Autore: alessandratrevisan87

proSabato: Pier Paolo Pasolini, Cos’è questo Golpe? Io so

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. (altro…)

Intervista ai VIDEO DIVA

Il vostro progetto, tra post-punk, gothic rock, new wave ed elettronica, è iniziato nel 1999 ed è giunto, nel 2017, alla pubblicazione di un nuovo disco (s)àcrata (Swiss Dark Nights): nove brani, compatti ed efficaci. Volete raccontarci com’è nato quest’ultimo album, quando avete scritto i primi pezzi e cosa rappresenti il titolo.

VIDEO DIVA L’album ha una lunga storia. Trattandosi del primo disco uscito per una casa discografica, volevamo far in modo che fosse un “sunto” dei Video Diva. Quindi, accanto ai brani nuovi abbiamo inserito alcuni brani storici arrangiati ex-novo e attualizzati. Per fare questo ci abbiamo messo circa un anno, ma in realtà il processo è iniziato molto prima, perché canzoni come Inconsciamente Vago e Non per orgoglio nascono circa 15 anni fa. Per quanto riguarda il titolo è un vero e proprio film che ci siamo fatti. Solitamente per le nostre uscite utilizziamo sempre una singola parola, un neologismo che racchiuda in poche lettere il senso del disco, quasi come un simbolo o un sigillo. (I nostri due precedenti EP infatti si intitolavano Inetticho e Nuvistasi, parole composte che erano anche titoli di due dipinti dell’ex chitarrista Fabio “Gabo” Menetti). Questo per rendere chiaro fin da subito che si sta maneggiando un disco da scoprire, da capire. Abbiamo una certa predilezione per l’ermetismo, scelta che risulta subito evidente anche nei testi. In questo caso (s)àcrata significa Sacra Acrata o Santa Anarchia. L’acrata è un peperoncino di colore rosso/nero chiamato anche “peperoncino anarchico” in alcuni paesi latinoamericani: un riferimento utile a sottolineare la nostra intenzione di voler essere urticanti, perfino fastidiosi. Ma, parlando di peperoncino, viene naturale pensare a una dicotomia odio/amore: per cui il peperoncino diventa simbolo di un anticonformismo riflessivo che, per chi lo guarda dalla parte giusta, può anche essere sacro. La (S) infatti vale come la classica abbreviazione per Santo o Sacro. Trasformare àcrata in sàcrata è un processo di sovvertimento: per noi il sacro non è quello istituzionale, ma può trovarsi nell’integrità di una visione o di un’idea lontane da quanto decretato da leggi e religioni. La componente critica verso le religioni è infatti molto presente in tutto il disco, non tanto come critica alle fedi storiche, ma verso le persone che le professano soltanto per comodo e interesse personale. Dunque (s)àcrata rappresenta un’idea libertaria, blasfema, anticonformista e necessariamente di parte.

Inequivocabili i riferimenti musicali che si ascoltano nei brani e che già molta stampa ha nominato: CCCP e Lindo Ferretti, CSI e Teatro degli Orrori. Sono incuriosita dalla scrittura dei testi: cosa c’è dietro? Come nascono ‘praticamente’?

LORENZO Nei testi si possono trovare temi sociali o storie personali, anche strettamente intime. I testi danno voce alle mie idee e non conosco altro modo per poterle esternare. La mia riservatezza mi porta spesso a renderli ermetici, quasi incomprensibili. Il processo di scrittura si divide sempre in tre fasi principali: una prima stesura degli argomenti di cui voglio parlare, la trasformazione del tutto in un linguaggio ermetico e infine il lavoro di cesello ritmico/fonico per amalgamare le parole con la musica, che può essere preesistente o ispirata da una metrica già facente parte del testo. L’intento è far trasparire i sentimenti e lo stato emotivo con cui tratto gli argomenti. Non mi importa che venga capito il testo nei minimi dettagli, a me basta riuscire a trasmettere la parte emozionale. Se passa questo non importa neanche dare troppe spiegazioni sulle parole e sui temi usati (anche perché non è mia intenzione farlo). Se musica e testo trasmettono una certa emozione, se è possibile anche solo parzialmente ritrovarsi nei testi, immedesimarsi, allora l’ascoltatore per me è già andato oltre alle semplici parole.

