Autore: clelia pierangela pieri

Luca Buonaguidi: respiro d’assenza

indiaja

India
Complice il silenzio
(Italic Pequod, 2015)

Sono felice.
Potrei aggiungere altri dettagli
ma la felicità sta nel toglierli.

Punakha
03/05/2013

Lampi di gioia che non a caso si mischiano alla sparizione di una vanitosa e scontata costruzione verbale. Nessuna offesa all’andamento poetico, certo che no, ma neppure orpelli inutili in questa nuova raccolta di Luca Buonaguidi nella quale, tanto umilmente quanto decisamente, si dichiara finalmente assente, comunicando la bellezza dell’attimo apparentemente immobile.
Avvertendo questo e non solo, le sue poesie scivolano via lente mentre ogni verso colpisce a segno la stanchezza inevitabilmente accumulata intorno e dentro ognuno di noi.
Così l’altrove, termine che ricorre spesso e rincorre sempre, si fa altro dal come noi comunemente lo utilizziamo e diventa un altrove che scopriamo inesistente, solo termine ad indicarci quanto per noi essere non debba obbligatoriamente vantare un punto visivo, tattile, fisico.
Si è comunque, si è ancor meglio. Si è davvero quando la tensione del (ri) trovarsi perde l’importanza, l’impellenza e nel trasmettere  quanto e come davvero si possa realmente “essere” l’autore si fa maestro nel messaggio poetico di quanto non più conoscersi possa, debba, essere nuova vita, nuova realtà informe, inutilmente nominabile e finalmente ignota.
Questa la sconoscenza che potrà mostrarci la strada, indicata da una terra antica che sa tacere in un sorriso per poi davvero dire anche solo in uno sferragliare di treno fuori moda o solo ostaggio, come infatti Buonaguidi ci fa notare: “sotto una raffica/di insegne luminose”.
Nella sua introduzione l’autore si augura di raggiungere il lettore, mostra in ogni sua fotografia un’India appollaiata che ci aspetta da sempre e certo non saranno fuochi d’artificio a riceverci, ma un silenzio che noi anche grazie a questi versi, sapremo bere e mangiare. Potremo farne conoscenza e nutrimento e con loro riconfermarci inesistenti per tornare ad essere.

© clelia pierangela pieri

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Sono lontano, amico
e mi sono vicino.
Mi cerco
sui treni notturni
e nelle grandi stazioni
dove tu non giungi.
E neppure io.
[Quando mi credo
in qualche luogo
sono già un altro.]
Come posso dirti ancora?
Vedi, ora scrivo
ma quando mi leggo
mi sono straniero.
Pezzi di stoffa
tessono la veste
che un altro indossa.
La mia ricerca di nudità
muove altrove;
si è cercata,
non si è trovata.
Lascia un’ombra
dietro a sé.
Una vacca sacra
vi indugia stanca
e senza un perché,
questa mia energia
di cento soli
cerca l’ombra avanti a sé,
infine reclina
laddove più non è.

29/03/2013
Pushkar

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(altro…)

Caterina Saviane: di Vero e di Mancante

cover

Caterina Saviane – appénna ammattìta – Nottetempo edizioni – 2015


di Vero e di Mancante

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«Scrivere, e ancora scrivere fino all’esaurimento.»
E questo è tutto, tutto quello che l’autrice, Caterina Saviane, davvero aveva deciso per sé.

Leggere le poesie della Saviane non è più solo leggere, già i primi versi si fanno vortice e in quello occorre restare concentrati a trovarsi per perdersi lungo il percorso e così ri-trovarsi.
È corsa affannata, spesso senza un senso apparente che invece sopraggiunge a tradimento quando, come sazi, si scioglie la tensione e solo in quell’attimo ci si rende conto che nulla è allentato, anzi è accaduto l’esatto contrario: ci si ritrova avvinghiati alla verità, quella senza scampo e che fa male da qualche parte, e ferisce ovunque.
I suoi non sono certo versi da comprendere, piuttosto da fare propri mentre il ghigno, quello che di solito nascondiamo,  si affaccia alle labbra senza chiedere permesso alcuno accompagnandoci, vinti, a mormorare il nostro – sì, davvero è così −.
La morte abita la sua poesia con metodo e coscienza, e non può stupire perché risiede in tutti noi, ma perlopiù inosservata.
La consapevolezza nutre la sua voglia di infrangere ogni alleanza vitale che ben si accordi con il pensare dei nostri tempi. Un patto da lei non voluto, non richiesto né accettato.
Leggerla e continuare a farlo, forse un poco spaventati, si fa come a volersi dichiarare fuori rotaia vitale ma dentro la vita che rot-urlando avanza per tutti pressoché uguale, per tutti se non giusta almeno migliorabile, ma non da Caterina Saviane che freneticamente eppure attentamente osserva e decide che non sarà lei a migliorarla.
L’autrice scrive fuori dal sé e dall’esterno osserva per esempio la sua faccia (vedi Mi fido di questa faccia) esattamente come tutte le altre facce, senza sconti. Prende a calci la poesia, soffrendone e facendone un ultimo gradino rimasto, per lei volgare e ripetitivo, eppure ancora mezzo d’amore, di urla, sesso e suo malgrado anche rifugio.
A dispetto di ogni forma, regola grammaticale o metrica, la libertà nella stesura non deborda mai, resta pura armonia ad ogni battuta. Indomita armonia malgrado il digrignare minaccioso della verità.

Ho cercato riparo tra i suoi versi e non ho trovato conforto, ma ho trovato lei che non potrà mai, grazie a questi, essere davvero mancante.

