Autore: alessandratrevisan87

The Mengwees: ‘Cronache del disincanto’. Intervista a Luigi Pozza

disegno di Silvia Salvagnini

Il loro ultimo disco, Cronache del disincanto, è disponibile su Spotify: qui

Il vostro nuovo disco si intitola Cronache del disincanto ed è da poco uscito come autoproduzione. Domanda d’obbligo: la sua gestazione consta di quanto tempo? E qual è la formazione che vi ha suonato?

Le prime canzoni che ho scritto per le cronache ovvero Le avvertenze e Quello che sei risalgono ormai a due anni fa… credo… forse anche di più! Poi sono venute tutte le altre fino a Interrail che è stata scritta qualche giorno prima che venisse registrata, ovvero verso la fine del 2017. Quindi per fare tutto – con molta calma – ci abbiamo impiegato più di due anni.
Nel disco ha partecipato la vecchia guardia ovvero io, voce/chitarra, e Francesco Perale che ha suonato tutti gli strumenti a corda e l’armonica. Poi c’è Simone Cimo Nogarin che si è occupato di basso, chitarra e percussioni (oltre che a tutta la fase di registrazione). Al violoncello c’è la giovanissima Federica Ceccato e per ultima − ma non per importanza − c’è Moira Mion al pianoforte e fisarmonica. Nel disco ci sono poi due ospiti, ovvero Anna Tonello alla voce e Andrea Wob Facchin dei Mr. Wob and the Canes che presta la sua voce nella canzone Theriaca.

Mi pare che i pezzi oscillino tra canzoni narrative e canzoni che hanno più un taglio civile, meno legato a un “personaggio”. In particolare penso a Isidora (deandreiana, per come la sento) e Le avvertenze, che invece ha tutt’altra ispirazione e parla alla gente in modo diretto e meno letterario. Come ti muovi tra composizione e composizione, tra tradizione e novità, fermo restando che questa dicotomia potrebbe essere soltanto una mia interpretazione?

Si è corretto. Come autore credo di muovermi su due binari paralleli. Uno più folk, poetico e intimo se vogliamo, dove racconto storie e favole personali. Dove mi sembra di concentrarmi più su singole vicende umane. Ed uno più diretto, più rock, dove tendo a mirare verso temi più universali o sociali. Alcune volte mi trovo a fondere le due strade come nella canzone che dà il titolo al disco.
Le canzoni delle cronache sono nate con l’idea abbastanza precisa di raccontare un percorso di formazione personale. Una vita che lentamente prende coscienza di sé attraverso crolli, riprese, amori, disincanti umani e politici − per l’appunto − e che alla fine chiude un cerchio. Questo mi ha portato ad usare diversi registri nella costruzione dei testi e poi delle musiche − che nel mio caso, sono molto elementari − in modo funzionale a quello che volevo raccontare.
Non so se ci sono riuscito.
Mi chiedi come mi muovo tra “tradizione e novità” ma non saprei risponderti… sono troppo istintivo e ignorante per sapere dove vado davvero. Io − anche se Francesco sostiene il contrario − non mi sento musicista. Mi limito ad esporre un testo e degli accordi e cantarlo meglio che posso. A vestire il tutto ci pensano Francesco, Cimo e gli altri veri musicisti della tribù.


Mi pare che i riferimenti che si possono scorgere nelle canzoni, anche musicali, siano vari. Facile citare Fabrizio De André, ma ci sento molto anche Edoardo Bennato, ad esempio in C’è un bambino e Tramontando. Quali sono stati i tuoi “maestri” e in cosa hanno fornito modelli, secondo te, ancora riconoscibili e da cui, invece, ti sei distaccato negli anni?

De André ad essere sincero l’ho scoperto, se così si può dire, tardi. Quando ormai avevo già ascoltato una caterva di artisti sia italiani che stranieri. Da ragazzo tutti mi dicevano: devi ascoltare De André perché è il più bravo. Ed io testone e bastian contrario invece lo rifiutavo dedicandomi ad altri più “rockettari” come Finardi, Graziani, De Gregori, Silvestri o appunto Edoardo Bennato che è sicuramente il primo dei cantautori che ho incontrato. La prima audiocassetta pirata registrata in quarta elementare era di Edo.
Poi seguendo la mia strada e i miei tempi ho incontrato anche De André e la sua unicità. Ma ero già più che ventenne e forse è stato un bene. Ora di De André ascolto tutto spesso e volentieri; invece di Edo solo le cose vecchie quando voglio gridare per casa o in auto… Anche se il suo ultimo disco non è affatto male. C’è un bambino è spudoratamente Bennatiana e suonarla mi diverte un mondo. Quando suono Isidora invece ho il terrore… forse proprio perché mira a mete irraggiungibili… o solo perché non so arpeggiare come si deve… infatti nel disco la mia parte l’ho ceduta con gioia al piano di Moira. Ed ho fatto bene perché è stata bravissima.
Quanto ai “maestri”, fatico molto a rispondere… Sono moltissimi e nessuno.
Per dirti… mi piacerebbe suonare la chitarra come Nick Drake ma, come dicevo, arpeggio come una capra. Non ci riuscirei nemmeno fra mille anni. E potrei citarti molti altri da cui prendo spunto o ispirazione, perché sono sempre stato onnivoro di musica. Senza pregiudizi di genere. Ora che lavoro al Centro Giovani di Bressanone ad esempio mi sto sciroppando ore ed ore di musica rap per certi versi terrificante, ma per altri molto, molto interessante. E sono certo che questo influenzerà quello che scrivo.
Forse la verità e che sono un punk inconsapevole…! (altro…)

