così scrive, di conseguenza tutto ciò che è umano è spurio. Levi, in quanto ebreo, quindi diverso e impuro agli occhi della società fascista dominante, attraverso il racconto e la lingua, riesce a costruire e rivendicare con fierezza la sua impurezza, che diviene l’impurezza di chiunque, di qualsiasi sorta di diversità.

© Sandro Abruzzese

 

Dulce Maria Cardoso, Sono tutte storie d’amore

Dulce Maria Cardoso, Sono tutte storie d’amore, trad. di Daniele Petruccioli, Voland, 2017; € 15,00

Quasi ogni esistenza darebbe adito a un pessimo libro, per via delle verità assurde di cui si compone.

Mentre leggevo il primo racconto del libro, Questo blu che ci circonda, pensavo continuamente, come in un gioco di sponda, a due scrittori sudamericani che amo molto: Silvina Ocampo e Mario Benedetti; perché contemporaneamente venivo avvolto dalla magia, dallo stupore che accompagna tutta la scrittura di Ocampo e dalla nostalgia, quella malinconia solitaria che impedisce ai personaggi di Mario Benedetti di cambiare le cose, se non per poco. È chiaro che se Cardoso, che non avevo mai letto prima, mi ha fatto pensare a due scrittori meravigliosi fin dalle prime pagine, non potevo far altro che – come in una partita di poker – andare a vedere, e così ho fatto, ma prima devo raccontarvi ancora un paio di suggestioni sul primo racconto (bellissimo, naturalmente). C’è un mare e non è vero che è solo blu ma è anche nero, c’è un mare che circonda un posto piccolissimo, dove chi ci vive si occupa del faro, dove la gente parla poco e se deve sparla. Un mare che accoglie e ricaccia indietro. Un mare che porta ciliegie e cattiveria. Un racconto indimenticabile sulle ossessioni e su come gli esseri umani siano contagiabili nel bene e nel male.

Se qualcuno fosse venuto al faro avrebbe potuto giurare che non era cambiato niente, e quell’autunno e quel principio d’inverno non sono stati diversi da qualsiasi altro autunno e da qualsiasi altro principio d’inverno. Ma in realtà la cattiveria aveva già cominciato a crescere in noi oltre la norma, oltre quel livello che non provoca danni eccessivi e anzi è perfino utile all’esistenza comune, perché fornisce insperati argomenti di conversazione.

Cose così, una prosa così, un po’ Saramago un po’ vento dell’Oceano che spazza le coste del Portogallo, perché Dulce Maria Cardoso, a dispetto delle mie evocazioni, è portoghese, e possiede una magia e un talento della scrittura che sono molto particolari e somigliano alla controra come diciamo a Napoli, o alla siesta come direbbero in Messico. Le sue storie arrivano quando l’aria è ferma, quando è molto caldo, quando ti mancano le forze, quando vorresti dormire, ma poi non accade perché un racconto come si deve ti mette un respiro nuovo nel petto e se ti lascia andare non lo farà per il riposo ma per un viaggio migliore. Cardoso ha scritto storie che tutti abbiamo bisogno di leggere. Allora, come dicevo, sono andato a vedere e non si trattava di un bluff ma di una scrittrice straordinaria e queste storie staranno con me per un sacco di tempo.

Non conosco il portoghese ma provo molta gratitudine nei confronti di Daniele Petruccioli per aver reso in italiano la musica che devono essere le parole di questa scrittrice, il passo sicuro della sintassi, il coraggio della descrizione appena accennata, il tuffo del punto. Il salto.

(altro…)

Giovanni Fierro, Gorizia on/off (parte terza)

Giovanni Fierro, Gorizia on/off (parte terza)

*

(#21)

Oggi la primavera è il giallo acceso del semaforo in via
Duca d’Aosta, esce dalla mappa della città e dai sogni.
“Bisogna credere alle parole pronunciate, quando
incontrano il silenzio, lo riconoscono e sanno chiudere
gli occhi”, si è così. Anche per te. Anche quando è finita.
Sonia Devetak ha lentiggini che volano con il pudore
del polline, dice spesso “si, va bene”, pensa a sua sorella
come si pensa ad una speranza, le piace il girovita che ha
e il profumo della sua pelle prima del sonno.
Sa bene che vorrebbe dire a Marco: “Assomigli al cielo,
che non è fatto per essere raggiunto, ma solo per
essere guardato”. Fa un passo, due, si ferma di fronte
a ‘Sellingmylife’, e nella vetrina vede riflesse le sue parole
dette all’amica Barbara, la notte della festa di matura:
“Lo sai, io ho tre cuori. Uno è per mia mamma, uno ha
una piega dietro le scapole, e il terzo lo butto via,
prima che qualcuno me lo rovini”.

