Autore: giovannaamato

(Profane it by a search - we cannot / It has no home - / Nor we who having once inhaled it - / Thereafter roam. // E.D.1382)

Variazioni bianche #6: bianco

All’inizio si dà retta alla vulgata e si pensa che il colore più angosciante sia il nero.
Poi qualcosa fa vacillare la certezza. La morte dietro la maschera è rossa. Il re, con il suo libro che uccide alla prima lettura, è giallo. La nube liberata dal ghiaccio antartico che uccide la razza umana al suo passaggio è purpurea. Il colore che viene dallo spazio ha dal tremendo suo di essere tuttora sconosciuto.
Poi si smette di avere dubbi. Si smette più o meno a livello di Gordon Pym, al suo arrivo nell’incredibile bianco mozzafiato.
Moby Dick è bianco, come il lutto orientale. Alla sua bianchezza è dedicato un intero capitolo. Chiarisce come il panico possa arrivare da un eccesso di grazia. Il tocco angelico come frizione insopportabile, la purezza come motivo di paura.
Sono bianchi i denti, uniche ossa scoperte del nostro corpo. Bianchi i tasti del pianoforte, e la sindrome della pagina eponima, che non ho mai vissuto per la determinazione a sedermi al computer non un attimo prima che quello che ho da scrivere mi esca dalle mani. Sono bianchi, troppo, i muri del mio bilocale, dipinti con le mie mani poco prima di trasferirmi in una tre giorni di intossicazione da allegria, e non c’è fotografia o quadretto che riesca a distrarne il lucore, che traspare da ogni singola striscia con una sfrontatezza ospedaliera.
Mia sorella ha sempre voluto un gatto bianco, perché la mettesse in soggezione, diceva. È bello avere qualcosa per cui provare ossequio. Per assoluto caso è arrivato Artù, fortunello di due settimane abbandonato dalla madre, tutto preso a starnutire e ad aderire al nostro collo con tutto il corpo. Finché era piccolo una sua zia romana lo chiamava “la palletta”; ora è oblungo come una faina. Artù chiacchiera e risponde al suo nome con variegati cinguettii. Artù è un ossesso, e dimostra un incontenibile affetto, correndo ad accogliere alla porta o mordicchiando le mani con un accenno di scodinzolio canino. Eppure ci sono dei momenti in cui Artù è poco lontano, acciambellato sulla sedia sotto il riverbero del televisore, la faccia premuta nelle zampe come se pensasse a qualcosa, e in quei momenti Artù è altro, Artù è altrove, e questo avviene sicuramente perché è bianco.
Non dormo bene, d’estate. Qualcosa del chiasso notturno e della stanza torrida mi tiene sveglia, avviluppata nell’ansia. Un attimo prima sono tutta presa a sentirmi il cuore nel cuscino, un attimo dopo mi ritrovo a metà della notte, improvvisamente sveglia dopo un sonno da stanchezza, chiedendomi quando mi sono addormentata. Mi piace alzarmi, allora. Andare a prendere un bicchiere d’acqua o uscire in balcone. Mi piace perché non ho più ansia, e sono padrona del tempo e dello spazio.
Artù mi aspetta sempre dietro una porta. Tende un agguato alle mie caviglie, saltando su due zampe, e quasi mi fa caracollare. Se fossi ancora spaventata sarebbe un problema; invece mi fa grande tenerezza. Agguanta le caviglie poi scorre via, prendendo l’infilata del corridoio.
Come Moby Dick, posto che lui si prenda la briga di fare agguati anziché limitarsi a scrollarseli di dosso quando li riceve. Quello stesso modo di essere per noi il più dilatato punto sulla retta, mentre non siamo per lui che il breve segmento della sua corsa pazza.

