La poesia come rito che dà forma al dolore: ‘In che luce cadranno’, Gabriele Galloni (a cura di Annachiara Atzei)

La paura di ciò che non conosce turba l’uomo fino a negarne l’esistenza e tutto quanto non si comprende è relegato all’irrealtà. Il distacco ci spaventa e quando la morte ci interessa da vicino non riusciamo neppure a nominarla. Dare forma al dolore diventa la sola via d’uscita per non esserne inghiottiti.
Nel tentativo di fare i conti con il timore e i dubbi che il trapasso pone, in questa raccolta poetica, Gabriele Galloni – che nel compiere la sua operazione letteraria riporta alla mente l’uso salvifico del pianto nelle civiltà mediterranee raccontate da De Martino – inventa un rito per svuotare l’evento luttuoso della drammaticità individuale e lo fa attraverso dei testi che sono un dialogo tra vivi e morti.
In essi, una linea di demarcazione sottile separa e allo stesso tempo unisce chi non c’è più e chi è rimasto. All’autore pare non importare il fatto che, come per Epicuro, quando verrà a mancare, la persona non potrà più soffrire perché perderà la coscienza di sé, anzi fa di più: avvicina a noi i defunti e li rende umani a loro volta, abituandoci alla loro presenza. Capovolgendo il racconto che vuole che siamo noi a evocare gli estinti, nelle sue poesie sembra invece che siano questi ultimi a domandare che i vivi non si sottraggano alla relazione e che i legami non vengano sciolti.
Il coraggio del giovane autore romano è quello di assumersi la responsabilità di tale richiesta. Con versi concisi e connotati da forte razionalità, descrive situazioni di apparente consuetudine: i morti sognano, scrivono lettere d’amore e hanno fiducia nella sorte, quasi che la loro essenza sia destinata a non esaurirsi. Quando scrive: “I morti continuano a porsi/ le stesse domande dei vivi: rimangono i corsi e i ricorsi/ del vivere identici sulle/due rive. In che luce cadranno/ tornati alle cellule” sembra evocare qualcosa che permane come il pulviscolo in un cono luminoso.
L’iniziale pudore che il lettore percepisce nel componimento che apre il libro, di pagina in pagina svanisce del tutto fino a essere sostituito da istantanee che talvolta non mancano di lasciare disarmati per la loro schiettezza: prima, i morti sono: “i lapsus, gli inciampi, l’indicibile/ della conversazione”, poi ridono, masticano, si danno soprannomi e “può capitare che si filmino/ a vicenda”. In un continuo rapporto di reciprocità tra questo mondo e l’aldilà, tra quel buio e il nostro, sono loro che “consolano l’inquieta/ vastità della casa” e, ancora, “sanno amarci/ con una mano – e l’altra all’Invisibile”.
Attraverso questo espediente narrativo, il poeta disgrega l’ineffabile, lo frammenta e gli dà significato, restituendolo a chi legge tramite la parola.
“Ci basterebbe credere a una riva”, scrive Galloni, ma l’interrogativo su cosa ipotizzi oltre il noto, resta: chi muore non è che “l’ultima/ didascalia del mondo/ conosciuto” e fatica “a rispondere a tutte le domande/ che gli vengono fatte”: neppure l’illusoria vicinanza tra i due universi qui descritta scioglie il mistero di ciò che, malgrado tutto, non è percepibile allo sguardo. Forse permane, per l’autore – che nella sua breve esperienza di scrittore ha spesso affrontato il tema della scomparsa definitiva – la speranza di un ritorno all’esistenza – della quale tuttavia non precisa la forma – quando scrive, a proposito di chi è mancato:
“Ma stanne certo: un giorno tornerà/ alla vita e avrà voce di Creatore”.
Due sole righe chiudono la silloge mostrando precisione lessicale e profondità di pensiero: “La musica dei morti è il contrappunto/ dei passi della terra”. Nel descrivere una sovrapposizione, o un gioco di incastri tra spazi solo a prima vista separati e che continuamente si rincorrono, Galloni individua un varco temporale in cui è possibile convivere col patimento e coglie nel segno nel lasciare il lettore rappacificato.
Allora, se, come nel film di Bergman, dinnanzi alla morte si può solo prendere tempo, ma non la si può battere, l’unico strenuo sforzo è quello di oggettivarne il senso, di coniugare la dissoluzione di sé a quanto è ancora possibile.

A cura di Annachiara Atzei


 

Munch, Sera sul viale Karl Johan

 

Cinque poesie da In che luce cadranno (RP, 2018)

 

Ho conosciuto un uomo che leggeva
la mano ai morti. Preferiva quelli
sotto i vent’anni; tutte le domeniche
nell’obitorio prediceva loro

le coordinate per un’altra vita.

*

I morti – loro, l’ultima
didascalia dal mondo
conosciuto – in colloquio
fitto tra un buio di falò e la resina

delle pinete a mare.

*

Ci basterebbe credere a una riva;
a una luce che vada scomparendo
dietro gli scogli; o che un morto riviva,

che si perda tornando.

*

Certo. I morti si danno soprannomi.
Però li scordano immediatamente.
Ché al poco – buona grazia – preferiscono
il niente.

*

La musica dei morti è il contrappunto
dei passi della terra.

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