Autore: alessandratrevisan87

Clara Sereni, “ultimista e farfalla” tra due secoli

Ricordi, letture e riletture delle sue opere, memorie di incontri e scambi, di un reciprocità che Clara Sereni era riuscita a definire prima dentro i suoi libri e poi nel mondo, nel suo lavoro − e, a volte, rendendo soprattutto vero il viceversa. Sono tanti gli interventi, nutriti e pieni, che raccoglie il volume Clara Sereni di Ali&No (2019), proprio nella collana “le farfalle” che lei aveva diretto fino al 2018 su proposta di Francesca Silvestri (qui è recensito il volume su Luisa Spagnoli di Valerio Corvisieri) la quale, in questo volume, ripensa al lavoro comune e fa affiorare la “composizione di sguardi” che ciascuno dei coinvolti propone. Come in uno stesso viaggio dall’origine della serie, che tocca la biografia di donne straordinarie per cultura, intensità e vita, questo numero allarga e include tutti i temi e le dimensioni del vivere e dello scrivere di Clara Sereni, un’autrice in grado di fare della memoria, della narrazione sulle donne e del femminile rapportato alle radici, della storia, dell’Italia nella seconda metà del Novecento fino ai giorni nostri, il fulcro di una ricerca sulla parola e dentro la vita.
Da ogni lato, affrontando biografia e scrittura, i vari testi fanno emergere quella completezza di intenzioni che l’autrice ha esposto: il suo carattere raccontato dalle sorelle, la generosità che Dacia Maraini dal canto suo ma anche Walter Veltroni e “le merendanze” sottolineano, ma anche una presenza attiva e concreta; le radici ebraiche e la famiglia ricostruita da Cottinelli e Zevi; gli affondi nei suoi libri (e talvolta in quelli degli altri) che diventano tracciati nuovi, riletti e assimilati per Monferrini, Petrignani, Calamandrei e Centovalli; un accento su “Via Ripetta” e sull’importanza della giovinezza romana per Bartolini e, dal versante musicale e canoro, per Crotti; il quotidiano e il rapporto con il figlio Matteo per Scricciolo, Rulli e Marta Sereni. Clara Sereni è stata un'”ultimista” (ossia un soggetto dalla parte degli ultimi per vita e scelta) le cui esperienze nel sociale non hanno riguardato quella necessità volontaristica che si chiude dentro l’aiuto − seppur prezioso − di cura ma una sensibilità d’impegno che, a partire dal privato-pubblico post-sessantotto, come i vari testi confermano, si incarna nella letteratura e nella libertà da essa sprigionata. (altro…)

Venezia Novecento: per un resoconto critico

Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani

Per un resoconto critico

Occasioni come quelle del Convegno Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani (Università Ca’ Foscari Venezia, 17-18 ottobre 2019) si rivelano propizie per ricostruire due profili di autrici, analizzate secondo diversi approcci scientifici. La giornata di studi, infatti, ha contribuito a porre in luce molteplici e sottesi punti di contatto tra le letterate in questione, sia dal punto di vista biografico che da quello della poetica: entrambe espressioni di un’immagine femminile indipendente, votata all’utilizzo della scrittura come mezzo per delineare un ritratto di donna – e, più in generale, della società secondo un’ottica estranea a ogni luogo comune o conformismo –, vivranno un rapporto profondo con Venezia, città d’arte e di incontro con letterati e intellettuali, e spunto per diverse pagine di scrittura anche privata.
Nel caso specifico di Paola Masino (1908-1989), voce letteraria soggetta a una notorietà non sempre lineare nel tempo, gli interventi ne hanno esplorato la produzione e il rapporto con il capoluogo lagunare, spesso complesso e colmo di tensione: nonostante una relazione non idilliaca con l’ambiente – sede di un esilio dorato per lei e il compagno Massimo Bontempelli – e gli abitanti, gli anni veneziani (1938-1950) si rivelarono prolifici da un punto di vista letterario. Risale a quel periodo, infatti, la stesura del più noto romanzo masiniano – Nascita e morte della massaia – edito da Bompiani nel 1945, ora riproposto in una nuova edizione da Feltrinelli. Senza contare i vari scritti della pubblicistica, contraddistinta da un nutrito numero di contributi indirizzati ai periodici locali secondo alcune ricerche condotte da Arianna Ceschin, la quale ha ricostruito il disarmonico legame vissuto dall’autrice con uno scenario sentito come estraneo, criticabile e poco accogliente. Significativi, a tal proposito, sono parsi alcuni passi delle missive indirizzate alla madre Luisa, colmi di singolari aneddoti dedicati specialmente alle veneziane, velatamente accusate da Paola Masino di scarsa consapevolezza e indipendenza emotiva.
Un viaggio, quello nell’universo masiniano, proseguito poi nell’esperienza al Festival del Cinema di Venezia, con pezzi di critica cinematografica che svelano il piglio ironico e l’abilità scrittoria dell’autrice – come emerge dagli esempi riproposti da Cecilia Bello – nonostante la letterata stessa lamentasse sia ai propri cari, che a se stessa in varie occasioni, la seria preoccupazione di non riuscire a mantenere viva la vena creativa e il timore di non essere in grado di ricoprire perfettamente il ruolo di padrona di casa tra le mura dello splendido palazzo Contarini, di cui Marinella Mascia Galateria ha fornito una suggestiva testimonianza fotografica degli interni.
Preoccupazioni del tutto infondate, a giudicare dalla qualità delle opere e degli scritti di quegli anni, densi di abilità stilistica ed esempi di una qualità di scrittura tuttora attuale e dallo stile divenuto il tratto distintivo di una voce letteraria non sempre valorizzata dalla critica e dal canone. Fortunatamente, le pagine di Paola Masino hanno saputo scrollarsi di dosso la polvere del tempo e dell’oblìo di alcuni periodi, giungendo intatte sino ai giorni nostri e conservando vivo lo spirito di un’autrice in grado di esprimere se stessa e la propria poetica, nonostante tutto. (altro…)

