Autore: idraelen

Pūpa Morbo – Daniela Montella

Mr. Odio

C’erano almeno due cose da notare mentre, sotto il pigro sguardo di un solo testimone, il tramonto si tingeva di rosso. La prima era l’assoluta mancanza di un qualunque essere vivente nel raggio di chilometri. Il vento soffiava sottovoce per non disturbare il silenzio. Sembrava ne avesse paura, e nessuno avrebbe potuto capirlo se non il suddetto testimone; ma questi era troppo preso dalla sua occupazione – criticare il tramonto – per spaventarsi. L’altra cosa da notare era il piccione appena morto nella bocca di quello che sembrava un cane impagliato. O meglio, le sue piume. Si staccavano a decine dal corpo immobile e cadevano come fatte di piombo. Il vento, per quanto discreto, non riusciva a muoverle; ma il testimone, dicevamo, non voleva interessarsi né al silenzio né alle piume. Preferiva studiare il modo in cui le nuvole al tramonto sembrassero sporche di sangue e come il mare, sotto, le osservasse morboso. Cercò di immaginare quelle nuvole come ad festoso banchetto di persone che mangiano altre persone. Uomini che mangiano madri, donne che inghiottono sé stesse, vecchi che si divorano gli intestini. Nuvole gonfie di carne cruda; nuvole cannibali. Avrebbe dovuto preoccuparsene, forse, come aveva sempre fatto il suo psichiatra. Gli chiedeva: cosa vedi qui? E mostrava una macchia. E qui? Altra macchia. Lui rispondeva – sangue, spesso, o una cistifellea ancora calda, o un’arteria incastrata fra gli incisivi – lo psichiatra scriveva qualcosa e lo mandava via. Si era preoccupato molto per lui; ma questo non aveva importanza, essendo morto. Le persone avevano un valore finché respiravano, ma avere potere era renderle oggetti. Al dottore aveva dato ascolto finché non aveva visto la sua testa spaccarsi, vuota, come un oggetto inutile, ed era stata la fine. Come terapeuta aveva solo sé stesso e non pensava di essere malato. Non c’era nulla da curare in una sana e costruttiva ossessione omicida. No, pensava Mr. Odio (si era ribattezzato così dopo la Prima Ondata che aveva distrutto gran parte degli uffici pubblici, e, di conseguenza, le facezie legate al suo nome): non era un assassino, ma un innocuo buongustaio. (altro…)

Sottopelle – Daniela Montella

Drug addiction

Sottopelle ho veleno che scorre. Vene blu. Sono maligne. Le strapperei una per una dai polsi e le ingoierei a forza. C’è qualcosa di crudele che scivola lezioso appena dietro le unghie. Serra la trachea. Alzo le mani verso la luce, le vedo. Le studio. Le osservo. Le capisco. Pallide pallide e tutte ossa. Coperte. Che quasi si muovono. Ho un liquido che mi dilaga dentro, stacca la pelle dal corpo. Tessuti lacerati. Perdo la vita. C’è aria, fra la pelle e me, si sta gonfiando tutto. Ho il sangue scoperto. Gli spifferi mi fanno rabbrividire.
Sottopelle qualcosa mi sta spogliando. Sarò un pezzo di carne che sanguina. Con gli occhi. E la vita al di sotto di essi che se ne va. Seni straziati che perdono inchiostro e labbra nere immonde. Non è una metafora. Immagino solo in bianco e nero. Ma vedo coi colori. Per pensare devo stringere le palpebre. Quando il veleno mi toglierà la pelle mi cadranno anche quelle e non potrò più dormire. Vedrò in eterno la luce, la polvere seccherà le lacrime. Staccherò ogni fibra per smettere di soffire. Finirò in un angolo cieca e nudissima. Riderò. Già rido. Pensavo fosse un’eco, pensavo fosse un film, uno spettacolo di varietà, vaudeville, felicità rappresentata perché altrimenti non si riconosce. Invece ero io. A prepararmi per il mio funerale. Voglio una tomba di ebano.
Sottopelle. Qualcosa. Sono in un angolo e sto per morire.

Hai mai pensato che forse ti amo? Perchè mi accarezzi e sono liscia, e sotto ho schifo che trasuda e può infettarti. Stai attento. Hai mai capito che ti odio? Forse ti bacio. Forse vomito. Vedo conati. Forse ti faccio morire soffocato nel mio vomito. Poi ti chiedo scusa perchè ti amo. O forse no. Il veleno confonde i pensieri. Non devo farmi più. Ma è tutto così bello. Quando mi illudo. La vita è così dannatamente, fottutamente, perdutamente triste. E quando ho veleno sottopelle penso che sto morendo e sono contenta. Magari ti porto con me. Ci faremo per sempre. Ti piacerà. Saremo strafatti e scoperemo e godremo come pazzi, perchè siamo noi e noi siamo imbattibili. Il marcio mi illude. Ma io voglio credergli con tutto quello di integro che mi rimane. Meglio un’illusione che questo. Questa parete lercia. Questa vita di piume che volano e fuggono. (altro…)