Autore: alessandratrevisan87

Viviana Fiorentino, In giardino. Nota di lettura

Viviana Fiorentino, In giardino, Controluna edizioni 2019, pp. 72, euro 9,90

Non sono soltanto i riferimenti dichiarati, a Paul Celan e a Franco Fortini “maestri di poesia”, a introdurre il lettore alla raccolta di Viviana Fiorentino In giardino (Controluna edizioni 2019): nello spazio del giardino che pare lo stesso affrontato da altre voci di donne − vengono in mente la poesia di Silvia Salvagnini, con gli slanci vitali e prosastici de Il giardiniere gentile (qui) e Francesca Brandes con le sue Storie dal giardino (qui), accoglienti e liriche − l’autrice insedia natura e guerra, viaggio ed esperienza, dialogo e lentezza ma anche la mancanza di parola di fronte alla morte dei migranti (nella sezione dedicata alla Siria) o il silenzio del distacco umano dall’altro.
Testi ancorati alla tradizione anche nella scelta metrica, immersi nella realtà e in grado di strapparne i contorni, senza mai procedere verso una sperimentazione fine a se stessa né rieducare il proprio dire. I temi naturali non sono inselvatichiti dalla sovrabbondanza del poetare ma riuniti dentro la “terra straniera” in cui l’autrice (siciliana) ha trascorso anni: sono paesaggi di neve ma anche sponde marine dove l’io si riconosce, acque di altre città e luoghi altri in cui muoversi, alla scoperta dell’altro per cercare il sé.
In una selezione di poesie apparse qualche mese fa (qui) si attraversano tempi e spazi di ri-costruzione, di “a perdere”; versi in cui la presenza manca di nome o si sottrae semanticamente, fatto che coinvolge l’intera raccolta. Ed è il “dove” a descrivere questo andirivieni tematico, un “dove” che crea e re-inventa le proprie direzioni senza dimenticare gli ingredienti principali e fondativi cui Fiorentino si rifà, anche nella sintassi poetica generativa.
Una nota non di poco conto: l’autrice è una pluriartista ed ha realizzato la propria copertina; scrittrice in prosa (ha da poco pubblicato il romanzo Tra mostri ci si ama per Transeuropa), si occupa di traduzione e insegna letteratura italiana al Crescent Art Centre di Belfast, città in cui vive.

.

© Alessandra Trevisan

Andrea Breda Minello, Yellow. Nota di lettura

Basterebbe forse la sola nota ai testi che chiude questa raccolta a dare direzione alla poesia di Andrea Breda Minello. In Yellow (Oedipus 2018), con chiaro rimando da un lato ad Antonio Porta dall’altro ai Coldplay − senza tentare un’operazione di tributo “postmoderna” − l’autore dà voce alla «giovinezza e [al]la carica sessuale» che questo colore «archetipico» porta con sé. Una costruzione intrapoetica la scelta dei riferimenti, per una poesia che chiede e che rende tributo a un’attesa carica (nel significato) di un erotismo vocale, umano:

C’è una tregua
nella sfida linguistica dl desiderio

nello sguardo originario del cielo

ed è data dal tuo culo

dal corpo che precede il mio

dal corpo che lentamente
sale le scale

dalle ramificazioni dei muscoli

dalla strafottenza delle tue mani

che offrono
ossidiane alla mia incoscienza

il tuo culo
è la provocazione dell’universo

l’atomo primo dell’amore

Il lessico dell’attesa e quello amoroso pervadono la raccolta come quello del corpo, sezionato, proteso al verso ‘alto’. Se «Il desiderio è una tana di sterpi e fogli −» lo è anche la poesia nel proprio aumentare, di testo in testo, il senso del tempo e dello spazio, facendo largo al senso dell’altro, dell’interlocutore che affiora, compare per poi ritirarsi. Di certo Breda Minello accoglie la lezione del modello portiano ma rilancia su Sandro Penna e Patrizia Cavalli che, a proposito del tema, hanno fatto scuola.
Non c’è, tuttavia, un’ironia marcata in questo volume, né la si rifugge; il poeta declina l’aspettazione verso l’infinito:

Se veramente desidera
si esponga
agisca

e poi attenda
non abbia fretta

mentre diffondi
lungo il triangolo invernale
l’aroma della tua pelle

ti volti
e diventi

radice e conseguenza
del creato

*

Così
mi sono perduto
inseguendo le scie

lasciate dalle tue particelle

a segnalare nel giorno il corpo mio lunare

Uno spazio del verso che è anche celeste, astronomico, proteso e inventato, a inseguire appunto il desiderio nella sua etimologia, che si fa parola-chiave e impronta di questa poesia.

 

© Alessandra Trevisan

 

Qualche testo dal volume era stato proposto già qui.

Il seme dell’abbraccio: un progetto tra somiglianze e re-invenzione

credits Alvise Giacomazzi

Se già la poesia contemporanea è agitatrice di per sé, c’è nella poesia di Silvia Salvagnini un sovvertimento del linguaggio poetico che incide cioè sul livello del significato soprattutto.
Con Il seme dell’abbraccio (Bompiani 2018 qui) l’opera di Salvagnini si fonda nella sua dimensione più completa: raccogliendo i temi di sempre (la maternità, il femminile tutto, l’infanzia, il giardino, il verde) che si combinano insieme alla lezione della neoavanguardia come impronta di rottura, quella dei suoi maestri (soprattutto Sanguineti e Balestrini), di certa poesia della tradizione italiana (Ungaretti, Saba, Caproni), portando l’espressione al presente (Salvagnini può essere comparata a certe novità di Vivian Lamarque, specialmente nelle poesie che muovono dal mondo degli adulti a quello dell’infanzia e che Silvia definisce come “trasversali”), restando dentro un fertile terreno di creazione che molto ha che fare con un’attenzione al suono e all’invenzione.

