Autore: giovannaamato

(Profane it by a search - we cannot / It has no home - / Nor we who having once inhaled it - / Thereafter roam. // E.D.1382)

La donna che ride (G. Amato)

Mettono password ai loro dispositivi, hanno paura a salvare su un cloud, pensano a lungo a cosa condividere su un social, poi vengono da me e non sospettano niente.
Ho una piccola copisteria all’angolo della strada. Ho due stampanti che a volte si mettono a borbottare da sole, un grosso computer alla mia scrivania, macchine per rilegare i loro documenti come preferiscono – a caldo, a spirale, nel caso la banale costolina o la graffetta non bastino – e posso fare fotocopie, all’occorrenza mandare dei fax. Prendo ordinazioni anche per tazze, cuscini, puzzle, qualsiasi cosa su cui vogliano stampare la loro fotografia. Quello che non sanno è che la loro fotografia io me la tengo. Io tengo tutto quello che passa dalle mie mani. Lo salvo, di nascosto, sul computer. Lo stampo, di nascosto, anche per me.
Sono la loro memoria esterna. Tutto quello che mi danno, resta mio. (altro…)

Riletti per voi: Marguerite Duras, Emily L.

L’edizione di riferimento è Feltrinelli 1987, traduzione di Laura Guarino.

 

Più che di un romanzo breve, si tratta di un racconto lungo, per il taglio obliquo e l’assoluta compattezza del tema, o per lo stesso motivo di un saggio, e in qualche modo di una lettera, per quel suo continuo tu, ma in qualche modo Emily L. è la cosa più vicina a una spiegazione di cosa sia la frizione tra la scrittura e la realtà, di come la realtà pruda sul braccio di chi scrive sia quando dona alla scrittura che quando ne riceve, di come ci voglia un minimo di disattenzione perché tutto brilli come una mina.
Così questo piccolo libello, dalla prosa paratattica e la divisione in brevi blocchi, si dipana attraverso l’intreccio di due storie d’amore sbilenche: l’una, tra l’io narrante e il tu molto più giovane, vissuta dall’interno, e l’altra, quella tra una coppia inglese che ne divide lo spazio di un bar, osservata e orecchiata. Marguerite Duras ha dichiarato che la seconda storia è stata inserita solo in un secondo momento, quando il racconto (abbastanza biografico) della scrittrice più anziana con il giovane scrittore era già compiuto. Ne viene un continuo gioco di rimandi, una specularità e un ritorno di temi che girano intorno a cosa voglia dire accogliere il reale nel pensiero e lasciare che il reale lo accolga. (altro…)

#Festlet #5: Dettagli

Per il suo Prima persona, Richard Flanagan ha usato un episodio realmente accaduto nella sua vita: il suo esordio in narrativa con una biografia scritta in tre settimane di un individuo estremamente reticente a parlare di sé. A Richard Flanagan piace raccontare episodi della propria vita. Se vi capiterà di ascoltarlo, potrebbe raccontarvi questo:

“Una volta avevo un’intervista. Io parlavo, parlavo, ma l’uomo non mi guardava. Dopo un po’ vedo un tizio in fondo che fa: cinque… quattro… tre… e ho capito che non avevamo ancora incominciato. L’intervista è stata così: le domande in italiano, le risposte in inglese. Abbiamo parlato, parlato, non ci siamo mai guardati e non ci siamo mai capiti. Alla fine l’intervistatore mi ha abbracciato e ha detto: è stata l’intervista più bella della mia vita. Ho capito che a volte l’importante è saper tenere bene il palco.”

Anche quest’anno, Mantova ha tenuto il palco da leone. Nel momento in cui scrivo, è quasi impossibile per la mia bici Ariadne districarsi in una folla mai chiassosa. Il grande tendone della libreria è stipato, ci sono più persone che libri, il che dovrebbe essere il sogno di ogni libreria ben fornita, e questa lo è. I volontari fanno capannello a piazza Leon Battista Alberti, qualche curioso chiede ai volontari agli ingressi degli eventi se c’è ancora un biglietto per entrare. Mantova ha tenuto il palco da leone, e così il Festlet.
Ma a differenza di Flanagan e del suo intervistatore, noi e il Festlet ci siamo capiti. (altro…)