‘Il filo di mezzogiorno’ di Goliarda Sapienza. Una lettura a cinquant’anni dalla prima edizione

Goliarda Sapienza, Il filo di mezzogiorno, La Nave di Teseo, 2019, pp. 200, € 15

È una nuova edizione quella che La Nave di Teseo propone per Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza, a cinquant’anni dalla prima uscita per Garzanti (nel maggio del 1969) e dopo quelle per La Tartaruga (2003²) e Baldini e Castoldi (2015³). Il secondo romanzo che l’autrice pubblicava in vita, come ricorda Angelo Pellegrino nella sua prefazione (e che di questa versione è anche il curatore) ha a che fare con l’«analisi selvaggia» ed è una “coraggiosa” critica alla psicanalisi freudiana, vero «monstrum» del Novecento come lo definisce lo stesso Pellegrino.
Nei quarantuno capitoli in cui la narrazione è scandita troviamo alcuni dei suoi principali temi autobiografici già annotati nella quarta di copertina: il rapporto con la famiglia e soprattutto con la madre Maria (Giudice); la follia materna; il fascismo e il periodo dell’occupazione romana; il rapporto con Citto (Maselli); la sopravvivenza agli elettroshock e la terapia con Ignazio Majore.
Se Goliarda Sapienza nasce poeta, come già sostenuto da Anna Toscano e da Fabio Michieli, anche questo è un libro che si fa parola dentro la poesia e il folklore siciliano, e che pone in epigrafe un’avvertenza:

«Non andare fra le viti nel filo di mezzogiorno: è l’ora
che i corpo dei defunti, svuotati della carne, con la pelle
fina come la cartavelina, appaiono fra la lava. È per
questo che le cicale urlano impazzite dal terrore: i morti
escono dalla lava, ti seguono e ti fanno smarrire il sentiero
e: o morirai di sete fra gli sterpi disseccati dal sole − sterpo
secco pure tu − o penserai sempre a loro smarrendo il senno.»

La possibilità di “uscire di senno” nelle ore più calde del giorno secondo una credenza popolare siciliana, in Ancestrale (La Vita Felice 2014) la ritroviamo in un testo poetico: «Posso rievocare il tuo sorriso/ i tuoi tratti accostati al mio respiro/ la tua voce smorzata/ dall’onda del mare/ posso rievocare/ la tua figura nel filo di mezzogiorno/ fra le viti./ Eppure temo/ guardarti ora che taci/ accanto a me raccolta/ dal tuo silenzio.» Che fosse la figura materna − per ipotesi − la destinataria di questa poesia può avere importanza poiché la poesia di Sapienza comincia nell’opera di Maria, come “canzoniere in morte” secondo Fabio Michieli¹ e come diretta citazione letteraria di Goliarda Sapienza secondo chi scrive.² (altro…)

Paolo Steffan, In deserto. Nota di lettura

Paolo Steffan, In deserto. Prefazione di Flavio Ermini, Osimo, Arcipelago itaca, 2018, pp. 80, € 13,00

È tutta piena, concentrata e vibrante pur volgendo la propria piega al “limite” − indicato da Flavio Ermini nella sua prefazione − la parola di Paolo Steffan nella raccolta In deserto, pubblicata da Arcipelago itaca (2018). Ogni affondo e riaffondo coglie la misura e riaccoglie, (da) dentro, la lingua poetica della tradizione a risalire, fino a immergere nella parola delle sacre scritture, nel latino, nell’inglese (per inserti) e poi, ancora indietro, nel mito. Paolo Steffan rivolge l’orecchio a Zanzotto, ma c’è anche in lui la nostra tradizione più antica, da Pascoli fino a Petrarca.
E il suo poetare costruito, meditato, non si rivela per opposizione ad un presente ma, forse, per assenza di un presente in cui riconoscersi; per questa ragione l’autore sceglie di lavorare anche dentro il proprio dialetto, che non risulta soltanto un intimo ritorno all’origine o un facile rimando e neppure un ancoraggio diretto al passato: si tratta invece di un’autentica assimilazione che ‘fa corpo’, di una lingua che scandisce il quotidiano di quella terra di provenienza i cui ritmi di lavoro, la cui natura e la comunità di appartenenza si connota soprattutto grazie alla lingua che parla; è una lingua di produzione, di sistema, che manovra il commercio ma anche la responsabilità individuale, e per questo motivo risulta utile all’autore.
Se questo può essere vero per ogni dialetto è specificamente culturale la singola realtà di Steffan così com’è simmetrica ma non congruente la sua sinistra Piave (nella provincia di Treviso) dalla Pieve di Soligo zanzottiana. L’autore non è in debito e non è epigono: stacca il maestro trovando la propria misura e soprattutto misurando la propria memoria linguistica dentro a versi in cui − appunto − il dialetto emerge piano eppure diretto (“rùspego”, infatti, significa “ruvido”):

2.

