Di memoria, lotta e comunità: sull’elegia butch di Joelle Taylor, Cunto & Othered Poems (a cura di Valentina Millozzi)

Di memoria, lotta e comunità: sull’elegia butch di Joelle Taylor, Cunto & Othered Poems (London, The Westbourne Press, 2021)

Joelle Taylor

È un fatto di straordinaria potenza che l’ultimo T.S.Eliot Poetry Prize (2021), tra i più
prestigiosi premi per la poesia in lingua inglese edita in UK e Irlanda, sia stato vinto da una
autrice queer. Lo è ancora di più se si considera che Joelle Taylor, classe 1967, è da sempre
voce della parte forse meno nota della comunità LGBTQI+, quella delle butch lesbians, le
lesbiche “mascoline”, donne omosessuali la cui androginia è da sempre orgogliosamente
radicata nella espressione fisica e comportamentale.
Cunto and othered poems è quindi diventato un caso editoriale nel Regno Unito, da anni alle
prese con la valorizzazione della cultura LGBTQI+: i versi di Taylor ci trasportano infatti
nella Londra della fine degli anni ’80 – inizi anni ‘90, all’interno di una controcultura silente e
coraggiosa, multietnica e transgenerazionale, che viveva di locali, incontri, motociclette,
amori ma anche di violenza, discriminazione e invisibilità. È una narrazione poetica e militante, a tratti mitopoietica, espressione di chi il mondo butch lo ha vissuto con un senso di disperata appartenenza; è un’elegia che ha la ruvidità della strada e della lotta per la sopravvivenza, ma è anche la celebrazione di una comunità e della sua storia, ora forse percepita come marginale nello spettro multiforme delle identità LGBTQ+, ma molto significativa nella storia del movimento omosessuale.
Una certa solennità epica è già racchiusa nel titolo, con la scelta del verbo cuntare (approdato
dall’italiano antico all’inglese erudito), un raccontare aedico e atemporale, seguito dall’eco di
una pietra miliare della poesia queer come Howl and other poems di Allen Ginsberg.
La prima sezione della raccolta (Cunto) è una apologia politico-narrativa del corpo come
esperienza del sé, ma anche dei corpi come soggetto politico, come terreno di autodeterminazione, spesso nascosto, troppo spesso violato. Un inno alla lotta gridato su un
ring, durante un incontro di boxe che dura sette round: ognuno segna una tappa espressiva ed
esistenziale del percorso e il corpo diventa, pagina dopo pagina, campo di battaglia, intruso,
protesta, cimitero, retrobottega, casa stregata. E infine, rivolta.

ROUND SIX
the body as haunted house

in sleep my body is a haunted house there are
footsteps along fallopian corridors the corridor is a
rope strung above a mouth I have been woken by
blurred voices without bodies quiet arguments in my
basement once I was possesed by a small girl who
looked the same as me who ate herself on a Sunday
afternoon while her parents downstairs hardwired
their hangovers & Christmas tunes looped in nooses
//
my heart is a church bell but nobody visits & God
is a man hands in his pockets watching.
//
SESTO ROUND
il corpo come casa stregata

nel sonno il mio corpo è una casa stregata ci sono
passi lungo i corridoi di falloppio il corridoio è una
corda tesa sopra sulla bocca mi hanno svegliato
voci indistinte senza corpi silenziose discussioni nella mia
cantina quando fui posseduta da una ragazzina che
mi assomigliava divorava sé stessa in una domenica
pomeriggio mentre i suoi genitori di sotto cablavano
i postumi della sbornia e le canzoni di Natale giravano
come cappi al collo
//
il mio cuore è la campana di una chiesa ma nessuno entra & Dio
è un uomo mani in tasca che guarda.
//
(traduzione di Valentina Millozzi)

Nella seconda parte (O, Meryville ), come sul palco di un teatro, va in scena l’epopea del
Meryville, un luogo delle meraviglie, (assecondando l’assonanza con il francese mereville),
un locale di ritrovo per lesbiche gestito “in modo quasi materno” da quattro donne butch:
Dudizile, Valentine, Jack Catch and Angel. Le quattro figure sono presenze iconiche, non
reali ma verosimili, nate dalla commistione di componente autobiografica e ricostruzione
storica, in un equilibrio funambolico tra nostalgia e ricerca. La prima che si incontra, entrando metaforicamente al Meryville, è Valentine è una stud, una butch di colore, che dall’angolo del locale guarda le avventrici (per lo più donne bianche) ballare.

Valentine
Born right body
wrong day, Valentine
flicks her lighter
in the corner of the club
& white women flutter.
Tonight, she has dressed
as the inside of a mouth
a handsewn suit excised
from a cured night sky
black leather has its own skin
care routine it listens
to its mother I have heard
it said some girls give birth
to themselves on the back
of motorbikes invent the wind
let the road uncurl from between
their legs, the infinite motorway
something British & unbidden
i know why we are drawn
to the corners it’s where the road
cannot reach us. Every part
of a woman is a weapon
if you know how to hold it
Valentine says. The corner
flicks a Morse & in the dark
white hearts beat like moths
against a headlight.

