Autore: giuseppebarreca

Con l’anima sporca di terra

Chissà da quali siderali distanze, luoghi inaccessibili

sei cascata,

ignara d’ogni cosa

tra le pieghe di due corpi così umani.

Attraversare l’universo è un’impresa,

una sfida folle,

per ottenere qualcosa che non si sa cosa sia,

che non ha direzione, pensiero, emozione certa,

e solo poche pagine da scrivere.

Ma vivere è meglio che galleggiare

fra le onde di una sterile eternità;

percorrere un’incerta strada tra i boschi è eccitante

invece che vegetare in una perfezione fatta di sbadigli divini.

Forse temeraria e incosciente,

curiosa di esserci, finalmente,

dopo millenni metafisici di vita in potenza,

hai scavalcato, facciamo finta, le stelle,

le nubi, il cielo, gli uccelli e le galassie.

Era vano l’appello degli altri compagni lassù

a non abbandonare quell’eden di serenità

e a non sporcare di terra la tua anima.

Ma non ascoltasti i sospiri cosmici,

stanca di sbadigliare in attesa del tuo turno,

durante quell’appello lento e infinito

e del treno che non arrivava mai…

Chi sei, chi siamo, e perché chi lo sa;

prima niente, poi carne, poi di nuovo niente,

speranzosi soltanto di continuare ad avere

l’anima sporca di terra.

 

Giunge la sera

.

È l’ora in cui le ombre s’allungano

artigliando le cime, i tetti, le strade a tornanti,

le cupe boscaglie tra collina e città.

I pensieri come rami spogli nel crepuscolo,

il sorriso di una vecchia che sdentata

annega nel cappuccino,

e un anziano uomo di barba e capelli grigi,

con un libro in mano, quasi celestiale nella postura,

che passa in strada in bicicletta.

Poi Bob Dylan con la chitarra mi allieta le orecchie,

mentre il bar prepara il caffè del pomeriggio;

la televisione è muta là in fondo,

il bar desolato ma fiero, porta in sé

i resti delle urla e delle bestemmie della partita.

Ma la donna sdentata è andata via, l’uomo anziano

volteggia verso il basso, il libro in una mano,

una garbata tristezza nell’altra.

La solitudine di un pomeriggio settembrino

e due ciclisti che bevono sorsate di liquido arancione,

alla fontana. I muri non dicono nulla,

l’automobile arranca sui tornanti

e nessuna donna passa, qui, sul marciapiede.

La sera sta già sbadigliando e la sua bocca inghiotte

la malinconia, il suono di una chitarra,

un libro mai scritto, un altro mai letto.

Fa freddo e non è nemmeno un tramonto da incorniciare;

ma è quello che c’è, stasera, in attesa della luna

e delle nuvole che arriveranno a circuirla.

La vecchia sdentata torna a casa strascicando i piedi

e rievocando vecchi amori proibiti col rosario in mano;

l’uomo anziano chissà dov’è, forse non esiste,

è stato solo un intermezzo di nostalgia

tra il caffè e la brioche della merenda.

Le coperte sono calde, il resto è freddo,

la casa si annerisce con gentilezza,

e i pensieri, a volte, nel silenzio,

sanno scaldare anche quando il sole manca.

Poesia di Giuseppe Barreca

Nonostante  te stesso

Due parole per salutarsi davvero, nonostante…

nonostante il ricordo avvinghi ancora,

e gli alberi siano tuttora verdi.

E poi vai a spiegare quali sono le cose che contano,

i segreti taciuti, nei pomeriggi in casa,

e il budino al gusto di malinconia,

che il supermercato smercia in offerta sensazionale.

Le ore odorano di caffeina, inchiostro,

mentre il telegramma è ancora là,

ermetico,

dice, non dice, sussurra, fa capire, ammicca…

Poi ti resta in mano poco:

due o tre mosche, proverbiali,

anche se piuttosto moribonde,

e ottobre bussa ai vetri, con artigli nuovi,

e lo sai, alla fine avrà ragione lui.

Le situazioni, i drammi, le parole altrui, i sudori freddi

sono senza significato: ti appaiono alla rovescia,

come quelle parole lette al contrario,

che non comunicano nulla, mai:

ti manca la chiave giusta,

porti con te sempre quella sbagliata, la cantina invece del garage.

Ti dici che vorresti la sfrontatezza, l’ignoranza,

l’insensibilità di chi vede e non capisce, e passa oltre.

Ma non ti crede nessuno.