© clelia pierangela pieri

Vita senza sfumature – 100 x 70 (pastello) Rossella Esposito

Vita senza sfumature – 100 x 70 (pastello) Rossella Esposito

Appénna-ammattìta

– spezzando con macchina per – da scrivere –
smarrito il ritmo della separazione
perduto ho io [il filo del discorso
– filologico, filo logico
fili d’erba, smeraldo e di tram
trancio d’arancio –
di sempre in mai
di palo in frasca
in tasca mi toccaccio il filòs greco
e che strage sia del tempo d’ora.
Perciò:
toccaccio il sordìso della conversazione
l’azzurro-uomo degl’occhi tuoi
perché la notte ci alzavamo
a mentire a dir bugìe
che ci gridammo
“pazzi!” nel sentire gioia
del sòrdido sprecare il sonno
giunse:
sfatti di “ero brava” – come certi vecchi di sé –
in memoria dell’eburnea pista
– ballo’s di sballantine’s –
– facile piacere parlare altrove –
e unici illuminémmo esser pensànti:
coro di pensieri di cervelli
asma d’idee,
ci punse il core degli uccelli.
Alba e tramonto e primavera desiderammo primi
il sonno ancorà,
ancòra di salvezza
già assenza di non [tornare quivi].

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(altro…)

Doris Emilia Bragagnini – Oltreverso, Il latte sulla porta

dorisLa critica letteraria ha mostrato che sono molte le espressioni dell’atto poetico. Leopardi, riguardo all’opera di Vincenzo Monti, considerava la sua poesia fatta d’immagine e suono, e non di anima. Orbene, potremmo dire sulla sua scia che vi è poesia del presente, come pure poesia della memoria, e poesia del dolore. La poesia di Doris Emilia Bragagnini, a me pare, poesia del gesto. Un gesto iperscrutato, un gesto visto dalla sua coscienza, per nulla lasciato al passato, ma neppure presente, semmai posto a distanza, su cui convergere per non analizzarlo: per riviverlo ma non viverlo come è stato. Ed è suggestivo che le rovini sopra, frantumi su di sé, ne raccolga i vetri taglienti, e si ferisca di sua mano. Sono reminiscenze, sono fatti veri che isolano i gesti, senza idealizzare. Se letterarietà c’è, è per il tono, per un timbro scabro e spigoloso ma è voce ritmica perfettamente coesa all’affabulazione, senza alcuna ripetizione di sorta, priva di derive e di eccezioni.
La poesia di Doris è poesia di sé. Tutto è inerente e complicato dal suo sé. Vi è dovizia di particolari e onestamente si addebita gli errori. L’interesse e il piacere di leggerla lo attribuisco a una particolare distonia sequenziale degli accadimenti. Succede un accavallarsi di avvenimenti, di risentimenti, di considerazioni, che non sono ragionamenti, ma una Weltanschauung, una visione a quando rimpicciolita, a quando allargata di un piccolo mondo. Nascosto per chissà quanto tempo. Ed ora, privo di barriere e diaframmi riportato alla luce, scoperto alla sua mente. Vi è un fondo d’angoscia a descrivere un contorno e poi il centro di una occasione, la quale la costringe alla sincerità, all’imbarazzo, a farne il negativo filmico anziché il positivo. Lei parte da un rovescio di se stessa, si spinge fino a un pericoloso narcisismo, ma è sentirlo come scandalo, per nulla temperato dal tempo o sfumato d’irrealtà. Dire di sé senza alcun sostegno, senza preclusioni, senza scusa, – quando la poesia eccome!, se potrebbe indefinire e rivalutare quanto siamo, – io ne faccio idea di valore. Eppure a volte Doris Bragagnini non si stima, quasi inorridisce, si arma di pietà di sé. Ma non si perdona, non si accoglie, come fanno tanti poeti. Mi pare crudele, blasfema, dimentica del divino che vi è nel gesto umano; pare volersi infangare o forse uccidersi idealmente. E ciò la fa risuscitare, capace di non ripetersi idealmente, essere un’altra. Leggo in lei questa volontà, nel suo “Oltreverso, il latte sulla porta”, di mutare partendo da quei luoghi, usare la metafora per esorcizzare quella vita. Quanta felicità in questa sua visione, che nonostante tutto traspare. A me pare che dal cigno narciso, titubante, superbo, che ondula nell’acqua stagna dell’ineffabile e del corruttibile, quale era, rinasca donna poetica che non ha più motivi per volgersi ancora indietro.

Giorgio Contis

 

il latte sulla porta

come una marea
che – liscia e liscia –

passi questa tomba scabra
come bocca disseccata e
a nulla vale il latte sulla porta
l’andirivieni della notte con i suoi alterni opali
pasti indotti, di una giovane falena

tendimi la pelle
fanne un tamburo per giorni muti
quando a sgranocchiare ore non ci penseranno i denti
ma una lingua, che si farà lasciva
nel porgerti le scuse d’essere stata onesta

ti laverò dal mio peccato – non del tutto – originale
luciderò quella salsedine, trama su papille scure
sarà l’estinguersi del solco a brindare al ventre storto

.
*

il ripiano

non conto più i giorni passati
i tasselli imprecisi, le scriminature – sostegno –
all’altra metà del vero

il gene d’ombra si congiunge in filigrana
quando sgocciola la linfa per lo sguardo che s’imbuta
“basta spostare la frangetta e gli scheletri scompaiono”

fissità perimetrali stile liberty (trompe-l’œil)
nasoboccacollo di dinieghi, ghirigori appassionati
come feti in formalina (dagli occhi puntuti, neri)

i contorni sono tagliole, lemmi da dottore
“fuori la lingua” a serrare permessi
che trillano, infantili, come già pazzi rettili osceni

.
*

oppure un

sarà come lavarmi il viso
sorprendere di fresco gli occhi chiusi
e sbatterli di nuovo (e ancora) menta fino al verde

una goccia – estrema – capace di curvare l’angolo
che anche il fuso Rosaspina, inciso il polso
piange sonni e sangue immacolato, le voglie di paglia
la sete inappagata, hanno muso di sterpo e teche
a sorreggere le gambe, la corsa fuori
nuda oltre la tenda, ha voce di sabbia

