Autore: anna salvini

Nata a Vigevano (Pv) nel 1965

*Azioni

invocAzione

prima che l’inverno strozzasse
i lineamenti del paesaggio, prima
che un convoglio decidesse il viaggio

io ho chiamato, alzato la voce, urlato

– dove sbattono le parole, chi
raccoglie il tonfo o forse resistono
in qualche anfratto
trattenute da un appiglio vivono nell’eco
o danno corpo ad un big bang finale? –

prima che una pietra rompesse
il cerchio e da una costola
uscisse questa voce, che trema

ti ho chiamato, amore

(le mie grida impiccate ai rami, impigliate
tra le guglie, rubate da un becco, lasciate
cadere in chissà quale campo)

(altro…)

senza peso

 

Io vivo a casa mia, tu ancora non lo so
non so quale luce accendi per prima
la sera, quando torni
come ti lasci cadere tra i cuscini
la marca della birra

io in ogni stanza ho uno specchio
e faccio caffè sempre per due
(anche l’odore è una buona compagnia)

però ci sono notti in cui vengo a prenderti
mentre sogni, ti stringo piano
e non hai peso
non mi costa nulla portarti
lasciare che tu dorma senza me.

 

 

defrag

 

 

 

 

 

 

 

quale pioggia ha fatto di te

un torrente e quanto tempo è passato

dal brivido alla piena?

 

non ho trattenuto la spinta

il taglio è partito dal cuore

nella curva stretta della discesa

ho intuito il senso delle rocce, la direzione

con forza mi sono opposta alla diga

alle mani che facevano muro

ed è stato un dilagare di cocci, le pareti

la casa, l’intera foresta dei dubbi

strappata alle furia, rigenerata

dentro ogni grido

 ho tentato una difesa

armato le spalle ma ora che importa

se

scomposta e felice

s’incammina la vita

illesa

tras-fusione

Marzo ha giornate buone per specchiarsi
all’ombra di un castagno, spostare la nebbia
con un cenno, il volo d’una gazza.

Osservo con quanta naturalezza cambia
la stagione, mi segno il petto senza sapere
se questo è il momento giusto
m’immedesimo col fango e non sento
che il battito di mille animali attraversarmi
piano, un dilagare verde che s’incarna

potrei scrivere – ma non lo faccio ora? –
delle mie malattie, l’emorragia dell’alba
che mi lasciava bianca quando il giorno
illuminava la degenza
e il taglio sui fogli, immacolati, ritornati
in vita per ogni parola strappata alla bestia
che divorava il mio letargo

del fuoco che ha piagato l’erba
e di noi
che non sappiamo ancora
quando ci siamo persi.

separAzione

In-certi giorni grigi
basterebbe un cenno, amputare
con la pietà dei miti quando il corpo
trema nelle tagliole
sacrificare una gamba o un braccio
separarsi e strisciare con le nocche
un ginocchio, il gomito puntato come una stampella
tirarsi fuori dai denti acuminati, la voce
strappata a piccoli morsi.

E ti chiedi come funzionerà il nuovo passo,
la schiena nel movimento che bilancia
milligrammi, come sarà
riprendersi la vita, ad ogni costo, perchè
si è troppo stanchi di morire. Basterà un profilo,
una nuova altezza da cui osservare
il mondo, commuoversi dentro le cose
che ti vengono incontro.

circo minimo

Passo nel cerchio di fuoco tra la terra
battuta dal vento ed un varco di cielo
spogliato da ogni premura, replica,
urgenza, fine virtuale.
Il cerchio perfetto: la morte. Il giro
del mite elefante con la zampa che preme,
la fauce arresa alla scimmia, la fune tirata
sopra la rete pronta a salvare l’equilibrismo
malato del passo

“direttore mi dica la prossima mossa”

la scena dell’uomo volante o la donna
cannone che piange l’amore del clown
e sogna un trapezio, la presa sicura
del nano felice

(applausi al leone che azzanna la testa:
è questa la festa?)

Il giocoliere richiama attenzione, la giusta
cadenza del gesto, la mossa veloce
nel tempo presente. Il dubbio se occorra
saltare è movenza d’istinto
che non sempre ci salva.