Iuri Lombardo, Dizionario delle notti (rec. di C. Tosetti)

Iuri Lombardi, Dizionario delle notti
Arcipelago Itaca 2021
Recensione di Carlo Tosetti

Iuri Lombardi usa chiudere le sue raccolte con un breve saggio-commento (credo anche atteso dai suoi lettori, quale chiave, suggerimento per inoltrarsi nei meandri della sua poesia) e tale costume è rispettato anche in Dizionario delle notti (Arcipelago Itaca, 2021).
In questo scritto, nel descrivere l’approccio alla stesura della raccolta, quasi per l’intero errante nella distesa infinita dell’oscuro (la notte, il buio, la morte, ma anche l’eros) Lombardi pone quale modello il Requiem, sottolineandone il contrasto rispetto alla poesia sepolcrale, poiché rappresenta «un commiato ma più metafisico e che svolge la propria funzione lontano dal rigore della fisicità e quindi, non per ultimo, dalla legge di uno stato di natura e di cose».
Vero è che tale confessione demistificatrice si riferisce alla prima e corposa sezione del libro (Al principio della notte), ma altrettanto è vero che la coerenza stilistica di Lombardi (coerenza sia orizzontale che verticale, cioè lungo la scala del tempo) fa sì che le connotazioni “crepuscolari” della prima parte siano riscontrabili in tutta la raccolta (suddivisa nelle sezioni Il principio della notte, Epigrammi romani, Un attimo prima dell’alba, Notti rupestri) e financo nel passato.
Osservo infatti che – forse – la sua poesia è da sempre un Requiem, o, quanto meno, per certi aspetti lo era già in Il sarto di San Valentino (Ensemble, 2018), progetto differente, che tuttavia per l’atmosfera si protende e si lega all’ultima fatica.
Unica “increspatura” della raccolta (che virgoletto, in quanto è uno strappo scientemente voluto e inserito dal poeta) è incarnata dalla breve sezione Epigrammi romani, che s’allontana per stile, ma che consuona logicamente con la sezione Cruciverba della croce, di Il sarto di San Valentino, restituendo il medesimo effetto di pausa, di stacco dal pathos dominante.
Nell’analisi degli elementi della poetica di Lombardi, non ci si può sottrarre a citare il ricordo, forse principale ingrediente della poesia, sostrato ai temi che in essa radicano e fioriscono.
Il ricordo di Lombardi è fortemente impregnato di cose, nell’accezione antropica del termine, laddove le esistenze ricordate, i frammenti di vita e di morte sono collocati in precisi ambienti, dalle precise tinte, restituendo un’atmosfera che non saprei come definire se non “calore dolente”.
Appaiono vestigia, segni dello sfarzo pazientemente eroso dal divenire, che talvolta restituiscono l’algore della pietra e per cui si sottraggono al tentativo di elevazione del Requiem (ma infondono ad esso potenza, quali contraltari), pietre-scenografie del matrimonio emotivo di Lombardi con i luoghi elettivi di Firenze e Roma (città definite dallo stesso autore “città simbolo di un epicureismo contemporaneo”) e appaiono anche passaggi per i paesi del sud, a sancire l’ubiquità della morte e dell’eros, entrambi animati da colori e odori accesi nel crepuscolo, nel buio, che dona loro, come sopra descritto, un calore intuito, appena percepito, che si estingue nella notte o si accende nell’albeggiare.
Lo stemperare i toni dei suoi luoghi suggerisce al lettore inquietudine del cammino terreno, che di fatto avanza sempre lungo una cresta, somma di due versanti opposti, indissolubili, complementari.
Allora, questa è la forza del Requiem di Lombardi, il cui scontro continuo di luce e tenebre travalica la fisicità insita nella fine del corpo e delle cose, ed evita di permearsi dell’aura della morte, pur trattandola; la sorvola mirando al compimento di una metafisica dell’assenza e del ricordo.
È un gioco di nascita e morte, di albe e di notti, in cui le tenebre sono continuamente attaccate da una luce fioca che balugina, per cui – di fatto – la morte non è del tutto tale, e forse anch’essa scompare in una semplificazione matematica, termina o confluisce in un nuovo inizio, sancito dall’insolente luce dell’alba o del lampione, ricordandomi l’aperto finale di Tolstoj in La morte di Ivan Ilijc:

[…] Cercava il suo antico, solito terrore della morte e non lo trovava. Dov’è la morte? e che cosa è la morte? Non esisteva più terrore perché non esisteva più morte. Invece della morte c’era la luce. […]

[…] – È finito! – disse qualcuno, chinandosi su di lui.