#Festlet #4: Cura

Biancamaria Frabotta

Le streghe, dice Kater̂ina Tučková, un tempo raccoglievano erbe, predicevano il tempo e il futuro, e questo infastidiva il sistema. I veri eredi delle streghe sono quelle donne e quegli uomini che conservano una forza al di fuori del sistema stesso.
Non posso evitare di pensare, allora, che la poesia, ogni volta che compare un tempo di sdoganamento del pressappochismo e cresce l’astio per il pensiero sottile, sia una forma di artigianato stregonesco. Non voglio coinvolgere con questo categorie trascendentali, come trascendentale non era usare un impacco per curare una ferita: mi limito a dire, la poesia è un mestiere che lavora da materia liminale, e dà il suo contributo in anticipo sulla richiesta.
Sarà per questo che a ogni forma di totalitarismo, sia esso intelligente e spietato o ignorante e ottuso, la poesia è invisa.
Ma lasciatemi aprire una lunga parentesi, e ripercorrere queste ultime ore di Festlet. Il fantasy, per esempio. Chi mi conosce sa cosa ne penso: un genere cosiddetto minore che lega il mito alla possibilità di denuncia dell’attuale, come il suo grande compagno di giochi, la distopia. Conferma la mia opinione Michela Murgia, che ieri sera ha ripercorso Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley con il suo L’inferno è una buona memoria (Marsilio). Morgana: l’idea che un ciclo fondato come quello arturiano possa cambiare di significato se raccontato dal lato femminile, che i valori vengano messi a soqquadro e la realtà assuma nuovi contorni, perfino che il coraggio e la virtù possano essere un dispendio di energie guardato con amorevole condiscendenza. Che tutto l’immaginario che abitiamo, insomma, anche il mondo reale, sia pronunciato da un narratore maschile, dal quale dovremmo provare ad affrancarci. Morgana, sacerdotessa, è passata per essere una strega. Ad ogni modo, aggiunge Michela Murgia, pure in un libro che crea baruffa nella narrazione dei ruoli è ancora presente “la sindrome di Ginger Rogers, che deve fare tutto quello che fa Fred Astaire ma all’indietro e sui tacchi”; come se il prerequistito per essere uguali sia di essere ammirevoli. Ma, prosegue e chiude, nel libro leggero e “un tanto al chilo” che le ha insegnato il femminismo ci sono genealogie femminili, eredità che passano anche (in ogni senso) senza sangue, comunità di donne che si aiutano anziché essere le prime nemiche di sé stesse e delle altre. (altro…)

#Festlet 2018 #3: Un libro, l’universo e tutto quanto

 

Francesco Abate e Michela Murgia

 

Preso il microfono, Michela Murgia racconta l’inizio di un’amicizia che ha saltato tutti i convenevoli; perplessa dall’interesse di Francesco Abate nei suoi confronti, ne ha chiesto ragione davanti a una pizza, e lui ha risposto: ho avuto un trapianto, ho imparato a non avere tempo, ti voglio bene adesso.
Abate racconta: “tutto quello che ci avevano detto sul trapianto e la rianimazione non corrispondeva alla realtà, quindi abbiamo deciso di creare un’associazione per chi aveva vissuto lo stesso linguaggio della malattia. Un’associazione che prevedesse gite, perché chi si sradica per curarsi spesso perde il contatto con i suoi luoghi”.
È da questo sfondo che nasce Torpedone trapiantati (Einaudi), un intreccio di storie tra persone legate dalla notizia della malattia cronica, della possibile fine. Forse nient’altro le lega, oltre a questo on the road che dà sollievo al perenne rattoppo, tra karaoke e attacchi di fame da cortisone. Michela Murgia ne chiarisce lo stile: «Abate ha un registro che riesce a far contemporaneamente piangere e ridere, nella stessa frase; a me la gente che piange non ride mai». Molto di quello che Abate dice ci turba, per quanto affermi: «il mio scopo è di farvi ridere altri dieci anni». Racconta che con Severino Cesari, l’uomo che l’ha voluto in Einaudi e che era in dialisi, hanno fatto editing con i cellulari riservati all’ospedale accanto ai fogli. Immagino quella scrivania, il cortocircuito di vita, speranza, paura e narrazione. Racconta le richieste di liberatoria ai parenti della donna che gli ha donato il fegato, tentennante all’idea di invadere un dolore ma bisognoso di inserire il nome di Cinzia nel romanzo. Penso al cortocircuito ancora più vasto di chi, morendo, sopravvive in un libro e in un corpo altrui. (altro…)