Il progetto che a partire dai versi del libro unisce poesia, musica e canzone, nato dall’incontro con Nico De Giosa e chi scrive, segue e rispetta l’intenzionalità autoriale; nasce quindi da una pluralità di intenti ma anche da un desiderio di spostamento, che definirei come ‘trans-locazione’, ossia l’andare da un luogo artistico ad un altro tenendo in questo caso tutto insieme.
Non si tratta né di ibridazione né di multimedialità, che ben definirebbero l’oggetto poetico secondo una prospettiva canonizzata, ma è propria della poeta e quindi dal corpo-testo la pluriartisticità come qualità del fare, ontologica, del soggetto – e in questo caso di una figura come l’autrice, che scrive poesia, è pianista e si applica nel campo delle arti visive come illustratrice dei propri lavori.
L’incontro con la poesia di Silvia Salvagnini – che esiste e resiste nella parola – richiede da dentro e dal sé l’incontro con la musica e con il canto, una trasformazione armonica del fare. Lo fa nei termini più affini, in un vestito che è una pelle, non qualcosa che adorna ma che ‘crea’.
La possibilità di trasporre in inglese o in francese alcuni suoi testi poetici in lingua italiana nasce da un’altra intenzionalità: quella di osservare in modo cauto ma attento le possibilità di trans-locazione poetica che Salvagnini sottende nella soggettività – e che noi tre insieme abbiamo in comune.
Staccandoci dalla nuda adesione linguistica apriamo alla possibilità di una diffusione internazionale e concediamo a noi stessi la verità di appartenenza a generi musicali che hanno formato la nostra creatività: non il cantautorato italiano ma quello anglosassone e statunitense o di altri luoghi del mondo; e poi la musica elettronica – che continua il sistema di possibilità della poesia di Silvia già dal Premio Delfini dal 2009 in avanti.
Espatriare per noi, e appartenere, si manifesta attraverso direzioni diverse; abbiamo bisogno di dare voce a questa diversa appartenenza di stile, di genere, guardando altrove senza forzare l’impatto, e lo facciamo costruendo nella parola, nella musica – nel ritmo che poi diventa ancestrale creazione, qualcosa che non si può definire – e poi nel canto – che include il corpo e le sue derive.

(altro…)

«Così cominciò la nostra amicizia»: intervista a Maria Ester Nichele su Milena Milani

Milena Milani (1917-2013) è stata un’autrice e un’artista prolifica nel Novecento italiano, che si è mossa con tenacia nel campo della scrittura e delle arti visive. Un’intervista a Maria Ester Nichele, fotoreporter e fondatrice della testata online «ABC Veneto» (il suo sito qui) che fu grande amica di Milani, restituisce ai lettori un ritratto vivo, “a fuoco”, di una voce d’interesse letterario e artistico da rileggere ed indagare.

(at) 

Milena Milani a Cortina d’Ampezzo – foto di © Maria Ester Nichele

Gentile Signora Nichele, lei è stata per tanti anni amica di Milena Milani. Quando la conobbe e quando iniziò a leggerla, e a partire da quali libri?

Conobbi Milena Milani a Roma alla fine degli anni Ottanta, quando lavoravo come fotoreporter. Milena era sempre presente alle più importanti manifestazioni della città, curiosa, attenta a tutto quello che al nuovo si presentava in quelli anni ricchi di iniziative culturali ma anche così contraddittori. Così cominciò la nostra amicizia, io lavorando come fotografa, lei era già affermata giornalista, scrittrice, poetessa ma non dimentichiamo anche pittrice e nota gallerista. Con il lavoro, da Roma mi spostavo a Venezia e a Cortina d’Ampezzo, e anche lei c’era. A Cortina d’estate c’era tutto il bel mondo che contava in vacanza. Cominciai a leggerla molto presto e il primo libro fu La Ragazza di nome Giulio, edito da Longanesi, i temi trattati adesso non scandalizzano più nessuno ma allora fu giudicato osceno, tanto che l’autrice subì un doloroso processo, una condanna a sei mesi e 100.000 lire di multa, la mobilitazione di intellettuali italiani fecero sì che fosse poi assolta.

Durante una conversazione privata lei mi ha riferito che l’autrice ha trascorso moltissimo tempo in Veneto, una terra che ha lasciato il segno nella sua opera. Quali città e quali luoghi sono i più rappresentati nella sua scrittura? Ricordiamo Venezia, Cortina d’Ampezzo e altri…

Milena è nata Savona in Liguria, ma ha amato molto Venezia e Cortina d’Ampezzo. Il suo romanzo La ragazza di nome Giulio è ambientato a Venezia; a Venezia ha sempre avuto casa, molto giovane andava a Cortina a sciare con la madre. La scelta di vivere per molti mesi a Cortina era data dal fatto che, essendo lei delicata di salute, le giovava l’aria benefica di quel posto. Anche a Milano aveva casa, e a Milano scrisse La rossa di via Tadino del 1979 (Rusconi Editore). Non dimentichiamo Roma dove ha studiato e ha sempre avuto la residenza finché è vissuta.
Milena era una gira mondo, ha passato molti periodi a Parigi, New York, Mosca dove ha scritto un libro di poesie dal titolo Mi sono innamorata di Mosca, Stoccolma dove presagì, inviando una cartolina a Salvatore Quasimodo, che avrebbe vinto il Nobel. E così fu.

