“La testa tra le siepi” di Omar Suboh. Quando un racconto diventa visione

Amirah Suboh, Il cappio

Una notte apparentemente normale, estiva, con le stelle che illuminano la volta celeste di puntini aeriformi, come lucciole sospese trasformate in lanterne per l’occasione: fari della tua mente annebbiata, grigia e assonnata. Ci siamo andati insieme in quel posto, una specie di giardino con i sentieri che si biforcano al suo interno, pieno di strade che si aprono all’improvviso, varchi da attraversare nell’oscurità, tra le tenebre del cervello e quelle degli alberi grandi, autoritari, che ti aspettano ai lati di un percorso da attraversare per raggiungere una voragine inattesa, e tu non lo sai – non lo potevi sapere– ma è lì da tanto e voleva solo te.

L’illusione del teatro: la falsa credenza che il palcoscenico del mondo racchiuda tutte le essenze non ancora dischiuse, come conchiglie sigillate che al loro interno nascondono tutte le luci del cosmo.

Un vortice di pensieri ti sballotta da una parte all’altra. Senti la sua mano che ti sostiene, ma ancora non sai perché lo stia facendo, lo scoprirai domani, se ti sveglierai. Appena girato l’angolo a destra, quello oltre la siepe, solcato da un raggio lunare invadente che sembra spaccarlo in due, senti aprirsi la tua mente caleidoscopica. Un arcobaleno multicolore ti trapassa da una pupilla all’altra e, in quell’istante, ti si annebbia la vista. Non sai più dove sei, perché esisti – questo non lo sapevi nemmeno prima –, cosa vogliono da te questi strani enti fantasmagorici che ti volano intorno. Cercate me? Che cosa volete? Non vi ho fatto niente ma voi continuare a chiedermi il conto, a misurarmi con il compasso, lo percepisco, per certe cose ho sempre avuto un Terzo Occhio, come un doppio cuore per amplificare le sensazioni esasperandole. Ora che sono qui, e non vorrei esserlo, vi chiedo: se ho fatto qualcosa per cui mi debba scusare, dovete solo dirmelo, e mi abbasserò al vostro cospetto inumidendomi le labbra e gli occhi, passandomi una mano dalla spalla sinistra a quella destra in segno di redenzione, come il nostro Signore Cristo crocefisso –  dissi –  ma la schiera di maschere senza nome non rispose, continuando a digrignare i denti e spalancando le fauci giallastre i cui residui di una strana materia organica pendevano come i ponti di bava costruiti dai loro filamenti.

Quegli occhi gialli, anch’essi, non li dimenticherò mai più. Le vene dei capillari rotti incidevano le iridi come miniature sacre. Al loro interno, ne sono certo, vi era iscritto un alfabeto allegorico, lo stesso della Natura immanente guidata da quelle strane materie oscure che abitano i popoli della notte. Uno di loro aveva una cresta di capelli violacei, increspati, la pelle catramata e delle cicatrici gli recidevano gli zigomi devastati. Mi guardò come dall’alto di uno scranno menomato, segnato per sempre da guerre, epidemie, carestie e inondazioni irreversibili. Mi alzai da terra e raccolsi un mucchio di terra nera – gliela avrei lanciata dentro agli occhi! –, gli andai incontro, aprii le mie braccia in segno di sfida: non mi importava più di niente. Orfeo che sfida le Eumenidi, l’Ade non mi faceva paura… Non lo farai! Non lo farai! Mi disse, prima di lanciarsi contro di me, o contro il giorno, come un bagliore eterno, lo stesso che stava brillando nelle nostre albe accarezzate da mani stanche, teste trafitte, tempie pulsanti, organi vivi ma avviati a un triste ciclo di corruzione. E da quella collisione ne scaturirono schegge scintillanti che, come fuochi d’artificio lungo il Point Neuf, fecero da sfondo al nostro duello finale: lo scontro immortale alla fine di tutti i tempi. Vidi con distinta chiarezza la mia testa cadere superando l’uliveto dimesso e abbandonato, instillando intorno, in quella erba contaminata, i germi della mia progenie, che per contatto si sarebbero moltiplicati dando forma all’invisibile in un continuum di spazio e tempo senza fine. I suoi artigli acuminati mi graffiarono il petto, squarciandolo. Della materia schifosa uscì fuori dal mio collo al posto di carne e sangue, l’aria si fece irrespirabile, il suo odore mefitico invase la mia testa ciondolante, ormai lontano anni luce da quella posizione, mentre rotolava lungo i campi di grano posti al di là delle inferriate che proteggevano una torre alta e svettante, metallica, composta da linee rosse e bianche a spirale, incorniciata da un muro di fuoco che pareva perforare la biosfera. È tutta colpa tua! È tutta colpa tua Stephen! Disse il demone, mentre mi abbandonavo a un sospeso sonno narcotico, frantumando per sempre le barriere che tenevano separate le dimensioni inaccessibili ai nostri sensi, da svegli. Una voce continuava a bisbigliarmi: È tutto finito. È tutto finito! Sono Io, non mi riconosci?

E mentre lo diceva il suo sguardo, come una retta perpendicolare al centro dell’equatore, separava in due gli emisferi del mio corpo, o di quello che ne rimaneva. Non saprei dire con quali occhi vidi quell’Anima, visto che la mia testa era stata recisa, ma sono sicuro che fossero interiori. Gli occhi di uno spirito addormentato ma brillante come un cristallo, capace di rifrangersi lungo i frammenti prismatici della realtà.

Il giorno dopo ero ancora vivo, inspiegabilmente.

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