VIDEO DIVA Alcune recensioni dei nostri lavori tendono a sottolineare la valida sinergia tra testo e musica, che è poi proprio il nostro primo obiettivo. Testi e musica sono un tutt’uno, non riusciamo a vedere questi due aspetti separati o incastrati forzatamente. Testi e musiche devono combaciare, abbracciarsi. Un nostro caro amico musicista (Iacopo “Iuzzo” Landi dei Medjugori, altra band delle nostre parti) al primo ascolto di (s)àcrata ha definito il disco come “La Buona Novella dei Video Diva”, parole di cui siamo orgogliosi soprattutto per il riferimento per nulla casuale a Fabrizio De André e per l’allusione a una sottile blasfemia, a una denuncia, a una visione più giusta – per noi – oltre a una diversa consapevolezza del reale. Se questo è il messaggio che riusciamo a far passare, allora non importa spiegare altro nello specifico. (altro…)

Goliarda Sapienza, tra Sicilia e continente

Questo testo di Alessandra Trevisan è frutto dell’elaborazione di quanto espresso durante la conferenza omonima all’interno della rassegna © «Ottobre poetico 2017» curata da Fabio Michieli per il Comune di Cavallino-Treporti (VE).

L’aver intrapreso lo studio dei testi di Goliarda Sapienza, che prosegue da oltre sei anni, ha molto mutato il mio approccio critico antecedente. Va da sé che tutto il lavoro svolto sinora proprio su «Poetarum Silva», insieme a Fabio Michieli (che qui si è occupato dell’autrice) e a tutta la redazione, ha modificato, nel tempo, il mio modo di scrivere. La ragione per la quale ho scelto quest’autrice molto diversa da me è triplice; Goliarda Sapienza mi ha messa ‘in crisi’ sin dalla prima lettura de L’arte della gioia, e posso dir d’aver iniziato da subito insieme a Fabio a leggere i suoi libri e la critica prodotta su di lei. Era il 2010. In quel momento c’era una grande attenzione da parte del pubblico ma anche da parte dell’accademia nei confronti delle sue opere; si stavano iniziando a pubblicare i volumi postumi di cui dopo parlerò. Quando parlo di “crisi” intendo che non ho trovato, da subito in Sapienza, un’appartenenza; c’è voluto del tempo per individuare quegli elementi critici che mi spingevano verso di lei con passione. Spesso nel mondo della critica la sovrapposizione tra biografia e letteratura ha portato a un’identificazione critico-autore che io invece non sentivo. L’attrazione nei suoi confronti non mi era del tutto comprensibile rispetto a quella che avrei potuto nutrire per altre scrittrici. Poi ho capito che il suo coraggio intellettuale è stato un grande motore per me: il coraggio di essere schietta, di dire ciò che ha detto senza badare alle conseguenze. Ciò mi è servito in Una voce intertestuale: riuscire ad evidenziare punti d’interesse trascurati, nodi di cui non si era occupato nessuno, fornendo anche nuove interpretazioni dei testi. Ma il suo coraggio è stato soprattutto “vitale”, come lo è quello da lei trasmesso nell’arte attoriale. La sua fu un’esposizione artistica dal vivo, cosa che riguarda anche la mia vita come cantante e sperimentatrice vocale.

Un terzo aspetto che si è rivelato sin da subito nella sua opera è quello della ‘realtà’; mi è sempre sembrata un’autrice lontana dall’immaginazione. Tutto ciò che ha scritto è fortemente autobiografico ed è vero; c’è poca mediazione tra il vissuto e il narrato. Poi, negli anni, credo d’aver assunto una posizione ambivalente rispetto a questo nodo – una parte della critica odierna tenta una continua attinenza tra biografia e critica, non sempre appropriata secondo me. Eppure, questo continuo sguardo sulla realtà ha trovato significato anche nel mio fare artistico personale, nel mio modo di scrivere e fare musica, secondo diverse forme. La voce, in effetti, che ho posto la centro come “tema” della monografia per La Vita Felice, non solo mi riguarda ma è un aspetto cruciale per leggere Sapienza.

Nell’affrontare la proposta “tra Sicilia e continente” – rispetto ad altre studiose tengo a precisare che non mi sono mai davvero occupata dei luoghi – si può avere un punto d’inizio complesso, che tocca diversi livelli di difficoltà che tenterò di sviscerare.

Partendo da tre parole chiave tracciamo il percorso nella proposta; esse sono: paesaggio, luogo e spazio. (altro…)

Beppe Costa, ‘Per chi fa turni di notte’. Nota di lettura

Beppe Costa, Per chi fa turni di notte. Poesie 1967-2017, Associazione culturale Pellicano, 2017, pp. 110, € 10,00

Che la poesia civile sia, per Beppe Costa, una missione − colma di laicità − lo si conosce da tempo. Ne è conferma anche l’ultima raccolta, che raccoglie in un’apposita sezione testi editi  e inediti degli ultimi cinquant’anni di scrittura. Un volume dedicato a “chi fa turni di notte”, a chi «conosce la notte e il dolore» ma anche la «solarità e l’amore» che, sempre, nella poesia di Costa, vive. Ripensando al titolo ci si chiede se non sia possibile una eco di Izet Sarajlić − se non per lo stile almeno per l’intenzione che attraversa entrambi i poeti.

