Autore: alessandratrevisan87

Il giornalismo “militante” di Goliarda Sapienza: prospettive laterali di lettura

Goliarda Sapienza negli anni Ottanta

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Il giornalismo “militante” di Goliarda Sapienza: prospettive laterali di lettura

La sera del 24 novembre 1986, al Teatro Argentina di Roma, si svolgeva la premiazione della “IV edizione del Premio Minerva”, primo riconoscimento italiano dedicato alle donne, istituito da Anna Maria Mammoliti, fondatrice della rivista «Minerva – L’altra metà dell’informazione» (nel 1983) e giornalista impegnata nella battaglia per i diritti delle donne. Nella categoria “letteratura” la premiata è Goliarda Sapienza: «scrittrice di grande talento che si è distinta per il coraggio delle sue scelte»; a Lietta Tornabuoni veniva conferito un premio nella categoria “giornalismo” mentre l’autrice tedesca Ingeborg Drewitz riceveva un riconoscimento come «protagonista della letteratura tedesca dopo la guerra».
Il biennio 1986-1987 (lo stesso del Premio) è quello in cui Sapienza riesce, grazie all’amico, editore e poeta Beppe Costa, a pubblicare Le certezze del dubbio per la sua Pellicanolibri, che usciva nel giugno dell’87 nella collana “Inediti rari e diversi” diretta da un altro amico e poeta, Dario Bellezza. Proprio lui, nel 1983, aveva dedicato a Sapienza un articolo intenso e non privo di affondi critici circa l’incarcerazione e il primo romanzo che era nato da quella esperienza: L’università di Rebibbia, finito di stampare a dicembre 1982 ed edito da Rizzoli (quell’articolo si può leggere qui, insieme a un commento che fa luce su alcuni aspetti legati al periodo).
Per chi proceda, dal punto di vista critico, tenendo insieme testo e contesto, e di questo tutti quei dettagli non poco rilevanti che riguardano un autore, le sue relazioni sociali e lavorative, i dati forniti sino a qui non saranno vani: Sapienza era, in quel momento (’86-’87), una scrittrice che, a fatica ma con il supporto degli amici del suo più stretto entourage, stava ripresentandosi a un pubblico con un nuovo romanzo. Non soltanto: partecipava al lavoro editoriale della rivista «Minerva» con alcune inchieste e recensioni nonché trattando della Cina, visitata nel ’78 durante un lungo viaggio in Transiberiana con il marito Angelo Pellegrino.
Quegli articoli, che costituiscono un’esposizione della sua vita al pubblico (seppure di nicchia), sono espressione di un giornalismo “militante” e testimoniano una fase non conosciuta della sua produzione, che si innesta in un momento aperto e di ‘sorpresa’. In un quadro più ampio di lettura dell’opera fuori da vagheggiamenti comparatistici che non incidono la carne del testo né ritagliano all’opera una posizione di valore nel quadro complessivo del Novecento − ben oltre il Canone −, quei pochi articoli pubblicati da Sapienza intrecciano la tela del tessuto conducendo lettore e critico a ripensare il ruolo di Sapienza non solo come autrice di tendenza dell’ultimo decennio ma, soprattutto, come intellettuale del suo tempo dotata di un’identità forte. Nel 1994, nel docufilm Frammenti di Sapienza di Paolo Franchi, avrebbe dichiarato lei stessa:

No, non insistere. Volermi sempre pensare come la scrittrice incompresa, profonda, depressa, per carità. Guarda che io non sono così.

Nella misura di ciò che ha lasciato, del suo “sperimentare” incessante, si delineano le soglie del futuro − anche critico. Nel suo essere stata attrice, co-sceneggiatrice, poeta, prosatrice, drammaturga, insegnante di dizione e di recitazione, come la critica ha riconosciuto, si riconoscono i tasselli della sua identità, probabilmente dai contorni talvolta più definiti e altre volte meno, ma tutti partecipi dello stesso disegno. Certo, la sua personalità complessa, ricca di “contraddizioni”, suggerisce che comprendere le ragioni delle sue scelte lavorative non è mai facile − la sua intelligenza lo conferma ad ogni passaggio, specialmente nelle scritture private −, ma sarebbe un atto arbitrario ridurne gli slanci e confinarla in certi filoni chiusi.
Questo discorso pone volutamente ai margini la fortuna postuma e l’idea che l’autrice aveva del proprio successo che, alla luce di vent’anni di studi, andrebbe ricalibrata sulla base di dati lontani dalla mancata pubblicazione in vita de L’arte della gioia e dai lunghi periodi di depressione, utili per comprendere parte dei temi cardine di romanzi e racconti ma nodi da non porre al centro del “contesto”. Dal momento che un autore non è mai “finito” lasciamolo spiegarci chi sia stato sulla base dei documenti che ha lasciato, e lasciamo “divenire” in questo modo l’opera.
Questa digressione, che riguarda il punto di vista da cui si parte per leggere criticamente Sapienza, attiene anche agli articoli sopraccitati. Una precisazione (d’obbligo): la categoria “giornalista” applicata poco fa forse non sarebbe stata accettata da Goliarda Sapienza, che si sarebbe definita − con tutta probabilità − una scrittrice che fa del giornalismo. Eppure, anche se questo approccio si contrappone a quanto affermato poco fa, si lasci qui che il critico proponga una diversa direzione. Il caso singolare non si sovrapporrà alla volontà d’autore; si sa che, di esempi di autori nel giornalismo, nel Novecento in Italia ne abbiamo avuti molti: da Matilde Serao a Grazia Deledda al già citato Dario Bellezza. L’etichetta, pertanto, è funzionale non a una verità da ricercare (né da proclamare) ma a un approssimarsi con più cura all’opera, nel tentativo sempre vivo di portare alla luce il frutto di movimenti interni profondi e inediti. Inoltre: il caso di Sapienza collaboratrice di una rivista “militante” è particolare, perché ci porta a chiamare in causa un certo profilo, quello di un’autrice impegnata in un gruppo schierato, cosa che non caratterizza affatto l’esperienza di Sapienza prima degli anni Ottanta − come tracciato nel volume Una voce intertestuale (La Vita Felice, 2016) in cui, in parte, si fa accenno biograficamente a questa duplicità di intenti, a questo schieramento inusuale anche politico che lei affrontò.

