Autore: alessandratrevisan87

Jennifer Poli, ‘All’ombra del grembo’

Jennifer Poli, All’ombra del grembo, Milano, Lietocolle, 2017, pp. 74, euro 13,00

Sull’etimologia della parola “ombra” (qui) si aprirebbero moltissime possibilità di lettura nell’esplorazione che il volume di Jennifer Poli apre oggi al nostro orecchio: una lettura ‘gravida’ del transitare dall’antico al contemporaneo, in un tragitto particolare che include direzioni diverse. Innanzitutto si parta dalle ispirazioni − concatenate − in esergo: Simone Weil e Cristina Campo, che di Weil fu profonda lettrice. Per Poli diventano il punto di partenza − e forse anche approdi prismatici − di un dire poetico che tocca le corde dell’indicibile dicibile sin dal primo testo, La sacerdotessa: «Ho visto una donna antica. Un alone −/ rosso − vibrava nel buio. Mi ha detto:/ ama e porta la tua/ acqua sacra nel mondo.» E se nel rosso, secondo gli studi di Michel Pastoureau, si manifestano i colori del fuoco e del sangue, guardando più indietro troviamo il colore associato al Dio Marte, dio della guerra che poco avrebbe a che fare con il femminile ma molto con la costruzione della scansione di questa raccolta e con il lessico della poeta.
Pregna di un tessuto simbolico che affonda le sue radici nella letteratura classica ma anche nella nostra tradizione − medievale e rinascimentale, non solo italiana −, la poesia di Jennifer Poli conserva rimandi che, di testo in testo, intessono anch’essi un discorso di secondo livello (più fitto e più stratificato) e che fra loro fanno eco. Una selezione è stata pubblicata quest’estate sul nostro lit-blog; a ben vedere la «ferita» di Limbo (e termine che tornerà anche, a seguire) prosegue − cronologicamente − l’accenno al rosso del primo testo. Se di ‘ordito’ si parla, anche nei successivi componimenti si accenna alla nobile arte del tessuto e dell’arazzo; i riferimenti si intensificano, toccando probabilmente ispirazioni provenienti dalla letteratura cavalleresca ma anche dalle Sacre Scritture, con un ritorno semantico ad alcune parole-chiave che permeano la raccolta: «cervo», «arma», «calice», «spada» fra gli altri. La reinterpretazione di molti elementi si spinge oltre, alla sovrimpressione con culture lontane da quella greco-latina: questo è vero nella sezione Il canto delle rune, dove la ricerca autoriale chiede al lettore la dimestichezza con la “rune”, ossia il “caratteri grafici dell’antico alfabeto germanico”, ciascuno con un proprio portato simbolico (viene da pensare similmente a quanto accade, ad esempio, con l’alfabeto ebraico ad esempio). La sezione è formata da brevi componimenti che si presentano quasi nella forma di haiku per brevità (anche se i versi sono più di tre); la loro caratteristica pare essere il legame stretto di ciascuno con i precedenti e i successivi, in una sorta di concatenazione letteraria che ha del rituale. Per citarne uno utile al nostro discorso si legga Gebo (la cui traduzione sarebbe “donare”): «Il dono della madre:/ un germoglio/ nell’arsura.» Se l’interpretazione coglie la gratuità che lega “dono” e “germoglio”, la presenza ancora della donna nella sua esperienza procreatrice richiama la fecondità già presente in altri testi e nel titolo.
Ma il femminile è, a dire il vero, l’io poetante che parla anche con voci altre; un “io” unico, che tiene in sé molti altri sé. E, secondo questa chiave, l’andamento profetico ed epifanico insieme si sposta completamente nella dimensione del mito; nella sezione successiva incontriamo Orfeo, Penelope, il minotauro e altri, parlanti per voce della prima voce.
E, se le corrispondenze non concludono, anche La donna scarlatta, la quarta sezione, ritorna insistentemente sul colore rosso. Ecco la prima poesia:

Non so da dove venga questo
male oscuro che a volte mi prende
se da un punto confuso del mondo
o dal centro introvabile di me stessa.
Il mare non arriva qui.
Non sento più il suono dei gabbiani bianchi.
Ascolteremo insieme le ore, forse arriverà
un relitto inatteso sulle nostre sponde.

Il «male oscuro» di Giuseppe Berto assume dei tratti più ancestrali; il «mare» è probabilmente quello dell’inconscio, mentre i «gabbiani bianchi» ci ricordano Cardarelli (qui) e Neruda («Perché tu possa ascoltarmi/ le mie parole/ si fanno sottili, a volte,/ come impronte di gabbiani sulla spiaggia […]»). La poesia, forse più vicina alla psicanalisi di altri testi che Poli di offre, conduce verso l’ultima sezione, Divinazione, dove incontriamo alcuni dei simboli dei tarocchi, tra cui Il mondo:

Ora che hai conosciuto te stessa
l’universo è un grande specchio. Ovunque
sono i tuoi figli,
i tuoi amori e i tuoi padri.