Borgo, nel tuo malfermo sdrucciolente
esistere, l’impura verità
del pezzo ti conferma

C’è nella rigida pace
nata dal sangue, un lento infertilirti
e la Volontà viva mi trasmetti

C’è nella tua durezza, nel profilo
scabro rùspego di Alpi
rimbombanti, il tuo grigio
.                        a rinfrancarmi, a parlarmi per verde
.                        che persiste che innalza che pronunzia

.                        «Nel globale deserto, nel disgiunto
.                        riede quel punto: che poggia sull’erto»

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Concordanze e approssimazioni di Francesca Marica. Nota di lettura

Francesca Marica, Concordanze e approssimazioni, Chioggia, Il leggio, 2019, € 15,00

Fare poesia nel significato di edificare verbalmente sciogliendo le libertà − autoriali e scrittorie − dentro qualcosa di più alto, senza dimenticare un tratto tensivo che sia anche iconico: laddove l’immagine si staglia, allora, ritornare alla complessità della vita, della parola e dello sguardo in quest’ordine che apre al fuori, al lettore. È questo che Francesca Marica sembra produrre con la propria poesia in Concordanze e approssimazioni (Il leggio 2019): uno spostamento interno tra “l’esatta corrispondenza” e “l’avvicinamento”, i due poli del titolo che convergono tematicamente all’unisono in alcuni nodi di ritorno nei testi della sua raccolta, nodi che si espandono sulla pagina senza invasioni o accrediti. Laddove le altezze figurative sorgono per poi ritirarsi si addensa una complessità che agisce tra realtà e mimesi − tra corrispondenza e avvicinamento, appunto. Ecco allora che i temi − forse i più sentiti sono la storia, l’inverno, il bianco, le presenze umane, la misura, il silenzio − già rilevati in alcune poesie proposte sul nostro blog (qui) rendono resiliente non soltanto il “fare” ma la ragione poetica fondante (o almeno così intesa) dello scrivere per Marica: una ragione che dilaziona e differisce restando estranea a condizionamenti, e in questo dimostrante la propria levità anche dove i contenuti non volgono verso uno scioglimento. Francesca Marica ricorda una linea e direzione entro cui riconosciamo anche altri nomi, tra cui quelli di Davide Valecchi (qui) e, per altri motivi, di Elisa Biagini (qui). Non soltanto un comune sentire il loro agli occhi del critico ma una convergenza ideale di intenzioni che rianimano e ritessono all’infinito le possibilità di dire (e dirsi), fuori dalle maglie di una liricità egotista. Questi autori riconvertono secondo canoni propri le derive e gli approdi che in poesia oggi si possono praticare a raggiungere.

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© Alessandra Trevisan

Il libro di Francesca Marica insieme a In giardino di Viviana Fiorentino (di cui si è trattato qui), saranno ospiti, il prossimo 6 novembre, al Caffé letterario Colibrì di Milano per una presentazione pubblica insieme a chi scrive; info su http://www.colibrimilano.it/

 

«nessun rimpianto mi prende di quella che fu la vita»: su una citazione di Goliarda Sapienza (1924-1996)

Goliarda negli anni sessanta – © Archivio Sapienza-Pellegrino

Da quando sono nata niente mi sorprende, niente mi entusiasma, ma questo senza dolore o invidia per gli altri che «vivono». A tredici anni vidi mia sorella piangere disperatamente e poi ridere come solo lei sa ridere di gioia. La sua gioia mi fece capire che nessuno poteva essere bello come lei. Nessuno, e capii che sarei morta presto. Lo capii, senza sofferenza né paura, come ora che sono morta da tanto, e nessun rimpianto mi prende di quella che fu la vita.

In Il vizio di parlare a me stessa. Taccuini 1976-1989 (Torino, Einaudi, 2011)

 

Quando uscirono i primi Taccuini di Goliarda Sapienza per Einaudi, secondo la selezione del curatore dell’opera Angelo Pellegrino, i lettori e la critica vennero a contatto con una parte della sua scrittura che poteva considerarsi intima, privata, complementare a quella narrativa, alla poesia, al teatro, ai soggetti cinematografici. In attesa dell’epistolario (ancora ad oggi inedito), dopo aver percorso il corpus in lungo e in largo sia sul nostro blog sia nel volume Una voce intertestuale (La Vita Felice 2016), ed aver poi elaborato alcuni articoli scientifici in cui più volte chi scrive ha sostenuto la comparazione dei romanzi carcerari alla scrittura diaristica di Sapienza sulla scorta di posizioni critiche avanzate da Fabio Michieli durante le numerose repliche di Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza − portato in tour dal 2014 al 2017 con Anna Toscano (poi diventato libro per LVF nel 2016) −, le ipotesi che una grande autrice come questa continuano a mettere in campo non si esauriscono. Anzi: è sempre più vero che l’affondo estremo nella parola vivifica la necessità di riprendere, ribaltare − e non soltanto approfondire − i termini, le possibilità, le direzioni di un’indagine mai sazia come quella dedicata alla scrittrice. Nell’anniversario della sua scomparsa (avvenuto il 30 agosto 1996), dopo alcuni anni di omaggi e post “in memoria di”, emerge ancora una volta la misura di un confronto con quanto di scritto ci ha lasciato, atto a oltrepassare i limiti (ancora una volta) dell’intertestualità di Sapienza.
Ben vengano gli articoli dedicati a questa voce, quelli divulgativi, perché avvicinano sempre più un numero di lettori ai suoi libri; ben vengano tranne quando si perpetua una banalizzazione del senso basando la propria scrittura su forme fisse, su quelli che sono i ‘luoghi comuni d’autore’ (la famiglia socialista, l'”ingombrante” figura materna, la mancata pubblicazione de L’arte della gioia, la depressione, la presenza di Citto Maselli ed altri) che, nonostante costituiscano le fondamenta d’approccio biografico a Goliarda Sapienza non sono affatto sufficienti a definire i contorni di un Ritratto a tuttotondo, che spieghi le ragioni della scrittura − con il corsivo ci si rifà al recente volume di Angelo Pellegrino rivolto proprio alla biografia, di cui si è trattato qui.