La potenza lirica di Beppe Costa contiene in sé la forza irrinunciabile della vita secondo un’etica, lo stimolo alla continua ricerca di un senso, la lotta per una dignità del vivere − che contagia il lettore−, lo slancio alla puntualità dell’esprimere ciò che si è, cosa si fa, dove si sta andando. La cautela (qui) è qualcosa che attraversa tutta la sua poesia − per lo meno quella che ci è dato conoscere grazie alle precedenti raccolte −, così come la sensibilità della sua voce persiste, nella forma di una resistenza decennale, in un presente svuotato di appelli sinceri, sempre più povero di verità che invece, il nostro, coglie e tiene salde nei suoi versi.

© Alessandra Trevisan

*

 

questa non è una poesia d’amore
perché non ha fine né principio
sbanda a ogni curva s’infila
in ogni volto che passa vicino

questa è soltanto una vita inquieta
che non smette di penare e si offre
a ogni passante che afferra come può
sugli occhi nella bocca fra i capelli

la notte resta sveglia in poca luce
s’abbandona a ricordi non completi
finché ogni alba riporta la certezza
di non saper co’è la poesia e l’amore

 

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Luigi Fontanella, ‘Il dio di New York’

Luigi Fontanella, Il dio di New York, Passigli editore, 2017, pp. 276, € 19,00

Scintillano gli occhi del nostro Pascal di fronte allo spettacolo − per lui straordinario e convulso − di macchine taxi autobus e fiumi di gente frettolosa per le strade della Lower Manhattan.
È una tarda mattinata di aprile. I nostri introdacquesi sono ormai nella Grande Mela. I loro occhi vanno soprattutto verso le sopraelevate, sulle quali scorrono senza sosta proprio sopra le loro teste, con enorme fracasso di ferraglie, i vagoni della metropolitana (
New York City Subway).
Si tratta del maggiore sistema di trasporto pubblico esistente al mondo, l cui prime porzioni, nella città di New York e dintorni, cominciarono a funzionare fin dal 1869.
Pascal è soprattutto sbalordito dalla lingua (le lingue) che sente circolare fra la gente, mentre sfrecciano velocemente automobili e vari mezzi di trasporto della City.
Ovviamente a prevalere è l’inglese, una lingua che il giovane ha sentito a Ellis Island dai solerti impiegati della dogana, e che ora si rimescola prodigiosamente con il dialetto abruzzese dei suoi compagni e di Mario Lancia, il compaesano caposquadra che è venuto puntualmente a prelevare il nostro gruppetto al Battery Park.
Ma non c’è molto tempo per assaporare o rendersi pienamente conto di queste ‘meraviglie’. La guida si muove con scatti precisi e a ben districarsi in mezzo al traffico di Manhattan. Controllando nervosamente l’orologio, Lancia scambia sbrigativamente qualche parola con loro, mentre li porta immediatamente alla Penn Station e da lì, in mezzo al marasma generale, subito in treno alla volta di Hillsdale nel New Jersey.
Questa è l’America, la prima America, che si fece incontro a Pascal il 20 aprile del 1910. (p.98)

Mi piace pensare che sempre, dentro ogni voce, riecheggi quella di chi l’ha preceduta, che ogni individuo trovi, nei propri maestri, un faro − e forse, più che una luce soltanto − la continuità del suono e dell’ispirazione. Due aspetti che, insieme, fanno un risultato, danno corpo a un’idea. Appresa la lezione, si procede oltre: si riedifica, dallo ieri al presente. «Impara tutto e poi dimentica tutto» ha detto il sassofonista Charlie Parker e, anche se qui siamo in un terreno letterario − intriso di studi storico-antropologici − ci si chiede se il suo suggerimento non valga anche per Luigi Fontanella. Restiamo negli Stati Uniti, sia con il tema del volume di cui parlerò sia per la professione dell’autore, già docente ordinario nel Dipartimento di Lingue e Letterature Europee alla State University di New York; saggista, poeta [di questo si è occupato il nostro Francesco Filia qui] e narratore, lo scorso anno ha pubblicato per Passigli Il dio di New York, un romanzo che guarda da vicino il tema ampio dell'”emigrazione italiana” negli States, in questo caso a inizio Novecento. Ci sono diverse immagini che scuotono la memoria prima di iniziare la lettura: la prima è quella di un film di una decina di anni fa, Nuovomondo di Emanuele Crialese (2006), che ci riporta ancora nella città in cui si svolge la vicenda; la seconda è una fotografia di Charles Clyde Ebbets del 1932 intitolata Lunchtime atop a skyscraper. Siamo negli anni Trenta, lontani dal racconto di Fontanella ma con un occhio vigile desideroso di guardare la città come quell’operaio della copertina: dall’alto di un grattacielo in costruzione (l’empire State Building); dall’alto di un tutto che è la storia più articolata di tante vite narrate in una sola, quella dell’abruzzese Pascal D’Angelo, il protagonista del romanzo. (altro…)