In ogni dove riconoscerai il tuo corpo,
grande vaso del mondo.

La tua mano carezzerà in eterno
la quercia di una madre
all’ombra del grembo.

Il testo risolve la separatezza (etimologica) del “sacro” iniziale, insistendo sul femminile come inizio, cui tutto ritorna, anche la poesia icastica di Jennifer Poli.

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© Alessandra Trevisan

Mauro Barbetti, ‘Versi laici’

Mauro Barbetti, Versi laici (2010-2016), postfazione di Alessio Alessandrini, Osimo, Arcipelago itaca, 2016, euro 12,00

È senza dubbio ‘non confessionale’, come afferma nella postfazione Alessio Alessandrini, la poesia di Mario Barbetti in Versi laici (una selezione qui), volume uscito da qualche mese per i tipi di Arcipelago itaca. Una raccolta, questa, che muove attentamente nel quotidiano non per fotografarlo – come molta poesia lirica di oggi fa – ma per raccogliere e restituire al lettore ciò che c’è di ‘pubblico’ nel privato. Un moto poetico aperto che, appunto, vede in seno il “popolo” oltre che il “pubblico”, entrambe voci presenti nell’etimologia di ‘laico’ (b. lat. Làicus dal gr. Laikòs aggettivo formato da làos popolo, onde anche làïtos, lïetos pubblico).

Il libro comprende versi scritti nell’arco di sei anni, organizzati secondo una formula fissa: una lirica apre ciascuna delle sei sezioni, sezioni che si presentano per lo più come testi lunghi di più strofe. In prima battuta c’è un’ispirazione, un muovere nell’oggi che si lega anche a due fatti importanti per la storia italiana: la perdita della scienziata Margherita Hack (1922-2013), cui è dedicata la prima sezione-canzoniere Post-dialogo, e la morte di Piergiorgio Welby (avvenuta nel 2006) che porta a comporre al poeta D’amore, ideale e vita. Non volendo scadere nella definizione di “poesia civile” si potrebbe dire che Barbetti qui trova una giusta dimensione per far entrare la scienza nella poesia e per fare poesia di fatti di scienza, soprattutto per imperniare argomenti etici nel dire poetico, che in questo modo diventa etico due volte. Un esempio (da pp. 15-16):

Alla mia mente
sembra ormai bastare
una singola sollecitazione
che a troppe ci si perde
una minimale oscillzione
legata al proprio asse
come se lieve indugiasse
in una fase rallentata
in un raggio a curva breve
anticipando l’ultima fermata.
Poiché conosco bene
le leggi dell’attrito
e so che il moto
infinito
non sarà.
Improvvisa
cadrà la verticale
a piombo
precipite
come in Pisa
dentro un’immensa cattedrale.

La modalità di costruzione è quella che prosegue nei diversi testi: soprattutto nella presenza dell’allitterazione e della paronomasia come figure di suono preponderanti. Non manca anche l’utilizzo della rima baciata. Un altro esempio:

Di fenomeni luminosi in una chiesa

Intessuta trama traluce in tralice
trattenuta troppo tra dice e non dice
si fa tramite in tenue trasparenza
traduce un tratto non scritto
traccia un tetto tra indice e terra
poi trova un transito ne segue la voce
si trasforma ancora avvampa riluce
induce in transetto una croce greca
trascinando trombe a troni celesti
quindi trema la luce torna candela
infine pace di morti ammazzati
tra un qui e il campanile a vela.

L’intero libro tiene uniti elementi architettonici e dello spazio, in un andirivieni che procede con echi; alcune parole-chiave, in questo senso, sono: «vuoto», «muro/i», «cornice», «quartiere», «finestra/e», «stanze»; molte le leggiamo nei testi oggi citati. Viene da chiedersi, perciò, cosa rappresenti questa specifica dimensione lessicale che, a mio avviso, a differenza di altre voci contemporanee quali quelle di Carmen Gallo (qui a cura di G. A. Liberti) e Davide Valecchi (altro poeta pubblicato di recente da Arcipelago itaca) ad esempio, non pare imperniare la costruzione del verso sullo spazio né fare dello stesso l’elemento cardine del poetico, da cui tutto nasce. Al contrario saremmo di fronte al punto di approdo, laddove il senso trova un senso ultimo; l’architettura e lo spazio sopraggiungono come dimensione fisica di quella «poetica dichiarativa» di cui parla Alessandrini. Una poetica in cui l’esperienza appartiene all’evidente che non si può non dire; un evidente non impresso, non fotografato appunto e non descritto, ma un manifesto che vive e resiste nel movimento – nelle altezze, della «chiesa», della «cattedrale» – che il fare poetico permette di tracciare..