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“La perfetta veglia” happening conclusivo del Teatro Valdoca, domenica 15 luglio a Forte Marghera, Venezia-Mestre

 

Il Teatro Valdoca di Cesare Ronconi torna a Forte Marghera domenica 15 luglio per La perfetta veglia, apertura al pubblico conclusiva del laboratorio che, per il quinto anno consecutivo, si è svolto negli spazi di C32, sede dell’associazione Live Arts Cultures. Un percorso per 15 giovani attori, performer e musicisti guidato da Cesare Ronconi, insieme alle sue collaboratrici: Lucia Palladino per la drammaturgia del corpo ed Elena Griggio per la guida al canto.

La perfetta veglia sarà un happening, accadere al presente delle forze che hanno dato vita alla Trilogia dei Giuramenti, ultima produzione di Teatro Valdoca: la parola poetica di Mariangela Gualtieri, la danza, il canto, l’unisono del Coro, che la tengono alta e leggera.

Una chiamata a un tempo festivo, a un’allerta attorno al fuoco. In resistente attesa.

Questo lavoro ha visto come centrali i versi di Mariangela Gualtieri:

Ogni forma porta in sé scritta, segnata
la strategia d’amore che conduce
il desiderio suo, la storia sua dentro tutta la storia.
Ciò che abbiamo amato, ciò che amiamo
fa di noi quello che siamo. Forse.

Ciò che tu sai amare rimane. Non sarà strappato da te.
Ciò che tu sai amare è la tua eredità. Il resto è scoria.

L’ha già scritto qualcuno nel poema. Tu lo sai
Angelo. Io adesso per davvero lo so.

(da Il seme della tempesta. Trilogia dei Giuramenti)

Il pubblico è chiamato a partecipare dalle 20.00. Ingresso libero e gratuito.

 

regia Cesare Ronconi
testo Mariangela Gualtieri
drammaturgia del corpo Lucia Palladino
guida al canto Elena Griggio

con Davide Arena, Daniele Cannella, Emilia Cantieri, Giuditta Di Meo, Margherita Fantini, Margherita Fioravanti, Jasmin Karam, Aniello Maffettone, Marica Mastromarino, Stefania Fusaroli, Daniela Parisi, Alessandro Parlato, Alessio Maria Romagnino, Giulia Rossoni, Ivano Salipante.

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/1104054983066182/

Gruppo ’98 Poesia: ‘In Dialogo. Vent’anni di poesia 1998-2018’. Nota di lettura

Gruppo ’98 Poesia, In Dialogo. Vent’anni di poesia 1998 – 2018, Qudulibri, 2018, pp. 79, euro 11