SECOLO DONNA 2017 – Almanacco di poesia al femminile

 

Secolo Donna 2017. Almanacco di poesia italiana al femminile è un libro di circa trecento pagine curato dallo scrittore Bonifacio Vincenzi, ed edito da Macabor Editore, inizia da quest’anno un percorso per evidenziare – si legge nella presentazione – “il cammino pazientemente tracciato dalla scrittura poetica delle donne italiane per arrivare fin qui, in questo ventunesimo secolo, che le vedrà finalmente, protagoniste. Sì, questo secolo potrà contare sulla forza, sulla sensibilità, sull’energia delle donne. Potrà infrangere, una volta per tutte, il comandamento maschile di una sciocca superiorità che anche nel Novecento, in tutti i campi, ha dettato regole reali o occulte, per oscurare il talento delle donne.”

L’edizione 2017 è dedicata a Giovanna Sicari, poetessa di origine tarantina e moglie del poeta Milo De Angelis, scomparsa a Roma il 31 dicembre 2003, una delle voci poetiche pugliesi più autentiche a dimensione nazionale.

Hanno collaborato a questo numero: Milo De Angelis, Roberto Deider, Elio Pecora, Davide Rondoni, Biancamaria Frabotta, Maria Grazia Calandrone, Elio Grasso, Guido Oldani, Rosarita Berardi, Michele Brancale, Pino Corbo, Gabriela Fantato, Anna Maria Farabbi, Luigi Fontanella, Giorgio Linguaglossa, Angela Lo Passo, Gianni Mazzei, Ivano Mugnaini, Maria Pia Quintavalla, Francesca Serragnoli, Gabriella Sica, Emilia Sirangelo, Rocco Taliano Grasso, Claudia Manuela Turco.

La seconda parte, invece, presenta undici poetesse italiane collocate per aree geografiche italiane: Maddalena Bertolini, Lucia Gaddo Zanovello, Fosca Massuco (Nord Italia); Simona Cerri Spinelli, Cristina Laghi, Elisabetta Maltese (Centro Italia); Maria Pina Ciancio, Francesca Dono, Mara Venuto (Sud Italia); Valentina Neri, Sarah Tardino (Italia insulare). Nella parte finale dell’Almanacco c’è uno spazio dedicato a giovanissime poetesse italiane nate negli anni Novanta: Ilaria Caffio, Naike Agata La Biunda, Giulia Martini.

Secolo Donna 2017 ricorda anche due poetesse scomparse: Fernanda Romagnoli e Carmela Pedone. E Rocco Taliano Grasso ne “La Rilettura” presenta il libro Lisa ama il blues della poetessa calabrese Marisa Righetti.

L’Almanacco si chiude con la pubblicazione delle copertine dei libri più interessanti scritte dalle donne nel 2017.

SECOLO DONNA 2017. Almanacco di poesia al femminile, Macabor Editore, a cura di Bonifacio Vincenzi qui

Sfogliando tra le prime carte
di Biancamaria Frabotta

eravamo burattini felici
nei nostri infiammabili corpi di legno

 

Non ricordo il momento in cui Giovanna Sicari si affacciò dalla stretta scala che scendeva verso lo scantinato della libreria romana di Via Ripetta, Al Ferro di Cavallo, dove, gruppetto di giovani poeti nemmeno ancora esordienti, ci riunivamo, per guardarci in faccia, scrutare i nostri sentimenti segreti, leggere con un filo di ansia ma senza tremori i versi meditati giorno per giorno, tra i banchi dell’Università dove qualcuno di noi ancora cercava qualcosa da imparare. Ricordo Dario Bellezza, Amelia Rosselli e con lei Leonardo Sinisgalli in visita. Ma il volto crucciato di Giovanna, il suo riso impossibile, improvviso, ancora un po’ infantile, in quella sede di poesia clandestina non lo ricordo. Non era tipo da turismo culturale, lei, se ci fosse stata ci sarebbe rimasta a lungo. (altro…)

Living Room | Venere in teatro a Spazio Farma, Mestre (VE)

‘Luciano Cecchinel, Poesia. Ecologia. Resistenza’ di Paolo Steffan

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Paolo Steffan, Luciano Cecchinel. Poesia. Ecologia. Resistenza. Con cinque poesie inedite di Luciano Cecchinel. Prefazione di Alessandro Scarsella (1a edizione Premio “Arcipelago itaca” per un’opera inedita di prosa critica sulla poesia italiana), Arcipelago Itaca 2016, pp. 188, € 18,00

 