© Giovanna Amato

Variazioni bianche #5: testa da ponte

(tutte le citazioni da Moby Dick traduzione Cesare Pavese, Adelphi 1987)

«Ora, siccome l’occupazione di stare sulle teste d’albero a terra e in mare è molto antica e interessante, diffondiamoci qui un tantino.»
C’è in questo romanzo di vertiginose profondità marine qualche brusca virata in altezza, che contribuisce allo stordimento. Non basta rollare e beccheggiare, leggendo Moby Dick. Bisogna seguire creature colossali in fondo all’abisso e alzare la faccia vesto la testa d’albero della vedetta, da dove si ha il compito di osservare, fino all’ultimo istante dell’ingresso in porto, qualche balena da cacciare.
Ma la più alta delle altezze, da cui si rischia di fracassarsi le ossa cadendo, sono i monologhi di Achab. Preso l’abbrivio di una di queste letture, basta staccare gli occhi dal foglio per sentire la terra mancare sotto il piede.
Sono a Napoli. Ho ventiquattro, venticinque anni e per un anno vivo qui. È la prima volta che leggo Moby Dick: ogni tanto mi prende la frenesia di comprare libri enormi, I Miserabili è ancora lì che aspetta nonostante io giuri di amare Hugo sopra ogni cosa (c’è Notre-Dame, dico io, c’è Novantatré). Quindi ho questo libro enorme e un’estate torrida napoletana, e vorrei incontrare di persona chi dice che le stagioni a Napoli sono miti, ho appena finito un post laurea alla Federico II e ho consegnato la mia tesi, non mi resta che fare avanti e indietro per la sirena Partenope, ogni tanto mi schianto sulla sedia di un bar e tiro fuori questo chilometrico libro. (altro…)

Variazioni bianche #4: Direzioni

(Ogni citazione viene da Moby Dick, edizione Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

 

«Tutto, tutto ciò che so lo so perché amo», diceva probabilmente Tolstoij, dove la probabilità è nel fatto che ho trovato la frase su internet e non mi sale alla memoria nessuno scritto da cui potrebbe essere tratta. Vi sarei grata se approfittaste dello spazio qui sotto per chiarirmi le idee.
So perché amo. È il motivo per cui Mozart mi scorre sereno ma non riesco a suonare Chopin. Per cui mi perdo andando a fare la spesa ma conosco la Merulana fino ai suoi civici (a patto di non arrivarci da Piazza Vittorio, perché Piazza Vittorio ruota di notte, non c’è altra spiegazione). Non molto tempo fa ho dato indicazioni al millimetro a una signora torinese, indicazioni bastanti per un’ora di passeggiata nel quartiere, ma quel quartiere era Testaccio. Amo Testaccio con le viscere: la casa di Elsa Morante, la tomba di Amelia Rosselli. Prima di doverlo raggiungere ogni giorno per due anni per questioni lavorative, il quartiere era per me solo il cimitero e la strana bianchezza della sua piramide, l’aria di paese e la facciata splendida della sua chiesa. Ora lo amo e lo so, nella sua aria pigra e sfrontata che sembra fare spallucce ai suoi stessi motivi di pregio, come un ragazzo incompiuto che mastica un filtro di sigaretta con la scarpa sporca appiccicata al muro.
Ishmael non ama la terra, si vede dal suo modo goffo di ricevere indicazioni: (altro…)

Questa parola fidata: Emily Dickinson tradotta da Silvia Bre

We wonder it was not Ourselves
Arrested it – before –

Dopo Centoquattro poesie e Uno zero più ampio (Einaudi 2011 e 2013) è uscito per la Bianca Einaudi il terzo volume di poesie di Emily Dickinson scelte e tradotte da Silvia Bre, dal titolo Questa parola fidata. “Terza centuria”, è così che viene chiamato il gruppo di poesie, con questo bellissimo nome che ricorda una legione mandata al massacro, una fusciacca stretta con perizia a un fianco.
Tradurre è un’arte di scomparsa. E Silvia Bre fa di quest’arte anche la legge della propria poesia. È una forma di sguardo che non riguarda gli occhi, e di parola che non contempla la vocalità: in musica, è quell’istante in cui l’esecuzione non è nemmeno pensata, né affidata alla messa in opera delle mani, ma ragionata con un impulso a gestire il corpo in modo che il suono esista in tal modo, e postuli una certa realtà. Non è propriamente orecchio, né mente, né mano: è l’intuizione di un rubato, un mezzoforte, perché quello che in fondo non è nostro diventi. Un’arte che non appartiene a nessuno strumento, salvo al diapason. E se Silvia Bre poetessa sembra diapason alla poesia che sta per scrivere, Silvia Bre traduttrice sembra diapason di una voce non sua, al servizio della poesia che desiderava vocarsi in un altro linguaggio, con tutt’altri suoni, con ritmi rispettosi anche se non adesivi, mantenendo intatti i fatti con i fatti, i non detti con i non detti. (altro…)