Questo libro raccoglie otto voci di un gruppo che festeggia il ventennale della nascita, un gruppo di donne senza leader e che basa il proprio lavoro sulla «’critica affettiva’ a sostegno dell’autostima di ognuna». La dedica del volume è a Serena Pulga, tra le fondatrici, e il libro unisce le poesie di Silvia Albertazzi, Paola Elia Cimatti, Zara Finzi, Serenella Gatti Linares, Loredana Magazzeni, Alessandra Vignoli, Vannia Virgili, Anna Zoli. I testi sono In Dialogo tra loro, ‘a più voci’, prendendo a prestito il titolo di un famoso saggio di Adriana Cavarero che − in apparenza − non ha a che fare con questo lavoro ma che, in realtà, ha molto a che vedere con il tragitto percorso. Ogni anniversario porta in sé la traccia di qualcosa di solenne, legato al valore che la comunità di riferimento trasporta nel presente; innanzitutto: la ‘differenza’ dello scrivere che queste donne intrecciano − come soggetti-donne − alla poesia come genere letterario esperienziale. In secondo luogo ci sono alcune delle autrici che le hanno maggiormente influenzate: Virginia Woolf e Simone Weil, per fare due nomi cari al Novecento tutto. Una certa nostalgia del passato, visto come momento del viaggio e della presa di coscienza della propria necessità di libertà − e sono gli anni del femminismo. I registri autoriali, come conferma anche Alessandra Pigliaru nella sua ricca postfazione, sono tutti diversi eppure tutti tendono a raccogliere temi simili: dal rapporto con il materno ai ruoli del femminile, dalle riflessioni sul corpo al rapporto con l’altro sesso, per un attraversamento di posizioni, mondi, riflessioni, «consonanze» (Pigliaru). Vittoria Ravagli, nell’introduzione, parla di «contagio» quando l’universo delle donne apre alle forme d’arte in termini di partecipazione collettiva; trovo sia una parola necessaria, capitale, anche per quest’operazione di unione (editoriale). Nessuna di queste voci sceglie una rotta anti-lirica, anzi: resta negli schemi lirici per parlare di un sé che trova eco nelle parole delle compagne, nello scambio differente come unico bagaglio di senso. Il loro è un rinnovato apporto, uno sguardo al futuro, in un’avventura che resiste.

© Alessandra Trevisan (altro…)

‘La poesia è un unicorno (quando arriva spacca)’ di Francesca Genti

Francesca Genti, La poesia è un unicorno (quando arriva spacca), Mondadori 2018, pp. 145, € 18,50

Nel panorama contemporaneo la saggistica poetica scritta da poeti è diventata frequente, eppure l’approccio muta di voce in voce, di esperienza in esperienza; chi si riconosce in una linea non accademica diversifica il punto di vista e permette maggiormente ai lettori interessati all’argomento di entrare in un dibattito acceso, che muove dal di dentro, che sempre fiorisce e si sviluppa. Ciò risulta valido anche per Francesca Genti, poeta che, negli scorsi mesi, ha pubblicato per Mondadori un libro dalla copertina colorata e vivace come il suo contenuto, un volume spassoso e vivo com’è viva la poesia nella tesi di fondo dell’autrice. Da essa tutto muove e a essa tutto ritorna. Il saggio “militante” per definizione della stessa Genti è un itinerario in prima persona attraverso temi e ‘movimenti’ che la poesia, come genere letterario, tiene uniti: una concatenazione di motivazioni attorno al “cosa serva” la poesia e “perché la scriviamo” ma anche “perché la leggiamo” (prima). Sorprendente come l’autrice, con credibilità, riesca a tenere il testo sempre a un livello di attenzione alto, anche quando si concede l’aneddotica (singolare quella su Amelia Rosselli e Alda Merini) o alcune digressioni sul suo lavoro come editrice [con Manuela Dago, di Sartoria Utopia, n.d.r.]. Il suo percorso ragionato include una militanza sapiente e delicata (anche nel titolo), che parte dalla consapevolezza che «la poesia è la più anarchica delle forme espressive» e che «ha sempre una sua utilità», anche quando pare non dichiararlo. “Vitalità” è una parola che Genti usa dall’inizio, una parola nutriente − come il pane:

Sì, la poesia è viva. Non è sempre come uno se la immagina e spesso fa arrabbiare, mette in crisi, turba, provoca un aumento di vitalità. […] la poesia è sempre officina di avanguardie linguistiche e con la sua anarchia e vitalità forgia e immagina una lingua del futuro, una lingua madre però, non globalizzata e anestetizzata, non una lingua che va bene per tutto e che si usura di stagione in stagione, ma una lingua affettiva che risuona e apre a nuove prospettive grazie al patto di sangue tra significato e significante.

Non c’è edulcorazione né allusione nel procedere saggistico di Francesca Genti: come nella sua opera esiste una chiara e netta direzione, una volontà di affermare le cose in modo diretto, efficace, limpido. Tuttavia, la sua “giusta distanza” da critico-poeta si contamina con una ‘militanza del cuore’, quella che la porta a citare alcune voci contemporanee più o meno isolate che difficilmente appaiono nei saggi odierni e che sicuramente faticano ad avere un posto nel canone. Sono, tra gli altri: Mariangela Gualtieri, Dacia Maraini, Valentino Zeichen, Silvia Salvagnini, Piera Oppezzo, Francesca Matteoni. Il rimando alla nostra tradizione per introdurre al lettore la poesia lirica, la poesia amorosa, l’invettiva, la poesia civile e altre derivazioni si lega a nomi del panorama contemporaneo, in una fotografia del presente che vede una messa in posa ragionata, una scelta ancora una volta nutriente. La consapevolezza di Genti è quella di chi conosce gli strumenti del mestiere ma non rinuncia a metterli in discussione, quella di chi si interroga con intelligenza e sensibilità sulle prospettive, quella di chi si fa domande sul futuro conoscendo il passato eppure non manca mai dell’ironia che stempera la materia, della leggerezza di alcuni spunti che rendono più lieve la lettura di un testo critico di cui si sentiva la necessità. Genti esce dai binari, dai luoghi comuni: costruisce una costellazione propria per far valere le sue tesi sulle ragioni dell’appartenenza alla poesia, ragioni umane prima che letterarie − anche se letterarie poi, alla radice. «La poesia è sempre un po’ più avanti del suo tempo», come questo saggio..

