Autore: alessandratrevisan87

Inediti di Carlo Tosetti

foto di Carlo Tosetti

foto di Carlo Tosetti

Tarkovskij


A ristorarci nella Piazza
delle Sorgenti gustammo
vino rosso e pici,
e meglio avremmo fatto
credo ad emulare
non le penitenze
di Santa Caterina
ma il respiro suo,
l’assimilare il genio
delle Naiadi che spande
il fumo vaporoso e guaritore;
immobili e cotti,
nella piscina rispettosi
del voto al matto di Gorčakov.

*

Papillifera

Il ratto delle papillifera
perpetrammo ai muri antichi,
li bacava la cedracca
nei viottoli scoscesi,
ch’io correva superati
giovane saltando
profondi gli scalini,
risalendo la Via Annoni.
S’ambientarono cogl’anni
alla roccia del mio viale
e quando Alvaro poi s’appese,
in colonia organizzate
divorarono i bei fiori;
così poggiammo
il futuro sui veleni,
sul ricordo lagrimoso
della malìa di lumachine,
appartate nei bastioni.

* (altro…)

‘Lettera a un giovane poeta’ di Virginia Woolf

943

Virginia Woolf, Lettera a un giovane poeta, trad. it. di Lucia Raffaelli, quaderni di clanDestino, Raffaelli editore, 2013, pp. 68, euro 10

Ma come farete a uscire, e a ritornare nel mondo degli altri? Questo è il vostro problema oggi, se posso azzardare un’ipotesi − trovare il giusto rapporto, ora che conoscete voi stessi, tra il “sé” che conoscete e il mondo esterno. Si tratta di un problema difficile. Nessun poeta vivente è riuscito, a mio avviso, a risolverlo del tutto.

But how are you going to get out, into the world of people? That is your problem now, if I may hazard a guess − to find the right relationship, now that you know yourself, between the self that you know and the world outside. It is a difficult problem. No living poet has, I think, altogether solved it.

Non è forse un caso che nel 1932, a tre anni di distanza dalla diffusione dell’opera postuma Lettere a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke, Virginia Woolf abbia pubblicato la sua Lettera a un giovane poeta [A Letter to a Young Poet] all’interno della raccolta Hogart Letters Series. Oggi troviamo questo testo in un’edizione del 2013 per Raffaelli editore, con traduzione di Lucia Raffaelli e revisione di Davide Ramilli.
La lettera era indirizzata a John Lehmann, prima collaboratore poi direttore di Hogart Press, come apprendiamo dalla prefazione del libriccino, con il quale la Woolf si confrontava in quella sede circa lo status della scrittura di lettere in Inghilterra, genere che aveva perso interesse, solidità e importanza in quel momento storico. Ma, come riconosciamo sin da subito, il discorso sposterà di molto il senso della lettera; un pretesto iniziale, quello dell’autrice, per rivelare cosa significhi a tutti i livelli scrivere – in realtà – poesia e prosa. Soprattutto: ‘scrivere per la vita’.
Non si può fare a meno di notare le similitudini, a una prima lettura, fra Rilke e Woolf; entrambi tentano di condurre i rispettivi interlocutori per mano, verso una rotta su cui sia possibile instaurare un confronto solido, che sia d’auspicio per una riflessione attorno e “dentro” il “significato” dello scrivere non per un pubblico ma per se stessi. E c’è una straordinaria continuità che, qui, non si desidera comparare ma richiamare, affinché la lettura di Woolf possa agganciarsi e possa dirsi anche legata a quella di Rilke, già al centro di studi diversi: segnalo quello del critico Kelly Walsh.
Una tra le questioni più significative del testo appare a pp. 45-49, in cui Woolf tratterà del tema del sé in poesia come cruciale, in parte già nella citazione che leggiamo all’inizio di questo post, che prosegue così:

[…] Tutto ciò che ti serve è stare alla finestra e lasciare che il tuo senso del ritmo, si apra e si chiuda, coraggioso e libero, fino a quando una cosa non si fonderà nell’altra, fino a quando i taxi non danzeranno con le giunchiglie, fino a quando non verrà a crearsi un’unità da tutti questi frammenti separati. […] raccogli tutto questo tuo coraggio, impiega tutta la tua cautela, invoca tutti i doni che la Natura è stata indotta a concederti. Poi lascia che il tuo senso del ritmo si snodi tra gli uomini e le donne, gli autobus, i passeri − qualunque cosa si muova lungo la strada − fino a quando non li avrà legati insieme in un tutto armonioso. Questo forse è il tuo compito: trovare la relazione fra le cose che sembrano incompatibili eppure hanno una misteriosa affinità

All you need know is to stand at the window and let your rhythmical sense open and shut, open, and shut, boldly and freely, until one thing melts in another, untile the taxis are dancing with daffodils, untile a whole has been made from all these separate fragments. […] summon all your courage, exert all your vigilance, invoke all the gifts that Nature has been induced to bestow. Then let your rhythmical sense wind itself in and out among men and women, omnibuses, sparrows − whatever come along the street − until it has strung them together in one harmonious whole. That perhaps is your task − to find the relation between things that seem incompatible yet have a mysterious affinity

Se al romanziere tutto ciò è concesso, la peculiarità e l’attenzione nei confronti dell’«istinto del ritmo» che Woolf spiega come leggiamo qui porta nella scena del “saggio” anche ad un altro punto: quello della “danza”, ripresa nel legame fra elementi diversi da accordare nel testo poetico, come a segnalare − per estensione − che il “gesto poetico” è “movimento”, e che coniugato al ritmo di cui sopra restituisce “la poesia”. Si tratta di una visione complessiva che nutre un tema ampio e complesso come quello del “fare poesia oggi” (così come ieri) su cui si è speso, qui sul nostro blog, Francesco Filia, nel suo articolo Poesia: memoria, ascolto e visione, che invito a rileggere. E, mettendo in luce questi legami non impropri, si crea una catena di senso che incuriosisce, che stratifica le direzioni da prendere, gli autori da leggere e rileggere, aumentando il numero di domande cui tentiamo di rispondere quando affrontiamo il genere poetico.