© Alessandra Trevisan

Fabio Ramiccia, Come l’occhio di Picasso (inedito)

 

Pablo Picasso, Guernica, 1937, Museo Reina Sofia, Madrid

Come l’occhio di Picasso

Una gamba per una testa
su appena giù
sotto l’altra la spalla
dietro il gomito chiuso ad angolo
e giù
le mani lunghissime come zanne ad alzare il canto.

Un elefante agile scende dagli alberi per salvare la sua scimmia
e scacciare la follia come una mosca fastidiosa
che ronza di dolce melodia, nella giungla impenetrabile.

Brucia l’alba delle voci.
Brucia dietro la spalla
sotto la gamba il tesoro
dietro la testa chiude il gomito ad angolo
strozza la strofa un crescendo. Un crescendo.

E là si schiude e là si chiude
e le bellezze che sfiora con le liane basse sono violini.
Come un machete la mano scrive.
Come un solfeggio la bocca cuce le frasi in quattro quarti.
I suoni dietro e i tamburi incessanti
e le cavità e tutti i padri dietro e gli occhi addosso.
La spalla sotto la testa
su ad angolo e
il canto rotto.

 

Così vicina con mani che sembrano di scimmia.
Così vicina da sfiorarla l’eterna.
Così vicina dietro da sentirla, la luce che la investe.

E mangia e mangia e tampona i rami
spossata ed eterna.

© Fabio Ramiccia

©….

FABIO RAMICCIA
(Latina, 27 settembre 1983) Frequenta, fin dall’adolescenza, scuole, corsi e workshop, anche internazionali, di recitazione e regia e partecipa a contest e festival in Italia e all’estero. Viene premiato, nel 2008, a Strasburgo dal Parlamento Europeo e, nel 2009, al Festival Internazionale di Praga. Ora può vantare un teatro tutto suo, “Teatro Spaziozeronove”, ne cura gli spazi e li riempie. Almeno si adopera perché questo avvenga.
Non si accontenta: inizia a scrivere compulsivamente poesie sul suo cellulare, fa ritratti con le parole.
Nel 2016 si laurea in Comunicazione Tecnologie e Culture digitali presso La Sapienza Università di Roma.
Continua a studiare e imparare.

‘Il battesimo del bambino’ di Silvia Salvagnini: una lettura

Il battesimo del bambino di Silvia Salvagnini è una delle poesie contenute nel calendario utopico 2017 di Sartoria Utopia (qui).

C’è nella poesia di Silvia Salvagnini come una luce che illumina il senso delle cose; una luce che entra dolcemente nel testo, a scoprirne la forza di comprensione della realtà poeticamente detta, “costruita”, fatta di un lavorio incessante. Alcune volte si potrebbe parlare di ‘rivelazione’ di un dire poetico, che da dentro il proprio “mistero e segreto” si fa palese e autentico; un manifestarsi che, grazie alla centralità della parola e alla sperimentazione linguistica – che guardano a elementi della tradizione ma di continuo ne spostano i confini – portano il lettore in ‘presenza’ di un lavoro battente e a tratti ossessivo sul significante prima che sul significato. Ciò che accade, nello stesso momento, assumerebbe anche i tratti di una ‘epifania’, intesa come “manifestazione” o ancora “rivelazione” che, dall’interno, emerge con forza all’esterno – e verrebbe poi da dire nel mondo. (altro…)

Storie della buonanotte per bambine ribelli

Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 vite di donne straordinarie, di Francesca Cavallo e Elena Favilli, traduzione di Loredana Baldinucci, Milano, Mondadori, 2017, pp. 224, euro 19,00

