Autore: Andrea Pomella

Il geco che guarda il mondo

 

”]

Ammettiamo che fosse un geco quell’ombra grigia che ho visto qualche notte fa spuntare all’angolo del soffitto, fra gli ultimi ganci delle tende e lo spigolo superiore della libreria, uno di quei piccoli esserini maculati che se ne stanno immobili sulle pareti di casa a contemplare la vita di noi mortali. Ammettiamo che il geco, a sua volta, abbia avuto la mia stessa incertezza nell’osservare quel nuovo corpo banale di uomo che malgrado le ombre della notte compariva di profilo rannicchiato su quella specie di enorme pietra morbida che gli umani chiamano “divano”. Di tanti fatti e di tanti dettagli che popolano il mondo, avrà pensato la bestiola, proprio in questo mi è toccato di incappare stanotte. E allora, ecco, il geco che guarda il mondo ha riversato i suoi occhi scuri sull’uomo semi addormentato, vestito con una maglia nera e un paio di pantaloncini grigi, coi capelli arruffati che gli ricordano un mazzo di verdure, o quella vecchia felce disordinata e ingiallita dal sole alla cui ombra si è riparato per il tempo di una giornata prima di intrufolarsi in questo appartamento caotico e bollente. Cosa sta facendo per la precisione una fattispecie di uomo così, sospeso in un territorio chiuso ai quattro lati e pieno zeppo di quei fastelli di carta tutti perfettamente allineati che, come il geco ha sentito dire, questa razza bizzarra di creature si ostina a chiamare “libri”? Un suo amico uccello dice che la principale qualità dei volatili è data dalla loro capacità di “librarsi” in volo; avranno forse questi “libri”, ha pensato il geco, qualcosa a che fare con il volo? È così pieno di misteri questo piccolo cosmo chiuso e abitato dall’uomo in maglietta e pantaloncini che il geco per un momento quasi si sente disorientato, lui che in fondo è addestrato alla pazienza suprema e alla comprensione. Il piccolo rettile tuttavia a un certo punto ha notato un particolare che in un primo momento gli era sfuggito. Al centro della sua notte fraterna, tra le braccia dell’uomo, giace un altro piccolo essere vivente della consistenza di un leoncino. Il caso sembra guidare i suoi gesti e i rumori che emette dalla bocca, mentre aspira il nutrimento da uno strano arnese trasparente e pieno per metà di una colla bianca (“latte” dicono sia il termine appropriato). L’uomo e il suo cucciolo sono così compresi l’uno intorno all’altro che la notte ne attanaglia i volti, sarà per questo che al geco era sfuggito l’insieme di questa articolata forma di nutrizione in cui i due principali abitanti di questa piccola regione dell’universo si dedicano. Il geco non ricorda com’è venuto al mondo, e neppure chi l’abbia alimentato nei primi giorni della sua vita, fino a un momento prima era arcisicuro che la sua vita fosse così da sempre, una muta storia di passaggi da un muro a un altro, da un piccolo mondo a un altro. Ora però il geco è pronto ad ammette che l’orgogliosa immagine dell’uomo e del suo piccolo soffoca la sua conoscenza alle radici, che la natura ha innumerevoli risvolti, e che ci dev’essere stato un tempo in cui le minuscole setae poste nella parte inferiore delle sue zampe non possedevano ancora la forza attrattiva che lo tengono adesso incollato alle superfici. Così il geco non è più un’ombra astratta sul muro. E quando l’alba sarà finalmente vicina sparirà da una fessura della finestra e la notte avrà compiuto l’ennesimo inconfessabile prodigio, una di quelle magie che non racconta mai nessuno.

 

Andrea Pomella

[racconti inediti] – Andate a vedere cos’è un ciclista – di Andrea Pomella

Sironi - "ciclista"