*

(#22)

La luce si spinge dal sole che arriva da
Šempeter, l’aria è prima fresca poi si scalda
e poi sta in via Vittorio Veneto sulla pelle
delle mani e del viso di Giacomo Sputnik,
che cammina lento. Le finestre si aprono,
la signora Irma attraversa la strada, il vigile
si mette il dito nel naso. “Cosa sono di me”
e tiene stretta la borsa di nylon con le
le sei birre da mezzo. Le conta a mente.
Si guarda il braccio fasciato, gli occhiali sono
da cambiare, la barba è rasata e pulita.
“Vivere è innescare scintille, con l’attrito fra
il proprio corpo e ogni senso di colpa”, lui giura.
E sa bene la sua verità, “ogni mattina il giorno
inizia con una perdita, è il calore che rimane
nel calco del mio corpo, quello che lascio sulle
lenzuola, nel letto sfatto e nascosto dietro la
porta chiusa della mia camera”.

*

(#23)

Gorizia non finisce mai, si inciampa,
va a sbattere contro i muri, il silenzio che
produce fa il suo giro, anche dentro il cortile
della mia infanzia, nel dialetto in cui sto.
Conosco bene Ilaria Kustrin, con le sue mani
e le sue dita è capace solo di farsi il segno
della croce e pulire il piatto quando ha finito
la jota. Adesso è qui con me, a lei posso dire
che ad amarti sono capace solo se ti dico
“te voio ben”, e che aver “sbigula” è sempre
un qualcosa in più di avere “paura”. Lei mi
guarda e sa che faccio fatica a tenere assieme
tutti i piccoli pezzi che io sono; forse è per questo
che oggi per me la parola più bella del mondo
è “molletta”, ma solo come la dico quando la
pronuncio in dialetto, “s’cipauca”.

*

(altro…)

Manuela Dago, Poesie che non mi stavano da nessuna parte

Manuela Dago, Poesie che non mi stavano da nessuna parte, Sartoria Utopia 2017, € 20,00

*

oggi ho voglia di niente
fregare il presente
ritrarre le foglie

usare i colori in modo incosciente
aprirmi le mani
toccarmi la vita in modo indecente

*

Ossibuchi

chi conosce il mio corpo
sa cose che io non so

di dove vanno i miei umori
di come fanno le lentiggini
a guardare fuori

di cerchi che stringono
al centro di un imbuto
bassoventre
scodella
ossobuco

*

Quando la pelle pensa

Si fuma penombra fra le dita
i nostri confini sfumano
nei bassi del cuore
di cinque sensi
non uno
rimane al suo posto
radunati in superficie
chiedono alla pelle
di poterla toccare
quella infine pensa
e impara a godere
nell’essere l’organo più sociale
prima di tornare
ad estinguersi nel rituale
di quattro vestiti
che la sprofondano
celebrando un funerale
la pelle impara ora il dolore
dell’essere cerebrale

*

Il cuore è un osso duro

non può un muscolo
tenero e indifeso
creare tutti questi problemi:
ne deduco che il cuore
è un osso duro
al pari di un femore
o di una costola
si rompe il cuore
come tutto il resto

*

(altro…)

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 12: Mosca

Antonio Ligabue, Autoritratto con mosca

*

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 12: Mosca

*

La mosca ci sarà in eterno, perché in eterno vi saranno escrementi. Eppure, a ben pensarci, questo insetto mantiene una sua dignità, quella che lo vede perennemente lottare contro scopini e palmi di mani che vorrebbero schiacciarla, contro stracci da cucina e giornali che tendono  a dissolverla spiaccicata sui muri, la dignità degli ultimi che si cibano della merda di altre bestie, l’orgoglio di non sapere di infastidire col ronzio perenne durante la stagioni calde.