Variazioni bianche #3: Selvaggio

 

(Ogni citazione viene da Moby Dick, edizione Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

 

Sono tempi bui, se un bel po’ di tempo fa un uomo si rifiutava di coricarsi accanto a un altro per paura del suo essere selvaggio e nel corso di qualche ora ammetteva con se stesso di non aver mai dormito meglio.
Meglio dormire con un cannibale saggio che con un cristiano ubriaco.
La coppia formata da Quiqueg e Ishmael, più volte ribadita “maritale”, trascende l’amicizia, l’eros e l’agape ed è forse la più solida della letteratura mondiale. Quiqueg è quieto e leale, abile, silenzioso e attento. Attraverso Quiqueg, Ishmael conosce il mondo, tramite brevi racconti simili a piccole lettere persiane.
Come quando Quiqueg racconta che gli avevano riso dietro per essersi caricato una carriola in spalla pensando che era così che andava portata, non diversamente da come il suo popolo aveva riso dietro all’occidentale che aveva presenziato alle nozze di sua sorella e si era lavato le mani in una bevanda, perché, ci fa notare Melville nel 1851, l’uomo può guardare il mondo attraverso la lente del relativismo culturale.
Affettuoso e discreto, aggraziato ma forte, Quiqueg sembra rappresentare l’idea più alta di uomo, un Ur-personaggio fatto di lealtà per gli umani e conoscenza verso le cose. Senza che ciò disturbi attraverso un’eccessiva esposizione. Non è raro che il lettore si stia domandando cosa faccia Quiqueg, il fido Quiqueg, il forte Quiqueg, perché le sue azioni sono in qualche modo paradigma. Paziente, intelligente e savio, Quiqueg si ammala e affronta un’agonia da cui si riprende in un giorno invece di morire, riprendendo anche tutti i lavori lasciati in sospeso. Durante questo prodromo di morte che tutti danno per scontata, non fa altro che chiedere che gli si faccia una canoa al posto di una bara, e ne prende le misure distendendovici dentro e sussurrando: “può andare”.
Il suo mistero non viene da qualche esotismo, ma viene proprio dal contatto estremo che Quiqueg ha con il suo essere umano, con l’aver dischiuso tutta la potenza della propria umanità. Il suo dentro corrisponde con il fuori, come anche i tatuaggi che lo ricoprono per intero:

Questo tatuaggio era stato opera di un defunto profeta e veggente della sua isola, che per mezzo di quei segni geroglifici gli aveva tracciato addosso una teoria completa dei cieli e della terra e un mistico trattato sull’arte di conseguire la Verità, cosicché Quiqueg era nella sua persona stessa un enigma da spiegare, un’opera meravigliosa in un volume, i misteri della quale però neanche lui sapeva leggere benché sotto vi pulsasse il suo cuore vivo: questi misteri erano quindi destinati a perire alla fine insieme alla pergamena vivente dov’erano tracciati e così restare insoluti fino all’ultimo. E doveva essere stato questo pensiero che suggerì ad Achab quella sua fiera esclamazione, un mattino mentre si voltava ad osservare il povero Quiqueg: «Oh, diabolica tentazione degli dèi!».

© Giovanna Amato

 

Variazioni bianche #2: Balena

(Ogni citazione viene da Moby Dick, edizione Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

«E mentre tutto il resto, o nave o animale, che entra nell’abisso spaventoso della bocca di questo mostro (la balena), è senz’altro perduto e inghiottito, il gozzo marino vi si rifugia con grande sicurezza e vi dorme.» Montaigne, Apologia di Raymond Sebond.
Questo è forse il più dolce delle decine e decine di esergo in capo a Moby Dick. Invece io delle balene originariamente so poco, prima che Melville ne faccia un fuoco d’ellisse del mio immaginario. Dico balena per non dire capodoglio, come sarebbe giusto e vero nel caso di Moby Dick. Lo dico per eccesso di generalizzazione. Lo dico perché Melville titola: Moby Dick, or The Whale.
Uno dei primi ricordi coscienti è quel Pinocchio frainteso, che invece di finire in bocca a uno squalo va in cerca di suo padre in fondo a una balena. Il secondo è Giona. “Tutto può entrare, niente può uscire”, vaticina sconsolato Geppetto contro ogni velleità di fuga. Il ricordo più vivido però è di una ragazza che spiavo per i suoi occhi scuri. «Qual è il tuo animale preferito?», chiesi tanto per parlare. E lei parlò della balena. Mi chiesi cosa volesse dire, come potesse lei. Avevo l’idea talmente errata da essere blasfema che la balena fosse un animale goffo.
Non so se la sua sacralità, assieme ctonia e marittima e celeste, sia venuta prima o durante aver letto Moby Dick. Ma dopo di lui si innesta la certezza che la balena provenga da un prima che è precedente agli dèi. (altro…)

