Autore: cristina bove

sono grata alla vita d'avermi lasciato il sorriso

Passaggio

nel silenzio di bocche spalancate
il grido è un pomeriggio di scorie
e rimasugli d’aria
___________________ salta la rana salta
sono cose così che vengono alla mente
senza nessun determinato intento
un sosia da cinque passi indietro
me
che stendo sul tavolo la luna
e rigoverno piatti
_________________________l’altra sera
che era
o non era ancora
primavera

però seguivano la banda
quelli del paese
nemmeno fosse il mio paese
un po’ più a nord c’è l’infiorata
io me ne infischio
sinceramente avrei detto me ne…
ma sono
o meglio dicono che sono
una signora
e allora
sinceramente me ne invischio

e turbino
____________________ con i miei pochi scintillii
:::::::::non riverberi:::::::no
lo so
non s’han da dire

incipriata nei trapassati semplici
congiuntivi imperfetti e transiti vietati
ai non addetti ai favori.

LEI

Da molto lontano, a vederla tonda e rubiconda nel suo vestito verdeazzurro, mai si poteva immaginarne la vera natura.
Tutto era cominciato quando, tempo addietro, le sue forme si erano avvantaggiate di caratteristiche sensibilmente attraenti.
Ben proporzionata, ogni sporgenza e rientranza al posto giusto, nel suo insieme faceva davvero una gran bella figura.
Erano in molti ad esserne accolti benevolmente, anzi bisognerebbe dire tutti, ché offriva ospitalità e ristoro a chiunque capitasse.
All’inizio, dopo essersi concentrata, aveva sviluppato tutte le caratteristiche, minime e massime della propria esistenza.

Infine aveva voluto aggiungere l’Elemento
Ma Esso si rifiutò di collaborare fin dall’inizio.
Fu per lei molto fastidioso, ma sopportabile, fin quando il contrasto si era manifestato soltanto in episodiche circostanze, come nel cercare riparo dalla pioggia intrufolandosi nei suoi pertugi, oppure nel rivestirsi della pelle d’altri.
Questo, e altro ancora, poteva essere accettabile.
Poi ci fu la moltiplicazione.
Il problema vero si pose quando Essi cominciarono a contrastare le Leggi.
L’insieme delle regole che lei stessa osservava con precisione: non che si trattasse di vere e proprie imposizioni, perché tutte le varianti dell’esistere ne percorrevano sequenze stabilite, dall’inizio alla fine.
Erano state rispettate anche nell’accrescimento generale, dal microbo al mastodonte.
L’atmosfera che avvolgeva il tutto era sempre quella giusta, almeno lei ne era convinta.
Essi non avrebbero dovuto apportare variabili.
Invece non fu così.
Oltre a rifiutarsi di appartenere alla catena alimentare, da lei così ben congegnata, presero a saccheggiarla, con metodo e determinazione.
Ne raschiarono l’esterno per conformarla ai propri disegni, non più quelli necessari alla catena, ma altri stabiliti chissà per quali scopi.
Non lo capiva.
Ma come, andava tutto così bene! Era lambita, carezzata, nutrita, a volte anche adornata…
No, lei proprio non capiva.
Essi intanto la calpestavano, la frugavano fin nelle viscere, la piegavano a ogni loro desiderio.

Quando decise di ribellarsi, la prima volta, fu mossa da una forza incoercibile, si frammentò nel profondo e poi si lasciò andare alla deriva.
Essi parevano estinti.
Ma non fu così, scesero dalla cima del monte su cui avevano trovato scampo e si riversarono ancora sulle sue pianure. Non ci fu nulla che potesse sottrarsi a quella cecità devastatrice.
Il colmo fu quando cominciarono ad aspirarle il sangue dalle vene
Ancora si scrollò, i sussulti si percepirono ovunque, non ci fu piega della sua veste che non ne fosse scossa.
Crollarono le strutture che Essi avevano costruito come bubboni smisurati perforando e innalzando oltre le sue molteplici difese. Dritte al cuore del cielo. Pugnalate di ferro e di cemento. Tutte le loro invenzioni.
E poi quell’asfissia, quell’averla costretta a soffocare nei suoi fumi.