© Alessandra Trevisan

Jean Gabin nella scrittura di Cesare Pavese e Goliarda Sapienza

jean-gabin-poetarum

Questo scritto divulgativo propone un breve excursus sulla figura di Jean Gabin nell’opera di Goliarda Sapienza e di Cesare Pavese. Non si intende qui sistematizzare uno spunto (forse troppo vasto per essere governato), ma tentare di dare verità ad alcuni legami sottili, cercando il più possibile e con puntualità di evidenziare come questi mettano in luce un interesse comune ai due autori nei confronti dell’arte cinematografica. Si è scelto inoltre, proprio per la vastità dell’argomento, di non entrare nei testi ma di darne accenno, lasciando spazio a considerazioni e riflessioni.
Spunto per l’autrice nel romanzo postumo Io, Jean Gabin (Einaudi, 2010), modello di eroe ribelle, sovversivo, simbolo di un’etica da abbracciare e attraversare in un momento storico complesso come il 1979 − anno della stesura −, Jean Gabin risulterà soltanto una traccia di fondo nella scrittura di Pavese, un’ispirazione fugace per una sceneggiatura dal titolo Amore amaro,¹ di cui si occupò negli anni Cinquanta.
Il rapporto dell’autore con il cinema è stato affrontato da Franco Prono nel suo volume Pavese e il cinema. Primo e ultimo amore (Bonanno, 2011), in cui il critico ritesse approfonditamente la trama di possibilità che questa diversa esperienza di scrittura può aver rivelato a un autore che aveva attraversato tutti i mestieri letterari possibili nella sua epoca fino a quel momento, salvo quello dello sceneggiatore. Non solo la citata ma anche altre sceneggiature sono, nella lettura di Prono, dei “noir”, parlano di “malavita” e di “triangoli amorosi”; si tratta di testi con valore letterario minimo, “non attrattivi”. Pavese, innamorato all’epoca dell’attrice Constance Dowling, proponeva con tale modalità l’intenzione di lavorare con lei e la sorella, allora attive in Italia; come conosciamo dalla filmografia di Constance, lei era stata co-protagonista di Riso amaro di Giuseppe De Santis (1949), titolo che ha affinità con Amore amaro. Se il soggetto tuttavia, come ricorda anche un’altra studiosa di Pavese, Maria Rosa Masoero, sarà proposto per la realizzazione a registi che in quel momento erano impegnati nel Neorealismo − e sono De Sica e Zavattini, poco attratti da storie non attinenti alla loro esperienza − viene da andare più a fondo nell’etimologia dell’aggettivo “amaro”, che si suggerisce di consultare qui. Se si considera la radice, che contiene il significato “dell’immaturità, dell’asprezza e dell’essere forte”, si nota come la scelta di Pavese (e della Dowling) non paia frutto dell’istinto – banalmente – ma pretenda una connessione alla trama e alla figura di Gabin, per cui sarà pensata. Certamente, questa considerazione a posteriori potrebbe sembrare un ‘leggere oltre’, ma la vicenda di Claudio, amante di due sorelle di diversa età, Natalia e Cloti, diviso tra il suo essere un fuorilegge e il desiderio d’amore confuso dalla necessità d’aiuto, un uomo che chiede alle due donne di rifugiarsi presso la loro casa ben conscio della doppia relazione in atto (duplice, se si considera la parentela di Natalia e Cloti), ne fanno un personaggio tratteggiato con toni aspri, immaturo (amàs,  “crudo”) eppure “forte” nella e della sua illegalità. E l’attore francese, che durante il periodo del Realismo degli anni Trenta ha ricoperto più volte ruoli simili, pare adatto a questo genere di soggetti. «Quarantenne, taciturno, cinico»: il Claudio di Pavese è di poco lontano da quel Gabin che vediamo in Pépé le Moko di Duvivier (1937) o ne Il porto delle nebbie di Carné (1938), entrambe fonti di Sapienza; amante-amato, forse più generoso, sex symbol traviato da una solitudine disarmante, la stessa che vive Claudio, e forse la stessa di Pavese allora.
Sempre Masoero sostiene come l’amore per la Dowling accogliesse il «mestiere affascinante» dello sceneggiatore, un ritorno al cinema come quella passione che ha formato il giovane Pavese e, in terza istanza, lo sguardo all’America di cui la sua opera è pregna. Il “mestiere cinema” non è ricostruibile con completezza in questa sede: articolato e complesso, consta di materiali di varia provenienza, tra cui lettere, diari, scritti critici e recensioni apparsi più di recente in questi anni, e appunti che coprono decenni diversi. Si tratta di scritti che nutrono con curiosità l’intuizione (o meglio, l’attrazione?) verso un linguaggio contemporaneo, visto come fondante di un’epoca proprio nelle sue parti costituenti. I critici che si sono occupati del rapporto tra Pavese e il cinema (e nominiamo anche qui Lorenzo Ventavoli) documentano infatti la tensione interna-esterna della spinta dell’autore, capace di riconoscere in quell’arte la tipicità di ciò che rappresenta: un nuovo modo di intendere l’immagine, il tempo, la scrittura, “fuori dalla letteratura e dal teatro”. Per un quadro completo si suggerisce, comunque, la visione del documentario Il cinema secondo Pavese (qui), omaggio ufficiale alla plurivocità della scrittura filmica nell’opera pavesiana. Chi scrive – inoltre – non conosce i rapporti critici fra Pavese e il pensiero di Walter Benjamin, forse già indagati in un parallelo che svisceri affinità e contrasti, probabilmente ‘nutriente’. (altro…)

