Autore: danielegennaro

Piccole poesie.

Quando sarò vecchio, irascibile per poco- le bianche lanugini del tempo

a fare da morbido inverno-, la pace che sentirò sarai tu. Guarderai questi

occhi e svelta, come ora, abbellirai tutti i paesaggi attorno per dare ombra

alla mia voce asciutta.

***

Un buongiorno di primavera e pochi piatti nel lavandino, il riflesso del sole

sui vetri, sulle bottiglie fiorite dei vini del Rodano, sui quadri a pastello che

solo Marta riusciva a riempire di colori incandescenti e selvatici, con quegli

alberi e tutte quelle nuvole bianche e azzurre. Che belli, ricordi?

***

Ritrovare il tessuto del tempo, il tempo passato e il tempo presente.

Le gomene tese a fermare le barche ormeggiate nel piccolo golfo celeste,

Bonnard non sarebbe riuscito, pur lambiccandosi, a produrre così semplici

fiammate d’incanto. Là, poco distante, i nostri sorrisi, sibillini e sinceri,

si raccontano di tutto quello che è stato, delle pagine lette, scivolate fuori-

stelle filanti e coriandoli- entrate nel mare magnum della bellezza,che,

fatta parola, ritorna distratta nel cuore umido della poesia.

***

In questo fraterno

abbraccio mi perdo,

fra il freddo e il tiepido

di questi olimpici giorni.

Mi perdo sì,

so che sempre un tram troverò

ad attendere

la mia lentezza di passo, la mia ubriaca,

sentimentale

risata.

Un pomeriggio rubato,

nessuna fretta nessuna.

Ti troverò lì che mi aspetti,

per ridere e sedermi

vicino e tenermi la mano.

Oggi.

C’è una notte che da qualche parte comincia e da un’altra finisce,

come due mondi che forse qualche volta si incontrano.

E gli uccelli fanno strada col becco ad un sogno polveroso,

seccati e sopresi che dove c’era il prato ora c’è un campo da golf.

***

Finirò i miei giorni a contare le albe,

fra le rose – quel profumo che mi faceva trasalire –

e tutta la nuova letteratura, che, mischiata a quella vecchia,

darà immagine e significato all’incerto profilo dei colli,

tremolanti nella nebbia, confusi con il gran naso del Tobbio.

***

E tutti gli aerei che passano sulla nostra testa,

nella grande oscurità del cielo,

fanno da cappello alla foresta

e brillano nell’occhio del capriolo.

Le tende scostate per spiare

una ragazza nella casa vicina, timido, imprudente

con le parole: sarà l’amare che comincia, il diletto, la paura.

C’è nobiltà nel postmoderno?

C’è nobiltà nel postmoderno?

Nessuna identità, nessun segno a scucchiaiare le ore,

nessun impedimento al dire nostrano, al fare che di

mezzo c’è il mare, bisunto di noia e colore sbiadito.

C’è un caprone che si chiama Arturo e sta di fondo

al prato , a volte oscura la porta del sole col suo manto

pezzato di bruno, è bianca l’attesa dell’ombra nel

pomeriggio sguaiato , svalvolato , spennato di incastri

sonori, sincretici sguardi amputati, solcati dal nero

discorso stirato di specchi e  suoni squillanti trombe,

un troubar clair sopravviene all’oscuro dire, password

che non conosciamo,  lasciano l’amaro in gola, sgomi-

tando dal fondo del libro, in terzine dantesche, in sonetti

amorosi, in sanguinamenti, cunicoli di freddo in guaine

d’argento, fiumi di vento, fiumi di vento.

 ***

Così vanno tremanti per valichi, in sentieri verdi, le parole

deboli dell’intendere cardiaco, del piangere con il sale

in tasca, indifferenti al tempo,che oscilla pensoso dal pergo-

lato umido della notte.

Nobili, antefatti probabili, cercati nel dirupo femminile, ergo,

del mistero, della possibile tramortita felicità.

