Alessandro Agostinelli, “Il materiale fragile” (peQuod 2021)

Alessandro Agostinelli, Il materiale fragile
peQuod 2021

La fragilità annunciata sin dal titolo di quest’ultima raccolta di Alessandro Agostinelli risiede tutta nell’elemento umano, nell’individuo e nel suo rapporto con il mondo, la vita, il tempo; meglio ancora: risiede nel condizionamento umano e nel bisogno di evadere da esso, secondo il proprio arbitrio.
La strenua fedeltà alla sua poetica, ossia l’ossessiva ricerca della e sulla parola che vada oltre la tradizione alla quale comunque si guarda e si guarderà sempre (si pensi alla precedente raccolta e ai suoi ‘rifacimenti’, e si veda ora in Il materiale fragile il secondo testo della sezione Bianco e nero), qui si traduce in una forma di confessione che ci risparmia i troppi piagnistei che intasano e confondono da anni (troppi) la poesia italiana: «ogni scrittore è in viaggio/ viaggia tra sé e per il mondo/ e prova a venire a capo della storia./ un’ambizione come quella dei condottieri/ ma senza sottomettere nessuno.// noi che viaggiamo/ siamo autentici soltanto/ quando percorriamo fino in fondo/ il nostro essere civili con gli altri, e allora potrai volare un giorno/ e per sempre./ ma nessuno sa del volo/ e della responsabilità,/ dell’infuturazione dello scribacchino» ci dice Agostinelli in [follonica] prima parte della poesia i canti (final cut) (p. 38). Ecco, «infuturazione dello scribacchino»: e l’attenzione cade sull’ambiguità espressa da “scribacchino” che se da un lato manifesta l’umiltà di chi ci parla ora, dall’altro ammonisce su un’intera schiera che si crede casta e che pretende di infuturarsi, verbo in cui risuona il monito dantesco pronunciato dall’avo Cacciaguida in quel passo (Par. XVIII, 98) in cui compare l’unica occorrenza del verbo parasintetico. Ma “infuturarsi” qui forse varrà anche come l’azione di un continuo presente, quello di Agostinelli, che perdura nel tempo e che si proietta nella sua missione di svelamento, di scoperta, di portare alla conoscenza altrui ciò che i suoi occhi vedono, la mente elabora, e la parola trasmette.
Coeso e coerente in questo suo frammentismo (e non potrebbe essere altrimenti un libro che si fonda sulla fragilità materica dell’individuo), Agostinelli ci mette a fronte di una pausa che è anche una svolta: un fare il punto della situazione personale che inevitabilmente diviene universale se condotto con gli strumenti della poesia, ma soprattutto con la parola si fa poesia: «[…] sostieni il sorriso/ se il peso preme della vita:/ siamo luoghi e incontri/ […] siamo il lento schiocco/ della frusta, l’invisibile/ fluire gitano, scorta/ custode di noi stessi,/ un prestito, la brezza sottile/ di un giorno felice» (parola, p. 25). Fondamentale l’esperienza del viaggio, tema/dimensione centrale non solo della poesia ma più ancora della vita che inevitabilmente si fa metafora e quindi porta d’accesso per la comprensione. Perché il viaggio qui è declinato anche come meta-viaggio poetico nel sentiero obbligato della sezione Il ventre passato che riprende alcuni testi dalle precedenti raccolte (centrale per l’economia di questa raccolta la presenza di brodskij), innestandoli di fatto nel discorso tutto nuovo che è lontano dall’essere una spolverata di vecchi oggetti lasciati in vista su un tavolino altrettanto impolverato.
Il punto di osservazione privilegiato è quello di chi ha scelto di porsi ai confini del mondo, ai confini della parola: sia esso la frontiera o la provincia, ciò che emerge è l’assenza di un centro riconosciuto come tale perché «nella vita di ognuna [civiltà]/ viene il tempo in cui il centro/ non tiene più, e allora […]/ quello […]/ che salva queste civiltà in declino/ (come questa nostra)/ […] non sono gli eserciti e le legioni,/ ma la forza della lingua» (brodskij, p. 33). E, come si vede, non è più «il punto morto del mondo, l’anello che non tiene» di montaliana memoria – che pure echeggia –: è qualcosa che va oltre la maglia metallica, la cotta degli eserciti; qualcosa che proviene da quelle voci del mondo che dalla periferia di esso si sono sollevate a parlarci, come bene mostra il breve passo da brodskij citato che tira in campo Derek Walcott e il suo Map of the New World; qualcosa che provenendo da lontano ora dialoga proprio con Il materiale fragile dell’omonima sezione che mette a nudo il modo di “parlare” dell’occidente («nascere dove si può vivere/ e non sbagliare a venire al mondo./ vivere dalla parte giusta/ e lì non sbagliare famiglia.// così parla l’occidente […]», I, p. 45) e le sue contraddizioni, «le solite ipocrisie del corso principale» (IV, p.49). E quindi ciò che ci offre tutto questo materiale fragile è una “mappa” nella quale rintracciare le coordinate per potersi muovere, potere sopravvivere, potere esistere: potersi sedere su di un molo di un porto e osservare fellinianamente «le navi a pochi metri/ grandi come viaggi tutti interi» (p. 47).

@FabioMichieli

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