(altro…)

Mettere in pratica la riappropriazione: intervista ad Alessandra Calò

Alessandra Calò lavora e vive a Reggio Emilia (Italia). Artista e fotografa, ha partecipato a mostre e festival in Italia e all’estero: Circulation(s) Festival de la jeune photographie européenne (Parigi), Les rencontres (Arles), Fotografia Europea (Reggio Emilia), Open House (Roma).
Nel 2018 vince il premio editoriale Tribew nell’ambito del festival Circulation(s); nel 2017 riceve la menzione d’onore da IPA International Photographic Award e nel 2016 vince il Premio Combat per la sezione scultura e installazione.
Per la Giornata del Contemporaneo 2018, l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid le dedica la prima mostra personale in Spagna, a Palacio de Abrantes, installazione site-specific dal titolo El Jardín Secreto, a conclusione del percorso di ricerca iniziato durante la residenza artistica per il progetto L’arte che verrà (2017).

*

La tua arte si sviluppa all’incrocio di linguaggi in comunicazione: la fotografia, l’installazione, la botanica e l’interesse per il naturale. Dove trova inizio e quali ragioni attraversa?
Il mio approccio con l’arte è stato fin da subito sperimentale e la mia ricerca è sempre stata tesa all’uso di linguaggi che potevano permettermi di approfondire temi legati alla memoria e all’identità attraverso l’uso di materiali d’archivio.
Mettere in pratica la riappropriazione, significa recuperare e reinterpretare materiali preesistenti, attraverso i quali non intendo attuare una rievocazione nostalgica del passato ma proporre una nuova visione della realtà.

Una delle esperienze più longeve di questi anni è quella di Secret Garden in cui lo strumento della narrazione, affidata a voci della letteratura – poete, scrittrici, qualcuna esordiente –, rinsalda i tre linguaggi e, in particolare, attraverso l’utilizzo di lastre fotografiche antiche, tu crei opere uniche, in cui testo ed immagine si danno un rimando a vicenda e si stagliano all’interno di scatole nere.
Mi pare che il raccontare sia parte integrante del tuo lavoro; un “raccontare che non spiega ma suggerisce” come tu stessa dichiari. Come nasce l’idea del “paesaggio interiore” di
Secret Garden e dove conduce il pubblico?

Secret Garden è un’opera nata nel 2014.
L’idea era raccontare – in maniera simbolica – la possibilità che ognuno di noi ha di riscoprire se stesso, attraverso una “messa a fuoco” interiore.
Gli elementi che compongono l’opera sono vari: ritratti fotografici femminili su lastre negative ritrovate; erbari tridimensionali da me raccolti, essiccati e ricomposti; testi letterari contemporanei scritti da autrici che hanno scelto di collaborare al progetto.
Ciascun ritratto con relativo giardino, viene racchiuso all’interno di una scatola nera retroilluminata e posto su un piedistallo con cassetto che ne custodisce la parte letteraria.
Il “Secret Garden” può essere paragonato al “paesaggio interiore” (o giardino segreto) che si nasconde a prima vista, ma che può essere scoperto da chi è capace di guardare oltre l’apparenza. Un concetto che parte da me ma che vuole essere esteso e trasformato in un messaggio universale senza limiti temporali: per questo motivo ho scelto di dar voce – attraverso i racconti di autrici contemporanee – a ritratti di donne arrivate a noi senza ulteriori dettagli sulla vicenda biografica.
Un doppio binario sul quale viaggia il tempo reale e quello dell’immaginazione, facendo decadere l’esigenza di una lettura chiara e fedele ancorata all’immagine.
Lo stile di scrittura e la visione soggettiva che caratterizza le autrici, rendono ogni racconto una sorta di diario personale estremamente attuale: nell’accostarsi all’opera, lo spettatore può “sbirciare” dentro l’intimità di queste donne, leggere frammenti di un’esistenza di gioie, speranze, dolori, solitudine, fantasie, seguire i fili individuali intrecciati a un percorso collettivo verso una maggiore libertà ed emancipazione.

Vuoi raccontarci anche come ha preso corpo la possibilità di portare questo lavoro a Madrid, lo scorso dicembre?
Nel febbraio 2017, sono stata invitata in residenza d’artista a Madrid, presso l’Istituto Italiano di Cultura. Il progetto denominato “L’arte che verrà” prevedeva – al termine della residenza – l’elaborazione di un progetto da esporre successivamente presso le sale di Palacio de Abrantes (sede dell’istituto). Ponendomi come obiettivo l’approfondimento della mia ricerca su materiali d’archivio diversi, sono riuscita localizzazione di luoghi dove poter recuperare tutto il necessario per sviluppare una nuova parte del progetto Secret Garden. Inoltre, grazie alla collaborazione dell’Istituto e del suo staff, ho avuto la possibilità di conoscere personaggi femminili legati al mondo della letteratura, della poesia, della musica e della cultura latina: è nata cosi la collaborazione con sette autrici che – da ottobre a dicembre 2018 – hanno reso Secret Garden l’installazione rappresentativa dell’Italia per la XIV Giornata del Contemporaneo.

In altri lavori tuoi, penso ad esempio a Les inconnues (qui) si riconoscono tasselli-chiave di una poetica limpida: la traccia del passato, la memoria portata nel futuro, la storia, il ritratto (che mi pare un filo rosso per te). Nell’opera plurale citata, “omaggio ad Anna Atkins e Constance Fox Talbot” hai dichiarato che si tratta di una tua personale interpretazione del concetto di “immagine latente”. Torna inoltre una centralità poetica del femminile ma anche ma anche “dell’immateriale che diventa visibile”; in effetti il titolo ispira quella direzione. In che modo hai lavorato a questo progetto?
Anna Atkins e Constance Fox Talbot, sono state le prime due donne che hanno realizzato fotografie e libri illustrati utilizzando immagini fotografiche.
Lo studio del loro lavoro mi ha dato la possibilità di approfondire la ricerca sulle prime tecniche di stampa.
Si tratta anche della mia personale riflessione sul concetto di “immagine latente”. Infatti, attraverso l’utilizzo di emulsioni fotosensibili, ed in assolute condizioni domestiche – quasi a voler ricreare le azioni che compivano queste artiste nel XIX secolo – ho voluto impressionare su lastra frammenti di immagini femminili, che assomigliano più alla materializzazione di un sogno che ad un ritratto fotografico vero e proprio. Il processo di stampa – in questo caso sali d’argento e calotipia – mi ha permesso di confrontarmi con l’elemento naturale, oltre che con quello casuale, facendo emergere la difficoltà e l’umanità del processo, che non possiede tra i suoi requisiti la precisione o l’assenza di difetto. Il concetto di tempo e la trasformazione da qualcosa di immateriale ad una forma visibile rimangono gli aspetti centrali del mio lavoro, e mi permettono di riflettere e dialogare costantemente con quelle che sono le qualità materiali del medium fotografico.