Un autore vive anche attraverso chi lo studia, anche nella frattura tra posizioni diverse, e vive perché l’impegno di chi si appresta a conoscerlo possa essere quello di rendere visibile la costruzione interna della sua opera, presentificare il significato della stessa alla luce di elementi costituenti in grado di determinare da quale lato si osserva e si commenta, senza abdicare alla sola teoria, senza. Il compito che ci si prefigge non è “facile”: rendere comunicabile la complessità, il magma dell’esistenza presente nei libri di uno scrittore − se questa è la prospettiva che si adotta − può sfiorare più volte se non il fallimento almeno l’incomunicabilità di ciò che si va dicendo. Non è una questione di accanimento né di competizione critica − dal momento che la vera sfida, chi si propone di mettere in pratica questo “mestiere”, l’affronta con il proprio sé −: si tratta invece di tentare di uscire dal già detto per affrontare con competenza e cognizione “il non detto”, di fare ricerca dentro e attorno la ricerca di altri; si tratta di proporsi continuamente di innovare il proprio punto di vista e la propria chiave di lettura per apportare novità, mescolando le carte, rivisitando le proprie pratiche. L’interpretazione di un testo o di un autore trova significato solo se chi legge − e scrive − sorveglia il proprio io, lo placa o addirittura mette a tacere (o lo sorveglia mentre dorme), e rende servizio alla materia, volgendo lo sguardo anche verso l’ignoto. Questo è quanto scoperto iniziando ad indagare autori proprio qui sul blog oramai da diversi anni; leggere gli altri per migliorare se stessi, imparare a pensare “oltre”. Una sfida appunto non sempre riuscita ma quasi sempre tentata, agita, anche conten(d)endo i rischi dell’autoreferenzialità e della ripetibilità del proprio dire, che pure resiste al tempo e alle prove.

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Viviana Fiorentino, In giardino. Nota di lettura

Viviana Fiorentino, In giardino, Controluna edizioni 2019, pp. 72, euro 9,90

Non sono soltanto i riferimenti dichiarati, a Paul Celan e a Franco Fortini “maestri di poesia”, a introdurre il lettore alla raccolta di Viviana Fiorentino In giardino (Controluna edizioni 2019): nello spazio del giardino che pare lo stesso affrontato da altre voci di donne − vengono in mente la poesia di Silvia Salvagnini, con gli slanci vitali e prosastici de Il giardiniere gentile (qui) e Francesca Brandes con le sue Storie dal giardino (qui), accoglienti e liriche − l’autrice insedia natura e guerra, viaggio ed esperienza, dialogo e lentezza ma anche la mancanza di parola di fronte alla morte dei migranti (nella sezione dedicata alla Siria) o il silenzio del distacco umano dall’altro.
Testi ancorati alla tradizione anche nella scelta metrica, immersi nella realtà e in grado di strapparne i contorni, senza mai procedere verso una sperimentazione fine a se stessa né rieducare il proprio dire. I temi naturali non sono inselvatichiti dalla sovrabbondanza del poetare ma riuniti dentro la “terra straniera” in cui l’autrice (siciliana) ha trascorso anni: sono paesaggi di neve ma anche sponde marine dove l’io si riconosce, acque di altre città e luoghi altri in cui muoversi, alla scoperta dell’altro per cercare il sé.
In una selezione di poesie apparse qualche mese fa (qui) si attraversano tempi e spazi di ri-costruzione, di “a perdere”; versi in cui la presenza manca di nome o si sottrae semanticamente, fatto che coinvolge l’intera raccolta. Ed è il “dove” a descrivere questo andirivieni tematico, un “dove” che crea e re-inventa le proprie direzioni senza dimenticare gli ingredienti principali e fondativi cui Fiorentino si rifà, anche nella sintassi poetica generativa.
Una nota non di poco conto: l’autrice è una pluriartista ed ha realizzato la propria copertina; scrittrice in prosa (ha da poco pubblicato il romanzo Tra mostri ci si ama per Transeuropa), si occupa di traduzione e insegna letteratura italiana al Crescent Art Centre di Belfast, città in cui vive.