Ora è proprio stremata, ha bisogno di conoscere il parere della sua innumerevole famiglia.
Dirige le sue domande silenziose nell’alfabeto noto ai componenti tutti.
Telepaticamente trasmette il suo stato di estrema difficoltà in Armonica Ohm, un SOS respirato, anzi tossito, mentre intorno tutto crolla, tutto si sgretola, scoppiano pustole in superficie, ondate melmose occupano ogni anfratto, lei straziata, frantumata, in procinto di disintegrarsi definitivamente.
Arrivano gli aiuti, forze magnetiche che l’avvolgono quasi in un abbraccio, che le danno ulteriore energia per l’ultimo, strenuo tentativo di liberarsi di Essi.

La capsula vaga tra i pianeti, in attesa di planare su quello più somigliante a Gaia.
I bipedi elementari che la occupano, con tutta la loro scorta di armi e tutte le registrazioni della loro perfida scienza, esplorano a velocità supersonica alla ricerca di un sistema solare che li possa accogliere, un altro pianeta vivo da colonizzare.

Intanto dalle circonferenze estreme, dai confini dell’universo, arriva lo Scandaglio Monotonale, la Nota segreta avvolge l’astronave, ne penetra lo scudo difensivo, tasta la mente dei passeggeri.
Quello che vi legge non è rassicurante, non dà garanzie.
La decisione è presa.
La capsula viene teleguidata verso uno dei pianeti di sgombero.

All’impatto con l’atmosfera di Thanath Ca[SO4]-2H2O, la sfera viene risucchiata in ciò che mai potrà essere distrutto, la polvere.

Metaitalica

Cenerentola
in cerca della fata smemorina
allarme allarme!
credevate che i versi di moine
conducessero a fiabe
(chi sarà mai costei che li ammannisce?)
zac
tagliatela sul nascere
la lingua che s’innesta sui giardini
di faeria maldestra
fu tempo fa che vidi “Il topo”
e Jodorowsky ne previde tanto
di cancro e di metastasi

cominciano di solito in sordina
poi diventano masse irriducibili
nomi e cognomi afflitti
da telogen effluvium
e sotto
protuberanze da conigli sfatti

ed è così che ancora ci si mette
metà di tutto e forse
anche di meno
la sua cerchia di accoliti in mutande
a fargli coro
papaline e bandane
hanno colore uniformatocacca
espongono mefitici trofei
che gl’imbecilli annusano
sperandone l’assaggio.

Cara (di Elia Belculfinè)

Cara. E scriverti una lettera
d’amore. No: sono un poeta. Io navigo. Dell’amore
non so nulla in
più di un pipistrello
spaventato
Cara scriverti una notte di stelle, un pianto
Che scintilli di preghiera. perché
le stelle leggono nell’anima
dei poeti,

nuotano anche dentro le
mie braccia
E le sollevo a stento l’amore
Pesa più del fuoco.

Cara e portarti dove la tua
anima baleni Di paura, in quel buio che
ti tiri al
mento per non Temere
più l’inverno.

Ho detto stelle, lo so. Che imprudente!
Ora temo la rivolta di Giove
Che si tramuti in toro e ti seduca
Perché non so davvero stupirti
Cara, e se poi
Ne venisse fuori un albero,
una quercia ben congeniata con ghiande un ghiro
Pensoso ai piedi, potrei, tra una parola
e l’altra
Fissare con i chiodi
Del sempre
Un cavaliere un drago un drago un castello
E dire per sospetto:
è solo poesia.

Ma comprendere
le geometrie degli astri, no, non è affare
di poeti. Sono le stelle
a fare il lavoro sporco. Perchè
accecarsi, allora?
Orbitano
dentro i nostri racconti, quando stanchi
lasciamo che la notte cosparga di oli
poco pregiati i nostri piedi
miserabili

Lo fanno gli innamorati. Sono loro

che scrivono le astronavi
e la speranza Ed io non so cosa sia l’amore. Ma
Uno spiffero i capelli
adesso:
quel giorno
di binario e miraggio,
e trasformasti
la mia anima in un campo di
segale.

Cara
Ma potrei far ondeggiare il
tuo respiro in uno scambio di battiti e mari. Chiedere a
giove
che diventi piccolo. Un’inezia di
di inchiostro sul registro dei
campanili

Ed entrare
nello studio del maestro, chi mi riconoscerebbe?
rubarti fra le righe
una
notte all’Opèra.