Se non stessimo parlando di fotografia potrei dire che questi siano tratti della scrittura, prima. Quale legame esiste, con le tue parole, tra le due arti?
Ci sono tantissimi esempi che si possono fare per rendersi conto di come la fotografia e la scrittura – pur cosi diversi – possono essere correlate. Prima tra tutte l’origine della parola, che in greco, significa scrivere con la luce e poi il concetto di tempo e di realtà che esse racchiudono: impressionare un istante, un contesto, significa lasciare che lo spettatore immagini tutto il resto e si lasci raccontare una storia, creando un immaginario che va oltre la realtà rappresentata…

Per Kochan (qui), invece, il tuo lavoro d’archivio è stato fondamentale al fine di creare l’opera; il tuo lavoro è legato ai materiali digitalizzati della New York Public Library. Com’è maturata l’idea dell’approccio a essi?
Kochan è una riflessione sul concetto di identità e volevo fosse paragonata a quello di viaggio.
Ho trascorso giorni interi tra carte geografiche, manoscritti e lettere. Ma è dalle mappe che sono stata attratta e, accompagnata dai loro segni e dalle loro tracce, ho deciso di affiancarle ad una serie di autoscatti. (altro…)

La fulgida libertà di Goliarda Sapienza e una ricerca lunga dieci anni

Come ricordare una scrittrice amata nel giorno del suo compleanno? E soprattutto: come ricordarla a distanza di quasi dieci anni dall’inizio di un’appassionata ricerca attorno alla sua figura e alla sua opera? Era il 2011 quando iniziò l’impresa dell’indagine dentro e attorno a Goliarda Sapienza: da dopo la lettura de L’arte della gioia regalatomi da un’amica la scoperta portò a La porta è aperta di Giovanna Providenti (Villaggio Maori 2010). Una biografia necessaria, quella, che determinava alcuni contorni del passato familiare nella Catania del fascismo, con un nucleo di genitori non sposati, attivisti anarco-socialisti (Maria Giudice e Giuseppe Sapienza) e fratelli acquisiti, tra la scoperta della musica, del cinema e del teatro narrata in Lettera aperta (Garzanti 1967) e ripresa nei romanzi successivi, anche in quelli postumi; e poi la Roma tra anni cinquanta e sessanta, Positano e il carcere: tanti sono i dettagli e, proprio da questi, emergeva con necessità la volontà di costruire con pazienza il quadro generale e particolare.
Goliarda Sapienza è oggi un’autrice amata in tutto il mondo, con oltre 40 traduzioni del suo più celebre romanzo; è una voce studiata a livello internazionale da molti punti di vista. Molteplici sono le tesi di laurea a lei dedicate e gli studi editi. I lettori su Instagram postano foto di San Berillo (il quartiere catanese dove nacque) e della Piazza a lei dedicata; postano le poesie scritte o parti dai romanzi e taccuini. Iniziative, incontri, monologhi teatrali e pièce vengono messe in scena: sono tributi per celebrare un successo che è arrivato tardi ma che è arrivato, come ricorda Angelo Pellegrino che di lei fu il marito ed è oggi curatore dell’opera omnia.
La sua “fulgida libertà” di pensiero, che dà un titolo a questo intervento, molto difficile da descrivere e rappresentare criticamente, è forse ciò che più coinvolge e mette alla prova chiunque incontri la sua opera: un messaggio audace, per certi versi catartico, in un’epoca come il secondo Novecento in cui la letteratura italiana iniziava a scoprire la voce delle donne, ad interessarsene, a conoscerla.
Secondo una prospettiva legata alla voglia di scovare le voci di autrici meno fortunate degli autori a loro contemporanei, quello che ha mosso la ricerca tuttora in corso è stato quasi da subito un lavoro testuale, conseguito alla posizione più volte espressa da Fabio Michieli sul nostro blog, ossia quella che vuole la “poesia” al centro del discorso letterario dell’autrice (tutti gli interventi a proposito di Ancestrale, La Vita Felice 2013 si possono leggere qui) e che, proprio attorno al 2011, trovava una propria forma. Quel punto di vista sarà anche quello espresso in Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto con Anna Toscano (La Vita Felice 2016 qui) e che darà vita al saggio Una voce intertestuale (ivi 2016 qui), in cui riunivo un’analisi testuale rinnovata delle opere edite. Lì, inoltre, non solo la poesia ma anche il teatro di Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice 2014, di cui Fabio Michieli ha trattato qui) veniva analizzato nell’ottica di un’indagine comparatistica, considerando le produzioni drammaturgiche coeve di Natalia Ginzburg, Dacia Maraini e Pier Paolo Pasolini. Insomma: nel tempo, come accade sempre, le ramificazioni d’indagine si sono rese sempre più necessarie, e si sono evolute quasi da sé a partire dai testi, nella profonda convinzione che − almeno questo secondo me − un autore ci è amico quando non sempre lo comprendiamo.
Come ho avuto l’occasione di affermare l’8 marzo scorso ad Alba Adriatica (TE), grazie all’invito dell’associazione Donne in Alba, la vicenda di Goliarda Sapienza non è chiusa in sé e non è nemmeno legata soltanto a prospettive nate in seno agli Women Studies, ai Gender e Queer Studies, né si lega occasionalmente al sistema del “canone letterario” − in cui pare stia passando finalmente la necessità di inserimento dei suoi testi. Ciò significa che già nel 2016 e da prima appariva vitale − utilizzo un termine forse poco critico, assolutamente militante e vagamente olistico − muoversi secondo direzioni nuove, verso territori inesplorati, per consegnare nel tempo alcune novità che sono emerse a piccoli morsi dalla rilettura dei libri, fuori dalla mole di voci critiche che hanno trattato l’opera, e dalle scoperte che avvenivano facendo ricerca costante. Alcune tra esse sono l’adesione ai Radicali tra anni ottanta e novanta, e il suo rapporto più generale con la politica; i rimandi simbolici a Jean Gabin nel periodo della fine degli anni settanta; accenni al “pre-femminismo” che Sapienza diceva di incarnare. (altro…)