#Festlet 2018 #2: Il riso e la specie

Marco Malvaldi

 

Premetto che sembrerò allontanarmi per qualche rigo dalla letteratura, ma ieri sera sono andata a piazza Castello a godermi Dose e Presta de “Il ruggito del coniglio”, magistralmente accompagnati da Max Paiella e Attilio Di Giovanni. Per un’insegnante (per quanto precaria), assistere a una puntata è sempre una festa, figuriamoci se è live. E io del Festlet adoro il versante lieve: mi lascio sconvolgere la vita da letture drammatiche che scopro in qualche evento tra le navate di una chiesa, e cinque minuti dopo confesso a Lella Costa di averla adorata quando ha riassunto in nove comicissimi minuti la storia di Reva Shein in Sentieri.
Il Festlet è il luogo delle cose sottili, brillanti e profonde: e l’ironia donata lì sull’unghia, con sforzo apparentemente minimo e perfezione di tempo, è grandezza.
Ho detto che mi sarei allontanata dalla letteratura, ma è vero? Forse no, e non solo perché Presta è un narratore di razza, ma perché in questa serata leggera, come ne regala il Festlet assieme ai momenti più densi, grandi ospiti sono state le storie. (altro…)

#Festlet 2018 #1: Cavatina

 

Per voi che leggete, il Festival sta iniziando. Per me che scrivo c’è da attendere ancora un po’.
Ma chi segue queste cronache da qualche anno sa che non aspetto l’inizio del Festival per cominciare a raccontarlo, perché Mantova lo amplifica e lo racchiude, il tessuto di Mantova in qualche modo lo rintocca, e Mantova è qui, sotto il predellino di questo treno che mi porta a destinazione.
Potrebbe fare fresco, quest’anno, e forse (ora gli organizzatori mi odieranno) piovere, ma io ho dalla mia di non essere idrosolubile, e di essere entusiasta come una bambina, e ho una sciarpa nuova, un po’ più scura del bronzo, che ha tutta l’aria di essere uno scudo.
Stringo il borsone alle spalle, ho dimenticato l’ennesima bottiglia d’acqua sul treno, e mi avvio.  (altro…)

Milena Jesenská, Qui non può trovarmi nessuno

Milena Jesenská, Qui non può trovarmi nessuno,  Giometti&Antonello editore 2018, trad. Donatella Frediani, euro 24

 

 

Perché si tolga immediatamente la necessità di parlare di Milena Jesenská in relazione a Franz Kafka, si vada subito a quello che forse è il centro del rapporto tra i due intellettuali, la frase che Kafka scrisse a Milena nel dicembre del 1920: «ma adesso è meglio che tu non venga perché dovresti ripartire» (da Lettere a Milena, Mondadori 1988, traduzione Ervino Pocar e Enrico Ganni). Non è certo una novità che gli amori non realizzati possano essere roventi, duraturi e forse, per chiunque scriva, i più artisticamente produttivi. Come non è una novità, per chiunque abbia letto le lettere di Kafka alla sua traduttrice, la stima profonda dello scrittore nei confronti della scrittura di lei. La gioia costante che aveva nel ricevere suoi articoli, nel correre, come riporta Max Brod, all’edicola, «per vedere se il nuovo numero reca qualcosa di Milena».
Qui non può trovarmi nessuno, Giometti&Antonello editore 2018, offre al pubblico italiano quarantuno di questi articoli, scelti da Dorothea Rein e tradotti da Donatella Frediani, con otto lettere di Milena Jesenská su Kafka proposte e commentate da Max Brod (da Nuovi tratti della figura di Kafka, in Kafka, Mondadori 1978). Oltre a una nutrita nota biografica che ci consente di guardare la grande intellettuale ceca nell’indipendenza della sua figura.
Milena Jesenská cresce libera e sfacciata a Praga. Figlia di benestanti, di madre cagionevole e padre contraddittorio – sarà lui a iscriverla al primo liceo femminile di Praga, ma sempre lui a rinchiuderla in manicomio per nove mesi quando vorrà sposare Ernst Pollak, ebreo tedesco, e a costringerla a spostarsi a Vienna a matrimonio avvenuto. Nella capitale austriaca comincia la sua carriera di giornalista e di traduttrice di Kafka. Per anni, sarà “la Jesenská”, con i suoi articoli di politica e di costume. Fino al 1928, anno di un parto problematico, di dipendenza da morfina, di fallimento del matrimonio. Si avvicina al partito comunista, la sua scrittura si assottiglia, la sua vita privata vacilla ma il suo impegno civile cresce. È circa dieci anni dopo che vince la sua battaglia contro la morfina, e della sua fede nel partito è rimasta solo una vigile attenzione verso la politica e la situazione delle masse, dei più deboli, degli esclusi, e quindi, con l’inasprirsi delle politiche reazionarie, dei perseguitati. Con l’occupazione da parte della Germania nazista scrive, riporta, aderisce a giornali clandestini, aiuta a fuggire, fino alla deportazione nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove morirà all’età di quarantotto anni. (altro…)