Nel tramonto dei Canti Orfici o quelli di Castelvecchio che rileggo

sempre volentieri in quanto salvezza di natura e di gergo

pregrammaticale- che di spontaneità e vigore fanno scorta-

per non dimenticare mai quello che sarebbe lingua morta,

o morente per i più, poeti che oggi tremano nel dire piatto,

colloquiale, dire di poco, con la somma delle ragioni, con le

doverose differenze, che di Sereni e Caproni non ne nascono più.

 ***

Con ciò non voglio sminuire gli amici poeti che fanno storie,

perché di storie c’è bisogno, nel nucleo germinativo della

letteratura c’è sempre la poesia, solo la poesia, rileggetevi

quello che il vecchio Mallarmé diceva: c’è poesia dove prevale

la ricerca nella scrittura, che dir sia porosa prosa o non lo voglia

punto essere, là c’è comunque poesia.

Nel postmoderno, che il titolo è quello, c’è tutto e quindi il nulla,

il neoarcadismo, prendiamo quello, che la pulizia formale e la

perfezione del sonetto e della struttura ritmica, uniti ai contenuti

d’oggi fanno un po’ ridere forse, ma non sottovalutateli, ennò, ennò!

Quanti di voi saprebbero dipingere un bel volto senza far pasticci?

Insaponatevi per bene e rasatevi davanti allo specchio la mattina,

il volto che vedrete, ripulito e serafico, sarà quello di un poeta?

 ***

Nel vagheggiare della mia scrittura non c’è poi molto di più,

che di meno in meno si costruiscono aquiloni, triestine bore,

formaggi odorosi di fossa e prosciutti imbronciati di grasso,

gustose le parole riprendono il colore originale (prelogico, pre-

grammaticale appunto), dal latino, al volgare, dalla rima al verso

libero, dal verso libero al suono, alle paludi dell’indicibile, al

silenzio che diventa prora, allo sbarco sguarnito di scialuppe,

all’acqua alle ginocchia, alle bracciate forti e decise che separando

le onde, segnano strade di luce, e luci in fondo alla baia, sospendono

ogni discorso e , tremolanti, indicano la direzione, la sostanza fonica,

la meravigliosa proprietà dell’ovvio poetico,che è novità e speranza.

Il perenne mormorio delle cose, al fondo del prato, che diventa mare.

 (inedito, 2011)

Vedrai. Come ti accarezzerò.

Non può esserci modo migliore per iniziare il giorno,

quando il sole dipinge strisce rosa nel cielo grigio.

Un ‘attesa immobile respira sorniona nel letto vicino,

ti guardo, dal bordo del cuscino scivola la mano

sotto la tua pancia e tocco il mio destino, il passato,

tutto quello che ho sideralmente ottenuto dalla vita,

tutto quello che, levigato nel tempo dell’esser pensato

dal tuo modo triste-allegro di verniciare le ore ,con figli

bambini,  congela il momento unico del nostro mattino

in un fotogramma alla Hopper, o Vettriano, così.

 

Cereali e latte di soja , caffè e pane tostato con un po’

di marmellata , spicchi d’arancia, una bella colazione sì:

da quando ho sentito gli anni pesare, semplicemente così,

presto più cura a quello che mangio, mi prendo il tempo

che occorre, ho deciso che la vita è una palla che rotola

piano e merita il gioco, merita le opportunità destinate

a reggere il miracolo infinito della precarietà fatta oggetto

di cura, della imprevedibile possibilità che ogni pagina,

aperta a caso, risvegli sapori e ottenga dal nulla un sorriso.

In fondo queste strisce arancioni non fanno che confermare

la profondità del segno lasciato nel solco bagnato di lacrime.

 

Un piccolo aprire le braccia alla luna, durante la notte nera,

potrebbe semplificare gli sguardi, attenuare le nevose occhiate

brunite di rabbia (solitudini afferrano rovi), collegare parole,

appendere panni stinti, colorarli di rosso.

 

Le foglie morte sì, è una canzone, ma anche un francofono

sbaglio, un latino appiccicaticcio, tanto per insolentire gli

amici , che origliano al buio,  scavando felici nel destino

comune , che è saggezza , calore e voglia di bere.