‘Che il tempo non sia’: tra poesia e sperimentazione vocale

Che il tempo non sia fa parte di una breve silloge inedita scritta a novembre 2015. La costruzione dei testi si basa sulla ripetizione di alcune parole comuni a tutta la silloge, che scandiscono un ritmo udibile all’ascolto. La ragione può essere ricercata nella nascita degli stessi, che è avvenuta proprio come free speech. Queste due coordinate − dichiarate − hanno risvegliato in me il desiderio di sperimentare una riformulazione di almeno una di queste poesie, servendomi della voce e dell’elettronica. Le figure fonetiche e semantiche che questa poesia contiene sono state il punto da cui partire per costruire “un brano”. Alcune scelte di esecuzione sono avvenute in sede di registrazione, sperimentando quattro livelli poi rielaborati in fase di montaggio ed editing: i primi tre sono puramente testuali, con variazioni di ritmo nella lettura, anticipazioni, posticipazioni, quasi a formare un “canone” musicale contemporaneo. L’altro, sonoro, a fare da disegno sullo sfondo; si tratta di un’improvvisazione vocale distorta con ripetizioni di quattro parole chiave in inglese e francese.

Alessandra Trevisan

Il brano nasce per una call for works di musicaelettronica.it . È rilasciato con licenza CC BY-NC-SA 3.0

credits
Alessandra Trevisan (concept, testo, voce); Nicolò De Giosa (produzione, editing, missaggio)

Registrato a c32performingartsworkspace, Forte Marghera, Venezia-Mestre.

Simone Innocenti, ‘Puntazza’. Recensione

puntazza_poetarum

Simone Innocenti, Puntazza, Roma, L’Erudita, 2016, pp. 102, € 13,00

Questa notte però a Puntazza non pensano a quel pomeriggio di una ventina di anni fa ma stanno srotolando la matassa di gratta e vinci. Sono cresciuti, non badano a queste cose da infanti. Sono cresciuti; o per lo meno è questo che si sono sempre detti per convincersi che il tempo passava e loro diventavano più adulti. Crescendo i ricordi si sono affievoliti e nella migliore delle ipotesi sono dettagli buoni da ricordare solo certe sere quando vagano in auto senza meta e si accorgono che anche la loro vita una meta ben precisa non l’ha mai avuta. Cresciuti un cazzo, insomma […]

È già capitato di parlare di come, la scrittura di racconti da parte di autori contemporanei, resti una ‘sfida’ da intrattenere con il lettore. Era capitato di dirlo a proposito del volume di Paolo Bottiroli (qui) e di quello di Rossana Campo (qui), diversissimi i due per ispirazione e intenzione, com’è lontano da questi il libro di cui trattiamo oggi. Eppure nella forma breve contemporanea c’è sempre qualcosa che accade: un darsi del ritmo che conduce il gioco della lettura, come in certe canzoni pop; un ritmo che include il tempo della vita così come la viviamo, che ha completa aderenza alla realtà in quel momento, in quell’istante. Così sono le canzoni pop che ascoltiamo in un periodo storico: aderiscono alla scrittura e viceversa; spesso si fanno scrittura. Se il ritmo regge, allora regge tutto il resto, personaggi e storia in primo luogo. Il ritmo come qualcosa che precede questo ‘tutto il resto’; il ritmo come necessità: come la ‘misura interna’ che un autore conosce − si dà, si concede e concede al testo − per raccontare quello che desidera raccontare, ed ha a che fare con il tempo solo in parte, perché il tempo è una delle sue facce o, meglio, è la faccia più visibile ma meno ‘udibile’. Il ritmo lo intendiamo anche come ‘dove’; teniamolo a mente, entriamoci e sentiamolo. Perché dire questo? La ragione è che, anche in Puntazza di Simone Innocenti (L’erudita, 2016), il ritmo è una costituente o è quasi tutto. Si capisce sin da subito, dalle prime pagine, che chi legge vorrà inoltrarsi in questo esordio e non potrà farne a meno, con voracità. Conoscere con quale ritmo graffiare la pagina, riversarne dentro i contenuti più ampi e così dare al presente e alla misura interna una forma, Innocenti lo sa fare grazie − anche − al suo lavoro di cronista, da cui ha appreso un’aderenza e un distacco dalla realtà che è totale e totalizzante. Così, sulla scia di alcuni “classici” degli anni Novanta − e citerei Brizzi, Ammaniti, guardando anche a I giorni della rotonda di Silvia Ballestra, soprattutto per la caratterizzazione della provincia, così “meccanica”, come la definiva Stefano Mordini in un suo film del 2005 − e a molta della produzione di Giuseppe Culicchia e infine, per citare un conterraneo, di Vanni Santoni, Innocenti ci trasporta all’oggi, a storie fitte di figure imperfette, complesse e antisimboliche. Personaggi che vivono vicende storte ma iperreali, che nella loro incongruenza trovano un dire; sono figure ricche di sarcasmo, taglienti nei loro modi perché cresciute in un magma di possibilità (auto)negate. Assunta in questa iperrealtà, la quotidianità non può che definirsi per nulla accomodante e, anzi, facilitare la riproduzione seriale e consumistica di azioni e pensieri. Nessuno dei personaggi di questi racconti − con soprannomi e tratti caratterizzanti − sta sullo sfondo, ma dal primo piano cerca un proprio posto nel mondo; si mostra, infatti, nel continuo esistere privato tuttavia dell’esserci, condizione tipica dell’oggi. Lo ‘stare’ è la novità ma vi è anche uno scarto “terminologico” che è anche di intenti. Suini di Giuseppe Caliceti usciva nel 2003 e, in quei racconti − come già nei citati Ammaniti e Brizzi −, i personaggi aderivano a un “ruolo”, quello di giovani allo sbando, senza colpe e senza futuro, figli di un futuro che non c’è, da inventare (e spesso non inventabile). Il linguaggio dei “suini” è parzialmente ripreso da Innocenti che tuttavia cambia − completamente − la prospettiva. I “suini” sono cresciuti. Il ritmo è mutato. A tredici anni di distanza, il ruolo diventa ‘luogo’; appunto Puntazza. L’autore ci dice così che l’anima ha una sede geografica. E l’animo deve tracciare una nuova geografia per ricollocarsi nel mondo, per trovare un posto adulto (se può), magari fragile ma che sia proprio.

