Dante 2021 #9: Intervista a Umberto Piersanti

Dante muore a Ravenna settecento anni or sono, la notte tra il 13 e il 14 settembre 1321. Un anniversario importante, che su queste pagine non può passare inosservato. «Poetarum Silva» intende commemorarlo, il 14 di ogni mese, attraverso le pagine di autori che gli hanno reso omaggio, trasformandolo in personaggio della loro scrittura critica, narrativa, poetica.

Intervista a Umberto Piersanti

D: Buongiorno professor Piersanti e grazie per aver accettato di rispondere a qualche domanda su Dante Alighieri nel settecentesimo anniversario della morte. Ci interessa molto conoscere il suo punto di vista, nella doppia veste di poeta di indubbio valore e di docente universitario. Andiamo sul personale. Qual è stato il suo primo incontro con lui?

R: Buongiorno a lei. Sono io che ringrazio la redazione per l’attenzione e la stima nei miei confronti e rispondo volentieri a proposito di uno dei massimi poeti della letteratura mondiale, da me molto amato.
Il mio incontro con Dante è stato banale ed è avvenuto in ambito scolastico. Alle medie litigavo con mia sorella perché mi piaceva di più Omero. Tanto per intenderci, i brani scelti di Omero tradotto dal Monti. Al liceo ho scoperto la ricchezza e la profondità della Divina Commedia. Allora la si studiava quasi tutta, specialmente la prima cantica. Attualmente avverto con grande intensità tutte e tre le cantiche, ma provo una profonda attrazione per le atmosfere malinconiche e velate del Purgatorio.

D: Ecco, si può dire che lei stia già rispondendo alla seconda domanda che intendevo farle. Com’è andato avanti, nel tempo, il suo rapporto con l’Alighieri? Sente di rifarsi a lui, in qualche modo? In quale delle sue opere, in particolare?

R: Nessuno scrittore italiano può fare a meno di Dante e quindi non ne posso fare a meno neanche io. Le reminescenze dantesche nelle mie opere sono talmente interiorizzate da essere spesso sotterranee, perché le memorie, a mio avviso, devono essere trasformate, trasfigurate. Se vogliamo andare su degli esempi concreti, limitandoci al mio ultimo libro pubblicato, Campi d’ostinato amore, di primo acchito mi vengono in mente due testi in cui c’è il rimando alla celebre “selva oscura” e si avvertono le suggestioni della selva dantesca. In Ai margini del bosco (la selva luminosa/non fa scura), e in Tra spini e rovi (del bosco cerchi l’anfratto/ più scuro e riparato/ e spini e rovi/ ti fanno scudo/ contro chi vaga intorno/ e ti minaccia). Più oltre, ne Il canto dei frati bianchi, c’è l’impronta del Canto XI del Paradiso, il cui incipit recita: «O insensata cura dei mortali/ quanto son difettivi sillogismi/ quei che ti fanno in basso batter l’ali» per poi continuare elencando le piccole e grandi occupazioni e preoccupazioni degli esseri umani. È a quel canto del Paradiso che è andato il mio pensiero ascoltando le voci dei frati e la distanza con la quale avvertono le cose del mondo.
Queste sono solo alcune delle suggestioni dantesche che costellano la mia produzione poetica. Sono però solo lievi richiami, ripeto, quasi un’eco lontana, proprio perché Dante l’ho trasfigurato e fatto mio.

D: Ora smettiamo di fare domande al Piersanti poeta e cominciamo a farle al Piersanti professore. Ci può parlare di Dante e della visione politica che egli aveva del suo tempo?