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© Alessandra Trevisan

Andrea Breda Minello, Yellow. Nota di lettura

Basterebbe forse la sola nota ai testi che chiude questa raccolta a dare direzione alla poesia di Andrea Breda Minello. In Yellow (Oedipus 2018), con chiaro rimando da un lato ad Antonio Porta dall’altro ai Coldplay − senza tentare un’operazione di tributo “postmoderna” − l’autore dà voce alla «giovinezza e [al]la carica sessuale» che questo colore «archetipico» porta con sé. Una costruzione intrapoetica la scelta dei riferimenti, per una poesia che chiede e che rende tributo a un’attesa carica (nel significato) di un erotismo vocale, umano:

C’è una tregua
nella sfida linguistica dl desiderio

nello sguardo originario del cielo

ed è data dal tuo culo

dal corpo che precede il mio

dal corpo che lentamente
sale le scale

dalle ramificazioni dei muscoli

dalla strafottenza delle tue mani

che offrono
ossidiane alla mia incoscienza

il tuo culo
è la provocazione dell’universo

l’atomo primo dell’amore

Il lessico dell’attesa e quello amoroso pervadono la raccolta come quello del corpo, sezionato, proteso al verso ‘alto’. Se «Il desiderio è una tana di sterpi e fogli −» lo è anche la poesia nel proprio aumentare, di testo in testo, il senso del tempo e dello spazio, facendo largo al senso dell’altro, dell’interlocutore che affiora, compare per poi ritirarsi. Di certo Breda Minello accoglie la lezione del modello portiano ma rilancia su Sandro Penna e Patrizia Cavalli che, a proposito del tema, hanno fatto scuola.
Non c’è, tuttavia, un’ironia marcata in questo volume, né la si rifugge; il poeta declina l’aspettazione verso l’infinito:

Se veramente desidera
si esponga
agisca

e poi attenda
non abbia fretta

mentre diffondi
lungo il triangolo invernale
l’aroma della tua pelle

ti volti
e diventi

radice e conseguenza
del creato

*

Così
mi sono perduto
inseguendo le scie

lasciate dalle tue particelle

a segnalare nel giorno il corpo mio lunare

Uno spazio del verso che è anche celeste, astronomico, proteso e inventato, a inseguire appunto il desiderio nella sua etimologia, che si fa parola-chiave e impronta di questa poesia.

 

© Alessandra Trevisan

 

Qualche testo dal volume era stato proposto già qui.

Il seme dell’abbraccio: un progetto tra somiglianze e re-invenzione

credits Alvise Giacomazzi

Se già la poesia contemporanea è agitatrice di per sé, c’è nella poesia di Silvia Salvagnini un sovvertimento del linguaggio poetico che incide cioè sul livello del significato soprattutto.
Con Il seme dell’abbraccio (Bompiani 2018 qui) l’opera di Salvagnini si fonda nella sua dimensione più completa: raccogliendo i temi di sempre (la maternità, il femminile tutto, l’infanzia, il giardino, il verde) che si combinano insieme alla lezione della neoavanguardia come impronta di rottura, quella dei suoi maestri (soprattutto Sanguineti e Balestrini), di certa poesia della tradizione italiana (Ungaretti, Saba, Caproni), portando l’espressione al presente (Salvagnini può essere comparata a certe novità di Vivian Lamarque, specialmente nelle poesie che muovono dal mondo degli adulti a quello dell’infanzia e che Silvia definisce come “trasversali”), restando dentro un fertile terreno di creazione che molto ha che fare con un’attenzione al suono e all’invenzione.

Il progetto che a partire dai versi del libro unisce poesia, musica e canzone, nato dall’incontro con Nico De Giosa e chi scrive, segue e rispetta l’intenzionalità autoriale; nasce quindi da una pluralità di intenti ma anche da un desiderio di spostamento, che definirei come ‘trans-locazione’, ossia l’andare da un luogo artistico ad un altro tenendo in questo caso tutto insieme.
Non si tratta né di ibridazione né di multimedialità, che ben definirebbero l’oggetto poetico secondo una prospettiva canonizzata, ma è propria della poeta e quindi dal corpo-testo la pluriartisticità come qualità del fare, ontologica, del soggetto – e in questo caso di una figura come l’autrice, che scrive poesia, è pianista e si applica nel campo delle arti visive come illustratrice dei propri lavori.
L’incontro con la poesia di Silvia Salvagnini – che esiste e resiste nella parola – richiede da dentro e dal sé l’incontro con la musica e con il canto, una trasformazione armonica del fare. Lo fa nei termini più affini, in un vestito che è una pelle, non qualcosa che adorna ma che ‘crea’.
La possibilità di trasporre in inglese o in francese alcuni suoi testi poetici in lingua italiana nasce da un’altra intenzionalità: quella di osservare in modo cauto ma attento le possibilità di trans-locazione poetica che Salvagnini sottende nella soggettività – e che noi tre insieme abbiamo in comune.
Staccandoci dalla nuda adesione linguistica apriamo alla possibilità di una diffusione internazionale e concediamo a noi stessi la verità di appartenenza a generi musicali che hanno formato la nostra creatività: non il cantautorato italiano ma quello anglosassone e statunitense o di altri luoghi del mondo; e poi la musica elettronica – che continua il sistema di possibilità della poesia di Silvia già dal Premio Delfini dal 2009 in avanti.
Espatriare per noi, e appartenere, si manifesta attraverso direzioni diverse; abbiamo bisogno di dare voce a questa diversa appartenenza di stile, di genere, guardando altrove senza forzare l’impatto, e lo facciamo costruendo nella parola, nella musica – nel ritmo che poi diventa ancestrale creazione, qualcosa che non si può definire – e poi nel canto – che include il corpo e le sue derive.