Scrivere di un volume su cui si sono già spese molte parole non è cosa facile, soprattutto alla luce del fatto che molte voci contrarie ne hanno evidenziato il potere (o viceversa l’anti-potere) comunicativo e significante. Ma la possibilità di far emergere alcune novità è sempre una “sfida” che vale la pena di cogliere dal punto di vista ‘critico’.
Nato come una scommessa da una campagna di crowdfunding, Storie della buonanotte per bambine ribelli è un progetto, oggi edito da Mondadori, che quella scommessa di sostegno sul web l’ha vinta a piena titolo, sensibilizzando alcune migliaia di persone sul tema della presenza delle donne nell’immaginario contemporaneo. Una presenza tutt’altro che tipica, come sappiamo, e cui ancora l’opinione pubblica non risulta sufficientemente sensibile. Soprattutto: sono il tema del lavoro, dell’invenzione, della capacità di creazione, in altre parole di una ‘creatività’ mancante dal racconto odierno, lacuna che questo libro sembra voler colmare. Il pubblico, quello che ha versato il proprio contributo per la realizzazione del libro, ha creduto nel potenziale mediatico dell’opera (e dell’operazione), cogliendone anche le ricadute su un tipo di società come quella contemporanea, fortemente influenzata da continue e frequenti variazioni nella comunicazione di contenuti culturali e sociali. Un dato − e sarà utile tenerlo a mente − salta agli occhi sin dal titolo originale, che è Good Night Stories for Rebel Girls: questo progetto nasce in un sistema culturale diverso da quello italiano, e cioè quello statunitense in cui la “fame” di storie e di “ribellione” risponde a una logica molto diversa rispetto a quella del nostro paese, in un momento storico in cui negli Stati Uniti ci si avvicinava all’era Trump (l’autunno del 2016). Rispetto a questa faccenda, le autrici Francesca Cavallo e Elena Favilli hanno risposto ampiamente in questa lunga intervista apparsa su La27esimaOra. (altro…)

Roberta Sireno: intervista su ‘senza governo’

Pubblichiamo oggi la trascrizione con ampliamenti dell’intervista fatta a Roberta Sireno in merito alla sua seconda raccolta senza governo edita da Raffaelli editore nel 2016 (il precedente, Fabbriche di vetro, è disponibile qui). L’intervista video è stata realizzata lo scorso luglio a Mestre e si può vedere ed ascoltare qui.

*

Il libro si costituisce di tre parti che indicano lo svolgimento “narrativo-poetico” dei temi che tratti. Vuoi raccontarci come nasce il percorso, dal 2011 al 2015, che porta alla sua stesura?

È stato un percorso molto difficile perché, a differenza del primo libro, che è stato per me la storia di una scoperta, quella della passione per la poesia, la seconda raccolta è stata concepita in modo più isolato, più in solitudine, e l’ho elaborata all’interno di un sistema stilistico-poetico preciso in cui contenere il caos dell’esperienza. E quindi, a livello narrativo, si suddivide in tre parti cui corrispondono delle dimensioni temporali. È il tempo diciamo “non reale” ma quello della poesia. La prima parte s’intitola premessa, perché allude a una condizione preliminare di scavo dei fondali, delle profondità della poesia, da cui emergere. La seconda parte prende il titolo del libro, senza governo, e allude a una condizione in cui il corpo, la parola e il linguaggio sono esposti a un incendio, al fuoco della poesia, a qualcosa che vuole affermare ma anche distruggere il controllo. L’ultima parte, intitolata dopo, riguarda un momento successivo, in cui avviene una sorta di ricostruzione di un’armonia perduta, che è comunque momentanea e precaria, perché il precipizio è sempre vicino.

Sei entrata molto profondamente nei tre momenti. Vorrei farti un’altra domanda sulle tematiche. Dal mio punto di vista c’è in assoluto – ma in termini non esclusivi – il corpo, ma anche la parola che è corpo, già propria del tuo stile. E con il corpo c’è il sesso o meglio la sessualità e un attraversamento di una certa “violenza” che raccoglie, nell’etimologia, la VIS latina, traducibile come “forza, energia, vigore, potenza” e che “fa corpo” nella parola poetica. Come si declina, nel tuo poetare secondo te, questa VIS?

Sicuramente il corpo è stato centrale nella mia scrittura, anche perché si fa esperienza attraverso il corpo, il corpo è, infatti, memoria dell’esperienza: essa lo attraversa. Poi c’è da dire che il mio corpo ha subito un trauma, quello della sordità, del non sentire. Questa condizione di silenzio può essere negativa e positiva, e quando è negativa, nel profondo, agiscono alcune dinamiche: tra queste c’è un forte desiderio di comunicare; quando non si riesce, diventa difficile gettare i ponti con il mondo esterno. Invece l’aspetto positivo è che si conoscono altri livelli di realtà: delle realtà silenziose, profonde, segrete. Il trauma del corpo si riversa sulla scrittura, e diventa molto fisico; da esso scaturisce una violenza verbale, fisica, e una parola-carne, una parola molto corporea. E quindi poi si arriva alla sessualità, che è anche un modo di comunicare con gli altri attraverso il corpo.