R: Dante è al contempo antico e moderno. Politicamente crede ancora nei poteri universali, il Papato e l’Impero, che invece stanno finendo, incalzati dalla nascita delle monarchie nazionali e dei Comuni. Nonostante il suo vagabondare per l’Italia, non ha capito che stanno finendo e sogna ancora che si possa tornare a una sorta di unità universale ormai impossibile. Nello stesso tempo ha una visione più che moderna quando teorizza una netta divisione del potere politico e religioso.
La Divina Commedia, dal punto di vista teologico, è pienamente medievale. Prendiamo il caso dell’accusa di deicidio rivolta agli Ebrei: Dante osserva che qualcuno doveva pur uccidere Gesù per riscattare il genere umano. Era dunque nel piano della Provvidenza il fatto che gli ebrei uccidessero Gesù e, da questo punto di vista, sono incolpevoli. Allora, perché è giusto definirli deicidi? A questo punto per Dante non conta più una spiegazione razionale, le umane genti si devono accontentare del quia. Questo fermarsi sul perché è il limite della razionalità umana: se gli uomini avessero potuto conoscere tutto, non ci sarebbe stato bisogno che Maria partorisse Gesù. Altro esempio di aderenza di Dante alla dottrina cattolica è l’episodio di Paolo e Francesca. Pur con tutte le attenuanti del caso, i due amanti sono all’Inferno, perché protagonisti di una relazione incestuoso-adulterina. I Romantici vedevano in Francesca un’eroina del libero amore, da essi teorizzato. Nella critica attuale, di contro, si spiega lo svenimento di Dante con l’impressione provocata dal fatto che persone così nobili d’animo siano cadute nel peccato. Quindi, non un Dante che esalta il peccato d’amore, come pensavano i Romantici, ma un Dante che lo condanna nettamente e recisamente.
Io penso che l’episodio si possa interpretare in chiave “intermedia”: il peccato è sì da condannare, in quanto offende il sesto comandamento, ma lo svenimento di Dante rivela quanto in lui ci sia una sorta di “simpatia” per quei peccatori. È un senso di pietas che va oltre il pensiero dell’uomo medievale. Anche la sua concezione della “nova gente” è retriva. Ho ascoltato una professoressa di storia di cui non ricordo il nome, intervistata da Mieli, asserire che Dante Guelfo Bianco guarda alle classi nuove, in contrasto coi Guelfi Neri e con i Ghibellini che invece guardavano al passato. La professoressa probabilmente non ricordava il Canto XV del Paradiso, quello di Cacciaguida. Nel Paradiso, l’Alighieri incontra il suo antenato Cacciaguida che rimpiange la Firenze di un tempo, quella non intaccata dai vizi della nascente borghesia, quella in cui «Non faceva, nascendo, ancor paura/ la figlia al padre; ché ‘l tempo e la dote/ non fuggìen quinci e quindi la misura.» Dante per bocca del suo trisavolo idealizza il passato, ma non capisce che sarà proprio questa borghesia che porterà Firenze ad avere un ruolo di primo piano nella scena politica, economica e soprattutto culturale europea – e più tardi mondiale. Non dimentichiamoci che i Medici in origine erano dei mercanti. A questo punto potremmo definire Dante un “reazionario”, nel senso tecnico di “uomo che guarda indietro e non in avanti”.
Per quanto riguarda il linguaggio di Dante, esso è il più variegato e plastico possibile, passa indifferentemente da un tono “alto” a un tono “basso”, e questo è uno dei suoi maggiori pregi e uno dei segni indiscutibili della sua grandezza. Non solo versi di aulico linguaggio, quindi, ma anche espressioni non certo raffinate (celebre, nel Canto XXI dell’Inferno «Ed elli avea del cul fatto trombetta»). Per tutti questi motivi – e probabilmente anche per altri che ora mi sfuggono – la Divina Commedia è unica. Nessun poema della storia umana è riuscito a unire epica, narrativa, filosofia, psicologia. È il poema più ricco, più completo, più totale della storia umana. Una vetta ineguagliabile.

D: Per concludere, le faccio una domanda forse un po’ scontata e banale: a distanza di tutto questo tempo, ha ancora senso leggere Dante? Quanto può ancora servire all’uomo di oggi leggere la storia di Paolo e Francesca piuttosto che la Preghiera di San Bernardo alla Vergine?

R: Ha senso, ha molto senso. Serve quella che si potrebbe definire “una cultura allargata di un certo livello” ed è giusto che ancora si continui a studiare La Divina Commedia a scuola e che la conoscano tutti, anche i non intellettuali. Questo grande poema non può essere lasciato solamente agli specialisti. La conoscenza di Dante serve veramente a tutti noi per accrescere le nostre potenzialità e la nostra umanità.

D: Grazie, professore, della sua disponibilità nell’averci concesso questa intervista. Le auguro buona giornata.

R: Buona giornata a lei.

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