Questo volume corposo, consistente, è stato pubblicato a fine 2016 da Arcipelago itaca, ed è stato vincitore della “Prima Edizione del premio nazionale per poesia e critica” indetto dalla casa editrice. Un libro che, per impianto e cura, rappresenta a oggi – e per il prossimo futuro – il più completo studio pubblicato sul poeta Luciano Cecchinel. Un libro che, per profondità di lettura critica, facendo convergere al proprio interno la critica letteraria pregressa in un dialogo ‘fecondo’, apre al lettore un percorso stimolante e capace di presentare spunti che vanno al di là del testo, come un’opera di critica ben congegnata sa fare. Facile, si direbbe; invece l’approccio di Paolo Steffan apre uno squarcio su tre mondi complessi che rappresentano anche l’etica del suo muoversi critico-vitale nel proprio mondo (e non con il mondo). Il trinomio del titolo ‘Poesia. Ecologia. Resistenza.’ è già dentro il suo modo prima che negli autori da lui prescelti, tra cui ricordiamo, monograficamente, Andrea Zanzotto, Cecchinel e Sebastiano Barozzi. Per un giovane critico, questa produzione è degna di nota e anche di onore. E mentre si rilegge il titolo non si può fare a meno di ricordare, forse facilmente, che la quarta parola sarebbe ‘libertà’; così come ogni rivoluzione (critica) su un autore ha la propria, anche Steffan sottende quella che è la cifra della sua intuizione e di una forma mentis dinamica, aperta cioè al contenimento di spinte provenienti da tradizioni anche diverse.
Credo si possa affermare che lo sguardo che utilizza è filologico-tradizionale, eppure vi è – lo ribadisco – già nel titolo una forma di militanza tutt’altro che esplicita, o meglio: che rende esplicita un’etica di continuità coniugandola alla materia poesia nelle formule che Cecchinel utilizza, con una trattazione intertestuale del dialetto – come il saggista evidenzia “non totalizzante” nell’opera del poeta veneto, eppure in grado di segnare un tratto largo della sua produzione. L’intertestualità investe, per Steffan, non solo il rapporto reciproco di Cecchinel con Zanzotto e la parentela tra i due ma, soprattutto, il legame con il territorio, il riferimento alla lingua-corpo della poesia che è anche ‘terra’ della/nella stessa – il ‘dove’ nasce.
Nell’attraversamento poetico e critico Paolo Steffan sceglie l’acronimo “P.E.R.” che accompagna ciascuno nel già citato per-corso, in cui incontriamo, tra i molti riferimenti, Pascoli, Pavese e Pasolini – da sempre nelle letture del critico. Le tre P sono portatrici di rimandi non solo al naturale ma − anche − al “mondo degli ultimi” che occupa un’intera sezione dell’opera. Tra le autrici, intelligentemente Steffan porta l’esempio di Anna Maria Ortese, per gli stessi motivi in precedenza citati. La costellazione di Steffan – più evoluta di quella che mi permetto di proporre – permette una coralità significante che il lettore sarà incuriosito di ri(n)tracciare da sé, grazie al filo rosso svolto sotto i suoi occhi in un ‘non labirinto’. (altro…)

Maria Borio, L’altro limite

Maria Borio, L’altro limite, Milano, Lietocolle, 2017, pp. 76, € 13,00

La poesia di Mario Borio, dell’ultima raccolta edita da Lietocolle di cui ci occupiamo oggi, è una poesia che resta dentro la dimensione della densità, ossia della pregnanza di significati, in grado anche di addensare o ‘rendere fitta’ la trama che lega tra loro gli stessi. Programmaticamente l’autrice stabilisce una struttura non flessibile, anzi: ne riconosciamo l’impalcatura e, in seguito, la forma finita mano a mano che leggiamo; tentiamo, da lettori, di entrare in questa casa-poesia, di osservarne le fondamenta, lo scheletro e solo infine vediamo la casa stessa. L’invito è della poeta (p. 18):

Osservate, chiedete non alla forma
ma fuori a tutto il resto cosa sia,
questa scrittura o le unghie esili,
le biografie anonime o le parole anonime.
Mi dicono che può essere forma questo libro a schermo
dove vedi vite in frammento o luce stupita.

La forma è lo schermo come una casa azzurra,
statistica e figure, un ritmo che lega gli uomini
nella mia mente. La forma è, non è ciò che volete
io dia. È, non è il divenire. È disfarsi, a volte.

L’addensamento procede proprio tra parola, corpo e luogo; e prosegue così:

L’altro limite, solo l’immagine, mi hai detto, ma lo cancello
e lo riscrivo: lettere, vi dico, pensatele, in ogni lettera
guardate una parola come un piede di bambino
appoggiato alla mano della madre, quella mano
alla pancia e la pancia a un pensiero.

A volte seguo questo percorso perché una scena accada
e non sia forma sola, ma pancia, mano, piede
che non vedete, anche nelle immagini
disordinate nell’etere sempre vi seguo,
un aereo silenzioso che rientra nell’hangar
o il cieco che arriva all’ultimo segno del braille.

Mi hanno detto di nuovo di fermarmi sulla forma,
la forma che se scrivi o vivi non è mai lo stesso.
Con i pensieri come unghie lego vite
disunite a schermo.