“non avrei saputo dire il nome come simbolo d’amore”
un suono affastellato sulla lingua o rumore vicino l’ombelico
un pensiero di vento, oppure un vento che recita il tuo nome
all’improvviso, come vita in origàmi (o voli) sulla tua carne bruna

.
*

claustrofonia – inedito

il muro tace, non risponde più
si lascia guardare angolandosi
in riproduzioni lessicali nei passi
o sfarfallii – armati – sottoluce

ogni tanto un urto di temperatura
differente, a porte chiuse ] tolte le dita
da maniglie ingoiate a sorsi, uscite laterali
agglomerate al bolo circolante, contropelle

la risalita dei ricordi sfida il cemento
dell’anima in guardiola, divelta e sugosa
chiaroscuro del Merisi

stretto chicco d’uva fragola come fosse un uragano
moltiplicato a schizzi su pareti in guanti bianchi
divaricate a terra ora

“… tu aprimi al tuo fiato singultato, viola di Tchaikovsky ”

.
*

la stazione – inedito

mi decretai la morte il giorno di grano perpetuo
splendeva una stele sotterranea e
fu talpa farsi sorda di clausura
tremando poi – tellurica – nel raggio d’oltremondo
così tenero e malsano da penetrarvi il cuore

senza respirare trattenendo il cosmo esplodendo di piacere

.
*

Doris Emilia Bragagnini “nata nel nordest, vive da sempre a due passi da sé”.

Compare con suoi testi in alcune antologie tra cui Il Giardino dei Poeti (Ed. Historica), prefazioni per sillogi poetiche, in blog e siti letterari come: Neobar (cui collabora come redattrice), Filosofi Per Caso, Torno Giovedì, Le Vie Poetiche, LibrAria, Il Giardino Dei Poeti, Arte Insieme, Carte Sensibili, Via Delle Belle Donne, La Poesia e lo Spirito, La Dimora del Tempo Sospeso,WSF. Ha partecipato al poemetto collettivo La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello e Un sandalo per Rut (editi da Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011). Inserita nell’antologia Fragmenta (premio Ulteriora Mirari ed. Smasher, 2011). Menzione d’onore per il testo “claustrofonia” sezione “Una poesia inedita”, premio Lorenzo Montano 2013.

Il suo primo libro edito: “OLTREVERSO – il latte sulla porta” ed. Zona 2012.

 

 

 

 

 

Matteo Telara – Amavamo farlo

 

dalla finestra

Erano seduti a un tavolino rettangolare da quattro – due su di un lato e il terzo sull’altro – indossavano pantaloni di cotone scuro e camicie a maniche corte bianche. Tenevano le giacche ammassate sulla spalliera delle panche, una sull’altra. “Dobbiamo liberarcene” stava dicendo il meno grasso. Erano tutti e tre obesi .
Avevano dita obese, colli obesi, polsi obesi, e sui polsi obesi portavano orologi in metallo dorato – o forse d’oro vero e proprio – che di tanto in tanto si rigiravano tra le dita.
“Non ce n’era bisogno se uno non faceva la cazzata”.
Il più grosso dei tre, che se ne stava affondato sulla panca dirimpetto agli altri due, lanciò un’occhiata di rimprovero al tipo che aveva appena parlato.
“Adesso la finisci” continuò il meno grasso.
“Neanche ho cominciato”.
“Chiudete quelle fogne voi due. Ne ho le palle piene di questa storia”.
Parlavano a voce bassa. Col mento incassato nel collo e la fronte piegata sul tavolo, e lo sguardo che girava attorno con indifferenza.
“Abbiamo ancora tempo. Non si sono ancora accorti di nulla, non della ragazza perlomeno”.
“Sembra facile” intervenne il tizio seduto di fianco a quello che aveva parlato per primo, “qui basta che uno fa la cazzata, e ce l’abbiamo nel culo tutti”.
“Appunto. Facciamo le cose insieme e non ci saranno problemi”.
Il ristorante era affollato. I tre sedevano a un tavolo d’angolo lontano dal resto della sala. Il tavolo era davanti al vetro che dava sulla strada. Fuori era buio. Pioveva.Sul marciapiede passavano coppie intirizzite sotto ombrelli piegati dal vento. L’acqua cadeva dal bordo della tenda del ristorante in diagonale. La scritta sopra la tenda diceva “Trattoria da Giuseppino”.
“Allora ripercorriamo l’intera faccenda” disse l’obeso più grasso. “Nessuno l’ha vista, giusto?”
“Non credo”.
“Non credo o sei sicuro?”
“Sono sicuro. Ma non si sa mai”.
“Capisci?” Intervenne l’altro. “Come si fa a stare tranquilli?”
Arrivarono gli spaghetti allo scoglio. Il cameriere li posò a centro tavola e se ne andò, e andandosene disse buon appetito. Loro studiarono il vassoio per un istante che parve non finire mai, poi cominciarono a servirsi.
Fecero porzioni abbondanti. Ripulirono il vassoio e riempirono i piatti all’inverosimile. E concedendosi una pausa dalla loro discussione si misero a mangiare.