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Electro Camp V: arti performative a Forte Marghera, dal 7 al 10 settembre

ELECTRO CAMP 5
a cura dell’associazione culturale Live Arts Cultures
e della netlabel electronicgirls
 
Quando:
Dal 7 al 10 settembre 2017
Attività diurne di formazione e dialoghi
Percorsi installativi e speciali, festival di video-danza
Spettacoli: dalle 20.30 alla mezzanotte e notturni
 
Dove:
C32 performing art work space
Forte Marghera, via Forte Marghera, Mestre (VE)
 
 
Electro Camp è una piattaforma aperta a nuove produzioni – anche in veste di lavori in fieri – dedicate alla ricerca delle relazioni tra suono e movimento, danza, musica e spazio scenico. 
Curato dall’associazione culturale Live Arts Cultures e dalla netlabel electronicgirls, il progetto giunge quest’anno alla sua quinta edizione e si terrà da giovedì 7 a domenica 10 settembre 2017 presso C32 performing art work space, all’interno di Forte Marghera, Venezia-Mestre. 
Electro Camp si propone come momento di riflessione, diffusione, pratica e studio di alcune arti performative e include, nella sua quinta edizione, innovazioni nella programmazione tese a favorire l’avvicinamento della comunità del territorio ai linguaggi delle arti performative dal vivo. Il “format” Electro Camp si trasforma così in un appuntamento sia dedicato ad artisti che intendano approfondire la loro pratica sia accogliente verso la pubblica partecipazione alla scoperta del contemporaneo.
 
Il programma per questa quinta edizione prevede attività diurne e – vera novità – speciali e notturne, che avvicineranno il pubblico ancora di più a musica e danza, linguaggi universali attraversabili da chiunque. Il festival ospiterà, come sempre, giornate di formazione pensate anche per il mondo dell’infanzia, dell’adolescenza e degli adulti; inoltre ospiterà percorsi installativi ed eventi serali. 
 
Electro Camp V è un invito a rendere tutti partecipi delle pratiche dell’artista performativo per cancellare le apparenti distanze, proponendo attività che stimolino la consapevolezza del corpo e dello spazio, l’ascolto, la generazione di azioni performative. Le esperienze proposte desiderano nutrire il potenziale espressivo di ciascuno e condividere strumenti critici per l’osservazione delle opere contemporanee.
 
 
LABORATORI E ATTIVITÀ DIURNE SPECIALI
 
Venerdì 8 e sabato 9 (15.30-17.30) un laboratorio di fiabe sonore elettroniche per bambini condotto dalla musicista Patrizia Mattioli e Ilaria Pasqualetto – educatrice e attrice –, per il progetto Concerto per alberi dall’omonimo libro di Laëtitia Devernay. Un modo diverso di leggere le fiabe per avvicinare i più piccoli (dai 5 ai 10 anni) al mondo della musica elettronica attraverso ambientazioni fantastiche; la musica viene rappresentata grazie a un volume illustrato, dove uccelli, alberi e piume si fanno elementi musicali. 
 
Ancora venerdì 8 e sabato 9 “Teenleader”, danza per giovanissimi condotta da due giovani danzatrici: Tania Lo Duca e Federica Marcoleoni.
Lo studio del movimento come mezzo espressivo, vissuto nella relazione con gli altri include la dimensione del ‘gioco’ come strategia compositiva. A condurre questa proposta saranno due giovanissime danzatrici, abituate da anni allo studio del movimento: il parlare tra coetanei auspica un maggior coinvolgimento di teenagers che non dovranno avere esperienze pregresse per poter seguire gli incontri proposti.
 
Sabato 9 e domenica 10 (11.00-17.00 con pausa pranzo) un laboratorio per performer, “La natura dell’atto”, condotto da Silvia Rampelli – Habillé d’eau.
Il laboratorio indaga appunto “la natura dell’atto”. Ne pratica i fondamenti: materia, tempo. Focalizza l’emergere dell’esperienza del corpo, approfondisce in modo specifico il transito alla cognizione. È il luogo della consegna al qui e ora dell’accadere, dell’ampliamento percettivo dell’attitudine critico-conoscitiva. 
 
Durante le stesse giornate (ore 17.30-20.30) la “Crowdance” condotta dalla coreografa Laura Moro, appuntamento di “danza per tutti” che vuole offrire a tutti, senza nessuna esclusione di età, abilità, conoscenze, la possibilità di soffermarsi sul potenziale espressivo del corpo attraversando suggerimenti accessibili e immediati.  
 
Un incontro aperto a tutti su pietre sonore, sculture e litofoni con Giulio Escalona domenica 10 (ore 14.00-16.00). Giulio Escalona è psicologo e artigiano di suoni non convenzionali. Da anni impegnato nei campi di musica ed ecologia, la sua attenzione si concentra sui suoni ambientali e sugli strumenti realizzati con elementi naturali: foglie, piante e pietre. Durante l’incontro si conosceranno e praticheranno i suoni e gli strumenti utilizzati dall’artista.
 
 
INSTALLAZIONI, PERCORSI E SPETTACOLI
 
L’identità di “Electro Camp” è quella che conferma il dare spazio alla sperimentazione, favorire nuove collaborazioni tra gli artisti, invitare il pubblico ad assistere a composizioni in tempo reale, a lavori freschi e leggeri che aprano a personali interpretazioni valorizzando il potere evocativo dell’opera dal vivo.
 