 

Non mi preoccupo più, sono imbarazzato oggi dalla franchezza

delle tue parole amorose, sussurri di una nuova vita,

di un nuovo modo di vedere le cose. Scrivi così:

“Non so, non so dire, mi sento debole, confusa, comunque diversa.

Non ho paura, non so spiegare. Vedrai. Come ti accarezzerò, con delle parole

diverse, come ti amerò”.

 

24-2-2011

C’è poco di comune in questa fosse,

c’è il diavolo a far da ambasciatore,

ci sono mille e passa anni a dirci, umidi,

quale rispetto l’uomo ha avuto per la vita.

Tuttavia si rimane con la penna in mano,

un pensieroso obliquo affanno nei canyons

sfitti dalla nebbia, un paradossale misterioso

canto nasce dalla voce frantumata dai fucili,

o peggio ancora dai non dichiarati sogni.

La peggior sorte tocca al piccolo canto bambino,

quello abbozzato appena, con flebile voce,

quella è la canzone che non vedrà mai

la luce, nel retrobottega confinata, per paura

del buio, della lacrimosa pena.

Appena mi addormento il sogno torna,

torbato di anime grigie, affamato di colori,

che non udranno mai la voce.

 

Sogno n. 1

Inutile aggiornare cartelle vuote e sogni,

con l’imbarazzo muto che riservo alle

giornate più tese, incespico svogliato

nell’indolenza piatta, belga o olandese,

fiandra battuta dal vento di memorie

appuntite, la mia destrimane specie d’uomo.

Sipari abbassati su mobiletti Ikea,

rappresentazioni pallide dell’ovvio.

Trilli

di telefoni immaginati, vivaci colori,

spericolate nebbie mascherate da luci,

fanali stinti, parabrezza morti di sonno:

fossi attendono, accoglienti, le spoglie

viventi dell’accaduto.

***

Si piantano bulbi nella terra ombrosa,

raccolti i capelli in una matassa spenta.

Non è questo il momento per partire,

humus di notte, germoglia la vita.

Sottile passa ogni anglicana confessione,

non udrai più parole sbagliate, nessun

suono verrà a seppellire il moto allegro

del lapis che incide la pietra.

Ai quattro canti del mondo segni di

Primavera, riscossa di verde la strada,

con alberi alti, finestre addobbate a festa.

Scaffalature nuove per pareti altrimenti

vuote.

Pensieri-lucciola si oppongono

sfiniti alla permanenza del buio, all’occhio

stanco che spreme la luce.

 

Stradario (per Robert Creeley)

Sei tu lo stradario perfetto, lasciato aperto su una pagina a caso,

una mappa lombrica parole, segmenta l’altrove col come.

Se mi pensassi straniero, in una nuvola vuota, in un percorso

bislacco e remoto, sarebbe protezione di specie, affabile sensazione

di mantello bianco di lupo di branco.

Se mi fingessi pallido, lercio, dickensiano orfanello danzante in

vicoletti di Londra, verrebbe in soccorso l’intuito grasso del fumo

di stufa a dire la strada, verrebbe a nutrir di stelle lo sguardo, svuoterebbe

le borse pensose degli occhi, dei fanali a tracolla, della noia, del morbo

che uccide.

Prima che il buio cada dietro l’orizzonte marino, contenderei alla luna

ogni primato di luce, pur non lasciando questa stanza e questo rosso,

che governa e perimetra orgoglioso tutto quello che non conosco.

Come tu dipingi dal nulla, io scrivo solo di ciò che non conosco.


 

La finestra per scrivere

 

Domani sarà il giorno giusto per scrivere,

tu resta dove sei, non ti muovere, non dire.

Sarà il giorno perfetto, sarà indulto di sonno,

sarà miagolio e clangore di cancelli, sarà.

Apro porte, nel dubbio aspetto un minuto

(casomai vele aprissero solitarie i velluti

del morbido dire), tutto sommato è ok. La

scorrevole solitudine aleggia al piano nobile,

arieggio quindi l’ambiente per dimenticare gli

errori, le congiunzioni affrettate, gli aggettivi

sonanti, saturi e grassi.