Forse la “salvezza” è là, non distante;

la foschia galleggia in alto, un telefono squilla,

gli operai bestemmiano in dialetto,

qualcuno ti ricorda che ci sei, nonostante te stesso.

Pubblicata sull’antologia Traggo e ritraggo, Lietocolle 2010

Una giornata all’università

Ricordo dei miei anni (vani) come “assistente” di filosofia a Milano…


I) Mattina

Odore di mattina già vecchia,

di caffé, cornetto, cappuccino:

ahi, il bar dietro l’angolo!

Sollievo dopo il treno.

E poi le scale, la porta. La carta.

Odore dell’aria rappreso.

E in alto, nel perpetuo mulinare

dei terminali, un odore elettrico.

E di banane.

II) Biblioteca

Rumore tenue di pagine sfogliate.

Sudate, bocche svogliate.

I muri e le persone statue e cartone.

Luci soffuse attorno, computer sempre accesi;

fotocopie, appunti, sussurri, scaffali disadorni.

Polvere seminata dal tempo. Mai pulita?

Sapienza ingiallita. Atmosfera banale.

Torpore, acquario, scale.

III) Cortili

Giardini affollati di sfaccendanti, si dice.

Le stesse facce quotidiane, gli stessi visi.

Sorrisi, occhiate, borse colorate. Stivali.

Strette di mano, politica, favori.

Futuro oscuro come aria di carbone.

Battute al vetriolo. Nella schiena.

Cravatte, occhiali, giacche a un solo petto.

Nebbia di primavera.

IV) Tremore d’esame

“Mi parli di Descartes”.

Subbuglio inespresso,

silenzio teso nell’aula.

Solo il lontano vociare dell’atrio

disturba la prova delle prove.

Il ricordo delle pagine lette scompare.

Non giunge in mente Cartesio,

ma il vago sorriso di quella

o la lieve carezza dell’altra

che lo lasciò però in amicizia.

V) Ricevimento

La lunga attesa nel corridoio angusto.

La porta che si apre, non si apre.

Sedie scomode, consunte, chiacchiere tra dannati.

Passi veloci, rapidi, tacchi

sul pavimento granitico che echeggia

disseminato di parole, parole, parole.

Sentimento del tempo che non sa passare.

Si attende solo il sobbalzo di una maniglia.

VI) Desiderio di sapere

Le ore consumate nel largo sole

d’un anticipo d’estate

oppure sfigurate in lunghi sbadigli

nel distratto piovere autunnale.

Un’occhiata all’ultimo sms

desiderato che non arriva mai.

Stancamente l’intelletto carico di parole

si rivela una dote spesso vana

eppure esibita davanti agli amici.

Salgono e scendono pensieri

sullo schermo fremente

del computer amico.

E alla fine c’è poco da salvare

di queste ore spese tra parole nere

nella grande stanza di casa.

Inespresso galleggia nel pomeriggio

un desiderio pur vivo

di passioni che scivolano

nell’animo sterilizzato.

Pubblicata su La giostra difettosa, Lietocolle 2009

Cesare Pavese sessant’anni dopo

Lo steddazzu

L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquio.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossate il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.
Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.
Vai la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.