Angelo Pellegrino, ‘Poema lisergico’ (nota di lettura)

Angelo Pellegrino, Poema lisergico, Milano, La Vita Felice, 2017, pp. 50, € 8,00

Oggi il sasso di fuoco
È tornato ancora. Oggi sento i
Passi lucenti del ragazzo chiamato. E vedo
Il saliscendi ondulato del nostro coro
Integrale. Coscienza malata
Massa immagine paura, coro degradato che
Procede spento sino al mio respiro

Stavamo cercando proprio voi, sorelle che
Sapete tutto. Siamo stanchi di aspettare
Voi conoscete il cuore del ragazzo. Solo
A voi parlò per ultimo. Com’egli ci disse
Eccoci tutti di fronte alla linea
Dell’acqua. Siamo venuti a ringraziare la
Coppa d’oro che il terzo giorno ci ha portato
Nostro figlio, dolce portatore di significati
Ci ha promesso il suo ritorno oggi

Da una delle alette del libro leggiamo: «Viviamo in un’età di distopie che s’annunciano terrificanti. Ecco allora il nuovo bisogno di  far conoscere una vecchia utopia degli anni Settanta del secolo passato. Chissà se ancora può dire qualcosa ai giovani d’oggi, che soltanto per una colpevole distorsione intellettuale possono dirsi diversi. Io li sento simili, soltanto più minacciati. Proprio per questo ancora più bisognosi di utopia di quanto lo eravamo noi che forse grazie all’utopia siamo riusciti ad arrivare sino a oggi». È lo stesso autore, Angelo Pellegrino, ad introdurre il suo Poema lisergico, a collocarne la scrittura in un tempo passato che continua a ‘provocare’ la storia odierna: gli anni del post-Sessantotto e dei Movimenti in cui non tutti si riconobbero, come accade per chi ha scelto di restare ai margini e, da lì, osservare e ‘fare’ anche altro. È il caso di Goliarda Sapienza − defilata negli anni degli -ismi −, la quale − ricorda Pellegrino privatamente − amava questo poema; un testo che si potrebbe definire visionario e ‘fantasmatico’, intriso di mito − come la terra siciliana da cui entrambi provenivano − e di un gusto che richiama il teatro antico. Sapienza e Pellegrino lo conoscevano, il teatro, non soltanto per provenienza geografica, ma perché è anche il “luogo che non esiste” (ū ‘non’ e tópos ‘luogo’) in cui rifugiarsi per sottrarsi al contemporaneo: gli Anni di Piombo. La poesia avrà la stessa funzione per Sapienza, in tutti gli anni in cui la sua prosa lirica resterà a sostegno di un vivere precario.

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Alessandra Trevisan: tre inediti

courtesy: Annie Spratt

C’è un coraggio solare
un coraggio inerpicato
al battito del cuore, al risveglio
del significato.
Ho prodotto un desiderio
che conosce il centro.
Lo so dire.
Nella più vera coesione
nella magnifica estensione
avevamo tutti bisogno del prima
del non riconoscimento
di una vibrazione/ dentro.

 

*
Abbiamo tutti un intercorso
percorso, un quasi crogiuolo di possibilità
una deriva, un sentire terso.
C’è compulsione roteante.
C’è forse qualcosa che non quadra
dove/ d’istante squadra.

 

*
Guadagno il trovare
nella puntualità/ la ricerca migliore.
Quello che si dice
a discapito di ogni egocentrismo
il saper restare
nello spazio di un’idea
nell’accoglimento del fallimento
nelle vertigini non sopite
nella scure dell’ascolto
in un qualunque pezzo di terra
riconciliata all’origine.

.

© Alessandra Trevisan

N.d.A. Queste poesie nascono in forma orale dettate al registratore, poi trascritte su carta, a gennaio 2018.

Tomaso Pieragnolo: poesie da ‘Viaggio incolume’

Tomaso Pieragnolo, Viaggio incolume, Passigli, 2017, pp. 72, € 11,00

Può il viaggio della vita essere incolume? Nel suo libro forse più intimo, suggerendo questa continua domanda nel fraseggio denso e incalzante caratteristico del suo stile, Tomaso Pieragnolo ci conduce attraverso una fitta trama di cammini, di esperienze e di ricordi, in un dialogo materico e al contempo immaginifico con la compagna di tutta la sua vita. Una conversazione ininterrotta, che raccoglie quotidianità e universalità con leggerezza fuorviante; intuizioni, attese, disinganni e ripartenze, maturati nella pluralità di esperienze tra popoli e paesi che l’autore ha incontrato e conosciuto a fondo. Leggendo questo poema ci si trova coinvolti nelle tematiche presenti fin dai suoi primi libri (l’amore come forza rigenerante, la figura femminile madre universale e custode della natura, l’incoscienza di una società indifferente e individualista) in un ipnotico e vitale susseguirsi di riflessioni e incantamenti che invitano alla visione e alla lungimiranza, all’auspicabile fioritura dell’essere umano e di un riconciliato divenire, nell’alternanza di caducità e fecondità che accompagna la nostra condizione transitoria, alimentando una fertile incertezza: «nulla/ e mai nessuno veramente ha mai/ vissuto la sua vita sulla terra.»