Variazioni bianche #1: Chiamamatemi Ismaele

 

Per M.

 

Il punto non è Ismaele, il reietto della Genesi. Non è su questa carica simbolica che si è impigliata la mia attenzione. Il punto è quel chiamatemi. Lì ho sentito il chiodo.
La prima copia che ho avuto tra le mani, per i tipi di Feltrinelli, inizia così: Chiamami Ismaele. Alessandro Cerni, il traduttore, non specifica in nessuna nota il perché di questa rivoluzione. Sul momento rabbrividisco, e lo faccio di gioia. Come se fino ad allora Ishmael fosse entrato in una bettola affollata, avesse ordinato della birra, si fosse pulito la barba dopo un sorso e con una pausa sapiente avesse messo su un’aria da profeta e detto ai convenuti come era il caso di chiamarlo. Ora, invece, Ishmael mi ha accettato al posto accanto al suo, siamo in un angolo appartato di una taverna, ci siamo presi da parte e lui comincia a raccontare. Il passaggio da chiamatemi a chiamami non incide sul salto di familiarità, su questo patto di confidenza con il lettore che tanto commuove in Moby Dick. Ecco, io mi chiamo, è accaduto questo, sono testimone, e voi ascoltate (e tu ascolta). Ma è uno scarto di accoglienza che, se perde in solennità, dall’altro lato fa guadagnare vicinanza.
E c’è di più, nella sfumatura dell’inglese nella sua combinazione di un imperativo e di un nome biblico. Un incredibile abisso nella scelta di due tra molte traiettorie.
Chiamatemi reietto, è un estremo. L’altro: dammi del tu.
Chiedendo di chiamare per nome, Ishmael fa quello che nella lingua inglese è il corrispettivo del nostro dismettere la forma di cortesia.
C’è un disagio, a volte, nello smettere di dare del lei. Lo si sente riaffiorare alle labbra, non per scarsi affetto o vicinanza, ma perché quella era semplicemente la giusta forma lessicale di un rapporto che appagava già così. Ci sono volte, al contrario, in cui il tu sembra esplodere dal corpo a ogni frase, ed è curioso quando questo è vicendevole, quando la confidenza percepita è superiore a quella che i ruoli hanno imposto. Il lei a cui non ci si sottrae suona cavo come un muro vuoto, e si vive in una perenne attesa che i ruoli ristabiliscano una confidenza che c’è sempre stata. Il passaggio dal lei al tu porta allora con sé un risolino, uno sguardo d’imbarazzo, somigliando a quei piccoli acquazzoni pomeridiani che prendono alla fine della primavera, per un motivo che non riuscirei a precisare.
Ci possono essere delle avvisaglie. Dei ciao scivolati di bocca invece di un più composto arrivederla. Una piccola esitazione prima dell’allocutivo. Ci si dispone ad aspettare, allora, il tempo che l’educazione impone, e si nota con un sorriso come le parole creino intimità molto più di una mano stretta o di un bacio sulla guancia. Come sul tatto l’abbia vinta qualcosa di immateriale fatto per scoccare imprecisato nella stanza.
Forse è di questo che Ishmael aveva bisogno, dopo il suo terribile naufragio: non l’uditorio che riconoscesse il suo ruolo, ma l’astante che lo chiamasse per nome. Come noi che siamo alle prese con naufragi più piccoli ogni giorno, e quando incontriamo un cuore compagno ci sbracciamo, piano piano, e gli facciamo un segno: è il tempo di guardarmi, questo, gli diciamo. È tempo di darmi del tu. (altro…)

Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope: nota di lettura

Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope, Marsilio 2019, euro 12

 