Egli udì quelle parole e le ripetette dentro di sè. «È finita la morte», disse nel suo pensiero. «La morte non esiste più». […]

Nella prima sezione del libro questo rimescolio (e pareggio) di opposti è incessante; ne riporto alcuni esempi fra i tanti:

In te alberga sempre il bambino che eri/ s’agita la notte in un albeggiare d’erba… (p. 14)
L’aria si increspa sotto i secchi colpi/ della luna bianca affacciata al nulla… (p. 17)
albeggiano tra le fronde le notti/ chiare… (p. 19)

Riporto la poesia intera (p. 21) per il gioco di luci, ombre e buio:

I lupi rovistano la via lattea
nell’incrocio delle ombre sfavillanti
le lucciole accendono il novilunio,
apparecchiato l’asilo sul ramo
al gufo in procinto di un assolo e
all’unisono s’aprano come gemme
i lampioni sul viale dell’ultimo
spettacolo: di uno stacco di gambe.
Una sagoma con l’ombrello aspetta.

Come già espresso, certe immagini si incontravano nel precedente lavoro, dal quale estraggo due brevi passaggi, a supporto della mia visione:

Non ho fatto in tempo a baciarti la fronte,
te ne sei andato, figura persa
nel pomeriggio già bruno sul presto,
[…]
la città qui si ricompone nei sozzi
riverberi di luce o tra pozze
in un autentico mattino cui scorgi
negli occhi del compagno bianco di buio.
[…]

In Dizionario delle notti (e, in generale nel buio) è anche l’eros a manifestarsi, talvolta descritto, spesso sottaciuto, sempre impastato con altra cupa farina, e ciò non stupisce, trovando in questo elemento altro ingrediente fondamentale di Lombardi poeta e narratore.
Il dolore (coprotagonista), è costante: non c’è il piacere immacolato e tuttavia gli antagonisti amore e morte (luce/buio) sono lontani dall’interiore battagliare dei freudiani Eros e Thanatos, sia per una sorta di rassegnazione che ne mitiga il clangore, che per la scelta volontaria – epicurea – di volgere lo sguardo altrove:

Non c’è atto più intenso del sopravvivere,
quindi tutto si rapporta a quello.
È nell’uomo il seme dell’autoconservazione
e in essa costruisce la propria civiltà,
il senso all’esistere.
Il concetto stesso darwiniano si rapporta
ad un sistema di maggioranza.
Chi vuole vivere (e la bellezza è una delle poche vie)
in realtà vive solo estinguendosi. (p. 11)

[…]
La notte rupestre cigola di insegne
sul Lungotevere dove fermo rimane
un maggio perpetuo.
Sottili le dita della sua mano, come il suo pene,
tormentano di smania l’antico volgare
rito da dove geme la vita.
Ma se una madre sapesse il crudele
destino del figlio quante volte
rinnegherebbe di averlo dato al mondo?
Il mio dolore gioioso, quasi di luce,
sta nella consapevolezza di averti accanto.
Assieme, lentamente, lesi dalle stagioni
diventiamo adulti: forse uniti dallo stesso destino.
Della barca è crollato l’assito:
per il mare non siamo che due sagome:
senza di te temo una vita impossibile. (p. 81; dalla sezione Notti rupestri)

Riporto infine una parte della lunga poesia Morte a Salvitelle, p. 64, tratta dalla sezione Un attimo prima dell’alba, in quanto collocata nel sud, idealmente remotissima dalle città sopra citate:

Il paese scompare tra i canneti;
tra le strette maglie della fila
d’alberi cui s’impiglia l’azzurro
buio della sera; nell’aria ferma
senza la consolazione – oramai
digerita imboccandosi di ricordi,
di prati strappati al sole – del vento
infecondo d’acume sparso di luce
tra gli accenni crudeli di balconate,
tra vecchie e nauseanti scale dagli atri
bui; dalle porte spalancate delle botteghe
di macellai di magri lombi e altre carni
appese, disanimate, senza più persona,
esangui e bianche nell’albeggiar dei cieli!
Assolate dal tenero bagliore del mattino
le distese dei campi lavorati dintorno,
alla crepata cava insonne di case
abbracciate nell’affacciarsi sulla pallida
morte del paese sedotto dal rosario
del Bianco che schiuma tra le cavate
anse degli Alburni come bianco;
[…]

È lo schianto della morte improvvisa.
Nel contesto ora accennato, e rispetto a tutta la raccolta, assume un significato peculiare la dedica a Gabriele Galloni (A Gabriele, che la poesia ti sia perpetua), il poeta che troppo prematuramente ha lasciato questo mondo, la cui opera tuttavia, al momento, parrebbe resistere all’oblio.
Questi ha nei codici la resistenza e perpetua è anche la sua minaccia; l’oblio nei secoli affiora, per poi venire ricacciato sotto il pelo dell’acqua cosciente, annullato da uno squarcio luminoso; abbiamo illustri esempi in Leopardi e Caravaggio.
In queste breve dedica, allora, si incontra uno schema chiave dell’intera silloge, come se nel Requiem l’elevarsi sulla grave lapide sia proprietà della luce, di una luce, fisica o morale, nel duello senza fine contro il buio e la morte: lo scrive il poeta, in molteplici declinazioni, fra le quali ne scelgo una rarefatta, sfumata (p. 15):

[…] un chiarore lattiginoso lascia
l’insidia della strada addormentata; […]

Buona lettura.

 

@CarloTosetti

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