Gabriella Gianfelici

Gabriella Gianfelici risiede a Roma dove lavora e dove è nata nell’ottobre del 1954.
Ha al suo attivo cinque libri di poesie di cui l’ultimo:” Essere lo spazio vuoto tra due righe”, Pascal Ed. Siena 2007, presentato alla Fiera del Libro di Roma il 7 dicembre 2007.
Gli altri volumi sono: “Scrivo,ti scrivo” ed.Galzerano Salerno 1989; “Come le radici dell’albero” ed.Fermenti Roma 1999; “La notte innocente”,ed.Pascal Ed. Siena 2005; “L’angolo della vita”, ed.Pascal Siena 2006 da cui è stato tratto uno spettacolo dallo stesso titolo.
Ultimamente è stata pubblicata una “plaquette” numerata in edizione bilingue dall’Ass.ne Torii, Roma/Assisi dal titolo: “Poche note soltanto ma note d’incanto”,(italiano-francese).
Si occupa di critica letteraria, svolge laboratori e seminari di scrittura, soprattutto poetica.
Fondatrice, insieme ad altre quattro poete, nel 1989 dell’Ass.ne Culturale “Donna e Poesia” di Roma, ne cura il premio annuale giunto alla XVIIma ed. Spesso invitata a parlare di poesia presso scuole, Università, centri culturali crede nella poesia come spinta alta e vera di comunicazione.
Ha svolto laboratori presso il Monastero di Camaldoli, l’Ass.ne Griselda di Certaldo, l’Ass.ne “Smeriglio” di Smerillo (AP), Università Roma Tre etc.
Collabora a varie associazioni e centri culturali, coordina il progetto del Municipio XVIII per la scrittura rivolto ai giovani, curando oltre agli incontri anche un concorso letterario annesso.
Suoi scritti sono reperibili in rete presso i siti: www.lucaniart.mondo.blogs.com; www.viadellebelledonne.wordpress.com;
www.chiaradeluca.com;
www.realtano.it;
www.larecherche.it

Gabriella Gianfelici: Gabriella.gianfelici@tin.it
cell. 349 87 57 498

Qui ogni attimo

Qui ogni attimo
è eterno.
Andarmene così
scivolando
nell’ignoto silenzio.
Precipito
nel desiderio di stelle
e nella bramosia
delle linee
cerco in fuga da me
le ragioni
della vertigine.
Poeta e pittore
cercano sponde
a rischiarare le
pupille e a confondere
il buio.
Noi siamo
nella luce e nello sguardo
a far brillare te, anima.

BALLATA PER FADWA TOQAN E JOSE CRAVERINHA

A volte
la fiammella accompagna la mia notte
un vezzo
perché io ho luce
accanto a me
e penso a voi
poeti di luce
che luce non avevate mai.
A volte
la fiammella accompagna la mia notte…
ma cercami ancora tra le cose
che per amore si danno
e che per amore si prendono
nel tramonto sanguigno
e nelle nubi sempre in rivolta.
A Fadwa
che da Nablus
non andò mai via
e a Josè
che morì
nello stesso letto di sempre.
Lottare con le parole dicevi
e con l’esempio
scacciare violenza e potere.
Tra le pieghe
di un minuto disfatto
il canto della cicala
le viole il tamburo
il sorriso di chi
non conosco.
Tu, Josè, dicevi
cercami tra le cose
che per amore si danno
e che per amore
si prendono.
Fadwa
raccontava negli ultimi mesi
di non avere carta e penna
macerava dentro sé immagini
e ferite.
Josè scriveva il dolore della schiavitù
della tristezza
dei canti meravigliosi
con cui i suoi amici lo accoglievano.
Il perdono non è per dimenticare
dicevi
è per vivere giorni nuovi.
Cercami tra le cose
che per amore vivono
e che per amore
si donano.
Maputo è bella
diceva Josè
e intanto scriveva le sue storie
mostrando vividi occhi:
così vorrei i poeti io
sognatori della realtà
senza soffocare il tempo per vivere.

Da psicanalisi (se servisse)

Ho pensieri incrostati
li vorrei cancellare
ditemi, c’è un solvente
per scioglierne la gromma?
Mi ritornasse immacolata pagina
questa mente da macero.

Sono annidati in essa temporali
fulmini e fiori
come già ne scrissi
e clandestini abitatori
delle mie case in cartapesta.

Forse potrei
scendere a patti con la mia fortuna
dicono almeno che di ciò si tratta
ma bendata
da riconoscere ben data.

Vedete dunque quanto mi suppone
una logora attesa
e quanto spira
di me sospesa in quella notte triste
in cui tutto sarebbe terminato.

Allora pregherei
se un santo cui non credo mi credesse
che mi tracciasse come una parentesi
(dare vita ai miei figli e custodirli
in questa dimensione).