© Alessandra Trevisan

‘L’Arminuta’ di Donatella di Pietantonio (nota di P. Grassetto)

Donatella di Pietrantonio, L’Arminuta, Einaudi 2017, pp. 197, euro 17.50

Cimentarsi a commentare un romanzo vincitore del Premio Campiello 2017, probabilmente a oggi uno dei più ambiti, può essere ardua impresa, non se si procede unendo le osservazioni come in un piccolo quadro, per immagini, tasselli, illuminazioni.
Data la notorietà del romanzo ormai tutti conoscono il significato della parola “Arminuta” ossia “Ritornata”, tuttavia la prima impressione delle pagine del romanzo pare essere invece l’amore che traspare, da parte di Donatella di Pietrantonio, per la sua terra di origine. La terra d’Abruzzo viene velatamente esplicata dal linguaggio (resiste lì dentro), dalla personalità dei personaggi (dai loro ‘modi’), da brevi descrizioni del paesaggio – sono il mare, i monti, la campagna –, il tutto avvolto da una sorta di ‘tenerezza’ anche quando la trama si fa più intensa e stratificata.
L’autrice ha la capacità, nei momenti in cui gli episodi narrati sono emozionalmente complessi, laceranti e disgreganti, di non rendere mai né duro né ostico il racconto mantenendo, sotto questo profilo, una rara qualità di scrittura, come se non volesse mai ‘ferire’ dall’interno i vari personaggi del racconto; anche laddove emergono limiti o difetti, si avverte l’assenza di giudizio, una trasparenza delle intenzioni. Di Pietrantonio lascia fluire il racconto della condizione umana.
I temi tracciati sono vitali, vitali per la protagonista ma anche per il lettore, e portano a riflettere sul nostro destino in relazione alla famiglia; sul ruolo dei genitori – siano essi naturali o coloro che crescono figli d’altri –; sul mondo che ci portiamo dentro; sull’accoglienza, l’amore, l’abbandono o sulla loro mancanza; sulle parole d’amore o sui troppi silenzi e i “non detti”, e come ciò ci faccia crescere e cosa ci faccia diventare.

La vicenda inizia quando l’Arminuta, bimba piccola, viene riconsegnata dai genitori che sino a quel momento l’anno cresciuta ai genitori naturali, che l’avevano lasciata perché gravati da tanti figlioli in una situazione di povertà. La sua vita è spezzata: viene catapultata da una quotidianità serena dove nulla manca a una vita relegata in un piccolo paese di montagna a una casa povera dove manca anche l’essenziale. E nella casa non c’è nemmeno un letto destinato a lei. La piccola Arminuta scopre improvvisamente, drasticamente, che questa è la sua vera famiglia.
Nel baratro che le si apre davanti non riesce a ritrovarsi e la parola «”mamma” si annida nella sua gola come un rospo». L’autrice, con passaggi brevi e incisivi, narra il dentro di sé: «A 13 anni non conoscevo più l’altra mia madre». Nella sua drammaticità, questa frase fa cogliere il precipizio dell’abbandono devastante e del nulla che attende la protagonista da quell’istante.
Arminuta per dare un senso all’assurdo e inspiegabile gesto pensa che la madre – che fino ad allora l’ha allevata e che lei credeva sua – non la possa più tenere perché malata. La sogna morta; sogna il funerale accompagnata dalla mamma vera. E il sogno fa vedere la verità che vogliamo per non farci troppo male. Così iniziano in lei gli incubi, le angosce, i risvegli notturni e la certezza di una continua disgrazia imminente, pur non sapendo da dove questa possa arrivare. L’abbandono sgretola le sue certezze, ferisce la sua anima nel profondo.
Il tempo scorre in questa nuova famiglia con la continua ricerca della prima madre, che lei (per differenziarla) indica come la “madre del mare”, in quanto prima viveva vicino alla spiaggia. In questo mondo nuovo di solitudine si affeziona alla sorella più giovane con la quale, inizialmente, divide il letto, e che si rivelerà forte e in grado di cogliere piccole verità nonché tramandare un’antica saggezza contadina. La sorellina, nel primo giorno di ripresa della scuola, si reca nella classe media dell’Arminuta e dice alla professoressa di essere venuta per controllare se sua sorella stesse bene perché «lei viene dalla città», come a dire che non è preparata a quella vita di stenti, di persone così diverse da e lei, sebbene più piccola, ne coglie i disagi, la non adattabilità. Sempre la piccolina difenderà la mamma da un gruppo di bulletti che la definiscono una “coniglia” per tutti i figli che mette al mondo. La vita dura ha dotato la sorella minore delle difese necessarie, facendone un personaggio d’appoggio fondamentale.
Questa trama, tuttavia, è anche intrisa di un lutto dopo il quale la madre si abbandonerà al dolore e non riuscirà più a curarsi degli altri figli forse perché i figli, in fondo, per lei sono il solo valore che ha, anche se mai espresso esplicitamente.
Un momento chiave del romanzo si ha sotto un sole cocente, dove avviene un colloquio anzi “il colloquio” fra la mamma e l’Arminuta; il tema è la ricerca che quest’ultima ha continuato a fare della verità sulla famiglia in cui è cresciuta. Lei è seduta per terra con lo sforzo di non piangere e la mamma risponde con poche parole ma «non riesce a muovere quell’unico passo che ci separava dalla consolazione». Probabilmente uno dei passaggi paradigmatici del libro, in cui si coglie tutta la disgregazione della vicenda; qui c’è una ricerca attenta delle parole che denota la capacità della scrittrice di esprimere uno stato d’animo in pochi lampi, dove si “misura” il distacco emotivo ed esistenziale.
Sebbene l’explicit del romanzo porti l’Arminuta verso una sorta di risoluzione della condizione iniziale si conviene a verificare che la rottura presente-passato è diventata troppo lacerante, e le vite di ciascun personaggio hanno ripreso cammini diversi, di andirivieni e separazioni finali.
Resterà tuttavia sempre forte il rapporto ritrovato fra le due sorelle, fatto di una complicità che sarà in grado di salvarle. L’Arminuta, proprio della sorella minore dirà essere «un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia», così ritornando al ‘duplice ricordo’ tra terra e umano.