Ho sempre creduto che qualsiasi cosa si scriva non è, ormai, che la rielaborazione di un mito. Che conosciamo o no il nome di quella primigenia narrazione, di quel modo di dare un viso a una pulsione umana.
A volte ho creduto che anche qualcuno dei miei gesti, di certo i più eclatanti ma forse anche i più quotidiani, non facesse che ripercorrere i binari di qualche racconto antico. Come quando ho mosso guerra senza sapere se c’era un’Elena dietro le mura, oppure ho chiesto di sopravvivere come un’Andromaca sopra la torre. Come quando ho respinto una ninfa per continuare a indagare il mio riflesso, o sono scesa a chiedere se era possibile riavere indietro quello che avevo perduto.
La differenza, nel rielaborare intenzionalmente un mito, è dare un nome, ragionare e sentire fino ad appartenere a una selva di varianti, frugare tra le mutazioni, e uscirne bagnati di qualcosa di vivido, ancora nuovo e pronto a essere raccontato. (altro…)

A. (tre recensioni senza recensione)

da “Quel che resta del giorno”, Einaudi 1989, traduzione di Maria Antonietta Saracino

Un quarto d’ora dopo il suo arrivo nella cittadina di A., la cittadina di A. è finita.
Le è bastato il tragitto dalla stazione al bed&breakfast. La cittadina è di quelle che stanno alle loro piazzette principali come un acino d’uva sta ai suoi semi, e poco più. Cittadine così si possono distinguere dalle cartoline esposte nelle tabaccherie, che riguardano più che altro le bellezze dei dintorni, per l’impossibilità a riprendere più di due scorci della cittadina in questione.
Dunque, in un quarto d’ora A. è finita, ma è molto bella, e la proprietaria del b&b molto ospitale. Le ha chiesto se per caso gestisce un blog di turismo o ristorazione, e per un attimo lei si è spaventata, temendo che la sua risposta sarebbe stata il discrimine tra il bagno in camera e la pipì notturna in corridoio, ma non è così, anzi, la sua stanza prevede un disimpegno tra la camera e il bagno e una seconda cameretta con un lettino. Sua sorella, raggiunta poco più tardi al telefono, le consiglierà di puntare la sveglia di notte per provare pure quello.
«Ma il tempo non reggerà», prevede la signora ospitale cerchiandole con una penna i luoghi di interesse su una mappa, tutti a portata di una mano stesa.
«Per sicurezza, allora, mi indichi anche una libreria», risponde. Non si è portata dietro nulla perché aveva in mente di cambiare scenografia ai pensieri, non c’è storia che avrebbe voluto continuare né lasciare in sospeso in un’ambientazione diversa, ma alle brutte non avrà problemi a chiudersi in una stanza d’albergo con un libro per rifugiarsi dalla pioggia. (altro…)

Living with Wolves: Hélène Grimaud, un’impressione

Documentario di Reiner E. Moritz, EMI 2002

C’è qualcosa di selvatico, nell’incipit del documentario Living with wolves dedicato a Hélène Grimaud, girato da Reiner E. Moritz nel 2002 per la EMI. Potrebbe essere l’ululato con cui la pianista aizza al dialogo i “suoi” lupi. Potrebbe essere il Rach2, che sotto le sue mani avanza montante nella sua straordinaria, irripetibile entrée prima che gli archi ne raspino il tema. Potrebbero essere proprio le sue mani, che artigliano gli accordi con un improvviso forte perché siano stabili come perni di un cardine: sono mani che articolano poco rispetto alla resa sonora, come se la forza fosse tutta interna alle falangi, tutta stipata tra il polso e il polpastrello. Sono mani che, durante la Chaconne in Re minore di Bach, corrono come insetti con una prodigiosa pulizia di suono. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #21: IL MONDO (Parte seconda)

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con la seconda parte de Il Mondo, carta del tutto. 