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«Così cominciò la nostra amicizia»: intervista a Maria Ester Nichele su Milena Milani

Milena Milani (1917-2013) è stata un’autrice e un’artista prolifica nel Novecento italiano, che si è mossa con tenacia nel campo della scrittura e delle arti visive. Un’intervista a Maria Ester Nichele, fotoreporter e fondatrice della testata online «ABC Veneto» (il suo sito qui) che fu grande amica di Milani, restituisce ai lettori un ritratto vivo, “a fuoco”, di una voce d’interesse letterario e artistico da rileggere ed indagare.

(at) 

Milena Milani a Cortina d’Ampezzo – foto di © Maria Ester Nichele

Gentile Signora Nichele, lei è stata per tanti anni amica di Milena Milani. Quando la conobbe e quando iniziò a leggerla, e a partire da quali libri?

Conobbi Milena Milani a Roma alla fine degli anni Ottanta, quando lavoravo come fotoreporter. Milena era sempre presente alle più importanti manifestazioni della città, curiosa, attenta a tutto quello che al nuovo si presentava in quelli anni ricchi di iniziative culturali ma anche così contraddittori. Così cominciò la nostra amicizia, io lavorando come fotografa, lei era già affermata giornalista, scrittrice, poetessa ma non dimentichiamo anche pittrice e nota gallerista. Con il lavoro, da Roma mi spostavo a Venezia e a Cortina d’Ampezzo, e anche lei c’era. A Cortina d’estate c’era tutto il bel mondo che contava in vacanza. Cominciai a leggerla molto presto e il primo libro fu La Ragazza di nome Giulio, edito da Longanesi, i temi trattati adesso non scandalizzano più nessuno ma allora fu giudicato osceno, tanto che l’autrice subì un doloroso processo, una condanna a sei mesi e 100.000 lire di multa, la mobilitazione di intellettuali italiani fecero sì che fosse poi assolta.

Durante una conversazione privata lei mi ha riferito che l’autrice ha trascorso moltissimo tempo in Veneto, una terra che ha lasciato il segno nella sua opera. Quali città e quali luoghi sono i più rappresentati nella sua scrittura? Ricordiamo Venezia, Cortina d’Ampezzo e altri…

Milena è nata Savona in Liguria, ma ha amato molto Venezia e Cortina d’Ampezzo. Il suo romanzo La ragazza di nome Giulio è ambientato a Venezia; a Venezia ha sempre avuto casa, molto giovane andava a Cortina a sciare con la madre. La scelta di vivere per molti mesi a Cortina era data dal fatto che, essendo lei delicata di salute, le giovava l’aria benefica di quel posto. Anche a Milano aveva casa, e a Milano scrisse La rossa di via Tadino del 1979 (Rusconi Editore). Non dimentichiamo Roma dove ha studiato e ha sempre avuto la residenza finché è vissuta.
Milena era una gira mondo, ha passato molti periodi a Parigi, New York, Mosca dove ha scritto un libro di poesie dal titolo Mi sono innamorata di Mosca, Stoccolma dove presagì, inviando una cartolina a Salvatore Quasimodo, che avrebbe vinto il Nobel. E così fu.

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Mettere in pratica la riappropriazione: intervista ad Alessandra Calò

Alessandra Calò lavora e vive a Reggio Emilia (Italia). Artista e fotografa, ha partecipato a mostre e festival in Italia e all’estero: Circulation(s) Festival de la jeune photographie européenne (Parigi), Les rencontres (Arles), Fotografia Europea (Reggio Emilia), Open House (Roma).
Nel 2018 vince il premio editoriale Tribew nell’ambito del festival Circulation(s); nel 2017 riceve la menzione d’onore da IPA International Photographic Award e nel 2016 vince il Premio Combat per la sezione scultura e installazione.
Per la Giornata del Contemporaneo 2018, l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid le dedica la prima mostra personale in Spagna, a Palacio de Abrantes, installazione site-specific dal titolo El Jardín Secreto, a conclusione del percorso di ricerca iniziato durante la residenza artistica per il progetto L’arte che verrà (2017).

*

La tua arte si sviluppa all’incrocio di linguaggi in comunicazione: la fotografia, l’installazione, la botanica e l’interesse per il naturale. Dove trova inizio e quali ragioni attraversa?
Il mio approccio con l’arte è stato fin da subito sperimentale e la mia ricerca è sempre stata tesa all’uso di linguaggi che potevano permettermi di approfondire temi legati alla memoria e all’identità attraverso l’uso di materiali d’archivio.
Mettere in pratica la riappropriazione, significa recuperare e reinterpretare materiali preesistenti, attraverso i quali non intendo attuare una rievocazione nostalgica del passato ma proporre una nuova visione della realtà.

Una delle esperienze più longeve di questi anni è quella di Secret Garden in cui lo strumento della narrazione, affidata a voci della letteratura – poete, scrittrici, qualcuna esordiente –, rinsalda i tre linguaggi e, in particolare, attraverso l’utilizzo di lastre fotografiche antiche, tu crei opere uniche, in cui testo ed immagine si danno un rimando a vicenda e si stagliano all’interno di scatole nere.
Mi pare che il raccontare sia parte integrante del tuo lavoro; un “raccontare che non spiega ma suggerisce” come tu stessa dichiari. Come nasce l’idea del “paesaggio interiore” di
Secret Garden e dove conduce il pubblico?

