Carmine Valentino Mosesso, ‘La terza geografia’: la corrispondenza tra l’uomo e il luogo (a cura di Annachiara Atzei)

Giovanni Sanesi, Green screen, 2022

Cosa spinge un uomo a fare ritorno al proprio paese di provenienza? La riflessione che Carmine Valentino Mosesso propone ne La terza geografia (Neo, 2021) è profonda e illuminata: la persona e il luogo si compenetrano in una relazione necessaria e catartica.
Il poeta, che ha deciso di vivere nella sua casa dell’Alto Molise per gestire l’azienda agricola di famiglia, esordisce con una raccolta che non è altro che una presa di coscienza. La sua condizione personale somiglia a quella dei tanti che abitano in territori quasi dimenticati: vite minime che spariscono in una troppo diffusa disattenzione.
I suoi versi sono politici: “La Repubblica italiana è una e indivisibile/ la Costituzione una magnificenza culturale/ seminata sulla carta della miseria,/ fuori misura perfino per una comunità fondata/ intorno all’utopia”. L’autore si schiera apertamente con la sua terra e con chi la abita e diventa la voce di chi è lontano dalle aule parlamentari, ma ugualmente conosce le leggi dell’abbandono e della solitudine.
All’iniziale constatazione del ripetersi di uno scenario di desolazione – che pervade ormai da molti decenni l’Italia più periferica – segue un appello accorato: “ci vuole un Paese che entri con clemenza rinnovata/ nell’archivio delle paure, dei fallimenti, delle/ politiche guaste/ e ricominci a seminare nell’unica terra resa fertile dal sangue e dal sudore,/ la sola terra che non vede crisi e che cresce dentro/ tutti:/ il cuore”.
Si tratta di decidere – sembra volerci dire – cosa deve essere salvato e cosa no, e di capire cosa abbia davvero valore: ciò è possibile solo attraverso uno sguardo nuovo e sensibile che sia rivolto non solo verso ciò che ci sta attorno, ma anche verso noi stessi. La rivoluzione è anzitutto individuale: non c’è persona che possa concentrarsi sugli altri e sul mondo se prima non comprende la giusta misura di sé, il suo spazio, il suo limite e il suo rapporto con le cose: “Come specie/ ci siamo sempre dati troppe arie. Esisteranno sicuramente poeti tra gli alberi,/ rivoluzionari tra gli altri animali”. La nuova umanità prospettata dal poeta richiede un esercizio sistematico e continuo e consente di farsi più prossimi agli altri esseri viventi, all’ambiente e, soprattutto, alla vita stessa, dalla quale siamo fin troppo distanti, quasi come se non fosse la nostra.
Se, da un lato, ci troviamo di fronte a un manifesto politico, dall’altro – proprio perché di poesia si tratta – vengono scardinati quegli imperativi conosciuti a memoria e, stavolta, riempiti di un senso nuovo: così, il cuore di quest’opera diventa la piazza e la mela, il grano e la chiesa, le nuvole e le zampe delle capre. L’autore conosce i posti perché lui stesso ne è parte e ci consegna dei componimenti autentici e sinceri che ruotano intorno a tre parole chiave: origine, identità e cura. L’origine è nelle pietre che partoriscono altre pietre, nella Majella che diventa grembo e nella luminosità delle sue punte che è descritta come una rinascita: “andare incontro alla luce della cima/ è come nascere una seconda volta”.
Non stupisce, allora, la corrispondenza tra gli uomini e le cose, la fratellanza con le valanghe, gli incroci di anime e terra, il combaciare di mani e campi, delle rughe col vento: l’identità ritrovata grazie all’attenzione e alla vicinanza. Infine, la medicina del paesaggio: ascoltare le foglie, passare col cuore in mezzo ai fili d’erba, curarsi con l’aria, immaginare. Le sensazioni personali – senz’altro mature per un ventottenne – il lavoro di imprenditore agricolo nell’Appennino e il tentativo fatto tramite la scrittura di sensibilizzare il lettore verso le istanze dei piccoli paesi, uniscono una dimensione più intima a quella universale nel desiderio di una comunanza di cui la parola si fa strumento. Nel far questo, la silloge ha il pregio di richiamare alla mente alcuni temi cari alla tradizione letteraria e, in particolare, il pensiero di un grande intellettuale del Novecento, Andrea Zanzotto, e il suo incessante dialogo col paesaggio: lì, come in questo caso, l’ubicazione dell’io poetico non è un mero sfondo, ma cellula prima di un affetto profondo per il paese di nascita attorno al quale si sviluppa il suo intero lavoro. Nel leggere: “La neve non è una condizione meteorica/ né un fatto che appartiene al clima,/ è figlia di invisibili frammenti che vagano nell’aria/ la polvere degli angeli, il nido di certe farfalle” l’eco dei versi di Zanzotto si fa chiarissima: quella neve salvifica di Meteo, che tanto ha a che fare con la necessità dell’uomo e della Terra di mettersi reciprocamente in salvo, lascia una traccia evidente in questi testi aumentandone l’intensità.
Amore per le proprie origini, ricostruzione, restanza, ecologia, continuano, quindi, ad alimentare il pensiero degli scrittori e anche Mosesso rivela questa capacità attraverso il riferimento agli elementi di una quotidianità semplice, a località remote e a chi le abita: arbusti, rocce, quartieri e popoli, “una disciplina di costole e tralicci, carne e cielo”, sono il sunto e il senso della terza geografia.

A cura di Annachiara Atzei


Cinque poesie da La terza geografia (Neo, 2021)

Certi luoghi
non sembrano partecipare
alla giostra dei viventi.
Hanno un peso irripetibile,
una fisicità irreale.
È come se non fossero appoggiati al mondo
ma conficcati dentro.
In una severa beatitudine,
attorno a un prosperoso seno di silenzio
che li nutre.
Non è facile raggiungerli,
si può soltanto essere raggiunti.
È in luoghi come questi
che è ancora possibile sentire
la svagata vicinanza delle cose,
ascoltare confidenze lontane,
partecipare al battesimo dei temporali,
alla comunione delle rose.
*

Spostare il nostro asse
verso il centro delle cose,
sentire la corda della vita
in tensione verso tutto.
Noi che un momento dopo essere nati
ci avviciniamo al niente.
*

L’orizzonte non vuole più arrivare,
i monti disegnano altri monti,
le pietre partoriscono altre pietre.
Il cielo che nessuno ha mai incontrato
è nato qui,
tra queste alture.
Orografia sospesa, scoscesa,
più che una montagna
la Majella è un grembo,
un grande corpo d’acqua e di paesi.
Andare incontro alla luce della cima
è come nascere una seconda volta.
*

Esco a piedi nudi dal tuo sonno,
è domenica mattina
e la tua schiena a ogni nodo partorisce
un sole buono.
Fai l’amore col silenzio che matura nella chiesa,
coi serpenti che tornano nel fosso,
il tuo sonno spinge il cielo nelle vene
l’animale alla sorgente.
*

Come specie
ci siamo dati sempre troppe arie.
esisteranno sicuramente poeti tra gli alberi,
rivoluzionari tra gli altri animali.
*

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