«L’altro limite» non è «solo l’immagine» suggerita dal tu ma sarebbe anche l’immagine dell’immagine dell’altro. La persuasione (del tu) di avere controllo sulle proiezioni che si hanno dell’altro; la necessità (dell’io) di un rovesciamento, di una cancellazione per ‘fare’ dello scrivere il nuovo centro focale da cui osservare la nascita della poesia. Questa nascita avviene, secondo la poeta, nel corpo; non nella forma-corpo ma nel corpo come (sempre) impalcatura da cui tutto nasce.
Diversa la sintassi, diverso è anche l’esito poetico per autori che utilizzano non la metafora della casa-spazio quanto lo spazio della casa come luogo poetico, con le appendici che diventano integralmente struttura; urbanesimo, paesaggio naturale e città, radunati insieme diventano testo. Questo è segno che alcune voci contemporanee si leggono e si influenzano a vicenda. Parlo, in relazione a Borio − come mi è già capitato di affermare per gli stessi che vado a citare − della poesia di Davide Valecchi, di Simone di Biasio e soprattutto di Carmen Gallo. In quest’ultima mi pare che il procedere (e la misura) siano diverse dalla forma del verso lunga che notiamo in Borio, ma che tematicamente vi siano forti affinità, a segnalare una congiunzione. (altro…)

Jennifer Poli, ‘All’ombra del grembo’

Jennifer Poli, All’ombra del grembo, Milano, Lietocolle, 2017, pp. 74, euro 13,00

Sull’etimologia della parola “ombra” (qui) si aprirebbero moltissime possibilità di lettura nell’esplorazione che il volume di Jennifer Poli apre oggi al nostro orecchio: una lettura ‘gravida’ del transitare dall’antico al contemporaneo, in un tragitto particolare che include direzioni diverse. Innanzitutto si parta dalle ispirazioni − concatenate − in esergo: Simone Weil e Cristina Campo, che di Weil fu profonda lettrice. Per Poli diventano il punto di partenza − e forse anche approdi prismatici − di un dire poetico che tocca le corde dell’indicibile dicibile sin dal primo testo, La sacerdotessa: «Ho visto una donna antica. Un alone −/ rosso − vibrava nel buio. Mi ha detto:/ ama e porta la tua/ acqua sacra nel mondo.» E se nel rosso, secondo gli studi di Michel Pastoureau, si manifestano i colori del fuoco e del sangue, guardando più indietro troviamo il colore associato al Dio Marte, dio della guerra che poco avrebbe a che fare con il femminile ma molto con la costruzione della scansione di questa raccolta e con il lessico della poeta.
Pregna di un tessuto simbolico che affonda le sue radici nella letteratura classica ma anche nella nostra tradizione − medievale e rinascimentale, non solo italiana −, la poesia di Jennifer Poli conserva rimandi che, di testo in testo, intessono anch’essi un discorso di secondo livello (più fitto e più stratificato) e che fra loro fanno eco. Una selezione è stata pubblicata quest’estate sul nostro lit-blog; a ben vedere la «ferita» di Limbo (e termine che tornerà anche, a seguire) prosegue − cronologicamente − l’accenno al rosso del primo testo. Se di ‘ordito’ si parla, anche nei successivi componimenti si accenna alla nobile arte del tessuto e dell’arazzo; i riferimenti si intensificano, toccando probabilmente ispirazioni provenienti dalla letteratura cavalleresca ma anche dalle Sacre Scritture, con un ritorno semantico ad alcune parole-chiave che permeano la raccolta: «cervo», «arma», «calice», «spada» fra gli altri. La reinterpretazione di molti elementi si spinge oltre, alla sovrimpressione con culture lontane da quella greco-latina: questo è vero nella sezione Il canto delle rune, dove la ricerca autoriale chiede al lettore la dimestichezza con la “rune”, ossia il “caratteri grafici dell’antico alfabeto germanico”, ciascuno con un proprio portato simbolico (viene da pensare similmente a quanto accade, ad esempio, con l’alfabeto ebraico ad esempio). La sezione è formata da brevi componimenti che si presentano quasi nella forma di haiku per brevità (anche se i versi sono più di tre); la loro caratteristica pare essere il legame stretto di ciascuno con i precedenti e i successivi, in una sorta di concatenazione letteraria che ha del rituale. Per citarne uno utile al nostro discorso si legga Gebo (la cui traduzione sarebbe “donare”): «Il dono della madre:/ un germoglio/ nell’arsura.» Se l’interpretazione coglie la gratuità che lega “dono” e “germoglio”, la presenza ancora della donna nella sua esperienza procreatrice richiama la fecondità già presente in altri testi e nel titolo.
Ma il femminile è, a dire il vero, l’io poetante che parla anche con voci altre; un “io” unico, che tiene in sé molti altri sé. E, secondo questa chiave, l’andamento profetico ed epifanico insieme si sposta completamente nella dimensione del mito; nella sezione successiva incontriamo Orfeo, Penelope, il minotauro e altri, parlanti per voce della prima voce.
E, se le corrispondenze non concludono, anche La donna scarlatta, la quarta sezione, ritorna insistentemente sul colore rosso. Ecco la prima poesia:

Non so da dove venga questo
male oscuro che a volte mi prende
se da un punto confuso del mondo
o dal centro introvabile di me stessa.
Il mare non arriva qui.
Non sento più il suono dei gabbiani bianchi.
Ascolteremo insieme le ore, forse arriverà
un relitto inatteso sulle nostre sponde.

