Niccolò Nisivoccia, Quasi una cosmologia (lettura di Franca Alaimo)

Niccolò Nisivoccia, Quasi una cosmologia
Prefazione di Vittorio Lingiardi
InternoLibri, 2021

È il silenzio: il vuoto del bianco che si allarga tra un frammento e l’altro, intanto che, di pagina in pagina, la stessa idea si rifrange ogni volta mutata, suggerendo altri punti di vista, suggestioni, dubbi, così che quelli che sembrano, a prima vista, degli enunciati categorici si trasformano in investigazioni, e il vuoto, generando echi, rivela la sua possibilità di pienezza nell’irrequietezza della domanda, che avanza verso la risposta senza mai raggiungerla, ma fecondandola senza tregua.
Dietro ogni frammento si percepisce un sottofondo di meditazione, di letture, di presenze, di relazioni umane, il movimento della vita tutta, lo spazio di una spiritualità intatta.
Che poi, al centro dell’investigazione del reale, ci sia il corpo con tutti i suoi sensi squadernati così negli spazi esterni come in quelli interiori, non significa che a Nisivoccia la materia della vita interessi più di quanto da e attraverso ne derivi, ossia quel fitto sciame di percezioni che ne faciliti la perdita di peso, di eccesso di presente, nell’imponderabilità di un sentimento o di un’idea; oppure in un’illuminazione in cui quella materia sia destinata a morire affinché di nuovo tutto ricominci a scorrere dalla cosa concreta (che ha odore, sapore, superficie) all’astrazione in un avvicinamento mai pienamente realizzabile, se pur necessario, per l’interporsi della distanza fra i termini di partenza e di arrivo.
E, tuttavia, l’autore ribadisce più volte l’invito ad essere perfettamente coscienti, nell’avventura dell’esistere, che i sensi («bisogna credere ai sensi per credere a sé stessi, alla propria verità»), nel mettere in relazione tra, implicano, oltre al mondo nella sua esplosione e prodigalità di forme e eventi e storie nella Storia, anche l’esistenza dell’altro, ovverossia un tu che implica una relazione affettiva, se, come scrive il prefatore di Quasi una cosmologia, Vittorio Lingiardi, «l’insieme dei frammenti forma un discorso, ebbene sì amoroso».
I sensi trascinano, finanche, verso l’oltre-realtà, favorendo il passaggio dall’immagine all’  immaginazione secondo un processo di recupero di affinità iconiche sepolte nella memoria come di astrazione e simbolizzazione (come ci hanno insegnato Proust e la Woolf).
La memoria ha un ruolo fondamentale nel rapporto che Nisivoccia stabilisce fra gli opposti: presente-passato, infanzia-maturità, realtà-immaginazione; è quasi impossibile, però, individuare, se non molto raramente, nei frammenti ispirati dalla sua biografia luoghi e tempi precisi, essendo dominante piuttosto una vaghezza, che a volte confina con il mistero (possedendo qualcosa in più), a volte con una spoliazione estrema (privandosi di dettagli e di lineamenti concreti), che l’evento assume su di sé, quando torna sulla pagina scritta come simbolo o metafora di qualcos’altro.
Succede pure che la figura descritta sia quella ammirata, di spalle, in un quadro così da duplicare la sublimazione del reale; e del resto i rimandi, nella scrittura di Nisivoccia, sono moltissimi: per esempio, il frammento a p. 47: «Nessun elemento oltre a questo: il vento che soffia su ogni cosa – su ogni gesto, ogni azione, ogni posa» non può non rimandare a René Char di Ritorno sopramonte, a proposito del quale Staronbinski scrive: «Char ci dice con forza che la sola dimora del poeta è lo strumento del passaggio» che «il poema, cosa finta, oggetto immaginario, ha come garanzia della sua verità il fuoco interno dell’uomo e il segno esterno del vento». Del vento Nisivoccia parla in sei frammenti consecutivi che si possono leggere da p. 47 a p. 52, tra i quali il più efficace proprio per la sua brevità è Vivere nel vento: un senario con una bella allitterazione.
Il corpo è, insomma, una sorta di crocevia, il libro infinito dove tutto (perfino ciò che è stato solo sognato e tuttavia attende) viene scritto, istante dopo istante, in un continuo colloquio tra le varie partiture del tempo, compreso quello antecedente alla nascita dell’individuo, raccoltosi tutto in un seme, che si è messo in marcia verso il futuro: «Il corpo, unico testimone» (p. 16).