Ogni giorno tre percorsi di ascolti nella natura di Forte Marghera, costeggiando i canali d’acqua, permetteranno al visitatore di conoscere contributi poetici, musicali e teorici. La passeggiata fonde paesaggio, ascolto e informazione in un unico stimolo percettivo; i brani saranno ascoltabili attraverso auricolari grazie a dispositivi forniti appositamente.
Saranno presenti la voce e le poesie di Mariangela Gualtieri da lei stessa interpretate, apporti e citazioni di Valentina Valentini, docente dell’Università La Sapienza, a proposito del mondo della performance e di opere installative della contemporaneità, e ascolti di brani selezionati dalla storia della musica elettroacustica ed elettronica.
Lungo il tragitto del percorso la performer londinese Ashley-Louise McNaughton abiterà un luogo portando alla nostra fantasia nuove visioni e percezioni, con una performance permanente.
 
Per il secondo anno consecutivo, Electro Camp ospita “Espressioni – Rassegna itinerante di video-danza” ideata da Perypezye Urbane. “Lo Spaesamento e le forme di re-azione” è il tema dell’edizione 2017.
 
***
 
Saranno due o tre performance a sera a comporre il programma del festival. I lavori presentati si distingueranno in creazioni che indagano la relazione suono-movimento coinvolgendo danzatori e musicisti, e creazioni di musica in live che incontrano le nuove tecnologie, l’azione performativa e l’installazione sonora. 

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‘Rosso, poesie d’amore e di rivolta’ di Beppe Costa

Beppe Costa, Rosso, poesie d’amore e di rivolta, Roma, Associazione Culturale Pellicano, 2016, pp. 118, euro 10,00 

Nuova edizione di un volume uscito nel 2012 per VoloPress − ora nella collana Poetry By The Planet diretta da Antonino Caponetto per l’Associazione Pellicano − questa raccolta di Beppe Costa si riaggancia, per affinità tematica, ai suoi precedenti lavori ritessendo una trama ampia. Rientriamo così nella poetica autoriale come già con, ad esempio, L’ultima nuvola (di cui si parla qui), raccolta che viene in tempi più recenti.
C’è almeno un testo, in particolare fra i primi di questo libro, che inquadra l’io lirico-poetico e tutto il suo dire (p. 19):

Ultime

Ho creduto di fare
qualche volta di dare
sognato viaggi
cambiare qualcosa
almeno dentro di me

Ho creduto d’amare
qualche volta di vivere
vedo sempre partire
tanti pezzi di cuore
che vanno dentro e fuori
umanità folle o corrotta
forse solo impazzita

Il rifugio nei libri
che sembrano sparire
la poesia che muore
come muore il paesaggio
anche dentro di me

L’estate porta con sé
ancora una volta
gli ultimi beni rimasti
gli ultimi che hanno tentato
d’insegnarmi a vivere

In questo testo sono infatti presenti (se non esplicitamente anche in filigrana) “amore e rivolta”, gli stessi del titolo: due sostantivi che hanno a che fare più con la voce del poeta o meglio con il suo punto di vista, che dice liricamente l’amore – lo afferma, lo sostiene nella sostanza – mentre tende lo sguardo verso il fuori, lo rovescia: radicalizzando il senso del tempo, l’io immagina dove l’osservazione della vita muti, ossia ‘dal di dentro’.
Uno dei tratti più importanti della poesia di Beppe Costa è proprio la capacità di penetrare il quotidiano con una comprensibilità ‘estrema’ del verso, stando appunto sulla soglia: il campo semantico del testo citato lo ribadisce, acuendo un finale che focalizza − come in tutti i testi del poeta − la materia sull’esperienza.  (altro…)

Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa

Tanti ricorderanno nei prossimi giorni e in modi diversi Goliarda Sapienza, che veniva a mancare il 30 agosto del 1996. Come già in altre occasioni, sul nostro blog le dedichiamo un focus giornaliero per leggere, da altre prospettive, la sua opera.

immagine tratta da «Paese sera», 18.02.83

Trascendere il «sogno del carcere» nella vita e nella scrittura:
Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa
di © Alessandra Trevisan

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Rubò alla sua migliore amica forse per realizzare un sogno
di Dario Bellezza