C’è pace invece, parliamo, mangiamo, dormiamo

nello stesso letto , facciamo l’amore, abbiamo lo

stesso sogno credo ( quella telepatia intrusiva sì):

allora la poesia docilmente nasce, naturalmente

nasce, e cattura , precoce, le stelle invisibili , le

scintille che attraversano di luce la stanza immobile.

Un fruscio di gonne affrettate con lustrini mobili,

spalanca le braccia in un imprevisto passaggio

d’aria, decapottabile amore, ora chiuso, ora aperto,

disposto al meglio, per aprire le chiuse confortevoli,

e dare acqua ai tramonti , rifornire le piogge urbane.

***

Un posto delizioso per la scrittura è qui, davanti

la finestra sul pino, nulla si perde, nulla si sparge,

solo affilate ombre a colori ripiegano i fogli in

passeri origami brillanti. Guardo attraverso i vetri

radici, rododendri selvatici incartano sospensioni

di fiato, sorridono nuovi alla primavera che serve,

che è utile adesso immaginare vicina.

Immaginare con il petto proteso in avanti, a guisa

di corazza, a protezione caramellosa del circo del

cuore, maleducata speranza vicina alla meta.

Sono nato per scrivere arbusti di viaggi, nocchieri

alla porta sorridono con il volto spezzato dal sale,

cerniere uniscono le contrapposte visioni del mondo,

saldano stupite il bianco e il nero, il sotto e il sopra,

il silenzio e la musica dell’incalzante sospiro.

Il profumo del mattino ha la fragranza del letto,

suscito anagrammi, gioco con acrostici, sgranocchio

biscotti d’avena, scrocchio giunture fredde.

La colazione dell’anima , altra fragranza di prato il mattino.

***

E’ proprio delizioso questo angolo marrone, invito

solo gli amici più cari, non mi importa degli altri,

solo chi ha avuto la necessità del canto conosco,

solo chi ha pensato , nudo e deserto, conosco.

La necessità del sentire odori d’inchiostro, il piacere

sfocato del piccolo dolore delle partenze, del cuoio

delle stazioni umide, della brina e delle pozzanghere gelate.

Questo è il dolore che diventa piacere e memoria comune.

Non mi piace però indulgere troppo in verità che non conosco,

piuttosto tendo l’orecchio, vuoto le tasche, prometto sogni.

Come sai- come sapete- mi avvio vinto, spesso evado,

spiazzo e spezzo le uniche poche verità in frammenti neri

di fondali abbandonati, teatri vuoti e polverosi, documenti

inutili, bicchieri sporchi, bottiglie buone a metà.

Leopardi era un miracolo di coraggio, non io, non altri,

si approvvigionava di inconsuete visioni, baldanzosi

appetiti, sonanti cavalcate sulla sponda dell’orrido.

***

Ronf ronf, il gatto sì. E’ un gatto affatto speciale, mentre

dorme appiattito sul davanzale, sopra il termosifone, sogna.

Nel suo sogno, sono convinto, sedimentano archetipi folli,

immagini dorate di egizie abitudini alla beata calda pigrizia.

In altri tempi avrei desiderato essere gatto, ora però non più:

un animale del deserto ad esempio, cammello magari.

Lateralità di sguardo e prontezza riflessiva, sarebbero buone

le piste di sabbia, sarebbero argentee visioni sotto il sole.

***

Sono qui e guido, nel pomeriggio, senza voce.

Uno scatolone di marmo sono i ricordi, puntuta specie di coraggio.

La scala che porta al fiume, il cane che spinge con il muso

il cancelletto , il passaggio d’ali dei germani.

E’ un bambino che cresce in fretta, le mani si allungano, i brufoli

sulla fronte, il rosso delle gote: lo guardo e mi vedo, come tutti

i padri solitari osservo la vita che prepara la vita, e dentro rido,

un po’ mi preoccupo però, di capire, di essere pronto.

Ripiego il giornale e appoggio gli occhiali.