Il giorno di San Valentino. Una mattina d’inverno. Sto seduto, o per meglio dire, mezzo seduto alla fine del divano. È una stanza di 28 metri quadrati, mobili rivestiti di formica color verde tenue; 55 euro a notte. Dietro all’ingresso c’è una scaletta che porta a un soppalco con un letto matrimoniale. Io però non ci ho mai dormito su quel letto. Ho passato gli ultimi quattro giorni sul divano. Ho perfino spostato la televisione davanti alla porta per poterla vedere da sdraiato. Sento freddo. Sempre freddo. Fuori dalla finestra il mondo è avvolto dalla foschia. Sembra che esca dalla bocca di un dio grande e robusto in un respiro grigio e gelato. Le onde morbide dell’Adriatico lambiscono la sabbia piatta e dura, dorata, ma ovunque giri lo sguardo alberi, e automobili parcheggiate, e giovani donne lungo i marciapiedi, e supermercati, e vecchi davanti ai chioschi dei giornali. E poi le strade. Strade come trappole, strade come corde tirate da precipizio a precipizio, come righe tracciate a lettere minute di un’unica disordinata storia.

Io le ho percorse tutte le strade del mondo.

Questi ultimi anni, sapete, sono stati anni duri. Non certo un periodo beato e veloce, no. Capite cosa intendo? Parlo di tempo, di tempo da spendere non si sa bene come, senza inghiottire ogni giorno un altro po’ di strada, senza respirare l’odore della canfora, e fiondarsi dritto in una vallata, nella foce di un fiume, in un arrivo che coincide quasi sempre con la partenza del giorno dopo. I giorni, la vita stessa, sono più o meno così: si riparte sempre da dove si è arrivati la volta prima, magari ammazzandosi di fatica, magari pensando di non avere più un grammo di forza per fare un altro passo avanti, di spingere per un altro giro di ruota. Oggi riparto dalle omelette prosciutto e formaggio che ho mangiato ieri sera per cena. Non è proprio come ripartire dalla cima Coppi, dalla vetta del Terminillo (1800 metri di altitudine), o dai tornanti dell’Alpe d’Huez. Ma questi sono nomi che ho sentito pronunciare in un’altra vita, con un suono che adesso mi pare così strano, come un battito di ali veloce sulla mia testa.

Ho aperto gli occhi poco per volta. Qualcosa, quella sorta di speranza che un tempo si era radicata nel mio cuore, è scomparsa. Mi riesce difficile ricordare, cercare i dettagli. Tutto si perde nell’impossibile groviglio che mi riempie la testa: asfalto e pozze fangose, visi arrossati e mani tese, aria di collina e alberi tremanti. Mi perdo per ore a cercare di ricordare, con tutta la lentezza che ho a disposizione, con tutta l’angosciante pazienza. (altro…)

Non ho nemmeno una lettera

Quando correvo incontro a un sacchetto di gelati
che portavi nell’ora del tramonto o sotto il sole d’estate
e tu guardavi di sbieco le cose e ti soffermavi
sulla mia mano tesa come quella di uno zingaretto
sembravo la freccia che mira al cuore
le ginocchia macchiate di terra
le fiamme
incurvate dentro gli occhi
il braccio che implorava la benedizione
di quell’oro da succhiare a morsi
abitavamo allora
in un’immondizia di palazzi edificati
come macerie
Roma distava un pezzo di campagna, un’ansa di fiume
una corsa d’autobus su una valle di sterpaie
quei palazzi di borgata preservavano
la schiena della mia infanzia
come una chioccia grassa o il petto di una balia
ti ho visto ieri arrivare senza provviste
malato della tua follia della tua furia
correvo da te come un orfano in cerca
del mike blond della eldorado
non ho nemmeno una lettera
in cui ho riposto i miei riccioli, le scarpe
bagnate di pioggia
l’odio
quel vento che non era nostro
quel tempo che non era
nostro

Andrea Pomella

Italian-Party

La domenica mattina ascoltando i tiggì nazionali ho avuto la sensazione che mi crescessero ali sottili come quelle delle mosche e che, più o meno come nella metamorfosi di Kafka, mi ritrovassi improvvisamente mutato in un insetto che riposa sul bordo di un fossato. Dentro a quel fossato trasformato in un’enorme sala da ballo ho avuto l’impressione che si agitassero i corpi di uomini e donne avvolti in una nuvola di luci e impegnati in danze sfrenate e lascive. Stanchi, sudati, coi musi schiumosi come di animali assetati, quegli uomini e quelle donne si muovevano su un tappeto di cadaveri invisibili. In questa luce bianca ho capito che l’Italia moderna, al contrario di quanto è scritto nella costituzione, è una nazione fondata su un’ecatombe inavvertita. Così, mentre i tiggì ribattevano le sparate di un ministro del governo impegnato a dare una definizione tutta sua di diritti umani, mi sono messo a frugare nel web alla ricerca di qualche dato ufficiale. Questi sono i numeri della festa.