© Alessandra Trevisan

What happened Miss Simone? Recensione

what-happened-miss-simone-010

foto tratta dal sito del quotidiano The Guardian

Chi ha amato ed ama la voce di Nina Simone tanto da rimanerne incantato ogni qual volta la ascolti non potrà fare a meno di guardare, con pathos − e partecipazione − questo documentario sulla sua vita e sulla sua carriera. What happened Miss Simone di Liz Garbus, uscito ad inizio del 2015 su Netflix (candidato all’Oscar come migliore documentario lo stesso anno, proiettato in apertura del Sundance Film Festival, vincitore di premi quali il Peabody Award e il Primetime Emmy Award al miglior speciale documentario o non-fiction), basa la sua trama sulla biografia di David Brun-Lambert ma estende il racconto a immagini di repertorio, in un viaggio reale e amaro dentro la vita di un’artista che ha lasciato il segno non soltanto nella sua epoca. Il riverbero della sua vicenda, in bilico tra tradizione e contemporaneità musicali, genialità, fragilità e un’adesione molto forte alle battaglie per i diritti civili che, negli anni Sessanta soprattutto, la comunità afroamericana degli Stati Uniti portava avanti, la pongono come una figura non priva di ambiguità; questo documentario − a ragione − ricorda tratti e spinte, momenti salienti di un’esistenza che (dalla Carnagie Hall alle battaglie di Martin Luther King) sceglie ‘liberamente’ cosa essere in quel momento, e soprattutto cosa non essere. Dalla mancata carriera come pianista classica alla soglia dei vent’anni − per ragioni di discriminazione razziale −, al ripiegamento nei locali notturni per guadagnarsi da vivere, sino alla scoperta di una propria direzione con musicisti che l’hanno accompagnata a lungo. La sua voce, così speciale nel timbro, nell’approccio, nell’intenzione che emana, capace di cogliere un dolore e una sofferenza propria e del fuori, è tra le più grandi testimonianze artistiche al femminile del secondo Novecento. Quel suo sentire, profondamente legato anche alla vicenda personale con il marito e manager Andy Stroud (di cui si può leggere qui) − un compagno dapprima sicuro, poi illegittimamente assuntosi l’onere di dettare una direzione rigida alla sua carriera, imponendosi anche con violenza nelle sue scelte −, attraverserà molte fasi. Ciò che ci è dato sapere, dalla testimonianza della figlia Lisa, che nel film narra la storia materna con uno sguardo lucido e penetrante, riguarda l’amore e la sottrazione costante cui Nina era sottoposta, prima che dagli altri forse da se stessa. Un continuo andirivieni nel music business, mai del tutto fatto per lei che, con grande slancio ma anche talvolta incoerenza, desiderio di distacco, incapacità di sentirsi a proprio agio in quel mondo manovrato dall’alto − nonostante le mise sofisticate, un poco eccentriche e sicuramente d’impatto che sfoggiava sul palco. E poi la storia degli abusi, da parte del suo partner in affari e nella vita, lo stesso che avrebbe dovuto proteggerla; tutto ciò che avveniva nel prima, dietro le quinte, prima di salire in scena, contribuiva forse ad aumentare la tensione tutta interna al personaggio di Nina. Questa tensione avrebbe a che fare più con un’impossibilità di riconoscersi nel proprio presente, spesso sentita a fior di pelle e nella profondità della voce, dove tutto risuona, cambia, si completa. Una difficoltà da leggere a doppio filo tra l’artisticità e la personalità, così forte e scostante al tempo stesso.

Scopriamo cosa sia accaduto prima di varcare la soglia di Montreux ’76, essere se stesse e far durare quella spesse volte manifestata impotenza di libertà, anche nelle decisioni più drastiche e solitarie, più estreme e poco chiare che si sono manifestate alla fine della sua carriera, in cui i suoi concerti si vedevano in contesti ufficiali prima calcati in modo meno frequente. Rabbia e tenacia anche nella rinuncia − come già affermato − faranno parte del suo modo di vedere il mondo, dapprima di percepire se stessa, di accettarsi come si è fino in fondo, con tutte le proprie contraddizioni. A proposito di questo si può ascoltare proprio all’inizio di questo film un’intervista che risale al 1968, in cui Miss Simone afferma: «È una sensazione. È come se tu dicessi a qualcuno come ci si sente ad essere innamorati […] Puoi descrivere le cose ma non puoi dire come ci si sente. Ma tu sai cosa accade. Ed è ciò che io intendo per “libera”. Ho avuto un paio di occasioni sul palco in cui mi sono sentita davvero “libera”. […] Ti dico cosa significhi libertà per me? Nessuna paura. Intendo davvero “nessuna paura”.» Curioso e affatto improbabile questo parallelo fra l’amore e la libertà; un messaggio positivo che oltrepassa la soglia del disagio personale e coglie − al futuro − l’eredità di questa musicista straordinaria.