Un giorno che non arrivavo piangeva, appoggiato al muretto,

ho sentito il vento appoggiarsi alla collina anche, fermarsi per

un momento e fermare con gli occhi lo sguardo sul mio.

Chi è questo silenzio, chi è questo delicato ombroso sentimento?

Sono i passi del silenzio che contano, le canzoni che

dal fondo muto del cuore risalgono la corrente e si allargano

nei laghi bianchi, portando tronchi e detriti di primavere.

***

Esco con mia moglie per fare la spesa, la guardo, sento amore.

Auden, suggestioni domestiche.

Ho letto tre poesie di Auden a mia moglie

Su Funeral Blues ha pianto perché la poesia

Era forza di sentimenti e immagini, pulizia

Di fragole sotto il palato. Asciugate le lacrime

Ha rinnovato il calore in un abbraccio diamante:

E’ dinamite la potenza sovrana della parola,

Può seminare piccole puntute illusioni e recuperare

Amabili infrangibili intenzioni nel dare e ricevere.

Per notti abbiamo sepolto la notte in un sonno nero,

Non fraintendete quello che dico, niente metafore,

Il sonno era nero perché non c’era più sogno, non

Bastava la calura del giorno a riscaldare le braccia,

Solitarie e nude, non bastava la brezza del tramonto

A cesellare i sorrisi.

Così la poesia di Auden ha toccato la verità, nel suo

Dire e smontare palcoscenici domestici, con quel

Fantastico ritornare d’assonanze e rime, ha spostato

Sabbie fini , disegnato l’impotenza del dolore,

Donato fiducia e speranza dove l’ombra ristagnava,

Dato luce alle stelle, rinfoltito i boschi, suggerito

Baci , semplicità e rigore.

 ***

 Funeral blues

Stop all the clocks, cut off the telephone,
Prevent the dog from barking with a juicy bone,
Silence the pianos and with muffled drum
Bring out the coffin, let the mourners come.

Let aeroplanes circle moaning overhead
Scribbling on the sky the message He Is Dead,
Put crêpe bows round the white necks of the public doves,
Let the traffic policemen wear black cotton gloves.

He was my North, my South, my East and West,
My working week and my Sunday rest,
My noon, my midnight, my talk, my song;
I thought that love would last for ever: I was wrong.

The stars are not wanted now: put out every one;
Pack up the moon and dismantle the sun;
Pour away the ocean and sweep up the wood.
For nothing now can ever come to any good.

 ***

Fermate gli orologi, tagliate i fili del telefono
E regalate un osso buono al cane perchè non abbai,
Faccia silenzio il pianoforte e tacciano i martellanti tamburi
Che avanzi la bara, che vengano i dolenti.

Lasciate che gli aerei volteggino nel cielo
E scrivano l’odioso messaggio Lui E’ Morto,
Guarnite di crespo il collo bianco dei piccioni,
Fate che il vigile urbano indossi lunghi guanti neri.

Lui era il mio Nord, era il mio Sud , era l’Oriente e l’Occidente,
I miei giorni di lavoro, il mio far niente la domenica,
Era il mezzodì, la mezzanotte, le mie parole, la mia musica;
Credevo che l’amore potesse durare per sempre: un’illusione.

Nessuno più vuole le stelle: spegnetele tutte orsù;
Buttate via la luna e tirate giù il sole;
Svuotate gli oceani e abbattete gli alberi.
Perché da questo momento niente servirà più a niente

 (traduzione  di D. Gennaro).

Bozzetti |Daniele Gennaro

il giornalaio

È una scatola la mia casa
d’estate un po’ calda
d’inverno gelata,
ma è la mia casa.
Mia moglie la lascio che dorme
mia figlia è lontana da qui
leggo poco da sempre:
non ho bisogno delle parole stampate
mi indico da solo col dito la strada.
Le tasche colme di monetine sonanti
era bello pensare che un giorno sarei stato
cappello e mantello ad inseguire gli indiani
(Tex Willer mi piace,
leggo quello poi basta).
raccoglietemi a poco a poco
vi porterò con me all’alba del giorno
verrò nitido e timido al molo,
sento il profumo del pane
e sorrido.