La ragazza non avrebbe dovuto trovarsi dove si trovava, questo era il punto.
Se non si fosse trovata dove si era trovata non avrebbe visto quello che aveva visto. Se non avesse visto quello che aveva visto, non sarebbe successo quello che era successo.
L’obeso più grasso aveva ripetuto questo ritornello fino alla nausea. La colpa non era loro. La colpa era della puttana.
“Non chiamarla puttana” gli aveva risposto più di dodici ore prima l’obeso meno grasso, mentre ancora si districava lungo il corridoio sul retro della discoteca, “non è una puttana ok?”
“E tu cosa ne sai?”
Il tipo si era fermato, era sudato, teneva tra le mani una caviglia della donna. “Ho detto che non è una puttana”.
“Era. Adesso non c’è più” aveva mormorato il terzo tizio, spostandosi lateralmente con l’altra caviglia stretta nelle dita.
“Non era una puttana, bene, siamo tutti d’accordo allora. Qualcuno almeno sa il suo nome?”
“È arrivata ieri con le nuove, come si fa a sapere il suo nome? E comunque puttana o meno è morta”.
“Quello che è successo è successo” aveva ripreso il più obeso dei tre, muovendosi a fatica e ansimando, “e la colpa non è nostra. Noi dobbiamo solo toglierci dalle palle e farlo in fretta”. Si muoveva all’indietro, nella penombra, tenendola stretta sotto le ascelle. “Cristo di un dio, non ce la fate a sollevare le gambe più in alto? Sta strusciando col culo dappertutto”.
“Siamo degli assassini” aveva ripreso il meno grasso.
“Non siamo degli assassini, toglitelo dalla testa. Non ci pensare nemmeno. Concentrati su quello che stai facendo maledizione. È stato un incidente”.
Eccoli, tre buttafuori obesi a trascinare il cadavere di una ragazza lungo il corridoio di una discoteca.

Il piano era alleggerire le casse del capo. Ed era un piano facile.
Il capo era il proprietario della discoteca in cui lavoravano e di un’infinità d’altre cose di cui solo lui era a conoscenza. Molte delle sue ‘entrate’ erano costituite da contanti che dovevano essere spesi in fretta. Altre da contanti che si accumulavano nella cassaforte dell’ufficio e che poi sparivano a settimane di distanza. Altre ancora da contanti di cui nessuno sapeva niente. Il capo non c’era mai. Aveva una nuova fidanzata. Stava girando il mediterraneo sul suo nuovo yacht.
Questa valanga di soldi arrivava in discoteca ogni giovedì mattina dentro una borsa di pelle nera. Succedeva che qualcuno proveniente da chissà dove lasciava la borsa sotto la scrivania dell’ufficio. Soldi da far sparire. Soldi da distribuire, da suddividere, da frazionare. Soldi da utilizzare per stipendi e spese varie. Soldi che negli ultimi tempi erano divenuti sempre più spesso materia di litigio tra i gestori della discoteca.

I due gestori non andavano d’accordo, e qui stava il cuore del piano. Il capo programmava già da tempo di liberarsene. Lo sapevano gli animatori, lo sapevano i camerieri, i buttafuori, i fornitori. Lo sapevano le bariste, i lavapiatti, le ballerine, i giardinieri e le donne delle pulizie. Questione di poche settimane e sarebbero stati cacciati a pedate tutti e due.
Ma intanto i soldi continuavano ad arrivare.
Sottrarre la borsa, tutto qua. Poi i buttafuori si sarebbero parati le spalle a vicenda, i gestori si sarebbero scannati l’un l’altro, il capo avrebbe perso le staffe. Qualcuno ci avrebbe rimesso la testa. “Facile come una pisciata da seduti” aveva detto il più obeso dei tre.
La borsa veniva lasciata sotto la scrivania dell’ufficio alle sei in punto, e nessuno si recava in discoteca fino all’ora di pranzo. I buttafuori sapevano – loro come altri – dov’era nascosta la chiave dell’entrata, e conoscevano il codice dell’allarme. Ma sapevano anche che chiunque con un minimo d’iniziativa avrebbe potuto procurarsi le medesime informazioni.
Il primo problema l’avevano incontrato al momento di trovare la chiave: il nascondiglio era diverso da quello che si ricordavano.
Poi avevano sbagliato a digitare il codice dell’allarme.
Infine erano entrati in due, mentre il terzo – il meno grasso – era rimasto in macchina a controllare la strada.
Ma si era distratto.
Il tempo di piegarsi a cercare l’accendino finito sotto il sedile e non si era accorto della ragazza comparsa sul lato opposto del marciapiede.
La ragazza era nuova. Era sola. Era straniera. Non era stata avvertita di non doversi recare in discoteca prima dell’ora di pranzo.
Quando il tizio si era sollevato, aveva fatto appena in tempo a vederla mentre entrava dalla porta sul retro. Era uscito dalla macchina e aveva attraversato la strada, e guardandosi attorno era entrato a sua volta in discoteca, proprio nell’istante in cui gli altri due se la ritrovavano davanti e le saltavano addosso.
Si era a sua volta gettato sul gruppo. C’era stata una colluttazione. Erano volate grida. Qualcuno aveva usato troppo le mani.
La ragazza era rimasta a terra.