© Alessandra Trevisan

grazie ad Alessandro Niero e a Stefania Rossa per il suggerimento

Goliarda Sapienza su Rai Storia

goliarda-anni-quaranta-archivio-sapienza-pellegrino

© Archivio Sapienza-Pellegrino

Comunichiamo con piacere che, questa sera alle ore 21.55 e domani, 9 novembre (alle 10.15), il canale 54 di «Rai Storia» dedica una puntata speciale a Goliarda Sapienza nella serie Italiani a cura di Paolo Mieli. Lo stesso giornalista, che aveva già intervistato Sapienza a Radio Rai negli anni Ottanta dopo l’uscita de L’Università di Rebibbia, torna ad occuparsi della sua vicenda di attrice e scrittrice.

A seguire la puntata, un documentario dal titolo Goliarda Sapienza: il vizio di essere se stessi scritto da Simona Fasulo con la regia di Nicoletta Nesler che andrà in onda alle 22.10 di stasera. Maggiori info qui

Ringraziamo Angelo Maria Pellegrino per la puntuale segnalazione.

Info sul palinsesto qui. Tutte le puntate della serie da rivedere qui

«Visioni sonanti»: intervista a Patrizia Mattioli

L’incontro con Patrizia è avvenuto nel 2015 nell’ambito di Electro Camp, Festival di arti performative che ha luogo da alcuni anni a Forte Marghera, Venezia-Mestre. Iniziava lì uno scambio forse timido ma proficuo, di letture, visioni del mondo, uno scambio che è soprattutto musicale. Mentre il mio orecchio era teso e i miei occhi erano pronti a scoprire novità e a farle proprie (o a riscoprire quello che, nel profondo, mi appartiene da sempre) il suo live con la danzatrice Marta Ciappina mi catturava, mi ammaliava. Restavo folgorata dal lavoro di Patrizia pur sentendo di non avere tutti gli strumenti per comprenderlo; la stessa cosa accadeva lo scorso gennaio a Venezia, in occasione del sesto compleanno della netlabel veneziana electronigirls: il suo live concert (che si può riascoltare qui) diventava un’esperienza di ascolto che ripeterò spesso, in seguito. Da questi ricordi affettivi e molto personali nasce la chiacchierata informale che leggiamo oggi, alla scoperta di un mondo plurimo che − proprio per la sua complessità − merita tempo e attenzione.

Alessandra Trevisan

img_3568-copia

Da molti anni ti occupi di musica elettronica “di ricerca” e di elettroacustica ma la tua storia musicale inizia altrove. Voglio chiederti come tu sia approdata a questo ambito e di definire – in modo più appropriato di quanto possa fare io – quale sia il tuo lavoro oggi. Inoltre, non te l’ho mai chiesto ma trovo sia d’obbligo: quando è maturata questa scelta di lavorare con la musica elettronica, in quali termini si è declinata all’inizio e quali sono stati i tuoi principali punti di riferimento da subito nel tuo percorso?

La mia storia inizia dal Conservatorio di musica “Arrigo Boito” di Parma con il corso di clarinetto e il conseguimento del diploma nel 1993. In quel periodo ho iniziato a frequentare, come polistrumentista, gruppi di avanguardia musicale quali  T.A.C., Kinoglaz, Kind of Cthulhu. Sono approdata così in diversi generi musicali passando dalla musica classica, contemporanea al post industrial, al dark, eccetera. Ho iniziato ad improvvisare con qualsiasi tipo di strumentazione, synth, percussioni, gong, drum machine, clarinetti.
La possibilità di ampliare i miei orizzonti con i musicisti più svariati mi ha permesso di arrivare finalmente alla composizione. L’incontro con il teatro Lenz Rifrazioni è stato fondamentale.
Ho intrapreso un viaggio di ricerca sonora lavorando a stretto contatto con attori, registi, artisti drammaturghi, poeti. Musica per la scena scritta e suonata dal vivo. La ricerca della drammaturgia sonora.
Il percorso compositivo all’interno della compagnia è durato 8 anni, la sperimentazione timbrica si è evoluta passando dalla strumentazione classica fino all’analogico, synth, campionatori, registrazioni, concept sound di paesaggi sonori per installazioni con artisti visivi. Dopo questi anni intensi di lavoro ho deciso di intraprendere un periodo sabbatico fuori dal teatro e fondamentalmente fuori dall’Italia.

Nell’estate del 97 sono partita per Londra per esplorare me stessa e ricercare una nuova maturità artistica. L’anno londinese mi ha portato a nuove partiture, sperimentazioni con suoni urbani, musiche per cortometraggi. A Londra è nata Dance for a Tube Station, partitura per violino e paesaggi sonori ed elettronica (soundscape metropolitana londinese). Il violinista ha una notazione complessa, un concertato di linee della tube station e notazione per arco. La partitura è stata eseguita a Londra e a Monaco dal violinista Adriano Engelbrecht. In seguito The Tower of Babel Partitura per quattro lingue d’attore ed elettronica importante composizione che delineerà la mia  ricerca stilistica.
The Tower ha una strumentazione analogica – campionatori, drum machine, microfoni, pedali, effetti: le quattro voci dialogano con sonorità impazzite nella caduta della torre
La composizione vince il concorso all‘Ircam di Parigi (Institut de Recherche et Coordination  Acoustique/Musique). Ho la possibilità di studiare a Parigi per uno stage intensivo di informatica musicale all’Ircam. Da questo periodo ricco di stimoli decido di lavorare assiduamente alla musica elettronica dialogando tra analogico e digitale. Johanna M. Beyer, Alice Shields, John Cage, Luigi Nono, Erik Satie, Karlheinz Stockausen, Daphne Oram, Giacinto Scelsi, Kraftwerk, Pierre Schaeffer, Cluster, Xenakis sono stati i miei punti di riferimento del mio percorso.