Cesare Pavese si è tolto la vita a Torino il 27 agosto 1950 a quarantadue anni. Sono passati sessant’anni, ma egli è ancora presente nella cultura italiana. Mi piace ricordare la sua figura con questa poesia; forse Pavese è apprezzato più come narratore che come poeta, ma io credo che il suo modo di verseggiare sia raffinato, anche se lontano dagli stilemi ermetici o simbolisti. Il suo interesse per la letteratura americana (celebre è la sua attività di traduttore, nonché l’interesse per la Spoon River Anthology, poi tradotta per Einaudi da Fernanda Pivano con Pavese come mentore) lo ha reso poeta-narratore, dal verso pieno, cadenzato, quasi privo di metafore, simboli o di oscuri riferimenti poetici.
La poesia è stata scritta nel 1936, durante il confino a Brancaleone, in provincia di Reggio Calabria (il titolo è nel dialetto del luogo). Penso sia un capolavoro come poesia dell’angoscia di esistere e della noia; di certo il confino, costringendo lo scrittore all’inattività, acuiva il senso di incompletezza di se stesso che egli percepiva sempre vivissimo. Ma il poeta qui trasferisce sul pescatore la sua angoscia, quasi a voler dire che l’angoscia esistenziale non abbandona mai l’uomo, sia che egli viva immerso nella brulicante città, sia che viva da intellettuale, sia che viva come povero pescatore.
L’angoscia è resa, nella poesia, creando un’atmosfera di attesa indefinita, vana, e un sentimento del tempo greve, sottolineata dalla esasperante “lentezza dell’ora”, dalla domanda “Vai la pena che il sole si levi dal mare/e la lunga giornata cominci?”, e poi dalla certezza che oggi sarà come ieri, cioè nulla accadrà, come avverte l’incipit della seconda strofa. È l’idea per cui l’attesa vana, l’inerzia dell’esistenza, la vita che non fluisce, l’indifferenza, la mancanza di sentire, è qualcosa di ben peggiore anche del dolore, della sofferenza. Ne Il mestiere di vivere leggiamo, alla data del 30 ottobre 1940: “La forza dell’indifferenza! – è quella che ha permesso alle pietre di durare immutate per milioni di anni”. L’apatia come scelta imposta diventa la vera condanna a morte. Questa poesia è un cammeo, un’altra dimostrazione della sensibilità acuta, forse troppo acuta, di Cesare Pavese.
A proposito della sua poesia, egli afferma il 10 novembre 1935, che “Se una figura c’è nelle mie poesie, è la figura dello scappato di casa, che ritorna con gioia al paesello, dopo averne passate d’ogni colore e tutte pittoresche, pochissima voglia di lavorare, molto godendo di semplicissime cose, sempre largo e bonario e reciso nei suoi giudizi, incapace di soffrire a fondo, contento di seguir la natura e godere una donna, ma anche contento di sentirsi solo e disimpegnato, pronto ogni mattino a ricominciare.”
Pavese si uccide con un colpo di pistola. Forse a causa dell’ultima delusione amorosa? Di certo non solo per quella, ma non lo sapremo mai, né dovrebbe interessarci. Il suicidio è un atto intimo e personale: non conta stabilire se Pavese si sia ucciso per una pena d’amore (l’ennesima) o per altro; è certo che, sia ne Il mestiere di vivere, sia nelle poesie di Lavorare stanca, si colgono riferimenti al suicidio. Soprattutto penso a una poesia del 1940, Il paradiso sui tetti:

Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda
come il sole che nasce o che muore, e il vetro
chiuderà l’aria sudicia fuori del cielo.
Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre,
nel tepore dell’ultimo sonno: l’ombra
sarà come il tepore. Empirà la stanza
per la grande finestra un cielo più grande.
Dalla scala salita un giorno per sempre
non verranno più voci, né visi morti.
Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
appiattati così come vecchia brace
nel camino. Il ricordo sarà la vampa
che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

Chissà se, scrivendo queste righe il 24 aprile 1936, ne Il mestiere di vivere, Pavese fosse del tutto sincero: “Bisogna avere la smania dell’autodistruzione. Non parlo del suicidio: gente come noi innamorata della vita, dell’imprevisto, del piacere di ‘raccontarla’, non può arrivare al suicidio se non per imprudenza. E poi, il suicidio appare ormai come uno di quegli eroismo mitici, di quelle favolose affermazioni di una dignità dell’uomo davanti al destino, che interessano statutariamente, ma ci lasciano a noi.”
Rimane la sua fama, la sua grande capacità di raccontare con uno stile rapido ma meditato, allergico ai verbalismi, alla logorrea oratoria; diretto, incisivo, chiaro, all’americana. E rimane l’immagina di un uomo tormentato, inquieto, deciso a non sopportare il peso della vita. Pavese sapeva di aver dato molto agli uomini, ma non era felice, aveva ricevuto poco oppure non aveva voluto ricevere nulla. Scrive il 16 agosto 1950, undici giorni prima di uccidersi: “La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti”. E il 18 agosto, le ultime righe scritte nel suo diario recitano: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più.”

© Giuseppe Barreca

La forza o la debolezza della memoria

Questo brano è uno stralcio della conclusione del romanzo La soppressione benevola, uscito in edizione elettronica per LeggereLeggere di Milano (http://www.leggereleggere.it/indice_ebook/narrativa%20contemporanea/Giuseppe_Barreca.html). Il protagonista riflette, a posteriori, sull’epoca da lui vissuta vent’anni prima, quando una legge aveva decretato la morte obbligatoria per gli anziani. Anche suo padre era stato colpito dagli effetti della legge. Questa conclusione dà l’occasione al narratore della storia di elaborare alcune riflessioni sul senso del ricordare e sulla necessità, talvolta, di dimenticare.

