‘Gli scomparsi’: Domenico Rea

Gli scomparsi sono i libri che non abbiamo mai saputo di voler ritrovare: libri dimenticati, libri fuori edizione, libri introvabili, libri mai tradottilibri trascuratiOgni settimana qualche brano da un libro“scomparso”, nella speranza che questo piccolo spazio nascosto possa contribuire a riesumarne qualcuno.

Edoardo Pisani

Le Muse, Jan Toorop

Il libro di oggi è Quel che vide Cummeo, la terza raccolta di racconti di Domenico Rea. Se non fosse per il meraviglioso Meridiano curato da Francesco Durante, tutti o quasi i libri di Rea – fra i migliori scrittori italiani del secondo Novecento – sarebbero oggi introvabili. Proponiamo il primo capitolo di uno dei suoi racconti più belli, Gli oggetti d’oro.


In una nota stradicciola di Napoli, intorno a piazza Municipio, quel mattino un uomo vestito di scuro, più tarchiato che robusto, con un cappello grigio in testa e una mano chiusa a pugno in una tasca della giacca, procedeva lentamente. Di tanto in tanto, si fermava e sogguardava attentamente nei piccoli e bui negozi dalle porte nere e dalle vetrinette a più piani polverose e con pochi oggetti. Ogni volta sembrava che l’uomo provasse una delusione e passava oltre, sperando di trovar meglio, qualcosa di più accogliente e festoso, come giustamente doveva essersi raffigurato la sua mente di provinciale.
Attraversata interamente la stradetta che sboccava a Toledo e vinto dal convulso e roboante traffico, ritornò sui suoi passi, deciso a entrare in una di quelle piccole gioiellerie, che di gioielli ne hanno ben pochi ed il cui ufficio è di comprare l’oro al “massimo prezzo”, come è scritto a caratteri bianchi sulla solita targhetta nera.
L’uomo, che aveva dovuto fare la sua scelta, prima di attraversare la soglia del negozio, si fermò ancora per un attimo sovrappensiero. Con la mano sempre in tasca entrò nel negozio, ancora insicuro e indeciso di quanto stava per fare.
Il gioielliere gettò una sguardata al nuovo cliente e gli bastò per capire. Tutto era nero e funerario lì dentro. Anche il soffitto, anche le gambe e le spalliere delle sedie. Persino i radi oggetti d’oro e d’argento sparsi sul tappeto di velluto del banco sembravano spenti sotto uno spesso strato di polvere. Si era immaginato altro lui. Quel gioielliere non era la persona adatta a ricevere tanto segreto, l’intero prezzo della sua dignità. Sì, è vero, commetteva un’azione vergognosa, ma non era colpa sua e avrebbe voluto dirglielo: fargli entrare in testa che egli non andava confuso con nessun altro e che alle sue spalle, nel suo paese calabrese, da cui era partito il pomeriggio precedente, c’era un professionista, di antica, nobile e “solvibile” casata.
Lui era venuto a Napoli per riparare gli errori altrui. “Prego, sedetevi” gli disse il gioielliere, intrecciando le dita come colui che è ben disposto ad ascoltare qualche inverosimile bugia.
“Vedete” cominciò a dire l’uomo, “io dovrei vendere degli oggetti d’oro.”
“Li avete addosso?” chiese il gioielliere, cercando di andare al sodo.
“Sì” rispose l’uomo “ma, vedete, io…”
Dinanzi al negozietto si fermò con una brusca frenata e con un colpo di tromba, una vecchia automobile, una Augusta, e subito il gioielliere si alzò, dicendo all’uomo:
“Un momento, scusi, è il mio avvocato.” L’uomo si rimise il cappello in testa, chinò il capo, vergognoso di farsi vedere dallo sconosciuto dell’automobile, sicuro com’era che, escluso l’avvocato, tutti coloro che attraversavano quella soglia, non lo facessero per altro che per vendere. Ma una voce gridata, molto maschile, con una punta di volitivo ma dal tono cordiale, lo distolse dal suo contrito atteggiamento. Ricordò subito a chi era appartenuta una volta quella voce, a un suo tremendo, fastidioso compagno di scuola, ma non gli volle attribuire quel nome che a caratteri di fuoco si era alzato sulla sua mente. Si sentì perduto. Nessuna maggiore e peggiore disgrazia poteva accadergli. Si sentiva scoperto in flagrante da un paesano e da un paesano fortunato e cosciente della sua fortuna.
L’avvocato e il gioielliere entrarono nel negozio. L’avvocato con la borsa aperta da cui estraeva dei documenti ed il gioielliere con un volto speranzoso e sottomesso. “L’ho messo al muro” diceva Ciccini “l’ha confessato lui stesso che come ho combinato la causa, in un modo o nell’altro, il suo cliente si deve arrendere. Insomma, la casa tua sarà liberata, andranno via, e senza spese.”
“Sia benedetta l’anima vostra” disse il gioielliere con una voce da penitente liberato.
“Hai detto bene, l’anima mia” rincalzò Ciccini.
“Un momento, devo sbrigare il signore” aggiunse il gioielliere, rivolgendosi all’uomo seduto e facendolo involontariamente notare a Ciccini. L’avvocato vi aveva gettato un vaghissimo e disinteressato sguardo. Ma nonostante l’uomo avesse il capo chino, la forma di quel corpo al quale era stato vicino anni ed anni, la memoria che lo diseppellì, lo fecero restare di stucco. Non osò guardare ancora, comprendendo che l’uomo era lì per vendere, ma disse al suo cliente:
“Fate, prego, io rivedo queste carte.”
Non c’era scampo per l’uomo. Vi fu un attimo di sospensione durante il quale l’avvocato si persuase della sua scoperta e, non trattenendosi, gridò a bassa voce:
“Zamprò, Zamprollo, ma tu sei Zamprollo di Grura?”
Zamprollo doveva fingere allegria, e non seppe farlo, doveva emettere anche lui un grido di gioia, ma non gli venne. Pensando alla scusa da trovare subito per giustificare la sua presenza in quel negozio di compra oro, disse:
“Sì sono io e voi chi siete?”
“Come, non mi riconosci? Mi sono tanto trasformato per un po’ di pancia? Sono Ciccini, il tuo amico” disse con voce generosa l’avvocato.
“Ciccini?!” esclamò Zamprollo. “Tu proprio!” Si abbracciarono. Staccandosi e squadrandosi a vicenda – Ciccini davvero contento e interessato, Zamprollo con un tiepido sorriso – Ciccini gli chiese:
“Ma che fai qua dentro?”
Avrebbe voluto confessare la verità, e partito con questo slancio disse:
“Niente. sai, mi sposo e devo comprare gli anelli.”
“Un viaggio simile per due anelli. E che cosa è accaduto, a Grura non se ne vendono più?”
Il gioielliere aveva capito il gioco di Zamprollo e nella sua faccia c’era l’ombra dell’affare per ora perduto. Ciccini, che non credeva affatto alla storia degli anelli, pensando: “Guarda la vita: uno Zamprollo di Grura che viene a vendere. Debbono essere caduti tutti laggiù”, disse: “Andiamo, va’, lasciare stare per oggi. Ritornerai domani” e rivolgendosi al gioielliere con un tono appena ironico “non preoccuparti non perderai l’affare. Anzi, preparagli due anelli; due anelli come si portano ora, a trecce. È uno Zamprollo questo qui. per te non significa niente. per me una volta era tutto, il suo casato, la sua casa, le loro campagne. È uno Zamprollo di Grura, mio paese nativo. La prima famiglia, roba borbonica.”