 

Ma voglio vivere finché non muoio – auspica lui
dal futuro approssimato – finché esisto
con qualcosa d’infinito che attende gli uomini
ogni volta che ricordano, ricordano
una volta e senza fine che furono amati
dal tramonto a un altro mondo, sconfitti
dal lucore senza dolo di tante stagioni
che le api inventarono, per renderci
sapevoli al miraggio di eteree fortezze
che domani svampiranno; perché
per ogni bacio c’è una lampada che accendono
labbra desolate che si amarono, cadendo
nello iato di ogni guerra che agli esseri tocca
di comprendere e lenire, oltre gli asti
che i corpi diteggiano
quando perdono il vero.

 

*
Lei si mette il suo vestito di ragazza e dice
– foglie, sogni, senilità dei regni – fino allora
cosa è stata la sua vita scordandosi rapida
le secche di settembre, dimentica
su spiagge lanceolate da venti africani
e da rugosi veterani, da pini
resinosi che osservarono salsedini ombrose
per i giorni del suo lutto. Lei ricorda
tutto questo e sempre tace la fuga o fallace
nostalgia della memoria, l’abbondante
privazione religiosa che porta un retaggio
di vagoni immacolati, di rotaie
che rimbalzano sul mare e in apice un sole
che schernisce nel ritorno; lei
si guarda nel mattino più contrito e dice
«andiamo, amore, a maritarci nuovamente,
sarò madre, sarò vela, sarò estrema
miniatura,
così stretta
alle tue braccia diverrò la donna
consueta alla partenza e ad ogni svio..

© Tomaso Pieragnolo

Tomaso Pieragnolo è nato a Padova nel 1965 e da molti anni vive tra Italia e Costa Rica. Con la casa editrice Passigli ha pubblicato nuovomondo (2010), che ha ottenuto riconoscimenti in diversi premi (Palmi, Metauro, Minturnae e Marazza e il premio Saturo d’Argento – Città di Leporano). Fra le sue precedenti raccolte Lettere lungo la strada (2002, Premio Città di Marineo, finalista Gozzano), L’oceano e altri giorni (2005, premio Minturnae Giovani, finalista Gozzano, Ultima Frontiera, Libero de Libero), Poesía escogida (2009, Editorial de la Universidad de Costa Rica e Fundación Casa de Poesía). Di grande rilievo anche la sua attività di traduttore in riviste e pubblicazioni, in particolare con l’antologia delle poesie di Laureano Albán, Poesie imperdonabili (2011, finalista Camaiore, rosa finale Marazza) e con quella di Eunice Odio, Come le rose disordinando l’aria (2015, in collaborazione con Rosa Gallitelli, finalista Morlupo), uscite entrambe nella collana Passigli poesia. Per l’associazione La Recherche ha curato i due ebooks di poeti ispanoamericani Nell’imminenza del giorno (2013) e Ad ora incerta (2014).

Irruzioni Festival 2018, il 4, 5, 6 e 7 aprile a Padova

 

Torna a Padova il 4, 5 , 6 e 7 aprile 2018 Irruzioni. Festival diffuso di peripezie urbane. Musica, poesia e arti performative invadono la città.
A cura di Associazione Voyager – Evento Facebook

*** Mercoledì 4 Aprile ***
16.00 – 17.30 Inaugurazione mostra itinerante “Opere in vetrina” – Via Belzoni
Mostra artistica diffusa di opere inedite a tecnica mista sul tema della distanza realizzate dagli studenti dell’Istituto Statale d’Arte Pietro Selvatico – Padova. Gli spazi espositivi saranno le vetrine, i muri, le colonne, i portici di via Belzoni. Partendo dal Liceo Selvatico, l’inaugurazione itinerante sarà una passeggiata esplorativa delle opere in mostra, alternata da letture multilingue a cura del collettivo Paris Lit Up.
Evento realizzato in collaborazione con Associazione Progetto Portello e Liceo Artistico Pietro Selvatico.