ProSabato: Giovanna Amato, Sciarpa rossa e azzurra

Nube stellare del Sagittario, da wikipedia.it

Dovresti avere da qualche parte una sciarpa rossa e azzurra, il rosso lo ricordo di sicuro perché si intonava con il tuo giaccone e l’azzurro perché mi aveva fatto pensare a quei vecchi fazzoletti con cui giocavamo da piccoli al gioco della bandiera, giù in centrale. Oppure forse era a grossi quadri e c’era del giallo, o il giallo lo percorreva solo come una continua finitura, non ricordo bene e non voglio complicare perché tutto quello che ti riguarda è limpido, perfino una sciarpa troppo colorata in qualche modo si risolve se è portata da te. Insomma, ho il ricordo esatto della tua sciarpa rossa e azzurra, che chiamerò rossa e azzurra per comodità, e di quella volta che eri seduta al tuo posto e la tenevi sulle gambe mentre alzavi la mano per richiamare l’attenzione. Ricordo di come gesticolavi, parlando. Ci mostravi i palmi e spiegavi punto per punto il tuo parere su tutta la faccenda. Deve essere stato il tuo gesticolare che li ha convinti, non erano le mani di una persona incerta ma di qualcuno che spiega morbidamente (anche la tua voce è morbida) un pensiero ragionato a lungo. (altro…)

Biancamaria Frabotta e la “trilogia della quarta stagione”

biancamaria_frabotta

Biancamaria Frabotta, foto di Dino Ignani

 

È da poco uscito per “Lo specchio” Mondadori il volume che ripercorre la produzione poetica di Biancamaria Frabotta, Tutte le poesie 1971-2017. Il libro, bellissimo anche nella fattura e dal permanente profumo di ottima carta, è un oggetto prezioso anche per chi della mia generazione abbia la fortuna di possedere tutte le singole raccolte. Si apre con Il rumore bianco (1982), «un libro stipato e compresso, simile al clima sovraeccitato di cui in qualche modo dava un suo stravolto resoconto»,¹ e si chiude con una silloge inedita, La materia prima, dal timbro completamente diverso e che compone con le due precedenti, La pianta del pane (2003) e Da mani mortali (2012), quella che l’autrice stessa chiama «trilogia della mia quarta stagione».²
Basterebbe far brillare le parole dei titoli, a partire da quello di cattaneiana memoria, per intuire la monade di questa “stagione” tutta dedita alla testimonianza di un ritmo più vasto rispetto al “clima storico sovraeccitato” con cui il tomo si apre. E comprendere fino in fondo la necessità di una virata di stile in cui il verso si addolcisce e si appiana e l’occhio, con una giravolta del cristallino, allunga la propria gittata proprio posandosi su quanto è paradossalmente più accanto. «Insomma non da ogni seme nasce una pianta, ma se accade, non c’è altro da sperare, malinconicamente, che essa ci sopravviva. Capivo ormai che la poesia è tale quando, anche nel sottostante disegno allegorico, si sottopone docilmente alla verifica della parafrasi».³  (altro…)

Giorgio Galli, Le morti felici

Giorgio Galli, Le morti felici, Il Canneto Editore 2018, € 10,00

 