Secret Garden è un’opera nata nel 2014.
L’idea era raccontare – in maniera simbolica – la possibilità che ognuno di noi ha di riscoprire se stesso, attraverso una “messa a fuoco” interiore.
Gli elementi che compongono l’opera sono vari: ritratti fotografici femminili su lastre negative ritrovate; erbari tridimensionali da me raccolti, essiccati e ricomposti; testi letterari contemporanei scritti da autrici che hanno scelto di collaborare al progetto.
Ciascun ritratto con relativo giardino, viene racchiuso all’interno di una scatola nera retroilluminata e posto su un piedistallo con cassetto che ne custodisce la parte letteraria.
Il “Secret Garden” può essere paragonato al “paesaggio interiore” (o giardino segreto) che si nasconde a prima vista, ma che può essere scoperto da chi è capace di guardare oltre l’apparenza. Un concetto che parte da me ma che vuole essere esteso e trasformato in un messaggio universale senza limiti temporali: per questo motivo ho scelto di dar voce – attraverso i racconti di autrici contemporanee – a ritratti di donne arrivate a noi senza ulteriori dettagli sulla vicenda biografica.
Un doppio binario sul quale viaggia il tempo reale e quello dell’immaginazione, facendo decadere l’esigenza di una lettura chiara e fedele ancorata all’immagine.
Lo stile di scrittura e la visione soggettiva che caratterizza le autrici, rendono ogni racconto una sorta di diario personale estremamente attuale: nell’accostarsi all’opera, lo spettatore può “sbirciare” dentro l’intimità di queste donne, leggere frammenti di un’esistenza di gioie, speranze, dolori, solitudine, fantasie, seguire i fili individuali intrecciati a un percorso collettivo verso una maggiore libertà ed emancipazione.

Vuoi raccontarci anche come ha preso corpo la possibilità di portare questo lavoro a Madrid, lo scorso dicembre?
Nel febbraio 2017, sono stata invitata in residenza d’artista a Madrid, presso l’Istituto Italiano di Cultura. Il progetto denominato “L’arte che verrà” prevedeva – al termine della residenza – l’elaborazione di un progetto da esporre successivamente presso le sale di Palacio de Abrantes (sede dell’istituto). Ponendomi come obiettivo l’approfondimento della mia ricerca su materiali d’archivio diversi, sono riuscita localizzazione di luoghi dove poter recuperare tutto il necessario per sviluppare una nuova parte del progetto Secret Garden. Inoltre, grazie alla collaborazione dell’Istituto e del suo staff, ho avuto la possibilità di conoscere personaggi femminili legati al mondo della letteratura, della poesia, della musica e della cultura latina: è nata cosi la collaborazione con sette autrici che – da ottobre a dicembre 2018 – hanno reso Secret Garden l’installazione rappresentativa dell’Italia per la XIV Giornata del Contemporaneo.

In altri lavori tuoi, penso ad esempio a Les inconnues (qui) si riconoscono tasselli-chiave di una poetica limpida: la traccia del passato, la memoria portata nel futuro, la storia, il ritratto (che mi pare un filo rosso per te). Nell’opera plurale citata, “omaggio ad Anna Atkins e Constance Fox Talbot” hai dichiarato che si tratta di una tua personale interpretazione del concetto di “immagine latente”. Torna inoltre una centralità poetica del femminile ma anche ma anche “dell’immateriale che diventa visibile”; in effetti il titolo ispira quella direzione. In che modo hai lavorato a questo progetto?
Anna Atkins e Constance Fox Talbot, sono state le prime due donne che hanno realizzato fotografie e libri illustrati utilizzando immagini fotografiche.
Lo studio del loro lavoro mi ha dato la possibilità di approfondire la ricerca sulle prime tecniche di stampa.
Si tratta anche della mia personale riflessione sul concetto di “immagine latente”. Infatti, attraverso l’utilizzo di emulsioni fotosensibili, ed in assolute condizioni domestiche – quasi a voler ricreare le azioni che compivano queste artiste nel XIX secolo – ho voluto impressionare su lastra frammenti di immagini femminili, che assomigliano più alla materializzazione di un sogno che ad un ritratto fotografico vero e proprio. Il processo di stampa – in questo caso sali d’argento e calotipia – mi ha permesso di confrontarmi con l’elemento naturale, oltre che con quello casuale, facendo emergere la difficoltà e l’umanità del processo, che non possiede tra i suoi requisiti la precisione o l’assenza di difetto. Il concetto di tempo e la trasformazione da qualcosa di immateriale ad una forma visibile rimangono gli aspetti centrali del mio lavoro, e mi permettono di riflettere e dialogare costantemente con quelle che sono le qualità materiali del medium fotografico.

