Il Golgota dell’acqua. Nota a “I pantaloni del Po” (di R. Dall’Olio)

Il Golgota dell’acqua. Nota a I pantaloni del Po 
di Gianfranco Fabbri
di Roberto Dall’Olio

La “Speranza” è quella cosa piumata–
che si viene a posare sull’anima–
Emily Dickinson

 

L’acqua e il fiume nella poesia di Fabbri sono femmine rappresentano la vita e il suo calvario – Golgota – e sfociano nel mare che è maschio, nel tutto che può rappresentare il divino, il totalmente Altro, l’ignoto e perennemente ricercato.

L’acqua porta amore, fradicia
del suo essere, tronfia di sapere
che il mare maschio è là,
oltre la furia dei martiri
che hanno potuto amare una sola notte.

Ma come raccontare questo Golgota se non attraverso un linguaggio che ancora oggi porta i segni dell’innovazione e dell’originalità? Scrive in apertura l’Autore:

Il fiume è un golgota
siero di veleni per il sonno
         del faraone.
La fede di satana è scivolata
nei pensieri di talete
oltre le coltri
dei respiri degli dei.

Il demoniaco ha preso possesso dei puri pensieri di Talete. È avvenuta la contaminazione tra il male e il pensiero logico – matematico. Ne siamo discendenti da questo punto in avanti il pensiero scientifico, motore a matrice del progresso, è anche portatore di disastri uno su tutti quello ecologico, di squilibri tra mente e corpo, tra uomo e natura, tra pensiero e realtà, tra sesso e amore…

[…] il bordello dello spirito
decideva se prendere o lasciare
nella foschia della verginità
tutta la materia dell’orrore
in quanto piacere.

Il bordello dello spirito, ancora una sottolineatura della decadenza, del marcio che opera dentro al guscio della civiltà, delle sue «magnifiche sorti progressive». Apparenza e realtà non possono ignorarsi, si intrecciano e si scambiano i ruoli dentro e lungo quella corsa che il Po pure con i pantaloni che Fabbri gli ha fatto infilare rappresenta. Quella storia altra, nascosta, segreta, scandalosa come è la poesia di Fabbri, tenuta insieme da una pulizia e da una nettezza del verso che fa apparire il tutto più digeribile, ma le metafore sono davvero portentose e “maledette”, nel loro angelico rivelarsi:

Nella coda l’anguilla vede la Bibbia
scritta dal macero del vento garbino,
che viene sopra gli occhi
a chiudersi nell’habitat-lamento
del canneto.

L’anguilla vale il serpente e vede la Bibbia con la coda, l’anguiilla che vive il fiume e vive il mare e dunque è soggetto ermafrodito e bisessuale per antonomasia dentro l’ambiente incerto del canneto, non una foresta oscura, ma certamente un luogo di perdizione, di lamento,  tra terra e acqua, gorghi e terreni labili, senza vento, non c’è vento nel vento dirà poi il Nostro con un fantastico verso. E ancora:

Sopra le impressioni ci sono i granchi;
ridono parlando della gola, dei cerotti
dati alla colonia di pontelagoscuro.

Per voli di aorte nell’aria,
con le vergate d’umiltà sui glutei della concupiscenza.

Per essa le blatte arrancano
nel modo d’essere del padreterno,
con i riti del fiele,
perché sono in molti a scandire
i denti della scarpata,
ora che il sole geme e si rivolta
nel suo analgesico di circostanza.

Ma qui c’è tutta una antologia del Fabbri che verrà e una ontologia del Fabbri che è, che viene, che scrive. I granchi sopra le impressioni, e i glutei della concupiscenza per la quale arrancano le blatte secondo l’essere del padreterno e l’analgesico del sole. Accostamenti stravaganti stranianti e stralunati, di una luna bagascia come la definisce l’Autore che vive di contrasti tra le vergate di umiltà e i glutei della concupiscenza attingendo a quel mondo di strampalati esseri di cui forse il pittore Ligabue è un degno rappresentante attorno al cosmo padano, che parla:

Disse, allora:
il Po è fermo sull’incudine,
sgozzato
con le tonsille a grappoli
e con i cani a saltare per tentare il boccone.

Rimarrà, quel pus,
tutto intorno alle campagne,
con le mani sui fianchi delle case.
Rimarrà il sapore della forza
come potenza per travolgere i comò,
in fuga verso il sud.
E venezia a sospingere padova e rovigo,
giungere dal mare alla foce
per un amplesso sull’acquitrinio.

La lingua del Fabbri poeta, siamo nel 1980, non assomiglia a nessuno, si spappola e si raggruma in un testo che sembra solo sfiorato dalla storia che aveva frantumato gli argini del vecchio dopoguerra attraverso la contestazione degli anni Sessanta e Settanta. Eppure I pantaloni del Po sembra non risentire di questo clima, ma neppure anticipare il riflusso degli anni Ottanta che stanno incominciando. Appare come un unicum stagliato in un anno decisivo per l’Italia e per una delle regioni bagnate dal Po, L’Emilia-Romagna insanguinata dalla strage della stazione di Bologna, l’Italia insanguinata da quella di Ustica, e di altre stragi: un testo che si regge su un impianto metaforico estremo e “scandaloso”, portatore di una carica erotica irreale e per nulla sfumata, tuttavia dentro una forma levigata, sorretta da una solida prova di ingegneria metrica e sostanziale.
Un libro che vale davvero la sua ristampa dato che se ne erano perdute le tracce in volume e che fa parlare un “covo”, uno dei tanti covi letterari delle tante italie frutto di quel manifesto del Visceralismo, manifesto e movimento di cui Fabbri e Manzoni, il poeta prefatore di questo libro, furono due dei fondatori ed estensori. In ogni caso non deve tradire una certa decadenza e fatiscenza che aleggia nei versi del poeta, Trovo che invece nel loro insieme essi siano carichi di speranza, per dirla con Stevenson, non sono giunti a una meta, a un fine a una fine, ma si posano piumati sull’anima delle cose ed esprimono antimelodie che fruttiferano fuoristagione.

© Roberto Dall’Olio

 

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