La legge è stata abolita diciotto fa, solo poco dopo la morte di mio papà. Mio padre aveva avuto la sfortuna di essere tra i “sopprimendi” nel momento iniziale, quando la fobia anti-anziani era al suo climax. Per non perdere la mia testa e la mia vita, ho deciso di non pormi più domande troppo profonde su quel che è accaduto in quegli anni. Molti di quelli che, come me, hanno vissuto quegli anni tragici, da decenni non si fanno più domande: è un meccanismo di difesa. Eppure il male assoluto non si dimentica mai e resta impresso sulla pelle, avvinghiato ai filamenti nervosi del cervello, incastrato tra lingua e gola. È come un pezzo di pietra che non scende e non sale. Niente lo cancella. Ma ci si deve pur difendere da lui. Per questo, per quanto è possibile, si convive con il male assoluto: lo si tratta come un mobile brutto, che però non si ha il coraggio di buttare via perché è ingombrante e non passerebbe mai attraverso la porta di casa nostra, se non a prezzo di immani sforzi. E noi siamo vecchi: non abbiamo più la forza, né la voglia per compiere certi sforzi.

Non tutti ci riescono però. Qualcuno non è capace di convivere con quel rimorso che diventa un senso di colpa assiduo, e ne muore. Sì, è successo. Avevo un amico che negli anni ha vissuto sentendosi in colpa per la morte di suo padre. Naturalmente, sapeva che non avevano alcuna colpa reale; ma questo lo diceva la ragione, mentre il suo animo gli suggeriva un’altra cosa. Per decenni il mio amico ha resistito. Poi, un anno fa, diciannove anni dopo la soppressione di suo padre, si è ucciso. Si è lanciato dal balcone del terzo piano. Non è stato il solo. Altri, consumati dai rimorsi, si sono uccisi molti anni dopo la soppressione benevola dei loro congiunti anziani. Non è strano che si siano suicidati dieci o vent’anni dopo che il loro caro è stato soppresso. Il tempo non lenisce nulla e la sofferenza assoluta non è come il colore di una parete che sbiadisce con il trascorrere degli anni. Questa sofferenza, l’ho detto, diventa parte di noi e non tutti la sopportano allo stesso modo. Io e altri abbiamo deciso di convivere con lei: senza ignorarla, siamo riusciti a metterla in un cantuccio, in modo che non si facesse vedere né sentire eccessivamente. Perché non potevamo dimenticarla. Altri invece, forse più coraggiosi e onesti, non l’hanno messa in nessun cantuccio, ma hanno lottato ogni giorno contro di lei, finché, come il mio amico, hanno capito che non ce la facevano. E hanno trovato l’unico modo, per chiudere i conti a viso aperto con questa sofferenza: uccidersi. Loro, sì, si sono comportati da uomini, io invece… Credo di no.

Forse alcune volte la capacità di mettere da parte i ricordi tragici è una qualità, se non nobile, quantomeno utile. La memoria si conserva solo se riesce a ripulirsi con frequenza, a resettarsi. Quando vado nelle scuole a fare delle conferenze per rievocare il periodo della soppressione benevola, e dico che la memoria va ripulita, sento chiedermi dai giovani: se dimentichiamo quell’orrore, come faremo a evitare che torni? Chi ci racconterà di lui quando voi testimoni sarete morti? I libri?

Io rispondo sempre che il problema non è non dimenticare la barbarie rappresentata da quella legge, ma è come ricordarla. Il ricordo che funzione possiede? Perché non possiamo rinunciarvi? Io credo che i ricordi siano paragonabili a delle piccole ancore che ci tengono attaccati a un’asticella. Noi siamo uomini, dunque esseri fragili, e penzoliamo da queste asticelle. Alcune di esse sono robuste, altre meno, ma è più importante che robusti siano i ricordi, ossia le ancore, perché sono loro che ci tengono legati alle asticelle e che ci fanno sopravvivere. Per questo io penso che un uomo senza ricordi non sia più un uomo: l’asticella non lo può sorreggere più e lui cade nel vuoto. Credo che la nostra società soffra oggi di una malattia pericolosa, legata all’eccessiva quantità di ricordi accumulati. Quando dico queste cose, i giovani spesso strabuzzano gli occhi. Forse pensano che la mia sia una boutade; e invece non lo è. Io sostengo che dovremmo salvaguardarci sia dalla perdita dei ricordi, sia da un loro accatastarsi alla rinfusa. È una questione di ordine. Del periodo della soppressione benevola abbiamo parecchie testimonianze: filmati, libri, quotidiani, pagine web. Non manca nulla. E ogni mezzo di comunicazione illumina una prospettiva particolare sull’evento: ma io a volte mi perdo. Possediamo troppi ricordi, troppe immagini e rischiamo di non capire più qual è l’argomento in discussione e qual è l’uso corretto che di queste testimonianze dobbiamo fare.