Se non stessimo parlando di fotografia potrei dire che questi siano tratti della scrittura, prima. Quale legame esiste, con le tue parole, tra le due arti?
Ci sono tantissimi esempi che si possono fare per rendersi conto di come la fotografia e la scrittura – pur cosi diversi – possono essere correlate. Prima tra tutte l’origine della parola, che in greco, significa scrivere con la luce e poi il concetto di tempo e di realtà che esse racchiudono: impressionare un istante, un contesto, significa lasciare che lo spettatore immagini tutto il resto e si lasci raccontare una storia, creando un immaginario che va oltre la realtà rappresentata…

Per Kochan (qui), invece, il tuo lavoro d’archivio è stato fondamentale al fine di creare l’opera; il tuo lavoro è legato ai materiali digitalizzati della New York Public Library. Com’è maturata l’idea dell’approccio a essi?
Kochan è una riflessione sul concetto di identità e volevo fosse paragonata a quello di viaggio.
Ho trascorso giorni interi tra carte geografiche, manoscritti e lettere. Ma è dalle mappe che sono stata attratta e, accompagnata dai loro segni e dalle loro tracce, ho deciso di affiancarle ad una serie di autoscatti. (altro…)

La fulgida libertà di Goliarda Sapienza e una ricerca lunga dieci anni

Come ricordare una scrittrice amata nel giorno del suo compleanno? E soprattutto: come ricordarla a distanza di quasi dieci anni dall’inizio di un’appassionata ricerca attorno alla sua figura e alla sua opera? Era il 2011 quando iniziò l’impresa dell’indagine dentro e attorno a Goliarda Sapienza: da dopo la lettura de L’arte della gioia regalatomi da un’amica la scoperta portò a La porta è aperta di Giovanna Providenti (Villaggio Maori 2010). Una biografia necessaria, quella, che determinava alcuni contorni del passato familiare nella Catania del fascismo, con un nucleo di genitori non sposati, attivisti anarco-socialisti (Maria Giudice e Giuseppe Sapienza) e fratelli acquisiti, tra la scoperta della musica, del cinema e del teatro narrata in Lettera aperta (Garzanti 1967) e ripresa nei romanzi successivi, anche in quelli postumi; e poi la Roma tra anni cinquanta e sessanta, Positano e il carcere: tanti sono i dettagli e, proprio da questi, emergeva con necessità la volontà di costruire con pazienza il quadro generale e particolare.
Goliarda Sapienza è oggi un’autrice amata in tutto il mondo, con oltre 40 traduzioni del suo più celebre romanzo; è una voce studiata a livello internazionale da molti punti di vista. Molteplici sono le tesi di laurea a lei dedicate e gli studi editi. I lettori su Instagram postano foto di San Berillo (il quartiere catanese dove nacque) e della Piazza a lei dedicata; postano le poesie scritte o parti dai romanzi e taccuini. Iniziative, incontri, monologhi teatrali e pièce vengono messe in scena: sono tributi per celebrare un successo che è arrivato tardi ma che è arrivato, come ricorda Angelo Pellegrino che di lei fu il marito ed è oggi curatore dell’opera omnia.
La sua “fulgida libertà” di pensiero, che dà un titolo a questo intervento, molto difficile da descrivere e rappresentare criticamente, è forse ciò che più coinvolge e mette alla prova chiunque incontri la sua opera: un messaggio audace, per certi versi catartico, in un’epoca come il secondo Novecento in cui la letteratura italiana iniziava a scoprire la voce delle donne, ad interessarsene, a conoscerla.
Secondo una prospettiva legata alla voglia di scovare le voci di autrici meno fortunate degli autori a loro contemporanei, quello che ha mosso la ricerca tuttora in corso è stato quasi da subito un lavoro testuale, conseguito alla posizione più volte espressa da Fabio Michieli sul nostro blog, ossia quella che vuole la “poesia” al centro del discorso letterario dell’autrice (tutti gli interventi a proposito di Ancestrale, La Vita Felice 2013 si possono leggere qui) e che, proprio attorno al 2011, trovava una propria forma. Quel punto di vista sarà anche quello espresso in Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto con Anna Toscano (La Vita Felice 2016 qui) e che darà vita al saggio Una voce intertestuale (ivi 2016 qui), in cui riunivo un’analisi testuale rinnovata delle opere edite. Lì, inoltre, non solo la poesia ma anche il teatro di Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice 2014, di cui Fabio Michieli ha trattato qui) veniva analizzato nell’ottica di un’indagine comparatistica, considerando le produzioni drammaturgiche coeve di Natalia Ginzburg, Dacia Maraini e Pier Paolo Pasolini. Insomma: nel tempo, come accade sempre, le ramificazioni d’indagine si sono rese sempre più necessarie, e si sono evolute quasi da sé a partire dai testi, nella profonda convinzione che − almeno questo secondo me − un autore ci è amico quando non sempre lo comprendiamo.
Come ho avuto l’occasione di affermare l’8 marzo scorso ad Alba Adriatica (TE), grazie all’invito dell’associazione Donne in Alba, la vicenda di Goliarda Sapienza non è chiusa in sé e non è nemmeno legata soltanto a prospettive nate in seno agli Women Studies, ai Gender e Queer Studies, né si lega occasionalmente al sistema del “canone letterario” − in cui pare stia passando finalmente la necessità di inserimento dei suoi testi. Ciò significa che già nel 2016 e da prima appariva vitale − utilizzo un termine forse poco critico, assolutamente militante e vagamente olistico − muoversi secondo direzioni nuove, verso territori inesplorati, per consegnare nel tempo alcune novità che sono emerse a piccoli morsi dalla rilettura dei libri, fuori dalla mole di voci critiche che hanno trattato l’opera, e dalle scoperte che avvenivano facendo ricerca costante. Alcune tra esse sono l’adesione ai Radicali tra anni ottanta e novanta, e il suo rapporto più generale con la politica; i rimandi simbolici a Jean Gabin nel periodo della fine degli anni settanta; accenni al “pre-femminismo” che Sapienza diceva di incarnare. (altro…)