L’aggettivo “fastidiosa”, che l’uomo associa a questo insetto, è vecchio quanto il mondo, eppure la mosca vede quanto altri non sanno fare, pur destando – con quelle zampette sempre in movimento – un senso arcaico di ribrezzo. Se registi e scrittori, in molti racconti macabri, ne han fatto l’insetto più propenso alla fusione con l’umano, un motivo vi sarà, una causa inconscia di vecchie inquietudini arcaiche.

Ne esistono di varie specie e dimensioni, alcune albergano sugli escrementi degli stradaioli cani mostrando verdi e inquietanti riflessi, altre – più piccole – prendono in prestito pochi centimetri d’aria e volano in circolo all’interno di una stanza, altre ancora hanno un atteggiamento da pilota acrobatico d’aerei e con la velocità della disperazione non si fermano un attimo e rendono le pareti casalinghe perimetro adatto delle loro acrobazie.

La mosca esisterà in eterno dunque, come ho già detto, perché in eterno gli esseri viventi produrranno escrementi. Se la terminologia di mosca bianca ha un duro e sociale significato, a ragion veduta, però, come qualcuno cantava… se il cielo è dei potenti, alle mosche rimane la merda.

*

© Giuseppe Ceddia

Brian Panowich, Bull mountain

Brian Panowich, Bull mountain, trad. Nescio Nomen, NN editore 2017, € 18,00, € 8,99

*

Ci sono libri che rimangono dentro più di altri, per molto tempo. Libri che ci si attaccano anche per una frase soltanto, è una specie di magia che cerchi di ritrovare in libri di uno stesso o di altri autori che leggerai negli anni a venire. Una ricerca non così evidente, un po’ nascosta. A un certo punto una serie di sensazioni, oppure di frasi, o di immagini, si nascondono da qualche parte e aspettano di riaffiorare e di congiungersi con qualcosa che accade in un altro romanzo. A me è successo con Alabama blues di Tom Franklin (Sartorio 2007, trad. di Flavio Santi), una raccolta di racconti incredibile che non ho mai più dimenticato. Racconti dall’atmosfera un po’ cupa, a volte ironica, fatti e vissuti nei paesaggi dell’Alabama. Racconti dove gli uomini si scambiano poche parole, dove vince l’aspro, dove entra ogni tanto la commozione.

“Devi arrivare alla resa dei conti virilmente, con un po’ d’onore, allontanare un bambino dai binari, restando tu stesso sotto il treno. Lanciarsi su una bomba a mano in battaglia e salvare undici compagni, roba del genere. La pistola alla tempia è una possibilità, ma allora ci vuole un bel colpo di scena.”

Storie malinconiche e disperate (raccomando in particolare il racconto Bracconieri), che qualche volta ho sfiorato nei libri di Lansdale e che sono rimaste lì, come dicevo più su, nascoste fino a che non ho cominciato a leggere Bull Mountain.

Bull Mountain si trova in Georgia, che è proprio accanto all’Alabama, il paesaggio si somiglia e la gente è tanto diversa, ad esempio, dalla vicina Florida. C’è un filo grigio che lega i due territori e c’è un filo fatto di cattiveria, vendetta e speranze nascoste che lega gli uomini e le donne di questo romanzo. C’è una condanna che grava sulle teste dei protagonisti, una condanna che è familiare, calata per diritto di nascita dai nonni, dai padri, fino ai figli. Gli attori di questo romanzo sono attraversati da un dolore profondo che è quasi invisibile, ed è celato nel dominio che esercitano sugli altri, nel loro essere malavitosi, nel controllo territoriale fatto metro per metro, curva per curva, albero per albero. Saprebbero questi uomini chiamare ogni masso per nome ma non saprebbero abbracciarsi. Uomini che sono capaci di rispettare un animale e che ridono mentre vedono un altro uomo bruciare. Uomini che non danno scampo e che non hanno scampo. Brian Panowich, al suo primo romanzo, scrive del cuore nero delle persone e di quanto filo spinato ci stia intorno, e quante fatiche/ferite bisogna sopportare per liberare uno zampillo di sangue buono.