FORSE la galera è il sogno (borghese) degli scrittori (borghesi) che vanno in cerca di forti emozioni; un’avventura da pagarsi sulla propria pelle per poi raccontarla: prima scrittori insomma e poi galeotti: prima scrittori e poi ogni illecito è lecito: basta raccontarlo. Ora la letteratura vanta anche scrittori che si sono fatte [sic.] le ossa in galera, nelle carceri più disumane e poi, una volta usciti, hanno raccontato quel mondo carcerario, e dunque sono in genere autodidatti che per meriti letterari acquisiti sono stati fatti uscire dal Potere, sono stati perdonati; e magari appena fuori hanno ricominciato a delinquere: il caso ultimo di Albot scoperto da Norman Mailer è esemplare. Tirato fuori dalle carceri americane da Mailer è ritornato ad ammazzare, e dunque niente redenzione.
……………Poi c’è stato il caso (supremo) di Jean Genet: scrittore troppo osannato forse, scoperto da Sartre che lo usò per suoi scopi teorici e filosofici in «Saint Genet, commediante e martire»: fortuna che capita a pochi scrittori di sentirsi museificati in vita da un grande come Sartre.
……………Ma Genet sublima e corrode l’idea di delinquere, lo eccita, e lo trasforma in grande madre maledetta. Ora, tralasciando altri esempi anche più scontati e commerciali (Papillon, etc…) arriva, essendo già scrittrice, la nostra Goliarda Sapienza a raccontarci le sue vicissitudini nelle carceri romane di Rebibbia.
……………Io conosco Goliarda Sapienza. Da ragazzo lessi i suoi libri pubblicati da Garzanti e «Il filo di mezzogiorno» mi entusiasmò; così volli conoscerla. E dato che avevamo amici in comune fu facilissimo. Ricordo una casa ai Parioli: la Sapienza era stata attrice con Visconti e frequentava molte persone mondane e snob; viveva da ricca ma ci tenne a dire che era povera, non aveva più una lira: aveva sposato Citto Maselli ma se ne era separata non so da quando. Mi rimase simpatica; faceva un po’ Tennessee Williams, signora Stone sul viale del Tramonto, ma erano affari suoi. D’altronde, prima o poi, ineluttabilmente tutti si invecchia.
……………Ricordo poi un altro incontro: io ero con Sandro Penna, nei primi anni settanta, eravamo stati a qualche presentazione e ritornando verso casa ci accompagnò la Sapienza. Ci fermammo in un ristorante di Piazza Navona; non ricordo niente di quella serata: solo una frase della Sapienza detta quasi con invidia e diretta a Penna che aveva spettegolato su mezzo mondo letterario di allora, e soprattutto della sua più cara amica-nemica, la Morante: «Siete viziati». Io le chiesi che intendesse dire con la parola «viziati» e la Sapienza ci tenne a ribadire che eravamo viziati perché ci comportavamo come se fossimo depositari dei segreti della letteratura, sacerdoti della letteratura, mentre lei si sentiva irreparabilmente esclusa. Raccontò un episodio occorsole con la Morante, altra «viziata»: la Morante la pregò di suicidarsi se voleva, era la cosa migliore che potesse fare invece che scrivere. Come poteva, la Morante, disse, arrogarsi questo diritto di stabilire chi doveva scrivere e chi no? (altro…)

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco, Osimo, Arcipelago itaca, 2017, pp. 61, € 11,50

Scrivevo, nel 2016, che «Per leggere i testi [allora] inediti di Davide Valecchi, proposti qui, si può osare coraggiosamente citando, all’inizio del breve commento, il nome di un gruppo industrial e noise molto famoso: gli Einstürzende Neubauten. Perché farlo? Non esiste un equivalente italiano in due termini per definire “nuovi edifici che crollano”, dove la parola “edificio” − che nei versi pure compare − è anche iperonimo che accompagna la lettura e la comprensibilità degli stessi. Proviamo a isolare il significato di quel nome proprio e ad applicarlo a questi testi, legati fra loro sin dall’inizio: essi ci portano all’interno di un percorso in cui incontrare “casa”, “spazio”, “soffitto” ma anche “cemento”, “ferro”, “fuoco”, elementi industriali contemporanei e atavici insieme; pare − anzi − che ciascun sostantivo in grado di rimandare a ‘una presenza’ visiva, spaziale e ‘di masse’ (possono essere anche gli stessi corpi dei soggetti che vedono, vivono e guardano) si presenti nei versi per marcare (forse dimostrare) una ‘mancanza-pregnanza’, che trova nel verbo “crollare” un senso. Se la “casa” è già − ad esempio − al centro della poesia di Simone Di Biasio e lo “spazio” in quello di un’altra voce, quella di Carmen Gallo, è forse il “crollo” il fulcro di queste poesie di Valecchi o, per meglio dire, sono i crolli, mutuando il titolo da un saggio di Marco Belpoliti del 2005 edito da Einaudi. Belpoliti conosce approfonditamente i termini entro cui muoversi analogicamente, con la «brevità e la necessaria icasticità di un punto di vista che muta, di giorno in giorno, per adattarsi alla lettura e all’interpretazione del mondo contemporaneo.» Belpoliti sceglie di non attraversare, di non affrontare, tuttavia, la poesia. C’è un po’ del suo saggio nei versi che proponiamo; c’è quella direzione e quello sguardo, così come ci sono sia il limite del “muro” (di Berlino, storicamente, nel saggio einaudiano e simbolico qui di un confine più quotidiano, che rivela un portato più ampio), sia il confine della “banalità” della nostra epoca, cui questi testi resistono grazie alla parola, “anima” della poesia.»