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© Patrizia Grassetto

 

Su questo romanzo ha scritto anche Irene Fontolan, qui

proSabato: Pier Paolo Pasolini, Cos’è questo Golpe? Io so

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. (altro…)

Intervista ai VIDEO DIVA

Il vostro progetto, tra post-punk, gothic rock, new wave ed elettronica, è iniziato nel 1999 ed è giunto, nel 2017, alla pubblicazione di un nuovo disco (s)àcrata (Swiss Dark Nights): nove brani, compatti ed efficaci. Volete raccontarci com’è nato quest’ultimo album, quando avete scritto i primi pezzi e cosa rappresenti il titolo.

VIDEO DIVA L’album ha una lunga storia. Trattandosi del primo disco uscito per una casa discografica, volevamo far in modo che fosse un “sunto” dei Video Diva. Quindi, accanto ai brani nuovi abbiamo inserito alcuni brani storici arrangiati ex-novo e attualizzati. Per fare questo ci abbiamo messo circa un anno, ma in realtà il processo è iniziato molto prima, perché canzoni come Inconsciamente Vago e Non per orgoglio nascono circa 15 anni fa. Per quanto riguarda il titolo è un vero e proprio film che ci siamo fatti. Solitamente per le nostre uscite utilizziamo sempre una singola parola, un neologismo che racchiuda in poche lettere il senso del disco, quasi come un simbolo o un sigillo. (I nostri due precedenti EP infatti si intitolavano Inetticho e Nuvistasi, parole composte che erano anche titoli di due dipinti dell’ex chitarrista Fabio “Gabo” Menetti). Questo per rendere chiaro fin da subito che si sta maneggiando un disco da scoprire, da capire. Abbiamo una certa predilezione per l’ermetismo, scelta che risulta subito evidente anche nei testi. In questo caso (s)àcrata significa Sacra Acrata o Santa Anarchia. L’acrata è un peperoncino di colore rosso/nero chiamato anche “peperoncino anarchico” in alcuni paesi latinoamericani: un riferimento utile a sottolineare la nostra intenzione di voler essere urticanti, perfino fastidiosi. Ma, parlando di peperoncino, viene naturale pensare a una dicotomia odio/amore: per cui il peperoncino diventa simbolo di un anticonformismo riflessivo che, per chi lo guarda dalla parte giusta, può anche essere sacro. La (S) infatti vale come la classica abbreviazione per Santo o Sacro. Trasformare àcrata in sàcrata è un processo di sovvertimento: per noi il sacro non è quello istituzionale, ma può trovarsi nell’integrità di una visione o di un’idea lontane da quanto decretato da leggi e religioni. La componente critica verso le religioni è infatti molto presente in tutto il disco, non tanto come critica alle fedi storiche, ma verso le persone che le professano soltanto per comodo e interesse personale. Dunque (s)àcrata rappresenta un’idea libertaria, blasfema, anticonformista e necessariamente di parte.

Inequivocabili i riferimenti musicali che si ascoltano nei brani e che già molta stampa ha nominato: CCCP e Lindo Ferretti, CSI e Teatro degli Orrori. Sono incuriosita dalla scrittura dei testi: cosa c’è dietro? Come nascono ‘praticamente’?