[qui la parte prima]

«Secondo me dovresti andare», mi disse E indicando il solito rifugio degli sceneggiatori di thriller senza idee, il condotto di aerazione.
«Ha ragione», continuò T. «Sei, ecco, no, non sei la più mingherlina. Ma sei giovane, puoi scappare più veloce se le cose si mettono male.»
Mi guardarono tutte come se fossi stato il Messia. Un eroe. Evidentemente un martire, agli occhi di M, che venne chiusa nello stanzino delle scope.
«Non telefonate. Non vi muovete. Non vi picchiate. Vorrei trovarvi tutte in un posto e sane di mente quando torno», dissi.
Fu così che mi ritrovai per strada, uno svincolo silenzioso e senza stole di statale deserta, pieno di cartacce, con vista su pastore tedesco investito. Non c’erano balle di fieno solo perché eravamo in una periferia di città, e non c’erano gli avvoltoi – ma c’erano i gabbiani, in genere impazziscono, preferiscono farlo a mezzanotte ma quella mattina urlavano a poco più di venti metri sopra la mia testa, a mucchi. Uno stava pasteggiando, ad ali aperte, incredibilmente grande per avere paura di me, da un cumulo di carne sanguinolenta abbandonato sull’asfalto. Non era un corpo morto; era una bistecca scivolata da un cartoccio che rotolava poco lontano. Per dirla tutta era a ben tre metri dal corpo morto di R, caduta a piombo dalla finestra della sua camera probabilmente la sera prima. Forse i gabbiani non sono quegli assaggiatori di cadaveri su cui il campo si stringe nelle discariche; non capisco perché la stessa bestia possa rappresentare libertà e grandezza quando ha per sfondo il mare e omicidio e putrefazione quando abita in città. O forse, più semplicemente, l’animale aspettava che proseguissi prima di assaporare la signorina R, e si stava dando solo un tono. (altro…)

Sottendendo un noi: Giorgio Ghiotti, Costellazioni

Giorgio Ghiotti, Costellazioni, Empirìa 2019

 

Con una scrittura di grazia dalle maglie allargate e tanto lontana dalle fastidiose involuzioni che a volte si incontrano leggendo (di) poesia, Giorgio Ghiotti ragiona – verrebbe da dire, chiacchiera – della generazione di poeti degli anni’90 e dei contemporanei che rischiano un’attenzione poco proporzionata al loro valore. Il libro è uscito da poco, Costellazioni, per i tipi di Empirìa, e non è canone, non è strettamente saggio: è creativa presa d’atto di una costellazione di punti all’interno di una generazione che è disposta “a tutto per scovare sugli scaffali più nascosti di qualche libreria indipendente un libro di poesia ormai introvabile, ritrovandosi con la testa piena di versi, la [sua] camera – spesso di fuorisede – zeppa di libri e poco o niente antologie, le tasche leggere”.
Una costellazione che si impunta su un cielo diverso, dove Specchi e Bianche e Poesie garzantiane “perdono l’aura” e spazi fisici e online crescono come luoghi di ragionamento. Una rete che al “silenzio” oppone non il rumore ma il “dialogo”, e pronunci il pronome noi senza alcuna contrapposizione ma solo mutuo, intellettuale ed emotivo, riconoscimento.
Ghiotti scrive per rovistare in un presente oberato di stimoli, insomma, cercando di separare il grano dalla pula, non dall’alto di una voce onnipotente ma come esercizio di ricerca di bellezza. E scrive per ribadire la voce di chi, in un presente appena un po’ passato, non ha ricevuto sufficiente attenzione “per difetto di critica, pigrizia dei lettori e una certa dose di caso”; è il caso di Attanasio, Bultrini, Caporali, De Santis, Paola Febbraro, Scartaghiande, Sicari, Toni, Zanghì, di cui vengono antologizzati dei brani sotto il bellissimo titolo di sezione I sommersi salvati. Il libro è poi arricchito da saggi brevi, su Frabotta, Ortese e la possibile specificità della voce femminile in poesia.
E davvero il breve, denso libro funziona come bussola. L’ideale della critica poetica è un paragone di omerica lunghezza con un bambino che si arrampica a cercare un oggetto che gli hanno detto di non toccare. Mettendo in chiaro che “il fine di ogni lettore non è salire sulla sedia, ma riconoscere l’oggetto misterioso”. C’è una monade importante in questo passo: il riconoscimento, per Ghiotti, è chiamare, comprendere il funzionamento dell’oggetto, ma non accedere al suo cuore profondo, “mitologico”. Nella critica, nella storia, nella politica, nella capacità di fare (Benjamin) costellazione di ciò che deve restare, il critico sa che della materia della poesia resta inconoscibile la scintilla, come per la creatura di Frankestein, dice ancora Ghiotti, resta inconoscibile la vita che va oltre la somma degli arti rappezzati.

© Giovanna Amato