18.00 – 19.30 Incontro: La distanza immaginata – Centro Universitario di via Zabarella
Un primo momento di riflessione sulla distanza (fil rouge di #Irruzioni18) con i professori dell’Università di Padova Adone Brandalise e Luca Illetterati. A partire dalla definizione di “altro” e dalle separazioni e distanze che determina, si affronterà la necessità dialettica e creativa del vicino e del lontano, andando poi a confrontarsi sulla sovrapposizione di prossimità e distanza che colonizza la vita quotidiana delle società complesse, sulla stessa possibilità di un’immaginazione che trascenda le distanze fisiche, simboliche e culturali fra l’umano e gli umani.
Modera: Vincenzo Romania.

19.00 – 20.00 Limoni – Mostra di tavole originali e presentazione – Al Buscaglione
Il fumetto “Limoni- cronache di quotidiane resistenze sentimentali” di Emanuele Rosso (Coconino Press) dialoga con Alice Oceanicmood Neglia di Cipria. Racconta l’amore dei trentenni ai tempi di Tinder, quello di una generazione disorientata, tecnologizzata e precaria, in preda ai dubbi esistenziali tipici dell’età ma in un contesto attuale dove tutto è mutato. Passando in maniera acrobatica dallo smart phone a David Foster Wallace, Emanuele Rosso traccia con grande ironia il ritratto, divertito e amaro, delle dinamiche amorose dei ragazzi di oggi.
Al Buscaglione ospiterà la mostre di alcune tavole originali che verranno inaugurate con l’autore.
A seguire DJ set by Midori. Evento realizzato in collaborazione con Treviso Comic Book Festival e Clab Casale Lab

20.00 – 21.00 Spettacolo “Di lontano si confondono” – Auditorium Centro Culturale Altinate San Gaetano
Performance di musica, poesia e video arte ideata e realizzata dai partecipanti al bando “iniziative culturali e tempo libero proposte dagli studenti dell’Università di Padova”. Sul palco dell’auditorium le giovani voci si esibiranno accompagnate da sonorizzazioni improvvisate e immagini catturate e montate dagli stessi protagonisti.

21.30 – 23.30 Poetry Slam – Semifinale regionale LIPS – Fistomba Social Park
Una manciata di minuti e un microfono per i sei poeti in sfida. Se le daranno forte, a suon di versi, sul palco: Marthia Carrozzo, Nicolas Cunial, Eugenia Galli, Silvia Salvagnini, Luigi Socci, Julian Zhara.
A coordinare il tutto ci sarà un EmCee d’eccezione: Lello Voce.
Il vincitore della sfida di Irruzioni 2018 avrà accesso alle finali venete. (altro…)

Angelo Pellegrino, ‘Piombo felicissimo’ (nota di lettura)

Angelo Pellegrino, Piombo felicissimo, Roma, Stampa Alternativa, 2005, pp. 174, € 10,00

Che la città e il corpo femminile possano sovrapporsi, nelle pagine letterarie da molti secoli dietro di noi fino a oggi, è ‘pre-testo’ noto. E che l’attraversamento cittadino si confonda − etimologicamente “fondersi con” − (con) l’amore, per i luoghi e per una persona, risulta efficace, in una narrazione, per caratterizzare personaggi e spazi, per dare loro un timbro, un fondamento; per fare della realtà ‘letteratura’. È da questa consapevolezza − tradizionale − che si parte a leggere Piombo felicissimo di Angelo Pellegrino: dal «caos, furore, sangue» che invadono le strade di Palermo e dalla storia privata che il protagonista narra in un andirivieni carico di emotività confusa. Un’autofiction che porta al proprio interno la scoperta di nuove consapevolezze, di una vita che può ripristinarsi dopo una fuga dentro di se stessa. Nella vicenda − contemporanea in tutto − resiste, tuttavia, e persiste una certa indagine umana e territoriale insieme: Oliva, la donna di cui lui s’innamora, riporta tutte le qualità della sua terra, tutte insieme, anche nell’accostamento dei contrari, anche nella riappropriazione delle asimmetrie che la Sicilia mostra, «ironica e straziante». Si contrappone così alla città di Roma, quella in cui il protagonista vive da molti anni − soffocante, ombrosa.
Si sbaglierebbe a dire che il titolo è un ossimoro: è, invece, una riuscita analogia, che lega le vite degli attori di questa storia tra loro alla più grande “trama” dell’antica città siciliana e della sua popolazione. Ma nel titolo vive anche il grigio, colore assimilabile a uno stato d’animo fumoso, indecifrabile, complesso, psicologicamente associato alla cenere che viene dal fuoco; secondo Kandinskij rappresentava una “immobilità desolata” come quella che si avverte in queste pagine, alla ricerca di un oltrepassamento, di una condizione di rinascita.