***

il fornaio

non ricordo quanto pane ho sfornato
baguettes, focacce dolci e salate
recuperato ninnoli e spugnose canzoni
sentite la notte fonda fonda alle tre
radiolina a transistor plastica rossa
appendo i sogni per il giorno che verrà
più tardi il pomeriggio quando il mare è più blu.
da piccolo volevo fare il marinario
correre furibondo sulle onde del capo
mi vedo un pò salmastro in effetti
ma son solo sudato
dal caldo del forno
la mia africa
è qui.

***

il barista

 

miscelo la noia con gin
angostura l’imponderabile fine
un pò in crisi lo ero
mia moglie rassegnata
sbolliva da sola
alla fine lo specchio si ruppe
e miracolato per poco
rassegnavo indolente
le dimissioni
fumoso locale da ballo
dirotto il mio pianto da te
sorrido impaziente
da sotto il bancone
mi faccio sangue nei pugni
sorrido inventando promesse
poesie travolgenti di odori
profumi
champagne
notarelle appuntate distratte
sul polsino bianco
kamikaze impolverati
sopponenti violenti
allontano tutto questo
negli occhi
palpeggio il tuo viso,
ubriaco.

***

il fotografo

scatto foto ai matrimoni
compleanni
se qualcuno legge una poesia
io sono lì e lo fotografo
sono spento alla luce
miniera di fango la mia ombra
nemmeno al più piccolo passo
lascio traccia di me
sono un fotografo di nuvole
mi piace ritrarre grandi famiglie
riunite la domenica in campagna
i grilli fan da coro
lo sfondo è verdegiallo
uno sbuffo di fumo nero
l’orizzonte lontano
promette altre immagini
altre folli rincorse
(in segreto però)
al ritratto arlecchino
di me vestito a festa
all’occhio attento
dello zio Antonio
con la macchina al collo.

39, Holland Park Road (London) |tre inediti. Daniele Gennaro

 

 

Così le cose passano, lembi di luna, rimasugli di eccome,

pesano e passano, colonne chiassose di serpenti d’auto,

contorni acuti di pioggia e tuono.

Così le cose passano, passi alternati a tosse,delle ragazze

che, iene, eleganti e succose di ali e volo, con sogni che 

riparano, lambiccano poesie piccole nel rientro serale.

Così le cose passano, nei telefoni remoti, negli schermi vuoti,

nelle insegne illuminate per le ore buie, nelle mattine setacciate,

emigrate nel sottopasso (zona off-limits) della solitudine.

Così le cose inventano altre cose, dietro le lenti burrose che

fanno nebbia, dopo le acque disperse, che fanno ombra.

Dopo questo, intrecciate raccolte di pagine, libri, lettere,

abbracci-nodi, strette di mano, periferie dolci dello stare,

pensieri mobili, pensieri docili, ammaestramenti colorati della

specie che sapete.

Nel risveglio, corti segmenti del giorno,

nel giorno, la nobile fragranza del pane,

il profumo della lana, lo specchio,

la riflessione muta della neve.

***

 

 

Dolce il profumo del legno in Daunt Books,

una pausa nel freddo polacco che preme alla

porta , le nostre ginocchia si toccano, si sfiorano

appena, i nostri visi  accarezzano il punto dove ogni

scogliera dubbiosa divide il riposo dell’onda.

Dolce il profumo dei libri, trovo ( perché era lì)

quel che cercavo, un vecchio Larkin sgualcito,

passato di mani in mani, parliamo di quando facendo

l’amore di letto in letto, ripassiamo la vita, gestante,

nelle ore timide che precedono il sonno.

Dolce il sapore del sale, delle parole scritte sul vetro,

del vento che appassisce le ultime foglie nel parco,

ancora, dei libri che, lasciati al sole, o sotto la pioggia,

asciugano e riprendono tutte le lacrime versate,

nemmeno una, che sia una, caduta per caso.