Che non si possa fare un bilancio se non a compimento è una realtà di buon senso. Mi è sempre piaciuto pensare all’impossibilità di aggiungere non come a un’interruzione, ma come a una sorta di non perfettibilità raggiunta. Così vorrei imparare a vedere anche la morte: come una libreria ormai talmente stipata che non ci sarebbe spazio per un altro acquisto, ma proprio per questo perfetta a vedere. Sarebbe una “morte felice”, nel senso del titolo piccolo e densissimo libro di Giorgio Galli, edito da Il Canneto Editore nel 2018. E lui, che è un finissimo libraio, probabilmente apprezzerebbe la similitudine.
Le morti felici schiude e dilata, con diverse forme e attraverso diverse angolature, la morte (e proprio per questo la vita) di ventotto personaggi, dal matematico e filosofo Khayyām a Leonard Cohen con incursioni nel mito e molte nel mondo dell’arte.
Il libro intero sembra essere un lungi da. Lungi dall’essere un catalogo di “coccodrilli”, è pennellata esatta del senso di ogni vita; lungi, dall’altro lato, dall’essere un catalogo di biografie, è vaglio di quei gesti che hanno reso degno un percorso attraverso la cernita luminosa della morte. A volte la terza persona che commemora (anche se più che una commemorazione il tono è sempre quello del racconto) lascia il posto a una prima che semplicemente parla di sé; e in questo caso lungi dall’avvertire una voce da uno spazio altro sentiamo le parole di un attimo esatto, eppure espanso, che ha così il potere di pulire all’indietro. La morte è felice non (sempre e solo) in quanto accolta o desiderata, o in quanto ultimo tassello di perfezione, ma in quanto timbro di una vita appagata, che può essere stata burrascosa e arruffata, umile, dolorante, ma ad ogni modo, appunto, felice. Qualsiasi sia stata la biografia e la ragione della morte di chi muore, da Sándor Márai che raggiunge la sua Lola al gelido Mitropoulos stroncato durante le prove di un Mahler, non si perde l’impressione di aver sentito parlare una creatura che ha vissuto la propria vita così come era giusto che fosse condotta. (altro…)

Io e I Langolieri (una storia d’amore)

“Quattro dopo mezzanotte”, la raccolta da cui è tratto il racconto I Langolieri

Non mi ricordo più per quale follia, ma mi ritrovai a comprare un biglietto dell’autobus per il mio ritorno da Firenze, dove avevo tenuto una presentazione, per Roma. Un biglietto dell’autobus, non del treno. Questo voleva dire non percorrere il Tirreno, ma salire fino a Bologna e da lì riattraversare gli Appenini fino alla Capitale. Follia, per questo non riesco a ricordarne il motivo. Ricordo solo che chiesi all’agenzia di viaggio due cose: la garanzia di un bagno in autobus, e la certezza di potermi fermare a fumare almeno una volta.
Ringrazio il cielo per questa follia, perché mi ha permesso di finire I Langolieri in un’atmosfera di viaggio ininterrotta, senza mai un ritorno a casa, dai tavolini risicati di un bar attorno al giardino di Boboli lungo il tragitto pazzo di un autobus che da Firenze risale a Bologna e che mi vede, con buona pace dell’autista, con le ginocchia al petto e una merendina in bocca tutta presa, rapita e trasognata, tra le pagine di un libro di King.
E solo King poteva chiamare racconto e non romanzo una narrazione di più di duecento pagine, e solo King poteva fare racconto e non romanzo di duecento pagine e passa, ognuna di loro perfettamente aderente, mai divagazione ma sempre necessità, incollata al nucleo pulsante della costruzione come carta moschicida. Perché I Langolieri parla di dieci persone, dei loro passati e presenti e può darsi futuri, nella cabina asfittica di un aereo come nell’ambiente di un aeroporto deserto, e ci permette di avere con loro dieci la confidenza e la familiarità che si ha con un amico. I Langolieri parla, soprattutto, della nostalgia e del rimpianto e del tempo che ci scorre attraverso, e lo fa proprio guardando in faccia quel tempo e non permettendogli di essere né individuale né nostalgico, ma bestialmente pronto a divorarci non appena sentiamo di averlo trascorso, di averlo perduto. (altro…)