Finiti gli spaghetti arrivarono tre porzioni di gamberetti e calamari al forno. Sgabei ripieni, patate fritte, verdure grigliate e due bottiglie d’acqua minerale.
I due seduti l’uno di fianco all’altro mangiavano tenendosi il tovagliolo stretto intorno al collo e sollevandolo di tanto in tanto per ripulirsi le labbra. Continuavano a parlare a fronte bassa e sottovoce.
“Magari stava già male e non lo sapeva”.
“Stava bene. Con un corpo del genere vuol dire che stai bene”.
“Dovevamo rubare dei soldi, non uccidere una persona”.
Il più obeso ascoltava.
Poi smise di mangiare, si passò il tovagliolo sulla bocca e controllò l’orologio. “Adesso vi spiego come stanno le cose” disse, “a tutti e due”.
Si servì un bicchiere d’acqua e mormorò “ogni giorno nel mondo la gente nasce e la gente muore, non sta a noi giudicarne le ragioni, è così e basta. Chissà quanti colli avete già spezzato e neanche lo sapete. Il punto è che non volevamo fare del male alla ragazza, questo è l’unica grande verità. Però è successo. Le cose accadono. Sono accadute a lei, accadono a noi. Accadono allo stronzo che ci ha servito o alla coppia che sta cenando là in fondo. Tutto dipende da dove ci troviamo nel momento in cui queste cose accadono. La ragazza non doveva trovarsi là. Si è fatta male. È morta. Fine della storia. Quello che dobbiamo fare noi adesso è seppellirla e sperare che nessuno la trova. E questo è quanto”.
I due dirimpetto a lui non dissero niente.
Con un gesto della mano l’obeso che aveva appena finito di parlare ordinò il conto e tre caffé. “In fondo questo casino potrebbe anche farci comodo” riprese poi, “pensateci: la ragazza era nuova. Adesso è scomparsa e insieme a lei è sparita anche una borsa piena di soldi. Uno più uno fa due se non sbaglio. Il resto non sono fatti nostri. Noi” disse, “ci atteniamo ai piani. Semmai resterà da capire come ha fatto a sapere della borsa e a entrare in discoteca. Ma anche questo non ci riguarda. Che se la vedano i due cretini e il capo”.
Pochi minuti dopo si alzarono e andarono a pagare. E pagando scambiarono due chiacchiere col proprietario della trattoria. Potevi vederlo da come discutevano che si conoscevano.
Io mi alzai un momento dopo averli visti uscire. Lasciai la mia compagna al tavolino col caffè ancora fumante tra le dita e andai a saldare il nostro conto.
“I tre seduti al tavolo d’angolo” dissi non appena fui di fronte alla cassa, “quelli che se ne sono andati…”
“Sì”, disse il proprietario.
“Sono facce familiari, mi domandavo se lavorano in qualche discoteca della zona. Sono sicuro di averli già visti da qualche parte…”
“Sono autisti d’autobus” mi rispose, “vengono a cenare sempre qui prima di cominciare il turno di notte”.
Annuii. Pagai. Ringraziai. Feci i complimenti allo chef. “Tutto ottimo” dissi.
E una volta al tavolo mi sedetti di nuovo davanti alla mia compagna e le sussurrai “autisti d’autobus”.
Lei trattenne a stento una risata.
Durante la cena, un’infinità di minuti prima, mi aveva sorpreso a fissare qualcosa alle sue spalle. “Bé? Che c’è?”
“Sto pensando a una storia” le avevo risposto.
Aveva sorriso, si era girata e si era accorta anche lei dei tre tizi al tavolo d’angolo. “Quindi?” aveva chiesto voltandosi nuovamente verso di me.
“Quindi ancora non so, non ne sono sicuro”.
Mi aveva guardato. Aveva gli occhi vivi. Amavamo farlo. Amavamo andare a cena fuori nelle notti di tempesta, a vedere il mondo che si ostinava a non voler smettere di girare.
“Cosa ne dici?” le avevo chiesto. Aveva questa sua dolcezza, questa sua bellezza tutta candore e sensualità a scivolarle sulle pupille ogni volta che condividevamo il pensiero di una storia.
“Dico che sembrano tre che hanno appena fatto qualcosa di losco”.


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Matteo Telara vive tra Italia e Nuova Zelanda dove lavora come insegnante d’italiano per la Società Dante Alighieri di Auckland.
Ha pubblicato un pamphlet dal titolo Come una supposta al punto (2002) e un romanzo/flusso di coscienza dal titolo Totem (2003), entrambi con Edizioni Clandestine.  .
È uno dei redattori di LPELS e fa parte del collettivo iQuindici (www.iquindici.org), lettori volontari nati in seno all’esperienza della Wu Ming Foundation.

 

Paolo Aldrovandi – Poesie S-consigliate

foto pabloNon c’è scampo tra i suoi versi: masticano gli atteggiamenti, inghiottiscono amarezze eppure sanno dire dell’amore nudo senza parere. Nessuna dichiarazione o affermazione. L’indecisione batte sul pensiero che si fa umile nelle domande, nelle pause. Nessuna risposta, eppure l’eco dell’assente ristagna in lettura e rimbalza facendosi nuova esperienza, nuova chiarezza e infine coscienza di un vivere perlopiù finto che ci accomuna.
Forse, non si dovrebbe leggere Paolo Aldrovandi, pena l’intima condivisione e quella punta di amarezza che pure non dovrebbe mancare mai a nessuno per mantenere limpido lo sguardo.

Clelia Pierangela Pieri

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Certe città

Risale dal fondo del tuo barile
la voglia di farcela ubriaca.
E lo sai che c’è ?
Spinge forte ed è sorda
lo fa più di tutto il resto
come l’osceno dei tuoi occhi
che è attimo perduto
che si presenta a chi è intorno
a questi anni sporcati dal fango
mettendo parole sulla tua faccia
e maleodoranti pacche sulle spalle.
Tutto finisce tutto ricomincia
con la pelle nuova conciata a modo
del tuo nemico costante
rimasto volutamente indietro
per spazzolarti le spalle
cortesemente bugiardo
e tu lo senti, lo vedi, lo tocchi
hai già digerito le sue menzogne
come film rivisti o vecchi lavori
perciò sbronzo o cosa
parti e pianta chiodi se serve
anche bucando le pareti del barile
che sai non si offenderà,
di buchi ne hai già visti tanti.

.

*

Exploit per una lettera

Parte prima

Niente si confonde con il tuo sapore
ogni cosa è decisa e preme forte,
che mi sembra di soffocare nel sacchetto,
e m’immagino viola, nel Cuki doppio strato
depositato in cella con le speranze
restituito al forno quando servo alla fame
di chi ha la forza di starmi accanto
e di cucinare ciò che io sono
nei miei giorni, ogni giorno.
.

Parte seconda

Il tempo di fumare l’ultima e vado,
mi metto dove posso vedere
se la tua verità coincide con me
e se tutto quel sapere fatto di vita,
prende per il culo l’intuito che esce.

Magari il rifiuto fosse una parte dell’anima,
una di quelle che salta fuori
come un esplosione di colori,
sì, come quella dei cartoons che conosci bene
dove una nuvola nera ti sporca solamente
senza ammazzarti per davvero
che così, ti puoi rimettere in gioco.