Il «male oscuro» di Giuseppe Berto assume dei tratti più ancestrali; il «mare» è probabilmente quello dell’inconscio, mentre i «gabbiani bianchi» ci ricordano Cardarelli (qui) e Neruda («Perché tu possa ascoltarmi/ le mie parole/ si fanno sottili, a volte,/ come impronte di gabbiani sulla spiaggia […]»). La poesia, forse più vicina alla psicanalisi di altri testi che Poli di offre, conduce verso l’ultima sezione, Divinazione, dove incontriamo alcuni dei simboli dei tarocchi, tra cui Il mondo:

Ora che hai conosciuto te stessa
l’universo è un grande specchio. Ovunque
sono i tuoi figli,
i tuoi amori e i tuoi padri.

In ogni dove riconoscerai il tuo corpo,
grande vaso del mondo.

La tua mano carezzerà in eterno
la quercia di una madre
all’ombra del grembo.

Il testo risolve la separatezza (etimologica) del “sacro” iniziale, insistendo sul femminile come inizio, cui tutto ritorna, anche la poesia icastica di Jennifer Poli.

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© Alessandra Trevisan

Mauro Barbetti, ‘Versi laici’

Mauro Barbetti, Versi laici (2010-2016), postfazione di Alessio Alessandrini, Osimo, Arcipelago itaca, 2016, euro 12,00

È senza dubbio ‘non confessionale’, come afferma nella postfazione Alessio Alessandrini, la poesia di Mario Barbetti in Versi laici (una selezione qui), volume uscito da qualche mese per i tipi di Arcipelago itaca. Una raccolta, questa, che muove attentamente nel quotidiano non per fotografarlo – come molta poesia lirica di oggi fa – ma per raccogliere e restituire al lettore ciò che c’è di ‘pubblico’ nel privato. Un moto poetico aperto che, appunto, vede in seno il “popolo” oltre che il “pubblico”, entrambe voci presenti nell’etimologia di ‘laico’ (b. lat. Làicus dal gr. Laikòs aggettivo formato da làos popolo, onde anche làïtos, lïetos pubblico).

Il libro comprende versi scritti nell’arco di sei anni, organizzati secondo una formula fissa: una lirica apre ciascuna delle sei sezioni, sezioni che si presentano per lo più come testi lunghi di più strofe. In prima battuta c’è un’ispirazione, un muovere nell’oggi che si lega anche a due fatti importanti per la storia italiana: la perdita della scienziata Margherita Hack (1922-2013), cui è dedicata la prima sezione-canzoniere Post-dialogo, e la morte di Piergiorgio Welby (avvenuta nel 2006) che porta a comporre al poeta D’amore, ideale e vita. Non volendo scadere nella definizione di “poesia civile” si potrebbe dire che Barbetti qui trova una giusta dimensione per far entrare la scienza nella poesia e per fare poesia di fatti di scienza, soprattutto per imperniare argomenti etici nel dire poetico, che in questo modo diventa etico due volte. Un esempio (da pp. 15-16):

Alla mia mente
sembra ormai bastare
una singola sollecitazione
che a troppe ci si perde
una minimale oscillzione
legata al proprio asse
come se lieve indugiasse
in una fase rallentata
in un raggio a curva breve
anticipando l’ultima fermata.
Poiché conosco bene
le leggi dell’attrito
e so che il moto
infinito
non sarà.
Improvvisa
cadrà la verticale
a piombo
precipite
come in Pisa
dentro un’immensa cattedrale.

La modalità di costruzione è quella che prosegue nei diversi testi: soprattutto nella presenza dell’allitterazione e della paronomasia come figure di suono preponderanti. Non manca anche l’utilizzo della rima baciata. Un altro esempio:

Di fenomeni luminosi in una chiesa

Intessuta trama traluce in tralice
trattenuta troppo tra dice e non dice
si fa tramite in tenue trasparenza
traduce un tratto non scritto
traccia un tetto tra indice e terra
poi trova un transito ne segue la voce
si trasforma ancora avvampa riluce
induce in transetto una croce greca
trascinando trombe a troni celesti
quindi trema la luce torna candela
infine pace di morti ammazzati
tra un qui e il campanile a vela.

L’intero libro tiene uniti elementi architettonici e dello spazio, in un andirivieni che procede con echi; alcune parole-chiave, in questo senso, sono: «vuoto», «muro/i», «cornice», «quartiere», «finestra/e», «stanze»; molte le leggiamo nei testi oggi citati. Viene da chiedersi, perciò, cosa rappresenti questa specifica dimensione lessicale che, a mio avviso, a differenza di altre voci contemporanee quali quelle di Carmen Gallo (qui a cura di G. A. Liberti) e Davide Valecchi (altro poeta pubblicato di recente da Arcipelago itaca) ad esempio, non pare imperniare la costruzione del verso sullo spazio né fare dello stesso l’elemento cardine del poetico, da cui tutto nasce. Al contrario saremmo di fronte al punto di approdo, laddove il senso trova un senso ultimo; l’architettura e lo spazio sopraggiungono come dimensione fisica di quella «poetica dichiarativa» di cui parla Alessandrini. Una poetica in cui l’esperienza appartiene all’evidente che non si può non dire; un evidente non impresso, non fotografato appunto e non descritto, ma un manifesto che vive e resiste nel movimento – nelle altezze, della «chiesa», della «cattedrale» – che il fare poetico permette di tracciare..