Io redimorta
tornare a quell’asfalto

tre poesie di Cataldo Amoruso

Cataldo Amoruso (31/7/1959) è un poeta che ha tenuto nascosto a se stesso di esserlo, per lungo tempo, e ancora non se ne convince.
Soltanto da poco ha aperto un blog dove pubblica racconti e poesie del passato e testi attuali. La sua è una scrittura diretta e coinvolgente, decisamente interessante.

cb

***

Periferie

.

E tu qui,
dove c’è stato un tempo

entra per questa via
di toponomastica confusa
di periferie
di borghi annessi e in fretta sciolti
guarda i nomi
forse qualcuno ne ricordi
sono strani
sono vie e piazze
di colori di frutta di cose
sono gli ultimi viali
quelli che a voltarsi ci si sente soli
perduti, a fine corsa
o volo
entra per questi spini
passa per queste vene
è caldo il sangue
è di strada d’agosto
blu
o rossa
come da legenda
come da istruzioni annesse
lascia che ti parli la radice del cuore
importuno
vorrei farmi di soli vorrei
passarti come un dito sulle labbra,
disegnare un volto
ché il mio era finito
e non poteva sapere
che ogni linea tracciata
era un altro un unico confine.

Oggi provi a spezzarlo questo profilo di non luogo
ché già è stato quel tempo
che alberava viali sotto la linea dello sguardo
a fiori nuovi
e proiettava segni di avvenire
a ruota libera
sotto l’ala. (altro…)

Chissene…

Lo avverto è scroscio
spazza le case delle mie certezze
mi smemora e mi scaglia
in odore di santa languidezza
non vidimata ancora
dalle offese che morsero i miei giorni.

ora che sono bianca
ed il mio nome è quasi cancellato
nasce una donna ignota
che vive e s’imbelletta
guarda in tralice gli anni a marameo
affiora rosa
e si stupisce il saggio portaborse
di flosci documenti ormai scaduti
e sulle mie capriole s’arrovella

malevolo sgomento anche al mercato
dove ti fanno il gioco delle pulci
e le risate
sono bandite oltre una certa età

ma come disse un fascinoso attore
io francamente me ne infischio
e porto
il giocoliere delle mie serate
all’osteria dell’ultima bellezza.

Longitudine

mare d’ignota percorrenza
un gradino in cambusa
al terminare scale
o capitano
ascoltavi deliri e riposavi all’ombra
di te stesso. Io raccoglievo in fogli
e paratie
la mia vita sommersa

sognavo di remare alla catena
e nell’affanno della latitudine
mio capitano
cartesiane e trigoni
non consentono attracco.

Appoggiami l’orecchio sulla vita
trentatre sessantaquattro mille
mi dispiace dottore – non ho abbastanza fiato –
dico zero.
Ti concedo il mugugno
marinaio
e un remo corto per il tuo rientro
stringiti il ceppo alle caviglie
quattro misure d’aria.

Intaglio dell’olivo più ritorto
polena immersa seni e fianchi all’onda
cellule staminali e dio risorto in
affondare lento.
Perchè prestavi ascolto
e tendevi le mani ai miei riflessi
avevi sete e ti porsi la bocca di ruscello
o capitano
volevi anche di terra e di colline
cicale imbavagliate alle radici
albero ancora infisso
e non sirena dalle gote rosa
a tagliare riverberi nell’acqua.

Un astrolabio almeno
una cima di scorta o un suono acceso
battito d’una sola mano
è il porto