Il tuo lavoro si è sviluppato in ambiti diversi e senza dubbio affini: il rapporto con il teatro e con la danza – con il corpo e la scena, forse – è pregnante nella tua pratica. In che modo la tua musica interagisce con queste forme artistiche? Potresti introdurci almeno due progetti recenti, nei rispettivi ambiti, cui hai partecipato o stai partecipando?

Il mio lavoro, negli anni, ha approfondito il rapporto con il corpo in scena. Gli ultimi progetti sono stati molto importanti: Digitale Purpurea è un live concert-spettacolo con la compagnia Stalker/Daniele Albanese. Le musiche per questo spettacolo di danza sono un vero live electronics con i danzatori che accompagnano, intercettano, scuotono ritmicamente i corpi in una vibrazione ritmica inarrestabile. Il secondo spettacolo è stato “AKASMIK – IMPROVVISO Dance Poetry Music” dedicato al poeta Roberto Sanesi: Bharatanatyam e Danza Contemporanea: Nuria Sala – Musica voce and Live Electronics: Patrizia Mattioli – Tabla Percussioni Elettronica Voce: Federico Sanesi – Poesie di Roberto Sanesi.

Improvvisare è come andare in “estasi” (letteralmente stupirsi, astrarsi dalle cose del mondo) è entrare cioè in quel particolare “stato modificato di coscienza”, attraverso il quale è possibile instaurare uno straordinario contatto con il corpo, lo strumento, la parola e la musica creata.

Il progetto “Akasmik-Improvviso” compone ed elabora dialogando a tre, la combinazione è tra movimento, flusso poetico e musica. Parola – Suono – Gesto – Visione. La raffinata e profonda poesia di Roberto Sanesi amplia lo spettro sonoro nel nostro trio, suggerendo molteplici interpretazioni possibili. Akasmik è “Improvviso”, stupore, scintilla, cogliere la visione dell’attimo. Entrare cioè in quel particolare “stato di coscienza”, attraverso il quale è possibile instaurare uno straordinario contatto con il corpo, lo strumento e la musica creata. In questa magica dimensione, ogni nota, ogni accordo, ogni suono, ogni movimento diventa meravigliosamente bello e carico di significato. Conoscersi e conoscere attraverso l’azione: danza, poesia e musica; oltre barriere di spazio e tempo, in cerca di accordi d’anima, di ponti tra terra e cielo. Le composizioni dialogano con suoni manipolati, frammenti poetici e si sviluppano con la danza e le percussioni in una estatica visione sonante.

(altro…)

Maria Occhipinti, Anni di incessante logorio. Recensione

occhipinti1

Maria Occhipinti, Anni di incessante logorio. Pensieri poetici, prefazione di Adriana Chemello, Ragusa, Sicilia Punto L edizioni, 2016, € 8,00

Non ci sono sottotitoli ed etichette più appropriate in grado di connotare la raccolta di versi di Maria Occhipinti: i suoi «pensieri poetici», che leggiamo oggi con il titolo di Anni di incessante logorio, editi per i tipi di Sicilia Punto L, (trat)tengono − insieme − i due aspetti più importanti dell’esperienza dell’autrice: quello umano e quello “politico”. Si potrebbe dire uno stesso vo(l)to, con due direzioni prioritarie unite insieme nel segno della «vita» e della «libertà»: esse non sono soltanto temi nella vicenda di Occhipinti ma veri fondamenti della sua etica e anche “motivi” su cui l’approfondita, attenta ed essenziale prefazione di Adriana Chemello fa perno.
Nata nel 1921 e scomparsa nel 1996, Occhipinti è stata una donna che ha sentito sempre forte la responsabilità civile di difendere le categorie sociali più deboli della sua Sicilia sin dagli anni del Fascismo; definita anarchica e libertaria, si è battuta per i diritti delle donne senza abbracciare nessuna fede politica, restando però molto vicina al femminismo. Il suo spirito d’iniziativa sarà sempre personale e comune insieme, libero così com’è libera la sua parola poetica, e com’è stata dapprima la sua prosa in Una donna di Ragusa e Il carrubo e altri racconti entrambi apparsi per Sellerio nel 1993 (possiamo leggerne, a proposito, qui e qui).
Aperta al nuovo o diversamente “letterata”, i suoi versi paiono fluire da un quotidiano vivere, da un incessante movimento del pensiero nel suo misurarsi quotidianamente, da una riappropriazione dell’itinerario che il sé compie nel mondo, in rapporto agli altri (anche ai cari), alla natura, alla religione; la sua poesia procede ad accrescere, di verso in verso, l’attaccamento forte alla vita e ai valori vitali su cui essa si fonda. Il logorio è dunque la progressione alla “ricerca di un dire” ma anche il processo nel contatto umano e nell’incomunicabilità tra due soggetti, come a p. 105: «L’Io è una vetta/ che nessuno scalatore/ potrà raggiungere,/ un altro Io/ può solamente sfiorare.//» Siamo di fronte a quella che Chemello definisce una «ricerca di senso» che permea la poesia di Occhipinti, laddove a p. 106, ne La conquista, si legge: «Nessuno potrà distruggere/ ciò che l’Io/ ha conquistato/ penosamente.//».
L’Io dell’autrice, tuttavia, non è un io ingombrante, anzi: rifugge l’egotismo per validare da un lato la propria «limpidezza», dall’altro un’accoglienza del diverso (da sé). L’altro è infatti colui con il quale condividere azioni, momenti: «Pensandoti/ non ero sola,/ tu eri con me/ tra gli uliveti,/ eri con me/ sotto la siepe// che ci riparava/ dalla pioggia/ e contemplavamo/ la distesa dorata del grano.// Presi per mano/ camminammo/ sul sentiero fiorito,/ andammo verso il sole,/ verso la libertà.//» (p. 86).
L’Io, in questi versi, converge spesso al noi, in un continuo fare spazio all’altro, facendo così spazio al sé spesse volte “estraneo” alle contingenze cui la vita chiama. La stessa Occhipinti per anni ha vissuto negli Stati Uniti; alcune poesie sono qui dedicate ad artisti o città di quella terra, non ultima quella che dà titolo a questo volume postumo con protagonista l’architetto italiano Simon Rodia. Straniera in Patria, lirica del ritorno, appare invece a p. 70: «[…] Avevo paura di sentirmi straniera/ in Patria e di non avere mai più/ un dialogo con i giovani,/ loro che sono la speranza della nazione.» Un andamento prosastico per un testo che avvicina − ma anche allontana al tempo stesso − Occhipinti a Casa di Altri di Anna Maria Ortese; non in contrapposizione ma in dialogo, queste due autrici hanno evidenziato quello che Anna Toscano ha definito propriamente il «qui della vita» (in un articolo da leggere a questo link). Questa vuole essere un’ipotesi critica che moltiplica gli orizzonti di lettura senza cercare legami (sarebbe forzato e “ingiusto”, per lo meno a quest’altezza) di Occhipinti con la tradizione letteraria del suo tempo.
Un “inno” alla «gioia» questi pensieri poetici; gioia è anche parola che ritorna nei versi, molto diversa tuttavia da quella “ancestrale” di Goliarda Sapienza (qui), diametralmente opposta dal punto di vista letterario ma pur sempre una gioia che «vibra» con la stessa intensità nella voce di una donna − in un coro partecipato − che amava la vita anche nel «dolore», altra tra le parole chiave del volume che stiamo percorrendo.
A molti anni dalla scrittura di questi testi possiamo dunque sentirci grati dell’avvenuta pubblicazione, che ha visto un intervento di correzione del professor Pietro Bafunno, di cui tuttavia non si conosce la portata. Leggerli significa rinnovare un patto che si giustifica in un non cedere al tempo rendendo costante la ricerca di nuovi autori in versi − anche conoscendoli (purtroppo) postumi −, salvare le loro opere dall’oblio nonché “liberarle” nel mondo.