© Alessandra Trevisan

‘Il battesimo del bambino’ di Silvia Salvagnini: una lettura

Il battesimo del bambino di Silvia Salvagnini è una delle poesie contenute nel calendario utopico 2017 di Sartoria Utopia (qui).

C’è nella poesia di Silvia Salvagnini come una luce che illumina il senso delle cose; una luce che entra dolcemente nel testo, a scoprirne la forza di comprensione della realtà poeticamente detta, “costruita”, fatta di un lavorio incessante. Alcune volte si potrebbe parlare di ‘rivelazione’ di un dire poetico, che da dentro il proprio “mistero e segreto” si fa palese e autentico; un manifestarsi che, grazie alla centralità della parola e alla sperimentazione linguistica – che guardano a elementi della tradizione ma di continuo ne spostano i confini – portano il lettore in ‘presenza’ di un lavoro battente e a tratti ossessivo sul significante prima che sul significato. Ciò che accade, nello stesso momento, assumerebbe anche i tratti di una ‘epifania’, intesa come “manifestazione” o ancora “rivelazione” che, dall’interno, emerge con forza all’esterno – e verrebbe poi da dire nel mondo. (altro…)

Storie della buonanotte per bambine ribelli

Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 vite di donne straordinarie, di Francesca Cavallo e Elena Favilli, traduzione di Loredana Baldinucci, Milano, Mondadori, 2017, pp. 224, euro 19,00

Scrivere di un volume su cui si sono già spese molte parole non è cosa facile, soprattutto alla luce del fatto che molte voci contrarie ne hanno evidenziato il potere (o viceversa l’anti-potere) comunicativo e significante. Ma la possibilità di far emergere alcune novità è sempre una “sfida” che vale la pena di cogliere dal punto di vista ‘critico’.
Nato come una scommessa da una campagna di crowdfunding, Storie della buonanotte per bambine ribelli è un progetto, oggi edito da Mondadori, che quella scommessa di sostegno sul web l’ha vinta a piena titolo, sensibilizzando alcune migliaia di persone sul tema della presenza delle donne nell’immaginario contemporaneo. Una presenza tutt’altro che tipica, come sappiamo, e cui ancora l’opinione pubblica non risulta sufficientemente sensibile. Soprattutto: sono il tema del lavoro, dell’invenzione, della capacità di creazione, in altre parole di una ‘creatività’ mancante dal racconto odierno, lacuna che questo libro sembra voler colmare. Il pubblico, quello che ha versato il proprio contributo per la realizzazione del libro, ha creduto nel potenziale mediatico dell’opera (e dell’operazione), cogliendone anche le ricadute su un tipo di società come quella contemporanea, fortemente influenzata da continue e frequenti variazioni nella comunicazione di contenuti culturali e sociali. Un dato − e sarà utile tenerlo a mente − salta agli occhi sin dal titolo originale, che è Good Night Stories for Rebel Girls: questo progetto nasce in un sistema culturale diverso da quello italiano, e cioè quello statunitense in cui la “fame” di storie e di “ribellione” risponde a una logica molto diversa rispetto a quella del nostro paese, in un momento storico in cui negli Stati Uniti ci si avvicinava all’era Trump (l’autunno del 2016). Rispetto a questa faccenda, le autrici Francesca Cavallo e Elena Favilli hanno risposto ampiamente in questa lunga intervista apparsa su La27esimaOra. (altro…)

Roberta Sireno: intervista su ‘senza governo’

Pubblichiamo oggi la trascrizione con ampliamenti dell’intervista fatta a Roberta Sireno in merito alla sua seconda raccolta senza governo edita da Raffaelli editore nel 2016 (il precedente, Fabbriche di vetro, è disponibile qui). L’intervista video è stata realizzata lo scorso luglio a Mestre e si può vedere ed ascoltare qui.

*

Il libro si costituisce di tre parti che indicano lo svolgimento “narrativo-poetico” dei temi che tratti. Vuoi raccontarci come nasce il percorso, dal 2011 al 2015, che porta alla sua stesura?

È stato un percorso molto difficile perché, a differenza del primo libro, che è stato per me la storia di una scoperta, quella della passione per la poesia, la seconda raccolta è stata concepita in modo più isolato, più in solitudine, e l’ho elaborata all’interno di un sistema stilistico-poetico preciso in cui contenere il caos dell’esperienza. E quindi, a livello narrativo, si suddivide in tre parti cui corrispondono delle dimensioni temporali. È il tempo diciamo “non reale” ma quello della poesia. La prima parte s’intitola premessa, perché allude a una condizione preliminare di scavo dei fondali, delle profondità della poesia, da cui emergere. La seconda parte prende il titolo del libro, senza governo, e allude a una condizione in cui il corpo, la parola e il linguaggio sono esposti a un incendio, al fuoco della poesia, a qualcosa che vuole affermare ma anche distruggere il controllo. L’ultima parte, intitolata dopo, riguarda un momento successivo, in cui avviene una sorta di ricostruzione di un’armonia perduta, che è comunque momentanea e precaria, perché il precipizio è sempre vicino.