.

ITALIAN-PARTY

Questo giorno piovigginoso di settembre ’09
sta succedendo debolmente qualcosa
Sono seduto sul pavimento della camera e ascolto
il cinguettio maligno degli avvoltoi
sorbisco il resoconto della giornata politica
nell’odore di vernice fresca appena stesa
sui muri di casa
Si dice che il nuovo autunno non sarà come quello passato
– A casa loro, sì, dove sono cittadini
latra il ministro prima di un comizio a Ferrara
– qui sono i nostri che hanno i diritti!
Ministro lei sa che la dichiarazione universale
dei diritti umani è del ’48?
E che la storia dell’uomo è nata in Africa?
E sa che la Carta di Kurukan Fuga
fu voluta dal re del Mali nel 1236
ed è la più vecchia costituzione al mondo?
Oh ministro lei di certo
scrollerà le spalle e volgerà gli occhiali
al suo fine uditorio in mutande e canottiera
e un’espressione di suprema derisione allagherà
le sue rughe e la sua camicia a quadri da uomo
che lavora
E lei invece presidente?
Dio le ha dato in pregio un doppiopetto che infiamma
le cosce delle vergini
e tutto il mondo conosce la sua opinione
su giornali, mafia e immigrazione
ma se ne infischia se nei primi sei mesi di quest’anno
nel solo Mediterraneo lungo le rotte dell’emigrazione
i morti sono stati quattrocentocinquantanove
e che dall’88 gli emigranti e i rifugiati
scomparsi lungo le frontiere europee sono almeno
QUATTORDICIMILASEICENTOSETTANTANOVE
Sissignore rilegga bene e con ponderazione
L’Italia è un party con donne in topless
e noi non ci morderemo la mano
se non sarà più lei, presidente, la lapdancer a ballare
su questa montagna di cadaveri

(Andrea Pomella – Settembre 2009)

Alla fine resta sempre qualcosa

Pasolini è seduto al tavolo coi gomiti stretti. Ha con sé un panino avvolto nella carta stagnola e un bicchiere d’acqua. Il bicchiere è macchiato da un filo di saliva, una traccia sottile come una larva. Aspira le briciole del pane con un gesto fragoroso della bocca che ricorda i rumori che fanno i bambini quando risucchiano la minestra dal bordo del cucchiaio. La quiete sepolcrale della grande sala ricoperta dall’intonaco azzurro è rotta solo da questi fruscii colmi di dolcezza. Il 5 marzo il “poeta” – come lo chiamano ancora da queste parti – ha compiuto ottantotto anni. Per l’occasione gli infermieri della casa di cura hanno organizzato una piccola festa, il direttore ha fatto arrivare un vassoio di Claps, i biscotti friulani fatti col burro e con le mandorle. Gli altri pazienti hanno intonato una canzone. Da allora è passato quasi un mese. Tra poco sarà di nuovo estate e le falene torneranno a trepidare nel giardino fiorito. La bella Vera, l’infermiera moldava che a ogni scoccare di primavera lo accompagna spingendolo sulla carrozzina durante le sue passeggiate nei boschi, gli racconta dei suoi amori sfortunati, anche se ha il sospetto che lui non la stia a sentire, o che preferisca ascoltare le voci che gli risuonano nella mente. Vera ogni tanto solleva il fazzoletto per pulirgli la bocca, poi gli concede un sorriso benigno, perché le fa una gran tenerezza questo vecchio psicotico con le guance scavate e la pelle secca come quella di un uccellino cotto al sole. (altro…)

Io e lei

Io e lei
abbiamo fatto il nido sotto il tetto
come colombi assonnati
e ogni sera voliamo
intorno alla lampada
storditi, come due insetti,
dalla poca ricchezza che abbiamo
poi la notte
restiamo con gli occhi fissi
agli alberi maestri delle stelle,
ai nostri libri, alle lettere,
alle fotografie
e ascoltiamo nelle conchiglie
i versi degli uccelli.

Malati di bellezza come siamo
il nostro tempo
non ci migliora la sorte.

Andrea Pomella