© Alessandra Trevisan

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56566

Patti Smith M Train. Recensione

m-train-poetarum

Patti Smith, M Train, traduzione italiana di Tiziana Lo Porto, Milano, Bompiani, 2016, € 17,00

“Non è facile scrivere del nulla.”
Ecco cosa stava dicendo un mandriano mentre entravo nel quadro di un sogno. Vagamente bello, intensamente laconico, si dondolava su una sedia pieghevole, appoggiato all’indietro, con in testa uno Stetson che sfiorava lo spigolo della parete esterna grigio spento di un caffè solitario. […]
“Ma noi andiamo avanti,” ha proseguito, “alimentando folli speranze di ogni tipo. Per riscattare quello che abbiamo perduto, qualche scheggia di una rivelazione privata. È una dipendenza, come giocare alle slot machines, o a golf.”
“È molto più facile parlare del nulla,” ho detto io.
Non ha ignorato del tutto la mia presenza, ma non ha risposto.
“Be’, comunque è così che la vedo.”
“Proprio quando stai quasi per darci un taglio e per buttare le mazze nel fiume, ecco che ti entra il tiro giusto, la pallina rotola dritta in buca, e le monete riempiono il cappello rovesciato.”[…]
“Sono già stata qui, giusto?”
Lui se n’è rimasto seduto a guardare la pianura.
Che figlio di puttana, ho pensato. Mi sta ignorando.
“Ehi,” ho detto, “non sono morta, non sono un’ombra passeggera. Sono qui in carne e ossa.”
Ha tirato fuori dalla tasca un taccuino e s’è messo a scrivere.
“Almeno potresti guardarmi,” ho insistito. “È pur sempre il mio sogno.”
Mi sono avvicinata. Abbastanza da vedere cosa stesse scrivendo. Aveva il taccuino aperto su una pagina bianca e di colpo si sono materializzate tre parole.
No, è mio.

Un incipit onirico per un libro che racconta tante vite in una soltanto o − meglio − le tante rifrazioni vitali che può assumere una stessa luce, quella emanata dalle pagine autobiografiche che Patti Smith regala in M Train, uscito da poco per Bompiani con la traduzione di Tiziana Lo Porto. A sei anni da Just Kids, ecco alcune pagine fatte di viaggi, incontri, sogni, memorie di tempi condivisi e non con il marito Frederick “Sonic” Smith ma anche con altre figure che, negli anni, ha incontrato o (re)incontrato e che hanno lasciato un segno indelebile nella sua esperienza. Impossibile citare con precisione senza il rischio di scadere in un catalogo la ricchezza di ispirazioni che compongono questo libro: ci sono molte letture riprese o scansate, immagini e citazioni che aprono a un dialogo con altre forme d’arte, servendosi proprio di quella commistione che caratterizza da sempre l’opera della Smith, tra iconografia, letteratura e poesia, religione e molto altro. C’è un cammino fatto insieme o solitario, costellato da una solitudine odierna che serve a riconoscere quel sentire che caratterizza l’artista e la donna, la creatrice e l’essere umano: irrinunciabile è il momento del mattino, seduta nel solito bar del Village a New York a scrivere, bere caffè nero e mangiare pane integrale con olio d’oliva. Così, l’azione quotidiana diventa “rito” rivelatore, per tracciare con accuratezza i contorni del sé, per (iniziare a) dirsi con ancora più tenacia. In quel luogo Patti Smith coltiva e ha coltivato, negli anni recenti, se stessa. Soprattutto, in merito alla vita di ogni giorno, si parla di meraviglia e fallimento con la stessa “emozione”. Quanto possa stratificarsi la visione del passato ma anche essere attenta nella sua trasmissione al lettore, Patti Smith l’ha imparato tenendo alto lo sguardo, incarnando una consapevolezza totale del proprio presente, svuotato come sempre di utopie e compromessi ma ricco di suggestioni. Conscia di aver destinato le proprie memorie a un tempo ingordo, il suo comunicarle segue la misura del tempo della propria coscienza, un tempo allenato ad altri ritmi e tempi meno voraci di quelli di oggi; questa è senza dubbio la misura della narrazione: lenta ma non “pigra”, che concede anche a chi legge la possibilità di rallentare e (trat)tenere il pass(at)o. La coerenza delle intenzioni riesce sempre a sorprendere. Nel rivelarsi agli altri, la vicenda personale di Patti Smith è perciò emotiva in un senso etimologico: “trasporta fuori” cioè nel mondo − ed è questo il compito del vero memoir − le tessere di una fare e di un dire sensibilmente universale, come fanno già la sua musica e la sua poesia.