Ho scelto di ricalcare per intero il commento critico del 2016, perché aderisce alla forma e alla sostanza della poesia di Davide Valecchi per come poi si è sviluppata nella raccolta Nei resti del fuoco, edita nel 2017 da Arcipelago itaca, raccolta altresì vincitrice della 2a edizione Premio “Arcipelago itaca” per una raccolta inedita di versi. Ritengo i riferimenti intertestuali citati possano ritenersi gli stessi, amplificati dall’esperienza di Carmen Gallo che prosegue in Appartamenti o stanze (ne abbiamo parlato qui e qui) e anche da certi echi tematici di Tommaso Di Dio (qui); la sua Fine delle favole condivide una forza dei «resti» che ben accorda la contemporaneità alla quotidianità. Forse, andando ancora più indietro, riconosciamo anche la poesia di Marco Scarpa (qui). (altro…)

L’ultima nuvola di Beppe Costa. Una proposta di lettura

Beppe Costa, L’ultima nuvola. Poesie d’amore, Roma, Associazione Culturale Pellicano, 2015, pp. 102, euro 10,00

al dolore concedete metà del tempo
ma l’altra metà, vi prego,
consegnatela all’amore

Nel 2015, Beppe Costa ha pubblicato per l’Associazione Culturale Pellicano da lui stesso fondata, L’ultima nuvola. Poesie d’amore, una raccolta che attraversa letteralmente la vita e le sue contraddizioni con grande ‘costanza’, anche secondo quello che è il racconto del poeta stesso nella sua quotidianità. Non sarà scontato ricordare per un momento che il titolo pare strizzare l’occhio al tema portante di un famoso brano di De Andrè del 1990, Le nuvole (anche titolo di un suo celebre album). Noi ricordiamo con necessità, prima di immergerci nei versi di Costa, che il testo recita così: «Vengono vanno ritornano/ e magari si fermano tanti giorni/ che non vedi più il sole e le stelle/ e ti sembra di non conoscere più/ il posto dove stai// Vanno vengono/ per una vera mille sono finte/ e si mettono lì tra noi e il cielo/ per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.//»
Possiamo prestare attenzione alla metafora che il cantautore genovese e il poeta catanese condividono (entrambi nati in una città di mare con non poche affinità): pare proprio trattarsi dell’abbaglio, della finzione, dell’andirivieni, che le nuvole portano con sé. Ma L’ultima nuvola apre anche a un ‘amore’ lirico − sempre questo lo stile del nostro autore − che rappresenta due poli dell’essere, non in contrapposizione ma in compresenza: l’essere ultimi e ‘outsider’, e il conoscere la rarefazione vitale di cui la nuvola si fa portatrice.

Si può affermare che la ‘resistenza’ e la ‘delicatezza’ attraversino interamente i versi, così come avviene anche nella raccolta del 1986 Canto d’amore, da cui traggo questi versi: «Avrei voglia di sentirlo battere il cuore/ amplificarsi fino a scoppiare/ Avrei voglia di pensare ai miei anni tutt’insieme/ esser sconfitto e riprender daccapo/ Avrei voglia di bere tanto vino/ impazzire ubriaco senza più occhi per raccontare// Avrei voglia di correre all’infinito/ e vedermi arrivare sempre prima di me».
Lo sguardo del poeta non è edulcorato, tuttavia, nella raccolta del 2015, e non si abbandona a facili rifrazioni dell’io; fa i conti, invece, con un sentire fragile, abbracciando la vita anche alle estremità:

mi fermo a pensare
questa via sconosciuta
piena di metallo e sacchi vuoti
dove anch’io ho fatto la mia parte

una vita di resti dove non c’è
neanche l’ascensore per salire
anche poco e ritrovare
il perduto tempo delle cose

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Videointervista a Roberta Sireno

Roberta Sireno ha risposto a quest’intervista sul suo lavoro poetico degli ultimi anni, che converge nell’opera senza governo (Raffaelli 2016). La cornice è quella di Forte Marghera, Mestre (VE), dove dal 12 al 16 luglio si sono svolti i seminari selettivi del Teatro Valdoca cui anche la poeta ha partecipato a c32 performing art work space.