Sei entrata molto profondamente nei tre momenti. Vorrei farti un’altra domanda sulle tematiche. Dal mio punto di vista c’è in assoluto – ma in termini non esclusivi – il corpo, ma anche la parola che è corpo, già propria del tuo stile. E con il corpo c’è il sesso o meglio la sessualità e un attraversamento di una certa “violenza” che raccoglie, nell’etimologia, la VIS latina, traducibile come “forza, energia, vigore, potenza” e che “fa corpo” nella parola poetica. Come si declina, nel tuo poetare secondo te, questa VIS?

Sicuramente il corpo è stato centrale nella mia scrittura, anche perché si fa esperienza attraverso il corpo, il corpo è, infatti, memoria dell’esperienza: essa lo attraversa. Poi c’è da dire che il mio corpo ha subito un trauma, quello della sordità, del non sentire. Questa condizione di silenzio può essere negativa e positiva, e quando è negativa, nel profondo, agiscono alcune dinamiche: tra queste c’è un forte desiderio di comunicare; quando non si riesce, diventa difficile gettare i ponti con il mondo esterno. Invece l’aspetto positivo è che si conoscono altri livelli di realtà: delle realtà silenziose, profonde, segrete. Il trauma del corpo si riversa sulla scrittura, e diventa molto fisico; da esso scaturisce una violenza verbale, fisica, e una parola-carne, una parola molto corporea. E quindi poi si arriva alla sessualità, che è anche un modo di comunicare con gli altri attraverso il corpo.

(altro…)

Electro Camp V: arti performative a Forte Marghera, dal 7 al 10 settembre

ELECTRO CAMP 5
a cura dell’associazione culturale Live Arts Cultures
e della netlabel electronicgirls
 
Quando:
Dal 7 al 10 settembre 2017
Attività diurne di formazione e dialoghi
Percorsi installativi e speciali, festival di video-danza
Spettacoli: dalle 20.30 alla mezzanotte e notturni
 
Dove:
C32 performing art work space
Forte Marghera, via Forte Marghera, Mestre (VE)
 
 
Electro Camp è una piattaforma aperta a nuove produzioni – anche in veste di lavori in fieri – dedicate alla ricerca delle relazioni tra suono e movimento, danza, musica e spazio scenico. 
Curato dall’associazione culturale Live Arts Cultures e dalla netlabel electronicgirls, il progetto giunge quest’anno alla sua quinta edizione e si terrà da giovedì 7 a domenica 10 settembre 2017 presso C32 performing art work space, all’interno di Forte Marghera, Venezia-Mestre. 
Electro Camp si propone come momento di riflessione, diffusione, pratica e studio di alcune arti performative e include, nella sua quinta edizione, innovazioni nella programmazione tese a favorire l’avvicinamento della comunità del territorio ai linguaggi delle arti performative dal vivo. Il “format” Electro Camp si trasforma così in un appuntamento sia dedicato ad artisti che intendano approfondire la loro pratica sia accogliente verso la pubblica partecipazione alla scoperta del contemporaneo.
 
Il programma per questa quinta edizione prevede attività diurne e – vera novità – speciali e notturne, che avvicineranno il pubblico ancora di più a musica e danza, linguaggi universali attraversabili da chiunque. Il festival ospiterà, come sempre, giornate di formazione pensate anche per il mondo dell’infanzia, dell’adolescenza e degli adulti; inoltre ospiterà percorsi installativi ed eventi serali. 
 
Electro Camp V è un invito a rendere tutti partecipi delle pratiche dell’artista performativo per cancellare le apparenti distanze, proponendo attività che stimolino la consapevolezza del corpo e dello spazio, l’ascolto, la generazione di azioni performative. Le esperienze proposte desiderano nutrire il potenziale espressivo di ciascuno e condividere strumenti critici per l’osservazione delle opere contemporanee.
 
 
LABORATORI E ATTIVITÀ DIURNE SPECIALI
 
Venerdì 8 e sabato 9 (15.30-17.30) un laboratorio di fiabe sonore elettroniche per bambini condotto dalla musicista Patrizia Mattioli e Ilaria Pasqualetto – educatrice e attrice –, per il progetto Concerto per alberi dall’omonimo libro di Laëtitia Devernay. Un modo diverso di leggere le fiabe per avvicinare i più piccoli (dai 5 ai 10 anni) al mondo della musica elettronica attraverso ambientazioni fantastiche; la musica viene rappresentata grazie a un volume illustrato, dove uccelli, alberi e piume si fanno elementi musicali. 
 
Ancora venerdì 8 e sabato 9 “Teenleader”, danza per giovanissimi condotta da due giovani danzatrici: Tania Lo Duca e Federica Marcoleoni.
Lo studio del movimento come mezzo espressivo, vissuto nella relazione con gli altri include la dimensione del ‘gioco’ come strategia compositiva. A condurre questa proposta saranno due giovanissime danzatrici, abituate da anni allo studio del movimento: il parlare tra coetanei auspica un maggior coinvolgimento di teenagers che non dovranno avere esperienze pregresse per poter seguire gli incontri proposti.
 
