La Grande Mutazione, un racconto metafisico di Omar Suboh

Frame tratto da “True Detective”, Stagione I
La Grande Mutazione

Mi trovavo ad Atene: la culla del pensiero. Camminavo per le sue strade ricolme di persone dai tratti stanchi, i cui volti erano segnati irreversibilmente dalla fatica di vivere. Pensavo che la causa di tanto malessere fosse ascrivibile all’assenza di un fine nelle loro vite. Miliardi di parole spese per costruire l’architettura della filosofia e poi vederla crollare giù così. In questo vicolo predicava Socrate, mi dissero, convinti di avere di fronte l’ennesimo Platone piegato sugli antichi maestri, depositari del sapere di tutti i saperi: la logica razionale occidentale. Cosa odiavo più di ogni cosa?
Le sue categorie. Le maglie strette in cui ogni pensatore ha cercato di imbrigliare il mondo conferendogli ordine. Ma il cosmo è caos (chaosmo?), entropia e Bhagavadgītā, disarmonia prestabilita e metamorfosi, sì, perché tutto si trasforma, niente rimane fermo, fisso e immobile nella sua condizione di partenza. Di fronte alla Grande Mutazione, chi ero Io per ergermi al di sopra delle parti, ennesimo corpuscolo di un bosone gigantesco, particella subatomica visibile solo al microscopio da un’altra galassia indescrivibile e inesplorata, acaro di una Mente imperscrutabile come i destini a cui siamo tutti intrecciati, legati indissolubilmente alla natura dove tutto fluisce e termina per rinascere. Vagavo indisturbato in una città avvolta dall’oscurità della notte, quando ad un tratto sentii picchiettarmi una spalla, mi voltai e scrutai un viso segnato dalla scarlattina, gli occhi rosso porpora indemoniati, una maschera apotropaica sormontata da solenni corna di cervo incorniciavano quella bestia immonda, sputata fuori da una caverna in cui erano stati rinvenuti sui muri i caratteri di una lingua illeggibile, dove alcuni prigionieri contemplavano la realtà attraverso le ombre delle statue. Ápeiron! Ápeiron! disse, sembrava abbaiasse. 
Gli risposi che non lo capivo ma non volle sentire spiegazioni, e brandendo un bastone dalla punta acuminata con una piccola testa di cane sulla cima, inveì ancora più forte nei miei confronti: ero colpevole di qualcosa. Perché proprio io? Non avevo commesso niente di così grave, in fondo. Il mio unico peccato è stato quello di abdicare il pensiero razionale, la dialettica rigorosa che vuole stringere il mondo nella morsa del concetto. Sferrò il primo colpo con estrema cattiveria, e lo scansai. Raccolsi una pietra su cui ero appena inciampato e la scagliai con crudeltà, colpendolo al centro di quella maschera spaventosa e spaccandola in due. Una luce totale scaturì da quel varco appena dischiuso, infiniti mondi progressivamente sempre più piccoli uscirono racchiusi in sfere brillanti. Ricordo di essermi riconosciuto in una di quelle biglie infuocate, come uno specchio il cui riflesso rifrange come un prisma la realtà frammentandola in schegge luminescenti. In quello stesso attimo incominciai a piangere. Un pianto a dirotto, come un fiume che attraversa tutti i continenti per ridiventare mare, oceano, fondendosi nel vuoto della volta stellata, inglobando ogni cosa nella sua estensione perpetua. Archè! Archè! disse il mostro, posando la maschera ormai devastata e inondando di luce propria il centro del mio cuore. Una spirale grigio-argentea mi avvolse al suo interno trascinandomi al culmine di ogni percorso raggiungibile nello stato onirico, e ad un tratto capii che stavo lasciando per sempre il mio corpo, ma non la mia mente. Ero diventato tutt’uno con l’invisibile. Tutte quelle parole strane, incomprensibili, sussurrate e gridate dalle maschere che avevo incontrato nell’arco di tutta la mia Storia, non erano altro che il preludio della rappresentazione del punto a cui ero arrivato in quel momento, nell’Acropoli abbandonata, con le sue mura gialle e increspate, i venditori di pite e salsa allo yogurt del centro, i falafel e la feta. La prima sensazione che provai fu quella della nostalgia. Rividi, guidato dal Terzo Occhio, il bagliore della mia prima nascita, quando ancora avvolto nel liquido amniotico, nuotavo con le bollicine prodotte dal calore del corpo di mia madre.
Mi divertivo a farle scoppiare dentro la sua pancia, e ad ogni scoppiettio un sussulto la faceva vibrare. Ma erano le sue risate a risvegliarmi dal mio torpore, le sue risate di allegria, quando chiudevo gli occhi – perché il calore del corpo quando si è dentro la pancia raggiunge temperature insopportabili – e per riaprirli bastava una scossa elettrica prodotta dall’unione di gioia e amore per tuffarmi in quel mare di beatitudine: una sensazione che non avevo più incontrato, e che ora riassaporavo da una dimensione remota, sospesa e dilatata, fluttuando tra le stelle comete non ancora precipitate al suolo. Vidi la mia testa contorta sovrapporsi all’atmosfera circostante. Mi fissava intensamente, sembrava suggerirmi di non avere paura, anche se quello era il mio più grande timore: No, Stephen, devi avere fiducia! Il mondo è una tua costruzione, disse, sbagliando, anche se di poco, il riferimento.
Quell’errore, imperdonabile per qualsiasi contesto accademico, si rivelò illuminante, conferendo retrospettivamente un senso nuovo a tutti gli episodi che avevo vissuto sia come protagonista che come spettatore: solo l’errore creativo avrebbe spalancato i sentieri non ancora discesi, non ancora esplorati né scoperti dall’essere umano. E allora non ero solo io a rinascere, ma tutte le cose intorno. Quando mi uccisero non provai dolore.



© Omar Suboh

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