Valentine
Nata nel corpo giusto
il giorno sbagliato, Valentine
attiva il suo accendino
nell’angolo del locale
e donne bianche fluttuano.
Stasera si è vestita
come l’interno di una bocca
un abito cucito a mano, ritagliato
da un cielo notturno, guarito
cuoio nero ha la sua cura
quotidiana della pelle ascolta
sua madre l’ho sentita dire
che alcune ragazze si danno vita
nel posto dietro di una moto
inventano il vento
lasciano che la strada si srotoli
fra le loro gambe, autostrada infinita
qualcosa di britannico e spontaneo
io so perché siamo attratte
dagli angoli è dove la strada
non può raggiungerci Ogni parte
di una donna è un’arma
se tu sai come tenerla,
dice Valentine. L’angolo
attiva il codice Morse
e nella notte cuori bianchi
battono come falene
contro un lampione.

(traduzione di Valentina Millozzi)

All’interno del Maryville si consumano notti di chiacchierate, bevute, incontri ma anche di
scontri con chi quel luogo lo vuole “profanare” perché spazio di e per sole donne. In The
battle of Meryville rivive un attacco notturno al locale da parte di un gruppo di uomini che
cercano di entrarvi, provocando una rissa con le donne che dall’altra parte cercano di
difenderlo: un’invasione violenta che si fa stupro per la comunità che vive quello spazio
come una casa, come il proprio corpo («they want to come/ in the locked room. The occupied
body.», «vogliono entrare/ in quello spazio chiuso a chiave./ Il corpo occupato.» ).
La violenza maschile torna come un mantra nella raccolta, nella dimensione individuale e
intimamente tragica dell’abuso (in Round Three, The body as a trespass «& now thirteen a
man pulls you over the back seat of/ a bus and stubs his kiss on your check slowly a boxer
embrace […]» ,«ed ora tredici anni un uomo ti spinge nei sedili posteriori di/ un bus e ti
stampa un bacio sulla guancia lentamente l’abbraccio di un pugile […]») ma anche nell’esperienza collettiva, come appunto in The Battle of Maryville («poor men/ they had
forgotten/ that if you/ punch a woman/ six more grow/from the wound », «poveri uomini/hanno dimenticato/ che se tu/ colpisci una donna/ altre sei crescono/ dalla ferita»).
L’acme, tragico e agiografico, di questo canto di lotta e denuncia si raggiunge in Eulogy la
pièce più politica della raccolta, un elenco litanico disteso su tre colonne strette di testo: un
ricordo collettivo, nome dopo nome, di donne vittime di omolesbofobia, uccise dalla violenza
machista, una su tutte Marielle Franco.
Quello che Taylor racconta è un mondo che non c’è più, lo immagina ormai chiuso in vetrine
da museo collocate là dove bar, discoteche, ritrovi hanno lasciato il posto ad altro. Come lei
stessa sottolinea nella premessa, la comunità queer ora vive e si confronta più nelle chat che
nei bar e nei luoghi di ritrovo storici: quello che resta inalterato nel tempo è il senso di pericolo e di discriminazione che, in molte parti del mondo, ancora colpisce in modo particolare le donne lesbiche, in quanto donne (e) omosessuali. Per questo la storia della comunità va preservata, va ribadita anche attraverso la poesia, un linguaggio che come nessun altro sa gridare fierezza, nostalgia, appartenenza e dolore. La storia non è una scatola vuota: è ieri ma è anche oggi, è essenza profonda e radicata di una collettività, come epigraficamente espresso dal distico di Adrienne Rich, citato in apertura di raccolta: the thing I came for: / the wreck and not the story of the wreck ( «la cosa per cui venni: il relitto, non la storia del relitto» da Diving into the Wreck).
La poesia di Joelle Taylor si alza come grido potente e assoluto, che arriva allo stomaco con
la vividezza di uno slang oscuro ai più, con una versificazione resiliente, che muta forma con
l’intensità della narrazione.
La sua dimensione poetica, da pluricampionessa di poetry slam e autrice teatrale, è con ogni evidenza quella performativa: l’ascolto dei reading (accessibili in QR code anche nell’edizione cartacea) è uno step imprescindibile per immergersi nella sua opera. Come in un’epifania laica, i versi della prima vera butch poet della cultura queer contemporanea prendono corpo e vita nell’atto performativo: voce profonda, ciuffo prominente ed elegante abito maschile. Welcome to No-man’s-land.


Per vedere e ascoltare Joelle Taylor:
https://www.youtube.com/watch?v=oQ5qGoOJAlQ
Joelle reads Valentine from her collection C+nto & Othered Poems, published by The Westbourne Press and shortlisted for the 2021 T. S. Eliot Prize.

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