© Alessandra Trevisan

Riprendo dai Quattro Canti, discendo il corso Vittorio Emanuele verso il mare. Attraverso via Roma e dopo un po’ di metri svolto  destra in via Alessandro Paternostro. Al numero 48 è il barocco Palazzo Briuccia, già Cattolica, con bel cortile e portico e loggia su un lato… la Guida non dice altro e altro non aggiungerei se non avessi abitato quel palazzo. Lo conosco dentro. Apparteneva a una mia zia discendente degli Antinori che aveva fatto il ’48, ma che poco parlava di quelle tradizioni risorgimentali per via della solita negazione siciliana del passato. Che assurdi i miei palermitani! La mania della nobiltà ma il rifiuto della Storia, una razza impossibile. Ho sempre pensato che l’estensore della Guida abbia scambiato questo grandioso palazzo da tempo ridotto ad appartamenti borghesi per qualche altro, perché non vi si trova un portico ma due eleganti ponti su doppia fila di belle colonne al centro del cortile, che congiungono i due corpi dell’edificio. Passeggiare su quei ponti ariosi e leggeri  quattordici anni è stata una vera esperienza di vita aristocratica per un ragazzo che si nutriva di solitarie esaltazioni.
Questo stesso cortile, deformato fino ad assumere il fastoso aspetto di un palazzo orientale, si è rifatto vivo in un sogno decisivo. Vagavo per una Palermo dorata nell’aria di tramonto, devastata come è ancora la zona del porto, ma molto più araba nelle piazze desolate, nei palazzi cadenti, dove si fondevano immagini di Mogadiscio e di San’a con quelle di una Palermo più ricca e fascinosa della realtà. Mi ricordo questo sogno unicamente perché precedette di qualche giorno il primo incontro con Oliva a Roma. O meglio me ne ricordai subito dopo, quando ripensavo ai caratteri di quell’incontro. Di solito i miei sogno li risparmio anche a me stesso, non li ricordo. Questo invece mi fece grande impressione, forse perché in quel periodo il desiderio di tornare indietro nell’Isola occupava tutte le mie giornate. Mi prendeva alla gola con violenza mista a una dolcezza che mi scioglieva e che temevo. Il desiderio di ritrovare l’anima trascorsa e dimenticata, che prende tutti prima o poi. Un tentativo per ripartire da una vita bloccata. C’è stata un decisione, un atto forzato, lo riconosco. Oliva l’ho evocata, non è un incidente.

© Angelo Pellegrino

[Rinviato al 22 aprile 2018] ‘Donne e critica letteraria’. Il 3 marzo a Sasso Marconi – Le Voci della Luna

EVENTO RINVIATO A DOMENICA 22 APRILE 2018

Donne e critica letteraria in Italia oggi 
Un punto sulla critica letteraria di poesia prodotta da donne o su opere di donne in Italia oggi.
 
Dialogheranno con noi:
Liana Borghi, Giusi Montali, Renata Morresi, Alessandra Trevisan
 
Letture e riflessioni sulla poesia delle donne, anche a partire dagli interventi del pubblico.
 
L’incontro si svolgerà sabato 3 marzo alle ore 16.00 presso la Sala Giorgi in via del mercato 13 a Sasso Marconi. 
 

Non si dovrebbe ricorrere a questi espedienti, se ci fosse parità e intesa cristallina tra i sessi, se gli esseri umani non vivessero anche di scontri, conflitti e soprusi legati proprio a quella differenza, se il potere non avesse preso e prendesse quasi sempre dimora presso una delle due parti. Ma così è, e allora eccoci a un altro 8 marzo, a un altro numero della nostra rivista dedicato esclusivamente alle donne: quelle che si occupano di poesia, scrivendola; quelle che la studiano dal punto di vista critico; quelle che sperimentano la scrittura a trecentosessanta gradi; quelle che, con uguale passione, fanno arte.


Michela Turra dall’editoriale del numero 70 de “Le Voci della Luna”, numero della rivista che sarà presentato proprio in occasione di quest’evento

Qui l’evento Facebook

The Mengwees: ‘Cronache del disincanto’. Intervista a Luigi Pozza

disegno di Silvia Salvagnini

Il loro ultimo disco, Cronache del disincanto, è disponibile su Spotify: qui

Il vostro nuovo disco si intitola Cronache del disincanto ed è da poco uscito come autoproduzione. Domanda d’obbligo: la sua gestazione consta di quanto tempo? E qual è la formazione che vi ha suonato?