LORENZO Nei testi si possono trovare temi sociali o storie personali, anche strettamente intime. I testi danno voce alle mie idee e non conosco altro modo per poterle esternare. La mia riservatezza mi porta spesso a renderli ermetici, quasi incomprensibili. Il processo di scrittura si divide sempre in tre fasi principali: una prima stesura degli argomenti di cui voglio parlare, la trasformazione del tutto in un linguaggio ermetico e infine il lavoro di cesello ritmico/fonico per amalgamare le parole con la musica, che può essere preesistente o ispirata da una metrica già facente parte del testo. L’intento è far trasparire i sentimenti e lo stato emotivo con cui tratto gli argomenti. Non mi importa che venga capito il testo nei minimi dettagli, a me basta riuscire a trasmettere la parte emozionale. Se passa questo non importa neanche dare troppe spiegazioni sulle parole e sui temi usati (anche perché non è mia intenzione farlo). Se musica e testo trasmettono una certa emozione, se è possibile anche solo parzialmente ritrovarsi nei testi, immedesimarsi, allora l’ascoltatore per me è già andato oltre alle semplici parole.

VIDEO DIVA Alcune recensioni dei nostri lavori tendono a sottolineare la valida sinergia tra testo e musica, che è poi proprio il nostro primo obiettivo. Testi e musica sono un tutt’uno, non riusciamo a vedere questi due aspetti separati o incastrati forzatamente. Testi e musiche devono combaciare, abbracciarsi. Un nostro caro amico musicista (Iacopo “Iuzzo” Landi dei Medjugori, altra band delle nostre parti) al primo ascolto di (s)àcrata ha definito il disco come “La Buona Novella dei Video Diva”, parole di cui siamo orgogliosi soprattutto per il riferimento per nulla casuale a Fabrizio De André e per l’allusione a una sottile blasfemia, a una denuncia, a una visione più giusta – per noi – oltre a una diversa consapevolezza del reale. Se questo è il messaggio che riusciamo a far passare, allora non importa spiegare altro nello specifico. (altro…)

Goliarda Sapienza, tra Sicilia e continente

Questo testo di Alessandra Trevisan è frutto dell’elaborazione di quanto espresso durante la conferenza omonima all’interno della rassegna © «Ottobre poetico 2017» curata da Fabio Michieli per il Comune di Cavallino-Treporti (VE).

L’aver intrapreso lo studio dei testi di Goliarda Sapienza, che prosegue da oltre sei anni, ha molto mutato il mio approccio critico antecedente. Va da sé che tutto il lavoro svolto sinora proprio su «Poetarum Silva», insieme a Fabio Michieli (che qui si è occupato dell’autrice) e a tutta la redazione, ha modificato, nel tempo, il mio modo di scrivere. La ragione per la quale ho scelto quest’autrice molto diversa da me è triplice; Goliarda Sapienza mi ha messa ‘in crisi’ sin dalla prima lettura de L’arte della gioia, e posso dir d’aver iniziato da subito insieme a Fabio a leggere i suoi libri e la critica prodotta su di lei. Era il 2010. In quel momento c’era una grande attenzione da parte del pubblico ma anche da parte dell’accademia nei confronti delle sue opere; si stavano iniziando a pubblicare i volumi postumi di cui dopo parlerò. Quando parlo di “crisi” intendo che non ho trovato, da subito in Sapienza, un’appartenenza; c’è voluto del tempo per individuare quegli elementi critici che mi spingevano verso di lei con passione. Spesso nel mondo della critica la sovrapposizione tra biografia e letteratura ha portato a un’identificazione critico-autore che io invece non sentivo. L’attrazione nei suoi confronti non mi era del tutto comprensibile rispetto a quella che avrei potuto nutrire per altre scrittrici. Poi ho capito che il suo coraggio intellettuale è stato un grande motore per me: il coraggio di essere schietta, di dire ciò che ha detto senza badare alle conseguenze. Ciò mi è servito in Una voce intertestuale: riuscire ad evidenziare punti d’interesse trascurati, nodi di cui non si era occupato nessuno, fornendo anche nuove interpretazioni dei testi. Ma il suo coraggio è stato soprattutto “vitale”, come lo è quello da lei trasmesso nell’arte attoriale. La sua fu un’esposizione artistica dal vivo, cosa che riguarda anche la mia vita come cantante e sperimentatrice vocale.

Un terzo aspetto che si è rivelato sin da subito nella sua opera è quello della ‘realtà’; mi è sempre sembrata un’autrice lontana dall’immaginazione. Tutto ciò che ha scritto è fortemente autobiografico ed è vero; c’è poca mediazione tra il vissuto e il narrato. Poi, negli anni, credo d’aver assunto una posizione ambivalente rispetto a questo nodo – una parte della critica odierna tenta una continua attinenza tra biografia e critica, non sempre appropriata secondo me. Eppure, questo continuo sguardo sulla realtà ha trovato significato anche nel mio fare artistico personale, nel mio modo di scrivere e fare musica, secondo diverse forme. La voce, in effetti, che ho posto la centro come “tema” della monografia per La Vita Felice, non solo mi riguarda ma è un aspetto cruciale per leggere Sapienza.