Ci vorrebbe un po’ di igiene mentale. Nel senso buono del termine. Dovremmo diventare più rigorosi, affinare la capacità di selezionare i ricordi, le fonti, ossia la capacità di buttare via i ricordi superflui. Per questo io credo che una memoria troppo ricolma non serva a nulla. È come se le ancore di cui parlavo nella metafora diventassero, sovraccaricate di ricordi, troppo pesanti per le asticelle e le spezzassero. L’uomo scompare se è schiacciato da ricordi che non sa gestire. Un po’ di pulizia è necessaria. Perciò di quel che è accaduto non dobbiamo conservare tutto, perché non avremo poi nulla in mano che potesse darci la consapevolezza dell’orrore patito. Non sapremo che farcene di mille testimonianze. Quel che accaduto deve diventare memoria collettiva in modo sobrio, misurato, corretto. Parlando di me, io posso affermare che combatto ancora la mia battaglia quotidiana con i fantasmi di un passato atroce. La forza mi manca sempre più spesso, ma conservo ancora la lucidità per distinguere la mia vicenda personale da quella collettiva. E per parlarne. Spero che qualcuno, soprattutto tra i giovani, mi voglia ascoltare. E non sia semplicemente stupito, né solo inorridito, nell’apprendere cosa è successo. Domandarsi: “Come è stato possibile?”, è sbagliato, perché è un modo per assolversi a prescindere, pensando che quell’abominio di legge appartiene al passato, a una fase barbara della nostra società, e sia stata solo un’interruzione, dolorosa, del suo felice percorso storico. Ma non è così…

G. Barreca – L’inganno della camera oscura (poesia)

L’inganno della camera oscura

Il sorriso degli astanti era un artificio

mentre l’obiettivo frugava le anime:

tutti splendevano di una luce incanutita.

Lui invece guardava per terra, inseguendo formiche

e i pensieri mesti di adolescente senza infanzia.

Il fotografo s’appello al “ciis”, alla concordia:

ma la zia fece le corna al marito, con le mani,

e il cugino pizzicò le forme morbide

della mamma della sua fidanzata.

Il nonno statuario sorrideva senza felicità,

mentre la nonna tendeva i muscoli per non scomparire,

per non essere la solita comprimaria.

Lui no: grigio nella giornata colorata,

indossava una cravatta scura e un po’ d’angoscia.

Alla fine il fotografo scattò: l’istante era stato infilzato

e reso immortale nell’afa del pomeriggio agostano.

Malinconia, rancori e senso di frustrazione scomparvero

nell’azzurro mormorare dell’estate del sud

che cancellava ogni velleità d’amore

da quei volti sudati e non più truccati.

Il cielo sembrava di gesso

e dei parenti indaffarati a mostrarsi immobili

rimaneva sulla lastra una striscia chimica.

Nella camera oscura le liti, la tristezza,

l’angoscia, i pizzicotti e la cravatta nera si confusero:

un guazzabuglio di vanità cadde sulla fotografia,

falsificando il ricordo, soffocandolo nella culla.

Primavera 2010

*     *       *         *        *

Rammentando una vecchia foto, grigia; una foto che non ho più, ma che ricordo bene e che fu scattata in un’estate del sud di tanti anni fa. In bianco e nero, ovviamente…

Due poesie di Giuseppe Barreca

 

La carovana delle malinconie

 

I) Prima del passaggio

Una riflessione che non va giù,

e galleggia in gola, senza pietà.

La stazione deserta, spenta, inerte

e la noia distinta dell’ignoto

bacia i semafori verdi.

Ma i treni non sanno più muoversi, come me.

E allora io adagio questo mio tormentato presente

su una panchina di pietra, orlata di gomme annerite;

dormo tra una scritta ignota che reclama un amore,

e tra un’altra scritta, più in basso, che ricorda una data.

Ho lasciato il cuscino di là,

tra gli oggetti smarriti non reclamanti.

Non è stanotte come il sonno di casa:

il letto è una folla di dolori banali.