Le prime canzoni che ho scritto per le cronache ovvero Le avvertenze e Quello che sei risalgono ormai a due anni fa… credo… forse anche di più! Poi sono venute tutte le altre fino a Interrail che è stata scritta qualche giorno prima che venisse registrata, ovvero verso la fine del 2017. Quindi per fare tutto – con molta calma – ci abbiamo impiegato più di due anni.
Nel disco ha partecipato la vecchia guardia ovvero io, voce/chitarra, e Francesco Perale che ha suonato tutti gli strumenti a corda e l’armonica. Poi c’è Simone Cimo Nogarin che si è occupato di basso, chitarra e percussioni (oltre che a tutta la fase di registrazione). Al violoncello c’è la giovanissima Federica Ceccato e per ultima − ma non per importanza − c’è Moira Mion al pianoforte e fisarmonica. Nel disco ci sono poi due ospiti, ovvero Anna Tonello alla voce e Andrea Wob Facchin dei Mr. Wob and the Canes che presta la sua voce nella canzone Theriaca.

Mi pare che i pezzi oscillino tra canzoni narrative e canzoni che hanno più un taglio civile, meno legato a un “personaggio”. In particolare penso a Isidora (deandreiana, per come la sento) e Le avvertenze, che invece ha tutt’altra ispirazione e parla alla gente in modo diretto e meno letterario. Come ti muovi tra composizione e composizione, tra tradizione e novità, fermo restando che questa dicotomia potrebbe essere soltanto una mia interpretazione?

Si è corretto. Come autore credo di muovermi su due binari paralleli. Uno più folk, poetico e intimo se vogliamo, dove racconto storie e favole personali. Dove mi sembra di concentrarmi più su singole vicende umane. Ed uno più diretto, più rock, dove tendo a mirare verso temi più universali o sociali. Alcune volte mi trovo a fondere le due strade come nella canzone che dà il titolo al disco.
Le canzoni delle cronache sono nate con l’idea abbastanza precisa di raccontare un percorso di formazione personale. Una vita che lentamente prende coscienza di sé attraverso crolli, riprese, amori, disincanti umani e politici − per l’appunto − e che alla fine chiude un cerchio. Questo mi ha portato ad usare diversi registri nella costruzione dei testi e poi delle musiche − che nel mio caso, sono molto elementari − in modo funzionale a quello che volevo raccontare.
Non so se ci sono riuscito.
Mi chiedi come mi muovo tra “tradizione e novità” ma non saprei risponderti… sono troppo istintivo e ignorante per sapere dove vado davvero. Io − anche se Francesco sostiene il contrario − non mi sento musicista. Mi limito ad esporre un testo e degli accordi e cantarlo meglio che posso. A vestire il tutto ci pensano Francesco, Cimo e gli altri veri musicisti della tribù.


Mi pare che i riferimenti che si possono scorgere nelle canzoni, anche musicali, siano vari. Facile citare Fabrizio De André, ma ci sento molto anche Edoardo Bennato, ad esempio in C’è un bambino e Tramontando. Quali sono stati i tuoi “maestri” e in cosa hanno fornito modelli, secondo te, ancora riconoscibili e da cui, invece, ti sei distaccato negli anni?

De André ad essere sincero l’ho scoperto, se così si può dire, tardi. Quando ormai avevo già ascoltato una caterva di artisti sia italiani che stranieri. Da ragazzo tutti mi dicevano: devi ascoltare De André perché è il più bravo. Ed io testone e bastian contrario invece lo rifiutavo dedicandomi ad altri più “rockettari” come Finardi, Graziani, De Gregori, Silvestri o appunto Edoardo Bennato che è sicuramente il primo dei cantautori che ho incontrato. La prima audiocassetta pirata registrata in quarta elementare era di Edo.
Poi seguendo la mia strada e i miei tempi ho incontrato anche De André e la sua unicità. Ma ero già più che ventenne e forse è stato un bene. Ora di De André ascolto tutto spesso e volentieri; invece di Edo solo le cose vecchie quando voglio gridare per casa o in auto… Anche se il suo ultimo disco non è affatto male. C’è un bambino è spudoratamente Bennatiana e suonarla mi diverte un mondo. Quando suono Isidora invece ho il terrore… forse proprio perché mira a mete irraggiungibili… o solo perché non so arpeggiare come si deve… infatti nel disco la mia parte l’ho ceduta con gioia al piano di Moira. Ed ho fatto bene perché è stata bravissima.
Quanto ai “maestri”, fatico molto a rispondere… Sono moltissimi e nessuno.
Per dirti… mi piacerebbe suonare la chitarra come Nick Drake ma, come dicevo, arpeggio come una capra. Non ci riuscirei nemmeno fra mille anni. E potrei citarti molti altri da cui prendo spunto o ispirazione, perché sono sempre stato onnivoro di musica. Senza pregiudizi di genere. Ora che lavoro al Centro Giovani di Bressanone ad esempio mi sto sciroppando ore ed ore di musica rap per certi versi terrificante, ma per altri molto, molto interessante. E sono certo che questo influenzerà quello che scrivo.
Forse la verità e che sono un punk inconsapevole…! (altro…)