Angelo Pellegrino, Ritratto di Goliarda Sapienza

Angelo Pellegrino, Ritratto di Goliarda Sapienza, Milano, La Vita Felice, 2019, pp. 97,€ 12

Chi abbia amato o ami l’opera di Goliarda Sapienza non può rinunciare alla lettura del Ritratto che Angelo Pellegrino pubblica in questi mesi per La Vita Felice, casa editrice presso la quale sono già uscite le poesie, il teatro e alcuni altri testi che riguardano la scrittrice siciliana. La “soggettiva” in un «omaggio per quanto possibile obbiettivo», come lo descrive l’autore, è un segno del racconto a memoria e, insieme, degli anni trascorsi insieme, intersecati in una narrazione esplorativa che segue la cronologia della vita di Sapienza (1924-1996). Chi è studioso della sua opera, allora, non può che restare in silenzio ed ascoltare: apprendere dalla testimonianza, cioè, quello che nutre la letteratura ma – come indica anche Pellegrino – cercare tra le pieghe di entrambe quella ‘giusta distanza’ interpretativa che occorre a mettere l’una (la vita) e l’altra (l’opera) in relazione. Fare ciò non significa mediare ma tentare, di volta in volta, di comprendere la dimensione autoriale staccandosi dalla propria, di lettori-critici osservanti il mondo con parametri soggettivi. L’intenzione non è affatto facile ma è ciò che emerge dall’invito di Angelo Pellegrino di accogliere la parola restando in un territorio in cui si rovesci una certa ‘immagine ferma’ di Sapienza e si apra il dialogo ad altre verità.
Il pubblico appassionato, così come chi è andato più in profondità negli anni, potrà ricavarne una fotografia lineare, nitida, atta a rovesciare anche quelli che sono – per chi scrive – i ‘luoghi comuni d’autore’, ossia la ripetizione dei tratti che paiono più peculiari secondo la biografia di Giovanna Providenti La porta è aperta (Villaggio Maori 2010) e, in generale, le narrazioni standardizzate su Sapienza. Per quanto il sopraccitato possa essere considerato un libro prezioso per la scoperta dell’autrice, andrà completato in una visione d’insieme che, a distanza di quasi dieci anni, porti all’attenzione altri materiali e altri punti di vista, anche più interni-esterni. Una visione incoraggiata in numerose occasioni da chi scrive. Uno tra quei movimenti da affrontare è la sfida alla comprensione delle peculiarità di Goliarda Sapienza, molte volte tratteggiata soltanto attraverso le sue depressioni, gli elettroshock che subì negli anni sessanta, i momenti più difficili – anche quello del carcere.
Lo spaccato che emerge dal Ritratto è l’adesione a un (anti-)sistema di intendimento, che attraversa gli anni catanesi, dell’apprendistato letterario-politico familiare, e romani, della Resistenza e gli anni cinquanta e sessanta – quelli della recitazione e della distanza dal PCI – con acutezza. Lì c’è la memoria viva del racconto che Goliarda fece all’autore, retrospettivo dunque; è una doppia memoria che riporta alle parole di lei attraverso lui, in un corpo unico narrativo.
Il legame di vita tra i due è consolidato letterariamente dal comune lavoro sul manoscritto del romanzo oramai famoso in tutto il mondo, L’arte della gioia; ecco che tra 1976 (data in cui poteva considerarsi concluso) e 1978 (momento in cui la versione per gli editori era pronta) fu Pellegrino ad occuparsi da vicino del libro che gli fu «affidato» da Goliarda stessa, come già si conosce dalla Cronistoria di alcuni rifiuti editoriali dell’arte della gioia (Edizioni Croce 2016). (altro…)

Luisa Spagnoli di Valerio Corvisieri

Luisa Spagnoli di Valerio Corvisieri, Perugia, ali&no editrice, 2017, pp. 127, euro 12

Questo libro racconta una storia personale e un’epoca, uno spaccato di provincia e la Roma di metà anni Sessanta fino al 1977; parla di passione per un mestiere, quello del giornalismo, ma soprattutto di relazioni sociali e di condivisione, di spirito di iniziativa e desiderio di conoscenza. La donna intelligente e curiosa ritratta da Valerio Corvisieri in questo suo ultimo volume edito per i tipi di ali&no (Città di Castello 2017) segue quel percorso iniziato alcuni anni prima per la stessa casa editrice con Gli Spagnoli e Perugia. Storia di una famiglia di imprenditori del Novecento (2010), in cui centrale era la figura della nonna, inventrice dell’omonima casa di moda. La biografia qui narrata attraverso documenti anche inediti, segue un doppio filo rosso: gli articoli che Luisa Spagnoli pubblicava su 《Il Mondo》 e 《L’Espresso》e, dall’altro lato, i ricordi di amici e di quanti la conobbero in vita − tra cui Goffredo Parise, che qui anche parla con un articolo memoriale: «Era molto genorosa in tutto a cominciare dalla sua persona fisica. […] qualche cosa che si opponeva subito alla mondanità: la sua persona fisica come del resto il suo comportamento.» Questo insieme di voci rende viva la sua, attraverso quella della sorella Mariella, di Dacia Maraini e di Furio Colombo (soprattutto) e di quanti altri la conobbero e apprezzarono le qualità intellettuali di una donna libera da vincoli, votata all conoscenza. Il ritratto che ne fa l’autore vuole proprio essere un tributo a questo spirito emancipatorio che, pur sviluppandosi in un salotto borghese, non prescinde mai dal rifiuto di una mondanità fine a sé stessa, esibitoria. L’ambiente dell’arte e del cinema pare quello più interessante e al centro di questa vita; non a caso la Spagnoli dedicherà, nel 1971, un volume (“complicato” e discusso) alla figura di Giorgio De Chirico. (altro…)