È troppo facile scrivere versi incostanti

osservando due binari infiniti

che la notte lucida illumina di angosce tiepide.

Si alzano le cartacce, ma non le temo,

e nemmeno mi spaventa la polvere:

solo le luci artificiali della città

incidono amarezze nella mia carne.

II) Durante il passaggio

M’illudo di possedere ogni cosa stanotte:

il buio, i bagagli di passeggeri invisibili,

la stazione che desidera treni audaci

in movimento verso di lei,

e la sala d’aspetto che da lontano

m’invita al caldo con l’occhio languido.

Ma quando finirà tutto questo?

Non so più distinguere tra loro

il primo e l’ultimo treno del giorno.

Il fanale di coda da quello di testa.

Solamente quando la noia entra nella mia bocca

i denti smettono di tremare; ho sonno, forse,

o forse non l’ho più, sono vivo perché stanco,

perché non ho chiuso gli occhi di fronte al mendicante

che dorme con me sotto questa panchina.

III) Dopo il passaggio

Mi alzo in piedi, solitario percorro il marciapiede solitario,

e le ore non passano più.

Nemmeno le angosce del quotidiano lo fanno:

le sento friggere sui fili dell’alta tensione,

ma non sanno morire, cattive.

Lento come le forze che tornano,

al mattino dopo il sonno,

un treno merci arriva, e spezza

la carovana della malinconie.

Le pagine bianche d’un libro

sono una compagnia che non scalda.

Nemmeno una donna, forse, basterebbe stanotte

per tenere a bada cervello e cuore,

in questa stazione rocciosa

che non è un letto, né un materasso di amarezze,

e nemmeno un sogno per psicanalista.

IV) Quel che resta della bile nera

Il treno merci è passato oltre, faticoso:

lontano il segnale è tornato rosso.

E rosse le mie guance, le mani, le nocche:

come quel taccuino che vidi a terra,

nell’atrio di un’altra stazione deserta:

piangeva parole che ho dimenticato,

da tempo.

*     *    *    *    *    *    *    *    *    *    *    *

Le ragazze al passeggio

 

Le ragazze al passeggio, le gonne corte

e i profumi del supermercato,

galleggiano nei portici autunnali.

La vita allora forse sembra sorridere

al vecchio che cammina tra le ragazze

e cerca solo un’occhiata, un sorriso,

un’emozione scordata da rinverdire.

Il venditore di bigiotteria

non sa quel che vende; il pomeriggio è lungo,

e i braccialetti non bastano mai, nemmeno per sua moglie.

Ha un bambino senza latte e una bambina senza nome,

sulle spalle. E una donna nascosta, illecita, che piange,

un’altra invece che vive nella luce del lecito,

ma piange lo stesso.

Ma non lo sanno, questo, le ragazze al passeggio,

e sfiorano il venditore con occhi che non vedono.

Il maniaco venne arrestato all’altezza della piazza.

Le vasche stavano finendo, il pomeriggio piegato su di sé.

L’uomo aveva aperto l’impermeabile due volte:

un’anziana donna era svenuta, un’altra l’aveva guardato in faccia.

Lui sorrideva, ma il poliziotto che lo fermò

aveva tutti i vestiti al posto giusto.

Le ragazze al passeggio, però, non videro nulla,

solo una, ridendo forte, s’accorse dell’impermeabile in manette.

Due amici alla ricerca di una ragazza da corteggiare:

se la disputeranno con calma, tra la folla,

cercando di farsi notare, ridendo, con gli occhiali scuri.

Uno dei due è alto, mesto, l’altro piccolo, con un neo sulla faccia.

Camminano ammirati, tra i profumi del pomeriggio di sabato,

e l’odore di scarpe nuove; ma nessuno li nota.

Le ragazze al passeggio li calpestarono nella calca,

ma non se ne accorsero, perché fuggivano…

In fondo che rimane il sabato sera, dopo le vasche?

Le cartacce per terra, le serrande abbassate, il silenzio spigoloso

dei rimpianti degli uomini, dei batticuori delle donne.

Qualche gatto, un lampione difettoso, il profumo di frittelle,

rimasugli di progetti nati e defunti tra le pieghe del pomeriggio.

Qualcuno passeggia ancora, da solo, nella penombra:

le ragazze non ci sono, il venditore accarezza un figlio non suo,

il maniaco piange a casa, il ragazzo con il neo sorseggia una sconfitta,

il suo amico scrive parole senza sapere per chi e su che cosa…