Ma questo morde in diverso modo,
già sento la finzione sparire dal video,
che il mio film pare preludio di un poi
e chiude ogni porta gettandone la chiave,
fermando i mostri del risentimento in prima fila,

presenze eterne di guardiani inutili.
.

Parte terza

E con l’ansia di mescolarmi al suo sapore,
attraverso da sponda a sponda, rimandando i motivi,
come l’acqua scorro in mezzo
mi nutro della corrente, accetto i mulinelli e nuoto,
che vado a toccare la mia riva sinistra
e senza vincerne le sane paure,
camuffate da abili sentinelle nude,
minaccio splendide ossessioni
e anagrammi di parole irrisolte
sul tuo corpo lanciato con orgoglio
sparato dritto verso pensieri segreti
che sa alzare la posta in gioco
a questo tavolo mai imbandito e nero
dove la scommessa siede silente
e ci guarda, le pupille drogate
e la vita
che aspetta di sbancarci.

.

*

Paolo Aldrovandi è nato a Mantova nell’agosto del 1974. Il suo lavoro lo porta spesso a viaggiare in solitudine dandogli l’opportunità, ma soprattutto la curiosità analitica, di guardarsi intorno confrontandosi con realtà sconosciute e persone che quasi certamente non avrà più modo d’incontrare e proprio per questo attraggono il suo sguardo. La sua scrittura è cruda e reale, per meglio dire: quotidiana. Il nove novembre di quest’anno riceve il Secondo Premio al concorso Ambiart indetto dalla città di Milano, in qualità di concorso internazionale artistico letterario. Il testo vincitore è: Exploit 4.2 a ricordo di Jack Kerouac. Lo scrittore e poeta statunitense di origini franco-canadesi, è stato l’autore che ha influenzato parte della poetica di Paolo Aldrovandi, il quale ha condotto nel corso di parecchi anni uno studio accurato, non solamente sul metodo, ma anche sulla filosofia di Jack Kerouac uomo e libero pensatore.

Ecco alcune delle riviste sulle quali è possibile leggerlo.

http://www.lestroverso.it http://samgharivista.com http://versanteripido.wordpress.com http://www.verbumlandianews.com http://www.ass-cult-irumoridellanima.com http://caponnetto-poesiaperta.blogspot.it http://wordsocialforum.com http://www.collettivoidra.com http://controcomunebuonsenso.blogspot.it https://poetarumsilva.com/ http://www.lestroverso.it http://losguardonline.altervista.org http://issuu.com/pasticherivista

Paolo Aldrovandi – Poesie inedite

“… e ti dono un nulla che sa di niente / con aspettative dal volto celeste… /… parcheggiando il silenzio alle spalle.” Sono questi alcuni versi estrapolati da La chiara visione di Paolo Aldrovandi, una delle poesie che meglio connotano l’arte dell’autore mantovano. Una voce caustica la sua, come acido che corrode impietosamente, non per distruggere, ma per lasciare segni/suoni indelebili sulla dura superficie della pagina. Una voce tagliente come bisturi affilato, o a volte come un vecchio coltello nero quasi senza lama. Unghie in versi che scavano cercando il succo possibile (e anche quello impossibile) della vita vissuta. Una voce che crea insolite note di comunione offerte a chi legge. Si tratta della koinonia degli antichi, ovvero la coniugazione tra le inaspettate presenze che prendono vita dalla poesia e che le danno forza. Un processo di verità che affascina, destinato a generare risposta armonica. A muovere “altra poesia”, quindi, per simpatia (o per antipatia). Il poeta dirige un vero e proprio coro, scandisce il ritmo, il tono, il colore, la frequenza della sinfonia. Il risultato finale (infinibile) è miracolo d’insieme, corale perché rende attivo l’ascolto e sollecita il controcanto. Il segno chiaro di un coinvolgimento possibile e auspicabile, benché raro, come la vera magia.

Stefano Iori

Exploit 3.9

Non prende l’autostrada il sentimento
caccia il suo urlo a bassa voce
anche tramortito dopo le notti
dove ti chiedi se la colpa
è della chiave
o della porta
del tuo ” Do minore ” con tutta la banda
rimasta indietro durante i passi
in un vuoto d’importanza
il sentimento è un generale nazista
e partendo diretto se ne fotte
se sbatte ubriaco le ali
mentre dorme ancora qualcosa
nel petto di pezza sdrucito
dove sprofondare è un attimo
e risalire è battaglia.

*

La chiara visione

La chiara visione delle tue forme
è musica a tutto volume che mi bacia
e trema con note vibrando nervi
e tendini che si occupano di me
come una madre lontana

che andavano fieri a cuore scalzo
in connessione combinata
aggrappati al gancio da macello

che tiravano carrozze full-time
lungo binari di organi in attesa
e di partenze razzo verso praterie

e ora che le tue forme sono mani
mi derubo dell’aria malsana
lasciata  marcire per anni
e ti dono un nulla che sa di niente
con aspettative dal volto celeste

che mi tirano zappe sui piedi
nel risucchio mentale notturno
infilando note tra denti stanchi

che sciolgono sonniferi
durante passaggi di coperte
al freddo del privato inverno

e la salvezza si avvita occhi
su perni acciaio a forma fallica
del perenne sull’attenti ci siamo
e fabbrica un sogno da regalare
e stende tappeti su cui sedere
parcheggiando il silenzio alle spalle.

*

Turpiloquio

Cerca di capire quando arrivo
prova ad ascoltare con la pelle
assorbi il movimento
attutito dal corpo come un cuscino
incamera la massa e falla tua
non chiedere e non dare
resta immobile a farti travolgere
nessuno fa schifo qui
qui non conta un cazzo nessuno
e lampi di genio rotolano giù come valanghe
portano via ogni singolo frammento
la tua e la mia vita
solamente una parte del frammento
in mezzo a tonnellate di detriti
tutta una fanghiglia ammassata piena di vite
ma se ascolti puoi sentire

Cerca di capire quando arrivo
prova ad ascoltare con la pelle
e assorbi il movimento
è facile come bere un bicchiere
ridere dei giorni passati
e tentare tanta fortuna santa
a cavallo sempre senza mollare
ballare, ballare, ballare
ancora una volta moti ondosi
rimescolati come pigmenti di colore
ancora una volta mano nella mano
nel delicato cammino.

