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Danilo V Paris, Il libro di Sasāra: Il Raṇa Eḍāri – Parte I

Introduciamo oggi la prima parte di questo capitolo-racconto che racchiude un ambizioso progetto letterario, nonché un vero e proprio immaginario, dalla penna di Danilo V Paris.

E questo essere-con gli spettri sarebbe anche, una politica della memoria, dell’eredità e delle generazioni. Bisogna parlare al fantasma e con lui, dal momento che nessuna giustizia sembrerebbe pensabile senza il principio di una qualche responsabilità, al di là di ogni presente vivente”.
Come gli spettri di J.Derrida, Stasis, “quando ricordò le sue vite precedenti si mise a piangere perché uno per volta era stata se stessa e tutti i suoi amici e tutte le volte si era vista partire”.
Chi non ha incontrato Stasis nel romanzo, l’ha vista interpretata da una piccola attrice
all’interno del festival dell’arte nomadica. Altri l’hanno conosciuta all’interno di QSR, un gioco
di ruolo indipendente in cui figurava come maga della soglia degli spettri.
Qui introduce Il libro di Sasāra, seguito della saga Qiâokëlį.
Personaggio in divenire, simbolo di Qiâokëlį, dove le cose non finiscono, ma sopravvivono in
altre forme.

 

 

 

Il libro di Sasāra

CAPITOLO I

Il Raṇa Eḍāri

PARTE PRIMA:
L’IMMOTA-OLTRE

 