Nell’affrontare la proposta “tra Sicilia e continente” – rispetto ad altre studiose tengo a precisare che non mi sono mai davvero occupata dei luoghi – si può avere un punto d’inizio complesso, che tocca diversi livelli di difficoltà che tenterò di sviscerare.

Partendo da tre parole chiave tracciamo il percorso nella proposta; esse sono: paesaggio, luogo e spazio. (altro…)

Beppe Costa, ‘Per chi fa turni di notte’. Nota di lettura

Beppe Costa, Per chi fa turni di notte. Poesie 1967-2017, Associazione culturale Pellicano, 2017, pp. 110, € 10,00

Che la poesia civile sia, per Beppe Costa, una missione − colma di laicità − lo si conosce da tempo. Ne è conferma anche l’ultima raccolta, che raccoglie in un’apposita sezione testi editi  e inediti degli ultimi cinquant’anni di scrittura. Un volume dedicato a “chi fa turni di notte”, a chi «conosce la notte e il dolore» ma anche la «solarità e l’amore» che, sempre, nella poesia di Costa, vive. Ripensando al titolo ci si chiede se non sia possibile una eco di Izet Sarajlić − se non per lo stile almeno per l’intenzione che attraversa entrambi i poeti.

La potenza lirica di Beppe Costa contiene in sé la forza irrinunciabile della vita secondo un’etica, lo stimolo alla continua ricerca di un senso, la lotta per una dignità del vivere − che contagia il lettore−, lo slancio alla puntualità dell’esprimere ciò che si è, cosa si fa, dove si sta andando. La cautela (qui) è qualcosa che attraversa tutta la sua poesia − per lo meno quella che ci è dato conoscere grazie alle precedenti raccolte −, così come la sensibilità della sua voce persiste, nella forma di una resistenza decennale, in un presente svuotato di appelli sinceri, sempre più povero di verità che invece, il nostro, coglie e tiene salde nei suoi versi.

© Alessandra Trevisan

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questa non è una poesia d’amore
perché non ha fine né principio
sbanda a ogni curva s’infila
in ogni volto che passa vicino

questa è soltanto una vita inquieta
che non smette di penare e si offre
a ogni passante che afferra come può
sugli occhi nella bocca fra i capelli

la notte resta sveglia in poca luce
s’abbandona a ricordi non completi
finché ogni alba riporta la certezza
di non saper co’è la poesia e l’amore

 

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Luigi Fontanella, ‘Il dio di New York’

Luigi Fontanella, Il dio di New York, Passigli editore, 2017, pp. 276, € 19,00

Scintillano gli occhi del nostro Pascal di fronte allo spettacolo − per lui straordinario e convulso − di macchine taxi autobus e fiumi di gente frettolosa per le strade della Lower Manhattan.
È una tarda mattinata di aprile. I nostri introdacquesi sono ormai nella Grande Mela. I loro occhi vanno soprattutto verso le sopraelevate, sulle quali scorrono senza sosta proprio sopra le loro teste, con enorme fracasso di ferraglie, i vagoni della metropolitana (
New York City Subway).
Si tratta del maggiore sistema di trasporto pubblico esistente al mondo, l cui prime porzioni, nella città di New York e dintorni, cominciarono a funzionare fin dal 1869.
Pascal è soprattutto sbalordito dalla lingua (le lingue) che sente circolare fra la gente, mentre sfrecciano velocemente automobili e vari mezzi di trasporto della City.
Ovviamente a prevalere è l’inglese, una lingua che il giovane ha sentito a Ellis Island dai solerti impiegati della dogana, e che ora si rimescola prodigiosamente con il dialetto abruzzese dei suoi compagni e di Mario Lancia, il compaesano caposquadra che è venuto puntualmente a prelevare il nostro gruppetto al Battery Park.
Ma non c’è molto tempo per assaporare o rendersi pienamente conto di queste ‘meraviglie’. La guida si muove con scatti precisi e a ben districarsi in mezzo al traffico di Manhattan. Controllando nervosamente l’orologio, Lancia scambia sbrigativamente qualche parola con loro, mentre li porta immediatamente alla Penn Station e da lì, in mezzo al marasma generale, subito in treno alla volta di Hillsdale nel New Jersey.
Questa è l’America, la prima America, che si fece incontro a Pascal il 20 aprile del 1910. (p.98)