Incontri all’angolo di un mattino di Lia Migale

Lia Migale, Incontri all’angolo di un mattino, La Lepre edizioni, 2018, pp. 155, € 16

Nell’anno del cinquantesimo del sessantotto si sono moltiplicati gli eventi di celebrazione di quel tempo e non sono mancate le pubblicazioni letterarie anche da parte delle autrici donne, dato importante che testimonia una necessità di (ri)elaborazione di un evento epocale per la storia italiana e non soltanto.¹ La narrazione ha un portato politico e personale per chi ha scelto di raccontarlo, di difficile “separazione” e che − anzi − non ‘desidera’ (parola chiave) alcun tentativo di dividere il fatto dall’emozione, il contributo passionale dall’esperienza pratica. La critica deve per forza di cose prenderne atto: muoversi sulla soglia significa tentare di spiegare aprendo varchi, disambiguare trattenendo un fondo di ambiguità, concedendo sempre all’autore l’ultima parola; definire è, di per sé, un atto limite se ci si sposta sul piano artistico, ossia dall’altro lato. Potrebbe sembrare una contraddizione ma non lo è: ci si assume la responsabilità di un fallimento − magari parziale − perché non esiste una verità critica assoluta né la possibilità d’accordo con altre verità parziali. Pare che questo sia vero anche nella letteratura, perché ancora più vero è nella vita.

Questa premessa non vuole essere fine a sé stessa ma inquadrare il “genere” dentro cui inserire il nuovo libro di Lia Migale, Incontri all’angolo di un mattino: non si è volutamente proposto il termine “romanzo”, perché si ritiene che questo volume strizzi l’occhio al romanzo ma appartenga più propriamente alla narrazione autobiografica che vede il suo centro in una memoria che si ricostruisce. Questo volume fa dichiaratamente pensare a Autobiografia di una femminista distratta di Laura Lepetit (qui), soprattutto per due motivi: il contenuto − è ovvio − e il tessuto del testo, appunto autobiografico, che riconduce la propria forma-sostanza a un assunto proprio di un altro volume che Lepetit pubblicò con la sua casa editrice, La Tartaruga, ossia Autobiografia di tutti di Gertrude Stein (uscì nel 1976). Mi pare di rilievo sostenere che, anche inconsapevolmente (ossia non sempre in termini di militanza), il femminismo e la storia delle donne possano aver assunto il termine “autobiografia” a partire dalla traduzione di un libro fondamentale come quello, scritto nel 1937 e qui diffuso nella seconda metà degli anni Settanta. È un’appropriazione che si rivela senza filtri, ma come spesso accade nell’arte resta dentro un flusso di pensiero meno logico e programmatico − se non per tutte almeno per alcune −, e si manifesta in un “pensare lateralmente”, ossia non seguendo le vicinanze critiche della lateralità ma quelle del “pensiero laterale”, teorizzato da Edward De Bono già nel 1970. Ed è lì che il libro di Lia Migale sembra partire, dal sessantotto della maturità, scolastica e personale, in alcuni primi capitoli in cui si ritraccia con parole vive un contesto di provincia, un personale bagaglio di affetti, lo spostamento a Roma per frequentare l’università nella facoltà di Economia: un’esperienza che cambia tutto. Gli incontri con gli uomini ma soprattutto con le donne; sono splendide le pagine su Michi Staderini con cui Migale fondò, insieme ad altre, la rivista «Differenze», e di cui quest’ultima scrive: «Le sue parole erano il vento del sapere del noi che volevamo essere: libere dai legami, libere di amare, libere di fare, libere di essere.» Una tale affermazione che deve fare i conti con una conquista del “prima” fuori da modelli, scardinati per la prima volta, scavalcati; un’affermazione quasi ovvia oggi ma che, con la percezione dell’entusiasmo di allora, non lo è affatto. (altro…)

Rosetta Loy, Cesare

 