Quello che stava accadendo in quel momento a Stasis era già accaduto, ne era certa, in un imprecisato tempo passato. Qualcuno aveva, come succedeva a lei adesso, improvvisamente perso le tracce delle persone vicine, in un istante, mentre per esempio stava seguendo con la mente gli scenari possibili di una storia appena conclusa o magari quando abbassando gli occhi sulla tazzina del caffè per cercarne il fondo, gli Altri ne avevano approfittato per svanire misteriosamente del nulla. Il nome di questo altro Inconoscibile le veniva comunicato dalla terra stessa, come se l’erba, la cenere o l’elettrostatica del suolo trattenesse i passaggi di intensità e dunque l’interscambiabilità dei corpi. Non il nome, ma l’evanescenza nel contagio. I nomi si perdevano nel calcolo dei passi: Reza Le-ci-Git, Abn Al-Farabi, Behemoth. E ad ognuno corrispondeva un libro. Un libro come definizione di uno stato di sottrazione al mondo.
I suoi fratelli, Etienne e Ana erano svaniti, come svanisce una nuvola rarefacendosi nel cielo azzurro, come svanivano le eco dei compagni di Reza le ci-git, poco prima di ripassarseli tra le dita mentre scorreva con l’indice il catalogo delle sue mappe in frantumi.
Il giardino dei primi nati continuava a sbollire i míč m’yac, le lune in latenza dei Mhyr, quelle bolle di possibile che infestavano Qiaokeli già dalla settima estinzione, come memorie o consegne del passaggio delle folle gremite delle piazze di Teheran, della metro satura di fiati esauriti dalla stanchezza, dei treni e delle spiagge piene, dei palazzi fatiscenti in cui tuttavia continuavano a vagabondare centinaia di senzatetto.
Eppure, nonostante un numero indefinito di possibili figli gravitasse in quelle sfere, i suoi fratelli si erano smarriti, così come si erano smarriti i fratellini nel bosco di Noc, le cui vicende Stasis raccontava a Etienne e Ana, leggendole dal libro, il libro dei sogni perduti di Freu du Cantu. E anche i míč m’yac sembravano non prodursi più, il giardino pareva seccarsi, la luce del sole indebolirsi. Ma lei era la trinità dei primi nati, la Prima. Era lei l’eletta che avrebbe ereditato le terre dell’eco. Quale inganno adesso metteva in crisi Stasis e la sua quiescenza?
Forse l’inganno era l’eredità di un mondo che solo in apparenza si rigenerava, mentre dietro i riflessi di antichi e fiorenti mondi, la terra continuava a deperire.
E dunque il libro a cui si affidava per conoscere i tempi sepolti era soltanto un libro di invenzioni, di storie avventurose e paurose?
Il Raṇa Eḍāri Il vero libro era sepolto sotto la memoria della città. E la memoria era questo deserto, in cui le fonti dell’esistenza precedente lampeggiavano debolmente e per pochi attimi. Lampeggiavano come immagini. Ma come immagini di una pellicola scaduta, i cui nitrati avessero per troppo tempo impresso la luce, liquefacendosi ed esibendo i grani danzanti della polvere nera. E mentre il nero avanzava, occultando in parte l’esperibilità di quelle che con tutta probabilità erano testimonianze, cioè martirii, qualcosa emergeva dal buio: eserciti o piuttosto strette gallerie di rete metallica in cui uomini stretti l’uno contro l’altro passavano a piccoli passi, poi venivano smistati, perquisiti, saccheggiati, mutilati, denudati, disposti su una passerella inclinata che li conduceva in un distretto chiuso, oltre grandi portoni di metallo che sistematicamente si richiudevano ogni volta che un gruppo di quindici, venti, persone o per essere più precisi, cose, oggetti, demistificazioni del sembiante in una forma di accessibilità, di transizione numerica.
Ma chi avrebbe potuto conoscere che significato potesse avere un’immagine in un mondo, come quello in cui camminava Stasis, in cui restavano soltanto le eco, mentre le cose a cui le immagini si riferivano… erano svanite.
“Qui ci fu un immagine perché c’era una eco. Poi vi fu il linguaggio dimenticato. Infine vi fu il canto delle fere di Freu du Cantu. L’ immagine era un’eco: una traccia non scritta”. Così parlava Stasis, ritrovando in sé e non nel libro, la memoria delle generazioni. E l’immagine, che veniva fuori da lì…emanando una figura che assomigliava a lei stessa, ma non lo era. Non poteva esserlo.
“L’immagine fu trovata. Fu generata da sistemi di estrazione delle eco degli spiriti della creazione: nascosto nel pattern riposava l’anima di egli…Moebius, Jean Giraud”.
Com’erano melodiosi i suoi “nuovi”, i suoi mai-stati disegni! I Media-archeologi disseppellirono un’immagine che non era mai esistita. Solo sognata. Non era niente. Una traccia di qualcosa che forse fu, ma che ora era inesistente. Un nome, ma illeggibile. E dentro l’immagine, la bambina. Che sogna il mondo dentro il libro. Ma forse il libro è la forma auto-sognante del mondo. Il mondo sogna sé stesso leggendosi. E tutti quelli che ci abitavano? Scritti al suo interno come possibilità inespresse di un lavoro di cartografie.
Mappe… da cui i suoi abitanti non riescono più a scollarsi.
Un’enciclopedia che descrive l’ultimo e il più terribile degli spazi inglobanti: la scrittura.
Vivente tanto quanto i perturbanti spazi che ha descritto.
Vivente, e come tale, destinata a dissolversi in polvere.
Destinata a mimetizzarsi con la polvere tanto quanto la mano di chi scrive.
Scrittura… polvere… forse cenere. O sabbia. Collezioni di sabbia.
Nella cenere, forse i cartografi ciechi sono collezionisti di sabbia che catalogano le ceneri di ambienti-scrittura. E non era quello un simile deserto di scritture e ecolalie del simulacro perfetto? Una copia di infinite copie, ma originale. Una copia senza originale, ma unica. In quel deserto che mai finiva, camminava Stasis, la prima Nata. Non era con lei Ana, sua sorella. E non era con lei, Etienne: “l’incoronato”.
Stasis o piuttosto…Sasāra, l’Immota-Oltre.
Quando ricordò le sue vite precedenti si mise a piangere perché uno per volta era stato sé stessa e tutti i suoi amici e tutte le volte si era vista partire. Poi era tornata al suo libro, dove il mondo, consegnato ad una calma eterna, contemplava le sue colpe con dolcezza, nella voce di Sasāra.
Il libro di Sasāra conteneva il racconto stesso della storia appena descritta, contenuta in 
“Midjourney” o il cristallo di Ubik, Philip De Lillo Dick, in Storie della caduta di Qiaokeli, Annali anonimi.

 

Nel libro erano contenuti anche i Darā’iga*, cioè immagini-trovate di Stasis-Sasara. Stasis si contemplava, osservandosi nei Darā’iga. Questi non erano le“riproduzioni” presenti nel libri, ma… geyser di immagini.

Una sfera sbolliva salendo dalla terra arida emettendo le immagini del mondo passato. In quelle immagini, Stasis-Sasara, l’immota-Oltre, osservava il passato bruciare, rimpicciolirsi, scoppiare, scomparire…

*Darā’iga: forse una fonte di latenza Mhyr, da cui le immagini proliferavano, sintetizzando i passati non attualizzati in una nuova unità che riassumeva le virtualità in un’attualità disparente Storie della caduta di Qiaokeli, Annali anonimi.

 

 

Tutte le immagini sono prodotte da Midjourney Inc, inscrivendo nel prompt il nome di Moebius(Jean Giraud) e Salvador Dalì. Behemoth è un animale mitologico ma in questo caso si riferisce all’opera di Kaito Basile.

 

Continua…

 

Di Danilo V Paris

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