© Alessandra Trevisan

Rossana Campo, Difficoltà per le ragazze. Recensione

campo_libro

Rossana Campo, Difficoltà per le ragazze, Giulio Perrone editore, 2016, pp. 112, € 10,00

Se vogliamo dire padre è nel senso che lui quindici anni fa ha avuto una storia con mia madre, ha pensato bene di metterla incinta e lei ha pensato bene di farmi così, da sola, perché ci ha sempre avuto queste idee in testa lei, mi ha sempre detto che secondo lei un padre è una cosa in più che se uno ce l’ha bene, se non ce l’ha non cambia granché.
Quello che è importante è averci la madre. Così ha sempre sostenuto.

Ruggente, impavida, graffiante: la scrittura di questi racconti di Rossana Campo, usciti da poco per i tipi di Perrone editore, appare così, come un neon che illumina alcune vite a giorno. Vite ripetute, talvolta un po’ sfocate, messe a fuoco con l’inventiva di una prosa che trova, nella caratterizzazione dei personaggi e in una lingua fresca, la sua massima altezza. Come raccontare i rapporti umani di tutti i giorni se non svelandone le difficoltà più comuni? La maternità, l’amore, la paternità, e prima ancora l’infanzia e il rapporto con la madre; ma anche la relazione che si ha con l’altro sesso e, dapprima, con lo stesso sesso, e con le amiche. L’amicizia è pregnante in questo viaggio vorticoso, talvolta nel linguaggio gergale e sicuramente loquace dei quindici racconti di Difficoltà per le ragazzevoraci queste donne, si presentano a − appunto − divorare l’esperienza stessa, facendola così propria. La compenetrazione dei due livelli narrativo e linguistico non è tuttavia mai scontata, mai banale, anzi è sorretta su equilibri che possono essere fragili e instabili, come il quotidiano descrivere. L’autrice, maestra in questo − non si può negare − convalida il senso facendo muovere le proprie figure nella realtà con sfacciataggine, con una consapevolezza che la parola risana e rinsalda, acquisita nel raccontare, soprattutto nel raccontarsi. Quindici istantanee che si parlano fra loro, in cui i personaggi si muovono accompagnandosi con ampi movimenti verso un finale che c’è e non c’è; sono donne che vanno, vengono e ritornano, in un gioco di sguardi e di voci tutto da scoprire nella lettura. Si sorride e si ride, si imparano altre vite; si guardano le cose da prospettive sempre nuove ma con un piede nel presente e uno nello ieri. Il passato − infatti − è nella musica citata, da Battisti a John Lennon toccando molti altri; moltissima musica è immortale, e sopravvive alla vicissitudini, alle Difficoltà delle protagoniste, un po’ come loro sopravvivono a se stesse e agli altri: i familiari, gli uomini, le amiche, le madri. La loro caparbietà sta anche nel capire come l’adesso delle loro esperienze abbia senso lì per lì, cosa imparare, cosa scartare, come valutarlo e perché. I titoli di ogni racconto, poi, svelano un sentire che va oltre la pagina: una fierezza femminile condivisibile, totale, che già introduce ai personaggi; si tratta di un indizio, di un’allusione ai loro caratteri, alla tenacia che perdura nel loro essere, anche alla spinta che la narrazione porta in sé più implicitamente. Un non trattenere e un’impulsività, un’empatia che si coglie in facce dinamiche, forti, in evoluzione: sono quelle di eterne ragazze indocili e, per questa ragione, destinate ad essere ricordate, come questo libro spassoso.

© Alessandra Trevisan

I giorni del vino e delle rose. Recensione

cover-giorni_orig

Diego Bertelli e Silvia Rocchi, I giorni del vino e delle rose, Valigie Rosse, 2016, € 16,00

Raccontare di un fumetto non è mai un’operazione facile, soprattutto se il fumetto in questione ha richiami a qualcosa che ami molto: la musica, e in particolare quella che hai cantato a lungo. È questo il caso di I giorni del vino e delle rose di Diego Bertelli e Silvia Rocchi, uscito da qualche mese per Valigie Rosse: un felice, sentito e multiforme incontro fra parola e disegno, immagine ed evocazione musicale. Il titolo riprende un celebre verso del poeta inglese Ernest Dowson (che a sua volta cita Orazio), diventato poi più famoso nel 1962 grazie a un film e al brano della colonna sonora, composto da Henry Mancini con testo di Johnny Mercer (che aveva già messo in musica Prévert e Le feuilles mortes); nel 1982 saranno i californiani Dream Syndacate a trasformare questo titolo in qualcosa di diverso: un personale manifesto rock, alternativo e psichedelico, senza privarlo (né tantomeno capovolgendo) la grazia che quel verso − prima − porta in sé. Lì inizia questa storia, senza mediazioni. (altro…)