Autore: impollinaire

MEDUSA

Tu che di me fai preda
con i tuoi capelli
trappole dolcissime
per le mie dita.
Tu che mi rapisci
nel gorgo dei tuoi occhi
e mi fai cadere senza pace
nella tua anima bruciante.
Tu che mi accarezzi
con morbide labbra
e poi mi fai a pezzi
con il feroce morso.
Abbi pietà di questo
corpo inerme
e di quest’anima
che s’affanna
nella palude del desiderio.

NEL BUIO CHE FONDE

Sono entrato nei boschi delle tue parole
c’era una timida brezza
mescolata a raffiche di cose da dire.
Ho scostato i licheni dei sorrisi quotidiani
e ho scorto le ferite chiuse e quelle aperte.
Le ho accarezzate tutte
sapendo che non hanno colpe
e quanta bellezza può nascere
a volte dal dolore.
Mi sono arrampicato sul pendio delle tue braccia
e ho spiato nei tuoi occhi le cose di ogni giorno
fra i capelli il passato e i pensieri più profondi.
Mi sono raggomitolato lì sulle tue spalle:
ero a casa in un luogo sconosciuto.
Il buio poi ci ha fuso insieme
a tutto quello che c’era attorno.

DELIRIO DELL’EBBRO DI SOLE

Butta, cielo, butta.
Infierisci con tutta la forza che hai.
Rovescia quello che hai in serbo
per l’anno a venire.
Colma le strade di bianco
e rendici muti dal gelo.
Ricorda a tutti cosa sai fare
nei mesi d’inverno.
Mostra i muscoli delle tue nubi
e invadi la terra
che ormai secca ogni cosa.
E facci rimpiangere quando sei terso d’estare
e l’aria che porta i profumi cotti dal sole.

TEMPO DI MEZZO

A Pasqua si andava al mare
a respirare i primi caldi.
Corridoi di platani
e fossi di canne
portavano alla spiaggia
dove le tamerici segnavano
i confini dell’asfalto
coperto dalla sabbia.
Eravamo pionieri
nelle vie deserte.
Le scale rimbombavano
nel vuoto e nel silenzio
della casa ancora fredda e umida.
Nei prati selvaggi
sotto il cielo percorso dalle nuvole
ascoltavamo le onde
mentre i cesti si riempivano
di erbe salmastre.
E tutto sapeva ancora d’inverno
e già d’estate.

L’ATTESA

Al termine del saggio

le bambine si inchinarono

e le mani batterono forte

accendendo nell’aria la polvere

che esplodeva in invisibili fuochi.

Al rientro si camminava a braccetto

lo sguardo qualche passo più avanti

e i piccoli che sciamavano attorno gridando ce l’hai.

Era stato un anno tranquillo

così sereno che tutti erano felici

ma non senza ombra e a denti stretti

nel timore che la sorte

reclamasse all’improvviso

la sua quota di dolore.

LE MIE CENTO ANIME

Non trascuriamo le suole
e quello che ci dicono
calpestando il quasi omonimo suolo.
A volte ci restituiscono più di un eco.
E capita allora di vedere i sogni più scontati
e gli sbertucciamenti disillusi
o forse solo il lampo di un attimo
accompagnato dal vino dolcemente.
Calcare le scene come un dio
strafottere la vita e i suoi angoli migliori
sfrigolare davanti a un pubblico osannante
o salvare vite per eroica dedizione
acclamato fra gli acclamati.
Ma anche scivolare in basso senza alcun pudore
pantegana fra le pantegane
che sguazza nei sudici rigagnoli
e canta odi all’Emmental bucato
corteggiando instancabile le zoccole adorate
scalpiccianti sull’orlo della darsena.
E comunque sorridere al risveglio.

OLTRE IL CONFINE

Fra la sponda del letto e la tappezzeria reticolata, i fiumi scendevano a oriente ricchi di pesci e d’avventura, nel crespo alveo della moquette, che instancabile raccoglieva l’infinita polvere e gli smisurati sogni delle nostre vite in erba.

Sotto il cielo bianco latte, memore di tempere odorose, i panzer avanzavano immobili sul sentiero di foglie sbriciolate, che si snodava breve fra le case diroccate e poi svaniva oltre il brusco pendio del mobile.

Se non fosse per i tanti caduti fra le mosche, che sui vetri luminosi trovavano le ombre sotto i colpi della mia pistola ad aria, quelli sarebbero stati tempi ancora puri, solo di fantasie leggere, dove la morte resta un gioco, da cui si torna sempre.

Marco Moresco