Perfino la spiritualità è alimentata dai sensi, specie dalla vista del cielo, del sole, della luce, tuttavia preceduti dal soggetto “la gloria”; mentre lo “splendore” di quel mattino d’aprile viene connotato da aggettivi, quali “mistico” e “divino”, attinenti al linguaggio dei testi sacri; sempre il cielo in un altro frammento si fa spazio del sacro: «Percepire il sacro dentro di sé, quasi un pezzo di cielo»; e ancora (a p. 96) se ne percepisce l’aroma («il profumo del sacro»). Lo Spirito luccica in altri frammenti: così in «l’amore come un ricordo dell’origine, e quindi come tensione», che rivela appieno uno sguardo abitato dall’apertura e dallo stupore, in opposizione alla cultura del nulla.
In buona sostanza, è possibile parlare a proposito di Niccolò Nisivoccia di una poetica dei sensi; nel frammento a p. 72: «Il contorno che dà la pioggia alle cose – attraverso il rumore, attraverso l’odore che dalle cose solleva. Il sapore che lascia nel giorno», mentre esalta direttamente le funzioni della vista, dell’udito dell’olfatto, del gusto, sottintende quello del tatto che possiamo immaginare nel tocco della pioggia che cade sopra le cose. Si potrebbe pure tentare di accorpare certi frammenti in cinque gruppi, tanti quanti i sensi, e si constaterebbe che a prevalere sono il tatto e l’olfatto, i più elementari e animali, concessi come strumento di conoscenza anche ai sordi e ai ciechi. A proposito dell’olfatto l’autore si rifà all’intuizione olfattiva di Minkowski (ma c’è pure tanto Proust), ma vi si potrebbe leggere anche un rimando al gesto, generalmente disapprovato, dell’apostolo Tommaso, che non fidandosi dei possibili inganni della vista, vuole toccare il costato di Cristo, affermando lo stretto legame fra carnalità e spiritualità, sensi e posture del cuore.
C’è da aggiungere che, se vivere è fondamentalmente stabilire relazioni attraverso i sensi, vivere significa anche abitare la Storia: «siamo corpi immersi nella Storia», dice Nisivoccia, e dunque portiamo dentro di noi «la responsabilità del tempo, del proprio tempo» (p.133). S’innestano, così, nel mondo poetico dell’autore milanese, il disgusto, «la paura» e «lo sgomento» per la politica «infedele ai suoi principi, distorta nei suoi fini, svilita a poca cosa»; e la denuncia di quella disattenzione (che “produce l’ingiustizia”) nei confronti del male, quando esso “cade lontano” e ci sentiamo rispetto a esso “innocenti” e non responsabili. Riflessioni che conducono necessariamente alla condanna della guerra in quanto violenza insensata, che sparge “le ceneri dei vinti come dei vincitori” nella vita degli individui come in quella degli Stati. Non meraviglia, allora, che tra i molti nomi citati, si leggano quelli di Etty Hillesum, Kamel Daoud, Hisham Matar, che hanno sofferto la violenza della Storia sulla propria pelle, nutrendo, tuttavia, la speranza di contrastarla con l’azione, con la parola e la bellezza. A questo proposito Nisivoccia ricorda Camus, il quale afferma che «la bellezza non smentisce le ferite e le miserie della Storia […] ma le lenisce». Allo stesso modo placano l’anima le ombre lievi del pittore barocco Georges de La Tour di cui André Malraux disse: «interpretava la parte serena delle tenebre» e «ci voleva il suo genio per concepire un Caravaggio trasparente».
Questa funzione di trasparenza è assunta, nella poesia di Nisivoccia dall’intenso lirismo che circola in questi frammenti, che, riuniti insieme, possono tracciare una cosmologia, una via, in termini pratico-conoscitivi, di ordine e bellezza ubbidienti a un progetto di redimibilità del mondo, allo scopo di sprigionare tutta la fragranza aromatica del Bene. All’interno di questi frammenti sono disseminati metri classici, rime, assonanze e consonanze che conferiscono una raffinata, ariosa musicalità al dettato di Niccolò Nisivoccia, un autore a cui piace sostare sulla soglia del visibile per accedere, insieme ai suoi lettori, all’incanto e al mistero.

© Franca Alaimo

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