***

 

Oggi la casa è musica  con quelle parole

Pare inginocchiarsi la nebbia perfino

La pioggia cade romantica di specchi

Curva leggera su incipit diversi da prima

Sale il fumo verticale al tuo viso rubino

Passa e chiude i tuoi occhi grigio su grigio

Così ti amo al semaforo spento alla rotonda

Alla francese baguette inzuppata nel latte

Colazione felice per due marmellate assortite

Boungaville di sguardi arrotare le erre per

Far più morbido il pane con i colli allungati

Sulla tazza marrone che trattiene il calore

Del saperla lunga e che nessuno esca da

Questo locale azzurro dove anche gli effetti

Secondari sono benvenuti alle glasse dolci

Del trasporto amoroso dove zoppica ansante

La bellezza in briciole piccole in calcoli

Minimi di promesse provvidenze raccolte

Col dito bagnato di saliva nella parte molle

Adesiva del cuore sensibile

Non siamo né alti né sbagliati siamo uccelli

Con mantelli di loden spingiamo allegri

La mattina incartata in amaca da palma a

Palma la nostra mano graffetta le ore

Passano camion bagnati, gialli di sole.

 

 

 

 

 

 

 

Lay out |Daniele Gennaro

Lay out.

Dispongo le parole pronte in lay out di stampa,

Dispongo di poche impertinenti ore per lambire

Col giudizio la necessità della fuga.

Nell’apprendere purtroppo di te che non dormi,

Neppure un barlume di casa basta a sorprendere

Lo sguardo anchilosato nel verde angolo della

Solitudine ; coperta tirata sugli occhi per non

Vedere la neve che cade – prevista- quindi già

Assimilata allo spettro di Marley del Racconto

Di Natale- dopo di lui ecco i tre Natali: presente,

Passato e futuro-

Quale dei tre fa più paura?

Certo il futuro, nell’insospettato verificarsi delle

Cose spazio-ombra, con il suo esserci al netto di percentuale

Spazio-tempo, per dare consistenza alla nuda pro-

Creazione inattesa, per l’età di rimessa ,che spinge

A dorso di mulo le imprecisioni, le scarlatte dune

Le serpiginose dune, le velate dune.

Come Assiri alle prese con il problema della

Scrittura ricapitoliamo tutto un mondo alle spalle.

Debole fermezza , scuro in volto, particolato fine

Frammento di friabile stella il valore delle parole,

Ma di questo abbiamo già molto scritto e discusso.

Piuttosto con malandrini pistacchi ad uno ad uno

Ingollati per fregare il tempo sì, alla lettura dell’ultimo

McEwan , che traballa speranzoso negli occhi brillanti

Della perfezione sintattica ( per quando almeno metà

Del merito, come sempre, vada al traduttore).

Mi diverto e aspramente mi corteggia la delicata ambiguità

Della poesia.

Non ho muri, fossati o altro attorno.

Mi mostro a te come si deve, con l’indeterminata bellezza

Di un campo di tulipani dipinto, che a distanza potrebbe

Sembrare un campo di battaglia, una Waterloo senza

Cadaveri, una Marengo vittoriosa dove la erre francese

Rimane nelle cantilene degli scolari.

1965.

Seduto sulla tazza del water il mattino del primo giorno

Di scuola pensavo, ansioso, a chi mi sarei ritrovato accanto.

Da allora penso sempre a chi mi potrei trovare come

Compagno di banco, forse un rettile, uno scoiattolo,

un ragno femmina, tessitrice di speranza.

Posso guidare per ore nella bufera, con la lucidità e la

Precisione semantica di uno che ha studiato linguistica.

Studiare , ripetere, verificare con le mani la consistenza

Dell’invisibile.

Quello che mi annoia nella poesia è il verso che pretende di

Nasconderne un altro, quando in realtà fa capolino fin

Dall’inizio della pagina.

Il rosso era sangue, non tulipani.

I fiori rossi sono sempre i più belli, i più pericolosi e astuti:

sono la perfezione, che rende la verità  preda, stanata dal sole.

***

Inedito, 2010.