Rosetta Loy, Cesare, Einaudi, 2018, pp. 132, € 17,00

È uscito da pochi mesi il volume Cesare di Rosetta Loy dedicato all’opera di Garboli, in cui l’autrice attraversa una parte della saggistica del “critico” legando le pagine edite a brevi e intensi momenti in cui la sua voce si intrecciava alla vita quotidiana. Matteo Marchesini, in una recensione apparsa a settembre su «Radio Radicale» (qui), ha indicato la natura di difficile definizione di questo nuovo libro del tutto slegato da un progetto antologico e, allo stesso tempo, non “intimo” e personale, non biografico in senso stretto. I legami di Garboli con Delfini, Penna e Longhi, i saggi su Pascoli e Molière − per ripercorrere qualcosa di noto −, quelli con la Ginzburg e la Morante tra gli altri (tutti menzionati da Marchesini anche) rendono ciò che è già stato proposto nel caso della prima autrice: un “ritratto a figura intera”. C’è da dire, tuttavia, che Rosetta Loy compie un’operazione necessaria quanto dinamica, dentro l’amalgama dei momenti e fuori dalla struttura del ricordo, memoriale tout court. Non muove affatto verso il tributo: re-impasta invece gli ingredienti fondamentali del lessico garboliano, li ripresenta; fornisce la ricetta “rinnovata” di una voce che si impose con una diversa indole nel proprio panorama intellettuale.
L’interesse rivolto a Garboli ha fatto sì che, negli ultimi anni, uscissero almeno tre volumi che insistono sulla necessità non di riscoprirlo − sarebbe ingenuo − ma di rileggerlo, ri-osservare e ri-comprenderne l’opera seguendo percorsi interni ai suoi scritti che non siano stati considerati prima. Garboli. La critica impossibile è il titolo della raccolta a cura di Silvia Lutzoni con prefazione di Massimo Onofri uscito nel 2014 per i tipi di Medusa mentre, nel 2016, Adelphi ha pubblicato La gioia della partita a cura di Domenico Scarpa e Laura Desideri; in entrambi, anche se considerati i ‘diversi movimenti’ che hanno portato alla loro stesura, si segnalano scritti rari, sparsi, interviste che vanno a ri-popolare la costellazione della più larga Bibliografia di Cesare Garboli edita nel 2008 dalle Edizioni della Scuola Normale Superiore di Pisa.
La direzione sino a qui tracciata permette di considerare il lavoro di Rosetta Loy come imprescindibile dal momento che, nel quadro delle pubblicazioni e ripubblicazioni che tengono conto di articoli “andati perduti”, dimenticati o solo finiti per essere trascurati, mancava un passaggio a fondo nei volumi editi in vita, un passaggio che seguisse una cronologia ragionata e, attraverso essa, proponesse nuove relazioni testuali. Esse si intessono anche guardando e “sentendo” la vita di Garboli, collocandola nel tempo e nelle ragioni del suo lavoro, come Rosetta Loy fa, svolgendo quel compito che Garboli stesso ha insegnato a chi accoglie la sua opera, ossia l’avvicinarsi sempre alla vita, del “critico” (termine che, come sappiamo, non amava affatto attribuire a sé) e degli autori da lui frequentati, per amicizia e per il suo lavoro. Ed è fondamentale, in questo senso, rileggere le lunghe prefazioni ai libri che Garboli fa, riannodando domande e questioni anche a distanza di alcuni anni dalla scrittura. Non un Garboli che glossa sé stesso ma accoglie una nuova possibilità di rielaborazione ‘sopra’ i suoi testi o di allargamento degli orizzonti entro cui gli stessi si muovono. (altro…)

«Autografo» 58. Natalia Ginzburg

AA.VV., «Autografo 58» Natalia Ginzburg, a cura di Maria Antonietta Grignani e Domenico Scarpa, Interlinea 2018

Il numero 58 della rivista «Autografo» (2018), fondata da Maria Corti e diretta da Maria Antonietta Grignani e Angelo Stella, è un volume monografico dedicato a Natalia Ginzburg che affronta “neo-geograficamente” la scrittura di un’autrice che, sempre di più in questi anni, è tornata all’attenzione della critica non solo specialistica. Una delle ragioni che muovono questa pubblicazione, come segnalato nella premessa dalla stessa Grignani e da Domenico Scarpa, è il convegno organizzato da Giada Mattarucco all’Università per Stranieri di Siena (14-15 marzo 2017), a breve distanza dal centenario della nascita della scrittrice.
Non soltanto affondi plurimi nel mondo culturale e letterario della Ginzburg, da angolazioni diverse, a segnare un territorio che possa proporre la sedimentazione di alcuni aspetti dell’opera forse non considerati sinora o del tutto trascurati − anche gli autori più indagati, spesso, nascondono nelle pieghe dei loro materiali, qualcosa di inedito, ancora da decifrare. Ciascun saggio restituisce quella «difficoltà a parlare di sé» proposta da Alessandra Ginzburg come qualità peculiare della madre Natalia (pp. 11-14), una “complessità” incarnata anche nel ruolo di intellettuale che lei ricoprì durante il secondo Novecento, che trova tuttavia origine nel periodo che precedette la seconda guerra mondiale, in un territorio − come scopriremo anche da questa pubblicazione − in cui si fondano alcune prospettive future della nostra. L’espressione di una creatività polimorfa l’ha portata, infatti, a perseguire “rotte” inattese che, nel volume, riescono a presentarsi in primo piano e concorrenti a rendere il dibattito critico sulla scrittrice più attuale e peculiare.
Fatta eccezione per Scarpa, la raccolta vede una presenza tutta al femminile di studiose che si sono misurate con un diverso approccio alla scrittura di Ginzburg, scoprendo “territori” fecondi, interni o inversamente esterni all’opera; questi critici sono stati in grado di tracciare percorsi di comparazione che amplificano l’eco ginzburghiana anche nel panorama della letteratura internazionale, e rivelano l’importanza di dettagli non marginali connessi al lavoro editoriale, portato avanti dal secondo dopoguerra in poi come sappiamo soprattutto con la casa editrice Einaudi. Se ciò potrà apparire atteso e anche un po’ vago, una più attenta lettura dei singoli scritti evidenzierà i legami che ciascun saggista ha saputo intessere con gli altri, in un libro ricco di ispirazione anche per studi futuri. (altro…)

Il giornalismo “militante” di Goliarda Sapienza: prospettive laterali di lettura

Goliarda Sapienza negli anni Ottanta

.