(altro…)

Antonio Paolacci, Il morbo che salvava la vita

Questa è la storia di un ragazzo italiano, una storia in apparenza come tante. È la storia di una malattia e di una grande, bellissima, menzogna. Inizia un giorno imprecisato di dicembre del 1937, a Roma. Il ragazzo si chiama Adriano Ossicini, è nato nel 1920 e quindi, nell’anno in cui inizia la nostra storia, è un ragazzino appena diciassettenne. Ma è anche un bravo ragazzo e uno studente molto in gamba.

In quel dicembre del ’37 si presenta all’ospedale Fatebenefratelli di Roma come volontario e prende subito servizio. Qui incontra il primario, ovvero il dottor Giovanni Borromeo e, molto probabilmente, inizia a considerarlo come una figura paterna.Giovanni Borromeo è un giovane medico molto carismatico. È stato nominato primario del Fatebenefratelli solo tre anni prima, cioè nel 1934, e in questi tre anni ha trasformato l’antico Nosocomio nel più efficiente e moderno ospedale di Roma. Il giovane Adriano lo ammira da lontano, con modestia, mentre svolge il suo servizio di volontariato. E nei corridoi sente le storie che lo riguardano. Dicono che Borromeo sia un grande medico. Si è laureato a soli 22 anni con 110 e lode e Premio Girolami. E di anni ne aveva solo 31 quando ha vinto il concorso degli Ospedali Riuniti di Roma per un incarico da Primario Medico. Avrebbe potuto essere ancora più in alto, dicono tutti, se negli anni Venti non avesse rifiutato di prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista e questo non avesse limitato le sue possibilità di carriera.

Ossicini_2

Adriano Ossicini negli anni Cinquanta

Quando Adriano Ossicini compie 18 anni, ha già deciso che diventerà medico. Ma questi sono anni difficili per studiare e basta, anni in cui un ragazzo sveglio come lui sente anche il dovere di guardarsi attorno. Nell’aprile del 1938, Ossicini è già schedato come sospetto sovversivo. A ottobre viene fermato per la distribuzione di alcuni volantini antifascisti, poi subito rilasciato.

Due anni dopo scoppia la guerra. Ossicini ormai ventenne ottiene il rinvio dell’arruolamento in quanto studente. Nel frattempo inizia svolgere piena attività antifascista. Il 18 maggio 1943, viene arrestato dopo una retata e finisce in carcere. Durante la detenzione viene torturato per alcuni giorni, ma non fa nomi, non dice niente. Si limita ad ammettere di aver espresso critiche alle leggi razziali, trovandole in contrasto con la dottrina cristiana. Vista la sua partecipazione a gruppi cattolici e la sua forte fede, il Vaticano intercede in suo favore. La sua liberazione, gli dicono, può essere immediata, a condizione che presenti domanda di grazia. Ossicini rifiuta. Ma in realtà sta solo andando a vedere un bluff, perché non ci sono prove del suo coinvolgimento nella lotta antifascista. Dopo due mesi di carcere e angherie, viene rilasciato, in attesa di essere condannato al confino.

(altro…)

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 11: Mantide religiosa

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 11: Mantide religiosa

*

Durante l’accoppiamento (a onor del vero mentre vi è l’amplesso), la femmina di questo insetto dall’inquietante volto divora il maschio dopo averlo decapitato; maschio che, a livello di grandezza, è nettamente inferiore alla sua partner.

Gli antichi la chiamavano “profetessa” (mantis); nelle credenze popolari i malati, per via di qualche malocchio o fascinazione, venivano definiti tali per via della loro sfortuna nell’aver incrociato lo sguardo della mantide.

Freudiana ed estrema pulsione orale albergano nell’istinto “mantideo”, questo godimento nell’uccisione del maschio sussurra la nenia di certo becero femminismo d’accatto (ben lontano da quello sano e giusto), la simbologia della vagina dentata prende piede nel pensare l’atto dell’accoppiamento di questo insetto, a suo modo elegante nei movimenti.

Nel Libro X dei suoi Seminari, dal titolo L’angoscia, ne parla l’eretico e geniale Jacques Lacan; non è un caso che il tema dell’angoscia vada a braccetto con la figura della mantide religiosa; a tal proposito cito Recalcati: «Al centro della scena non c’è più la soddisfazione simbolica del riconoscimento della domanda di riconoscimento, ma l’angoscia di fronte al carattere enigmatico del desiderio dell’Altro».