Delle apparenze

– Voi credete ancora alle apparenze, è questo il vostro dramma –
– Ma non sei forse tu che ne hai creato ogni presupposto? Nei minimi particolari, microscopici, hai fatto in modo che potessimo capire solo fino a un certo livello.
– Questo sarebbe un giusto appunto se non avessi dalla mia tutto l’universo, e voi soltanto un pulviscolo di cellule.
– E allora lo ammetti, hai fatto in modo che mai percepissimo le dimensioni totali del nostro esistere. Un bello scherzo da prete.
– Da papa, anche, con o senza accento, giacché ci sei.
– Ho appena letto una documentazione sui delitti che hanno contrassegnato il dilagare del potere di quella chiesa che spaccia per tuoi i propri interessi.
– Conosco la faccenda, so tutto il numero dei cosiddetti santi sepolti nelle cripte marmoree, mitria in testa, in quel luogo di sfarzo sfrenato e preziosità di ogni genere. Mandai mio figlio tempo fa tra loro, ma lo uccisero e delle sue parole fecero commercio.
– Allora mi pare di capire che non abbiamo speranza. Oggi ancora una volta abbiamo assistito alla vittoria dei loro protetti, mafiosi e obnubilatori di coscienze. E dei loro scandali immondi minimizzare la portata e gli esiti.
– Purtroppo non avevo considerato queste deviazioni, ma nella libertà dell’infinito possibile, ho voluto che tutto fosse sperimentabile.
– Allora vedi che è tutta tua la responsabilità!
– Se per responsabilità intendi l’avervi lasciato completa libertà di co-creare la vostra realtà, allora sì, sono responsabile-
– Bene, è già qualcosa, ammetti le tue colpe.
– No, ammetto le vostre.
– Troppo comodo, non sono d’accordo.
– Comodo perché? Se sono tutti voi, se ciascuno di voi è un minuscolo punto del mio essere, è dentro di me che avviene ogni dolore, come è dentro di me che si articola ogni passione e ogni piacere.
– Vuoi dire che tu patisci te stesso?
– Si potrebbe anche dire così, se preferisci.
– E allora io, io chi sono e quanto conto in questo infinito incommensurabile di cui consisti, di cui rifulgi e infinitamente ti espandi?
– Tu sei l’informazione che ho voluto, tu sei la mia coscienza momentanea, ma senza di te non ci sarebbe il tempo.
– ?
– Nemmeno un buco nero: un vacuolo può esistere perché esiste l’intorno, io sono la dimostrazione degli assunti contrari, io sono il tutto, IO SONO.
– Dopodiché io continuerò ad essere tuo complemento infinitesimo, nel bene e nel male…
– Bene, Male e Indifferenziato, sono categorie di questo pianeta che insieme abbiamo creato e stiamo ancora creando, fondanti di un sistema trino. Infatti, con chi tu stai discorrendo?
– Stando a quanto hai detto, con me stesso.
– Ecco. Allora le responsabilità?
– Sono le mie.
– Beh, in un certo senso sì, ma tu sei solo una cellula dell’organismo che ha per corpo la Terra, per cervello le stelle e per braccia l’eternità.
– E allora come posso essere responsabile di tutto questo?
– Siamo al dunque, lo sei e non lo sei, esattamente come Me.

cristina bove

il segreto

Ho scelto questa poesia perché amo la traduzione che ne ha fatto Anna Maria Curci

Il segreto

Lo porterò con me, dipinto
di cobalto, e avrò la spada della mia vittoria
sulle pietre dei sogni inconfessati, non
per avvilimento, ma per bellezza estrema.

Il limite è follia, io sono il centro
Io sono
nella caducità delle cose il punto fermo e
della mia poesia vestirò il vuoto
il mio dolore di
non essere in tempo.

Mai
lo sapranno gli argini dei sensi
mai lo potrà sorprendere in se stesso
chi veste l’abitudine
io che in disparte vivo
di sangue caldo solamente il suono
io che dell’aria vivo.

Das Geheimnis

Ich werde es kobaltblau gemalt
aufbewahren, und ich werde nicht aus Entwürdigung,
sondern aus äußerster Schönheit das Schwert meines Sieges
auf den Steinen der uneingestandenen Träume haben.

Die Grenze ist Wahnsinn, ich bin der Mittelpunkt
Ich bin
in der Vergänglichkeit der Dinge der Punkt und
der Leere,
meinem Leid, nicht rechtzeitig zu sein,
werde ich meine Lyrik anziehen.

Nie
werden es die Dämme der Sinne wissen
nie wird es der in sich selbst überraschen,
der die Gewohnheit trägt,
ich, die abseits von warmem
Blut lediglich den Schall erlebe,
ich, die von Luft lebe.

Cristina Bove, da Attraversamenti verticali, p. 33
Übersetzung ins Deutsche: Anna Maria Curci

Qui si può ascoltare il testo in tedesco

TACCHE


mio-acrilico su tela (45×70)

Come segnare in linee
le giornate al diaframma, itinerari
sullo stomaco.Triptofano al cervello
dicono
dove?
Alla tv
Ah!

E per guarire dall’età
fettine di cetriolo sulla faccia
altro che non vi dico
perchè, sia chiaro, io sono sapida.
Sadica?
No, proprio saporita
e non sapevo d’esserlo
fino a cerchi concentrici
in punta d’oh!

Poeta da carabattole in disordine
ho sparpagliato appena in tempo
miei frammenti su guglie
di santi e imbonitori
i secondi migliori
ma sporadici
tacca su
chi?
Eh!