Per una recensione culinaria di “Futilità” di Francesco Fiorentino

Forse tutti e tutte ci siamo sentiti, o ci sentiremo, per poco o per molto, come il protagonista di Futilità, Ugo, professore universitario di mezza età, «un uomo maturo che non vuole figli e vuole essere trattato come un figlio» (Francesco Fiorentino, Marsilio 2021). Ci piace della sua storia il tempo che la scandisce e quello che il narratore ha deciso di rivelarci della vita del personaggio, provvisoriamente stabilitosi a Parigi, agli inizi degli anni Novanta, in fuga da un matrimonio agli sgoccioli e alle prese con una nuova relazione che finirà per non redimerlo. Il tempo della narrazione, dicevo, così come quello dedicato all’introspezione, è spesso rapido, se non rapidissimo. Non solo perché il pezzo di esistenza raccontatoci del protagonista – in pausa con la vita, o con il piede sul suo acceleratore (dipende dai punti di vista) – è condensata nella cura di una prosa asciutta accompagnata da riflessioni dalla portata spesso aforistica. Ma anche perché narrazione e riflessione procedono attraverso la rivelazione di dettagli dei quali si circondano luoghi e persone. È come se il narratore del romanzo portasse all’estremo il delicato rapporto tra omissione ed esplicito, indispensabile al racconto, oltre che alla riuscita di ogni atto comunicativo, e trovasse nel particolare, ai margini e non al centro, il perno da cui si propaga il detto.
È allora soprattutto attraverso l’out-fit, le espressioni del viso e la gestualità del corpo, in privato o in società (camera da letto, salotto mondano, riunione accademica o Bibliothèque Nationale che sia…) che i personaggi di Futilità prendono vita. Mentre il cibo scandisce, quasi inesorabile, l’avanzare dell’intreccio. Sia di quello amoroso, erotico, sentimentale di Ugo: dal primo appuntamento («Seduti al tavolino di Place des Petits-Pères con mezza baguette colma di camembert e un bicchiere di Cabernet davanti»), all’avventura erotica con un’altra donna («A tavola, davanti a una pasta al pomodoro fresco» bevendo vino rosso), al concretizzarsi della sua storia con la seducente Sofia («due candele accese…pasta al forno, insalata e un odorosissimo époisses. “Il meglio della cucina italiana e di quella francese”»), non priva di sorprese («Alla frutta gli comunica la grande idea») che finirà per sfociare in una quotidianità che non lo soddisfa del tutto («Sulla scrivania per la circostanza imbandita con tovagliette e tovaglioli di carta intonati, espressamente acquistati al supermercato, furono serviti risotto con i gamberi, baccalà in umido, insalata, formaggi e un tiramisù da [Sofia] preparato. Erano previsti due tipi di vino: un Riesling alsaziano per il pesce e un Cahors per i formaggi»), ma di fronte alla quale Ugo sembra non avere il coraggio di sottrarsi (tant’è che «L’abbondanza festosa del cibo» lo rimanda alla «bionda esuberanza del corpo di Sofia»).
Il narratore si serve ancora di questo tipo di dettagli per farci “assaporare” le relazioni mondane e professionali del suo personaggio, nel caso di Ugo accademiche e legate alla cultura, in cambiamento anche in quanto ad abitudini culinarie (ecco allora comparire uno «…striminzito buffet» di un ricevimento ufficiale con i suoi «panini imbottiti di esili fettine di prosciutto, tocchetti di parmigiano poco stagionato, arrosto freddo tagliato sottile con patate anch’esse fredde, dolcetti secchi») e al quale Ugo, quando gli è concesso, preferisce la solitudine davanti a un «piatto di ostriche e una bottiglia di Riesling» consumati al lussuoso caffè del Palais-Royal, dato che «nulla aiuta i pensieri quanto mangiare da soli in un bel ristorante» (d’altronde «…il lusso è uno dei pochi analgesici abbastanza efficaci»).
Così, se tra le cose futili il cibo è quello che lo è di meno, le occorrenze gourmandes, non prive di ironia, disseminate in Futilità stanno a difendere quella ritualità alla quale, in un mondo personale e pubblico venuto a pezzi, Ugo, e con lui il lettore, si appigliano con goduriosa dignità.

@SaraPezzini

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