Il desiderio di uccisione-piacere della mantide femmina provoca angoscia nel maschio. Essere in balìa dell’Altro, rappresentare il fantoccio dei desideri altrui, permette – ancora secondo Lacan – la formulazione della domanda “Che vuoi?”; è il dubbio che lacera la mente di colui il quale è assoggettato alla femmina divoratrice della mantide, verde su verde delle piante, sguardo alieno degli insetti, profezia femmina dei tempi andati.

Tutt’oggi è luogo comune dare della mantide a certe donne “collezioniste d’uomini” (magari per dolori passati e dunque semplice rivalsa oppure per sadico piacere di generatrici d’angoscia); questo insetto – sarebbe più giusto dire “la femmina” di questo insetto – assume comunque un suo fascino, un archetipo lussurioso dove eros e thanatos giocano ancora una volta (e per sempre) la partita a scacchi della vita contro sua sorella, la più clemente e comprensiva morte.

*

© Giuseppe Ceddia

Mohsin Hamid, Exit West

Mohsin Hamid, Exit West, trad. di N. Gobetti, Einaudi 2017; € 17,50, ebook € 9,99

 

Non si può scrivere di Exit West, il recente romanzo di Moshin Hamid, senza fare un ragionamento sulla bellezza delle parole e del suono che fanno, ancor prima del significato,  ancor prima che queste siano ricondotte alla trama.

Per parlare di questo romanzo bisogna immaginare l’inizio di qualcosa. La bellezza particolare del primo giorno di scuola delle elementari e poi l’uscita di scuola dopo il primo giorno. La bellezza di un campo nuovo dove si potrà coltivare. La bellezza del luogo in cui si potrà costruire una nuova casa, la propria. Il giardino in cui si potrà piantare un melograno e poi aspettarne i frutti (come dice il poeta Tomada, che questa particolare bellezza la chiama patria). La bellezza che sentono uomini e donne quando si trovano per la prima volta davanti al Giudizio Universale di Michelangelo. La bellezza che si avverte quando si parte per il primo viaggio, e quella che ti investe la prima volta che puoi far ritorno.

Un amico poeta, Stefano Pini, in uno scambio sui social in cui commentavamo una frase di Exit West, ha scritto: “E la persistente sensazione di leggere una favola bella come il soffitto di una cattedrale”. Di questa bellezza sto parlando, di quella particolare bellezza che Stefano coglie con quella frase, di una particolare bellezza che arriva dal futuro, perché è da lì, da quel posto così indeterminato, che Hamid scrive questa storia.

I telefoni erano posati fra loro a schermo in giù, come le rivoltelle di due fuorilegge a colloquio.

Questa frase la leggiamo nelle prime pagine, da qualche parte in un paese arabo, paese che non viene mai nominato – perché il punto non è un luogo, sono i luoghi, perché il futuro arriverà da ogni parte – Saeed e Nadia, che si sono conosciuti a un corso, si incontrano per un primo appuntamento. Si scrutano, si parlano, si raccontano, si piacciono da subito probabilmente, pur essendo molto diversi. Saeed è religioso, Nadia no. Saeed vive con in suoi, Nadia vive sola (situazione difficile da sostenere in quel luogo). Nadia gira coperta da capo a piedi affinché nessuno le rompa le scatole. Impareranno a guardarsi negli occhi, con i telefoni in mano che saranno il ponte con il mondo. Impareranno a toccarsi, e a proteggersi prima ancora di amarsi. Nadi non esiterà mai nel dire quello che sente, Saeed qualche volta lo farà. Nessuno mentirà mai all’altro. La situazione in città sta cambiando, arrivano i miliziani, cominciano i combattimenti e i bombardamenti, cominciano le prese dei quartieri. Ci sarà il coprifuoco, chiuderanno gli uffici. I due ragazzi non sapranno come fare per vedersi. La madre di Saeed muore; Nadia accetta di andare a vivere a casa sua, insieme al padre. Gira voce che esistono delle porte, porte che se si ha il coraggio e la fortuna di attraversarle portano altrove.

(altro…)