*

Un carico da sette chili di sale

Prendo quel sacco
lo butto in spalla
tuono la corsa
mi tengo e mi lancio
e sputo sangue e catrame
contro ai tuoi occhi
fissi nell’attimo sciolto
con pantomime da circo
in costume di grazie leggere
che aspettano sale di mare
da ruvide spiagge
impietose e segrete
in cui il vivere
è  solo discordia.

*

Mentre tutto fuori è azzurro

Ed è così che ti osservo mentre vìoli i miei rifiuti bui quel plico di pensieri impolverati rimasto scioccato in un angolo come in un ritratto dove i sogni mi vanno a dormire lasciando dormiente il vuoto pallido e perverso sul mio letto

ma salto la corda e gioco mescolo odio a razzia bieca e shakero l’urna da cocktail blu ricordo da occasione speciale nello special-Mente spettacolo di una debolezza antica

e ti osservo come un figlio deluso rimasto a braccia cadute nell’immobile gesto di cemento che del capire hai spazzato la materia grigia scappata dalle mie orecchie di tomba materia nel rifugio totale salva sotto a tappeti sordi

ma qualcuno anche lì ! andrà a giudicare delineato come una ruga vecchia e inevitabile il cammino a ritmo falsato nella sua volontà di amare il mare e tutti i mulini a vento possibili

E ti osservo bianco come la neve mentre tutto si raffredda tra le mani di domani dimenticando leggero il significato di un presente immortalato da scatti imbecilli e mossi sempre in posa per ostacolare sogni fottuti di fottuti sognatori.

paolo aldrovandi

Paolo Aldrovandi è nato a Mantova nell’agosto del 1974. Il suo lavoro lo porta spesso a viaggiare in solitudine dandogli l’opportunità, ma soprattutto la curiosità analitica, di guardarsi intorno confrontandosi con realtà sconosciute e persone che quasi certamente non avrà più modo d’incontrare e proprio per questo attraggono il suo sguardo. La sua scrittura è cruda e reale, per meglio dire: quotidiana.

Lo si può leggere nel suo blog http://equiloschifosispreca.blogspot.it,  o su alcune riviste online come http://www.lestroverso.it, http://samgharivista.com, http://versanteripido.wordpress.com, http://www.verbumlandianews.com, http://www.ass-cult-irumoridellanima.com, http://caponnetto-poesiaperta.blogspot.it, http://wordsocialforum.com, http://www.collettivoidra.com, http://controcomunebuonsenso.blogspot.it. Cartacee quali http://www.lestroverso.it, http://losguardonline.altervista.org, http://issuu.com/pasticherivista.

Nel giugno di quest’anno ha partecipato con alcune sue poesie all’evento letterario e poetico “Bologna in Lettere”, esperienza che ripeterà a fine settembre prossimo e sempre nel mese di settembre parteciperà ad un evento al Festival delle arti di Venezia, con alcuni dei suoi lavori.

Matteo Telara – La colpa fu…

[Un vecchio frammento, tratto dal pamphlet “Come una supposta al punto” (Edizioni Clandestine, 2003) per la sezione Surf]