Mi piace pensare che sempre, dentro ogni voce, riecheggi quella di chi l’ha preceduta, che ogni individuo trovi, nei propri maestri, un faro − e forse, più che una luce soltanto − la continuità del suono e dell’ispirazione. Due aspetti che, insieme, fanno un risultato, danno corpo a un’idea. Appresa la lezione, si procede oltre: si riedifica, dallo ieri al presente. «Impara tutto e poi dimentica tutto» ha detto il sassofonista Charlie Parker e, anche se qui siamo in un terreno letterario − intriso di studi storico-antropologici − ci si chiede se il suo suggerimento non valga anche per Luigi Fontanella. Restiamo negli Stati Uniti, sia con il tema del volume di cui parlerò sia per la professione dell’autore, già docente ordinario nel Dipartimento di Lingue e Letterature Europee alla State University di New York; saggista, poeta [di questo si è occupato il nostro Francesco Filia qui] e narratore, lo scorso anno ha pubblicato per Passigli Il dio di New York, un romanzo che guarda da vicino il tema ampio dell'”emigrazione italiana” negli States, in questo caso a inizio Novecento. Ci sono diverse immagini che scuotono la memoria prima di iniziare la lettura: la prima è quella di un film di una decina di anni fa, Nuovomondo di Emanuele Crialese (2006), che ci riporta ancora nella città in cui si svolge la vicenda; la seconda è una fotografia di Charles Clyde Ebbets del 1932 intitolata Lunchtime atop a skyscraper. Siamo negli anni Trenta, lontani dal racconto di Fontanella ma con un occhio vigile desideroso di guardare la città come quell’operaio della copertina: dall’alto di un grattacielo in costruzione (l’empire State Building); dall’alto di un tutto che è la storia più articolata di tante vite narrate in una sola, quella dell’abruzzese Pascal D’Angelo, il protagonista del romanzo. (altro…)

Angelo Pellegrino, ‘Poema lisergico’ (nota di lettura)

Angelo Pellegrino, Poema lisergico, Milano, La Vita Felice, 2017, pp. 50, € 8,00

Oggi il sasso di fuoco
È tornato ancora. Oggi sento i
Passi lucenti del ragazzo chiamato. E vedo
Il saliscendi ondulato del nostro coro
Integrale. Coscienza malata
Massa immagine paura, coro degradato che
Procede spento sino al mio respiro

Stavamo cercando proprio voi, sorelle che
Sapete tutto. Siamo stanchi di aspettare
Voi conoscete il cuore del ragazzo. Solo
A voi parlò per ultimo. Com’egli ci disse
Eccoci tutti di fronte alla linea
Dell’acqua. Siamo venuti a ringraziare la
Coppa d’oro che il terzo giorno ci ha portato
Nostro figlio, dolce portatore di significati
Ci ha promesso il suo ritorno oggi

Da una delle alette del libro leggiamo: «Viviamo in un’età di distopie che s’annunciano terrificanti. Ecco allora il nuovo bisogno di  far conoscere una vecchia utopia degli anni Settanta del secolo passato. Chissà se ancora può dire qualcosa ai giovani d’oggi, che soltanto per una colpevole distorsione intellettuale possono dirsi diversi. Io li sento simili, soltanto più minacciati. Proprio per questo ancora più bisognosi di utopia di quanto lo eravamo noi che forse grazie all’utopia siamo riusciti ad arrivare sino a oggi». È lo stesso autore, Angelo Pellegrino, ad introdurre il suo Poema lisergico, a collocarne la scrittura in un tempo passato che continua a ‘provocare’ la storia odierna: gli anni del post-Sessantotto e dei Movimenti in cui non tutti si riconobbero, come accade per chi ha scelto di restare ai margini e, da lì, osservare e ‘fare’ anche altro. È il caso di Goliarda Sapienza − defilata negli anni degli -ismi −, la quale − ricorda Pellegrino privatamente − amava questo poema; un testo che si potrebbe definire visionario e ‘fantasmatico’, intriso di mito − come la terra siciliana da cui entrambi provenivano − e di un gusto che richiama il teatro antico. Sapienza e Pellegrino lo conoscevano, il teatro, non soltanto per provenienza geografica, ma perché è anche il “luogo che non esiste” (ū ‘non’ e tópos ‘luogo’) in cui rifugiarsi per sottrarsi al contemporaneo: gli Anni di Piombo. La poesia avrà la stessa funzione per Sapienza, in tutti gli anni in cui la sua prosa lirica resterà a sostegno di un vivere precario.

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Alessandra Trevisan: tre inediti

courtesy: Annie Spratt

C’è un coraggio solare
un coraggio inerpicato
al battito del cuore, al risveglio
del significato.
Ho prodotto un desiderio
che conosce il centro.
Lo so dire.
Nella più vera coesione
nella magnifica estensione
avevamo tutti bisogno del prima
del non riconoscimento
di una vibrazione/ dentro.

 

*
Abbiamo tutti un intercorso
percorso, un quasi crogiuolo di possibilità
una deriva, un sentire terso.
C’è compulsione roteante.
C’è forse qualcosa che non quadra
dove/ d’istante squadra.

 

*
Guadagno il trovare
nella puntualità/ la ricerca migliore.
Quello che si dice
a discapito di ogni egocentrismo
il saper restare
nello spazio di un’idea
nell’accoglimento del fallimento
nelle vertigini non sopite
nella scure dell’ascolto
in un qualunque pezzo di terra
riconciliata all’origine.

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© Alessandra Trevisan

N.d.A. Queste poesie nascono in forma orale dettate al registratore, poi trascritte su carta, a gennaio 2018.