(Domenico Rea è un maestro dell’arte del racconto; nelle sue pagine migliori ha il tono e il ritmo e soprattutto la lingua e la misura del grande scrittore. Quel che vide Cummeo andrebbe ristampato in volume; al momento si può leggere solo nel Meridiano curato da Francesco Durante. Gli oggetti d’oro comparve per la prima volta nel novembre del 1953, su Nuovi Argomenti. Molti anni dopo, quando Serena Prina gli chiese delle sue letture, Rea rispose così: “La storia della letteratura del De Sanctis, le Operette morali e i Canti del Leopardi; tutto Foscolo, tutto Parini, tutto Alfieri della Vita insieme con i trecentisti: sopra tutti il Boccaccio; e poi i Fioretti, Lo specchio di vera penitenza, Jacopone, Il Pecorone del Sercambi, Sacchetti, molti opuscoli come il Fra Michele Minorita, per fare un esempio; un innamoramento per il
Cellini, ma prima per l’Ariosto, una passione per i panegiristi e tante, tante altre letture, anche minime. Un periodo furioso tra i quattordici e i vent’anni. Lessi con la stessa passione Rabelais e Montaigne e Diderot e Rousseau e Choderlos de Laclos e i Tre Moschettieri e Venti anni dopo e Il Visconte di Bragelonne. Poi caddi come in uno stato d’incantamento quando mi avvicinai ai russi di cui, credo, di non averne saltato uno soltanto: da Puskin a Kuprin; con un ricordo inestimabile di Gogol, Dostojewskij, Saltikov-Scedrin, Tolstoi, certo Cechov. Ma si tratta di un elenco sommarissimo. E gli spagnoli (Quevedo, Lope de Vega)? e gl’inglesi (Sterne,
Fielding)?… Includa il Verga, certo Pascoli, certo Carducci, certo D’Annunzio (Novelle della Pescara, Giovanni Episcopo) e i prosatori d’arte. Ho amato il Cecchi, Bacchelli, Palazzeschi, Cardarelli, Savarese e gli ermetici. Tra i francesi includa il Maupassant e in maniera forsennata il Saint-Simon…”).

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