La colpa fu di mio padre, signori della giuria. Non si tratta della solita giustificazione di comodo, ma della sacrosanta verità.
Mi portò al cinema a vedere un film che avrò avuto sì e no dodici anni.
Un mercoledì da leoni.
Usciti dal cinema dissi:
“Voglio farlo anch’io.”
Mio padre sorrise.
“Certo” rispose.
I genitori si dimenticano di essere stati bambini. Dimenticano che alle volte i bambini sono più seri degli americani. I bambini non scherzano, se dicono una cosa è perché la stanno veramente pensando, è perché hanno veramente intenzione di farla.
Il giorno dopo presi la tavola da stiro di mia madre e me la portai al mare.
Affondammo entrambi.
Quella santa donna non l’ha ancora digerita: doveva tenerci parecchio a quella tavola da stiro, cristo santo.
Mio padre capì che non c’era più niente da fare. LA PRIMA GRANDE SVOLTA DELLA MIA VITA si era appena verificata, tanto valeva trovarmi una tavola decente.
Erano gli anni ottanta, i surf pochi e quasi tutti d’importazione, ma rintracciai un tipo che mi diede una mano a comprarne una.
Fu una Blade. La mia prima tavola.
Una via di mezzo tra un pattino e una chiatta, una tavola italiana con un nome in inglese.
Chiesi cosa significava e mi risposero: “lama.”
Fu con quella lama che tagliai le mie prime onde, e furono onde magiche, interminabili, onde morbide come cuscini, calde come coperte, e materne.
Non era un gioco. Entravo in mare con una corda legata alla caviglia ed erano dolori. Cadere significava zoppicare per giorni, ma non potevo certo starmene fuori a guardare.
I ragazzini non hanno quasi mai paura.
Vivono sul limite. La loro sì che è una vita spericolata. Pensano svelti e sbagliano svelti, ma sono svelti a riprovare.
I ragazzini amano gli skateboard e sognano avventure, mica come noi.
La mia prima cicatrice mi diede l’ebrezza della mia prima sbornia.
Il surf ti si scrive sul corpo.
Tatuaggi naturali.
Molto più significativi di quelli che ci si fanno dipingere addosso da qualche rincoglionito dentro sgabuzzini che odorano di ospedale: il surf è fatto di cicatrici che portano con sé l’odore del salmastro e che non basterà un inverno intero a far rimarginare.
Il surf è fatto di storie, e di racconti, e di fuochi accesi a notte fonda sulla spiaggia. Fuochi che bruciano lenti e che sanno di musiche distanti.
È fatto di silenzi, il surf.
Vendetti la Blade un paio d’anni più tardi, non ricordo né a chi né per quanto, so solo che non la rividi più.
Erano arrivate le tavole americane, sapete com’è. Gli anni della Rusty e della Town and Country: beato chi ce le aveva.
Si parlava dell’oceano come della luna, e quando qualcuno tornava da un viaggio era tutta una vertigine di racconti e di gesti, e per una strana forma di rispetto o riverenza gli lasciavi prendere onde che senza dubbio erano destinate a te.
Oggi senti i ragazzini di quattordici anni raccontare delle Hawaii come se stessero parlando di Viareggio.
Non c’è più poesia in mare, oggi.
Gli inverni erano freddi, le mute pesante, i surfisti pochi. Dal porto le persone ci guardavano come se avessero avuto un palo congelato in culo: avevano più freddo loro di noi, potete giurarci.
Gli amici mi prendevano per scemo.
“Non siamo mica in California” frase tipo del lunedì mattina a scuola.
Non me la sono mai presa. In fondo non potevano capire: ero in classe e annusavo il salmastro nell’aria altro che California.
Qualche volta arrivava la Capitaneria di Porto a cercare di raddrizzarci: fare surf significava fare qualcosa di illegale, infrangere la legge.
Dura lex sed lex direbbe il mio avvocato.
Ed era così.
Era chiaro a tutti che un surfista non era ‘ben inserito nella struttura sociale’, e che quindi ‘andava tenuto d’occhio.’ Gente che si butta in mare a gennaio per prendere le onde “è gente che non ha tutte le rotelle a posto”, gente che oggi è qui e domani chissà, “stanno stuprando bambine ai giardinetti pubblici.”
Il surfista è portato naturalmente ad amare le cose più che a odiarle, ma provate a spiegarlo a chi veste un’uniforme e vi rideranno in faccia. Poi vi chiederanno i documenti.
Oggi non siamo più ritratti come criminali pericolosi ma è probabile che qualcuno ai giardinetti pubblici ogni tanto ci vada: i tempi stanno veramente cambiando forse.
Quelli della Capitaneria li chiamavamo i C.P. Era una specie di guardie e ladri, una sfida che stuzzicava l’intelligenza, anche se di Einstein in mare non ne ho mai visti molti.
Una volta arrestarono due dei nostri e fu quasi una rivoluzione. Se lo racconti adesso sembra che stai parlando del medioevo: cristo santo, ho solo venticinque anni!
I personaggi che venivano in acqua allora la gente di oggi se li sogna. Non era una moda, era un istinto.
Il surf.
Una volta un tizio si cagò in mano e lanciò lo stronzo in faccia al tipo che lo aveva fatto incazzare: scene così in mare non se ne vedono più purtroppo.
Nell’autunno del ’94 lasciai la spiaggia.
Fu una vigliaccata, lo so.
Ma allora sognavo di diventare QUALCUNO, sognavo il cinema, la città, e sognavo di vivere da solo: mi ero rotto dei genitori e compagnia bella.
Presi e me ne andai via.
Volevo fare il regista, pensate un po’.
Partii per l’università pensando che sarei tornato di tanto in tanto per fare surf e non capii che ci sono cose nella vita alle quali o ci si dedica anima e corpo o è meglio lasciare perdere.
Alla fine lasciai perdere. Proprio così.
Vivere in città è adatto a gente che in città c’è nata e ci ha vissuto. Andatelo a chiedere a chi è nato sul mare cosa ne pensa di una città sperduta tra chilometri e chilometri di terraferma; ci si può stare un mese o un anno, ci si può stare anche una vita intera, ma ci si sta male.
Inutile.
Si annega tra rimpianti che non sanno neanche un po’ di salsedine tra gente che quando gli parli non ha la più pallida idea di quello che stai dicendo. Ci sto morendo, io, in questa città di merda.
La colpa fu di mio padre, e questo già lo sapete.
Ma prima o poi anch’io finirò l’università.
Pagherò il conto e uscirò dalla porta principale, tutto qua.
A chi mi chiede cosa farò da grande rispondo: prenderò le onde, farò surf.
Ed è così che andranno le cose.

 

Matteo Telara nasce a Viareggio nel 1975 ma cresce a Marina di Carrara. Dopo gli studi classici, si laurea in Lettere Moderne a Firenze, con tesi di ricerca sull’opera del cineasta Luigi Faccini.
Estratti della sua tesi di Laurea sono stati pubblicati nel volume Io e Marina (Edizioni Ippogrifo, 2005).
Ha pubblicato un pamphlet giovanile dal titolo Come una supposta al punto (Edizioni Clandestine, 2002) e un romanzo/flusso di coscienza sul surf dal titolo Totem (Edizioni Clandestine, 2003).
È stato editor di questa case editrice dalla fine del 2002 all’inizio del 2004.
Viaggiatore instancabile e surfista, ha passato gran parte della sua vita in giro per il pianeta e ha svolto i più svariati mestieri.
Dal 2007 al 2010 è stato insegnante di italiano e membro del comitato Dante Alighieri per la Società Dante Alighieri di Auckland, in Nuova Zelanda, dove ha vissuto a partire dalla fine del 2005.
Fa parte del collettivo iQuindici (www.iquindici.org), lettori volontari nati in seno all’esperienza della Wu Ming Foundation.

Verso qualcosa di bello – Paolo Buffoni Damiani

 

La raccolta di neuropoesie di Paolo Buffoni Damiani (Pabuda) dal titolo “Verso qualcosa” è una pubblicazione singolare (altro…)

Allontanamento di classe – Piccolezze e follie

 

Conosco Savina Dolores Massa da anni e da anni la leggo con rinnovato stupore e ammirazione. Potrei anche fermarmi a questo, e basterebbe (altro…)