Il giornalismo “militante” di Goliarda Sapienza: prospettive laterali di lettura

La sera del 24 novembre 1986, al Teatro Argentina di Roma, si svolgeva la premiazione della “IV edizione del Premio Minerva”, primo riconoscimento italiano dedicato alle donne, istituito da Anna Maria Mammoliti, fondatrice della rivista «Minerva – L’altra metà dell’informazione» (nel 1983) e giornalista impegnata nella battaglia per i diritti delle donne. Nella categoria “letteratura” la premiata è Goliarda Sapienza: «scrittrice di grande talento che si è distinta per il coraggio delle sue scelte»; a Lietta Tornabuoni veniva conferito un premio nella categoria “giornalismo” mentre l’autrice tedesca Ingeborg Drewitz riceveva un riconoscimento come «protagonista della letteratura tedesca dopo la guerra».
Il biennio 1986-1987 (lo stesso del Premio) è quello in cui Sapienza riesce, grazie all’amico, editore e poeta Beppe Costa, a pubblicare Le certezze del dubbio per la sua Pellicanolibri, che usciva nel giugno dell’87 nella collana “Inediti rari e diversi” diretta da un altro amico e poeta, Dario Bellezza. Proprio lui, nel 1983, aveva dedicato a Sapienza un articolo intenso e non privo di affondi critici circa l’incarcerazione e il primo romanzo che era nato da quella esperienza: L’università di Rebibbia, finito di stampare a dicembre 1982 ed edito da Rizzoli (quell’articolo si può leggere qui, insieme a un commento che fa luce su alcuni aspetti legati al periodo).
Per chi proceda, dal punto di vista critico, tenendo insieme testo e contesto, e di questo tutti quei dettagli non poco rilevanti che riguardano un autore, le sue relazioni sociali e lavorative, i dati forniti sino a qui non saranno vani: Sapienza era, in quel momento (’86-’87), una scrittrice che, a fatica ma con il supporto degli amici del suo più stretto entourage, stava ripresentandosi a un pubblico con un nuovo romanzo. Non soltanto: partecipava al lavoro editoriale della rivista «Minerva» con alcune inchieste e recensioni nonché trattando della Cina, visitata nel ’78 durante un lungo viaggio in Transiberiana con il marito Angelo Pellegrino.
Quegli articoli, che costituiscono un’esposizione della sua vita al pubblico (seppure di nicchia), sono espressione di un giornalismo “militante” e testimoniano una fase non conosciuta della sua produzione, che si innesta in un momento aperto e di ‘sorpresa’. In un quadro più ampio di lettura dell’opera fuori da vagheggiamenti comparatistici che non incidono la carne del testo né ritagliano all’opera una posizione di valore nel quadro complessivo del Novecento − ben oltre il Canone −, quei pochi articoli pubblicati da Sapienza intrecciano la tela del tessuto conducendo lettore e critico a ripensare il ruolo di Sapienza non solo come autrice di tendenza dell’ultimo decennio ma, soprattutto, come intellettuale del suo tempo dotata di un’identità forte. Nel 1994, nel docufilm Frammenti di Sapienza di Paolo Franchi, avrebbe dichiarato lei stessa:

No, non insistere. Volermi sempre pensare come la scrittrice incompresa, profonda, depressa, per carità. Guarda che io non sono così.

Nella misura di ciò che ha lasciato, del suo “sperimentare” incessante, si delineano le soglie del futuro − anche critico. Nel suo essere stata attrice, co-sceneggiatrice, poeta, prosatrice, drammaturga, insegnante di dizione e di recitazione, come la critica ha riconosciuto, si riconoscono i tasselli della sua identità, probabilmente dai contorni talvolta più definiti e altre volte meno, ma tutti partecipi dello stesso disegno. Certo, la sua personalità complessa, ricca di “contraddizioni”, suggerisce che comprendere le ragioni delle sue scelte lavorative non è mai facile − la sua intelligenza lo conferma ad ogni passaggio, specialmente nelle scritture private −, ma sarebbe un atto arbitrario ridurne gli slanci e confinarla in certi filoni chiusi.
Questo discorso pone volutamente ai margini la fortuna postuma e l’idea che l’autrice aveva del proprio successo che, alla luce di vent’anni di studi, andrebbe ricalibrata sulla base di dati lontani dalla mancata pubblicazione in vita de L’arte della gioia e dai lunghi periodi di depressione, utili per comprendere parte dei temi cardine di romanzi e racconti ma nodi da non porre al centro del “contesto”. Dal momento che un autore non è mai “finito” lasciamolo spiegarci chi sia stato sulla base dei documenti che ha lasciato, e lasciamo “divenire” in questo modo l’opera.
Questa digressione, che riguarda il punto di vista da cui si parte per leggere criticamente Sapienza, attiene anche agli articoli sopraccitati. Una precisazione (d’obbligo): la categoria “giornalista” applicata poco fa forse non sarebbe stata accettata da Goliarda Sapienza, che si sarebbe definita − con tutta probabilità − una scrittrice che fa del giornalismo. Eppure, anche se questo approccio si contrappone a quanto affermato poco fa, si lasci qui che il critico proponga una diversa direzione. Il caso singolare non si sovrapporrà alla volontà d’autore; si sa che, di esempi di autori nel giornalismo, nel Novecento in Italia ne abbiamo avuti molti: da Matilde Serao a Grazia Deledda al già citato Dario Bellezza. L’etichetta, pertanto, è funzionale non a una verità da ricercare (né da proclamare) ma a un approssimarsi con più cura all’opera, nel tentativo sempre vivo di portare alla luce il frutto di movimenti interni profondi e inediti. Inoltre: il caso di Sapienza collaboratrice di una rivista “militante” è particolare, perché ci porta a chiamare in causa un certo profilo, quello di un’autrice impegnata in un gruppo schierato, cosa che non caratterizza affatto l’esperienza di Sapienza prima degli anni Ottanta − come tracciato nel volume Una voce intertestuale (La Vita Felice, 2016) in cui, in parte, si fa accenno biograficamente a questa duplicità di intenti, a questo schieramento inusuale anche politico che lei affrontò.

(altro…)