Sabato 9 e domenica 10 (11.00-17.00 con pausa pranzo) un laboratorio per performer, “La natura dell’atto”, condotto da Silvia Rampelli – Habillé d’eau.
Il laboratorio indaga appunto “la natura dell’atto”. Ne pratica i fondamenti: materia, tempo. Focalizza l’emergere dell’esperienza del corpo, approfondisce in modo specifico il transito alla cognizione. È il luogo della consegna al qui e ora dell’accadere, dell’ampliamento percettivo dell’attitudine critico-conoscitiva. 
 
Durante le stesse giornate (ore 17.30-20.30) la “Crowdance” condotta dalla coreografa Laura Moro, appuntamento di “danza per tutti” che vuole offrire a tutti, senza nessuna esclusione di età, abilità, conoscenze, la possibilità di soffermarsi sul potenziale espressivo del corpo attraversando suggerimenti accessibili e immediati.  
 
Un incontro aperto a tutti su pietre sonore, sculture e litofoni con Giulio Escalona domenica 10 (ore 14.00-16.00). Giulio Escalona è psicologo e artigiano di suoni non convenzionali. Da anni impegnato nei campi di musica ed ecologia, la sua attenzione si concentra sui suoni ambientali e sugli strumenti realizzati con elementi naturali: foglie, piante e pietre. Durante l’incontro si conosceranno e praticheranno i suoni e gli strumenti utilizzati dall’artista.
 
 
INSTALLAZIONI, PERCORSI E SPETTACOLI
 
L’identità di “Electro Camp” è quella che conferma il dare spazio alla sperimentazione, favorire nuove collaborazioni tra gli artisti, invitare il pubblico ad assistere a composizioni in tempo reale, a lavori freschi e leggeri che aprano a personali interpretazioni valorizzando il potere evocativo dell’opera dal vivo.
 
Ogni giorno tre percorsi di ascolti nella natura di Forte Marghera, costeggiando i canali d’acqua, permetteranno al visitatore di conoscere contributi poetici, musicali e teorici. La passeggiata fonde paesaggio, ascolto e informazione in un unico stimolo percettivo; i brani saranno ascoltabili attraverso auricolari grazie a dispositivi forniti appositamente.
Saranno presenti la voce e le poesie di Mariangela Gualtieri da lei stessa interpretate, apporti e citazioni di Valentina Valentini, docente dell’Università La Sapienza, a proposito del mondo della performance e di opere installative della contemporaneità, e ascolti di brani selezionati dalla storia della musica elettroacustica ed elettronica.
Lungo il tragitto del percorso la performer londinese Ashley-Louise McNaughton abiterà un luogo portando alla nostra fantasia nuove visioni e percezioni, con una performance permanente.
 
Per il secondo anno consecutivo, Electro Camp ospita “Espressioni – Rassegna itinerante di video-danza” ideata da Perypezye Urbane. “Lo Spaesamento e le forme di re-azione” è il tema dell’edizione 2017.
 
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Saranno due o tre performance a sera a comporre il programma del festival. I lavori presentati si distingueranno in creazioni che indagano la relazione suono-movimento coinvolgendo danzatori e musicisti, e creazioni di musica in live che incontrano le nuove tecnologie, l’azione performativa e l’installazione sonora. 

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‘Rosso, poesie d’amore e di rivolta’ di Beppe Costa

Beppe Costa, Rosso, poesie d’amore e di rivolta, Roma, Associazione Culturale Pellicano, 2016, pp. 118, euro 10,00 

Nuova edizione di un volume uscito nel 2012 per VoloPress − ora nella collana Poetry By The Planet diretta da Antonino Caponetto per l’Associazione Pellicano − questa raccolta di Beppe Costa si riaggancia, per affinità tematica, ai suoi precedenti lavori ritessendo una trama ampia. Rientriamo così nella poetica autoriale come già con, ad esempio, L’ultima nuvola (di cui si parla qui), raccolta che viene in tempi più recenti.
C’è almeno un testo, in particolare fra i primi di questo libro, che inquadra l’io lirico-poetico e tutto il suo dire (p. 19):

Ultime

Ho creduto di fare
qualche volta di dare
sognato viaggi
cambiare qualcosa
almeno dentro di me

Ho creduto d’amare
qualche volta di vivere
vedo sempre partire
tanti pezzi di cuore
che vanno dentro e fuori
umanità folle o corrotta
forse solo impazzita

Il rifugio nei libri
che sembrano sparire
la poesia che muore
come muore il paesaggio
anche dentro di me

L’estate porta con sé
ancora una volta
gli ultimi beni rimasti
gli ultimi che hanno tentato
d’insegnarmi a vivere

In questo testo sono infatti presenti (se non esplicitamente anche in filigrana) “amore e rivolta”, gli stessi del titolo: due sostantivi che hanno a che fare più con la voce del poeta o meglio con il suo punto di vista, che dice liricamente l’amore – lo afferma, lo sostiene nella sostanza – mentre tende lo sguardo verso il fuori, lo rovescia: radicalizzando il senso del tempo, l’io immagina dove l’osservazione della vita muti, ossia ‘dal di dentro’.
Uno dei tratti più importanti della poesia di Beppe Costa è proprio la capacità di penetrare il quotidiano con una comprensibilità ‘estrema’ del verso, stando appunto sulla soglia: il campo semantico del testo citato lo ribadisce, acuendo un finale che focalizza − come in tutti i testi del poeta − la materia sull’esperienza.  (altro…)

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