Di cosa parliamo quando parliamo di barocco (a margine del Festival di poesia Paolo Prestigiacomo 2021)

(A San Mauro Castelverde, il paese più alto delle Madonie, si è tenuto nelle giornate dal 19 al 21 agosto un Festival intitolato al poeta locale Paolo Prestigiacomo, con una giornata di convegno sulla poesia siciliana e non solo – a cui hanno partecipato relatori siciliani e non solo -, sessioni di letture poetiche e infine la premiazione dei vincitori. Un evento stimolante e denso – fortemente voluto da Fabrizio Ferreri e Grazia Calanna, e dal sindaco Minutilla e la sua giunta -, che ha veramente favorito scambi e confronti, all’interno di un borgo affascinante e appartato, ma curioso di quello che accade al di fuori. Ospiti d’onore la nebbia di sera, che è arrivata sventolando rapidissima, e il freddo che ha colto non pochi alla sprovvista, tra cui il sottoscritto)

Vorrei soltanto precisare un concetto che ci è capitato più volte di sfiorare durante la giornata del convegno, come accade spesso quando si affronta la poesia, tanto più se si tratta di poesia siciliana: mi riferisco al barocco. Se qualcuno parla di stile barocco, tutti quanti ci intendiamo. Una scrittura barocca è una scrittura ricca, iperbolica, fiorita, metaforica. Però sappiamo anche che il barocco è innanzitutto una categoria della storia dello spirito e della cultura, da riferirsi a un’epoca precisa, il Seicento, il secolo barocco, appunto. Un secolo strano, che ha visto l’affermarsi in poesia e nelle arti figurative di un linguaggio votato all’eccesso e allo stupore, ma anche la nascita del pensiero scientifico, che è invece logico, discreto, perspicuo. Quando i poeti propriamente barocchi creano il loro reticolo di metafore e analogie, non fanno in fondo che riproporre una visione del cosmo, che si pensava intessuto di connessioni misteriose e profondissime che godevano di una garanzia metafisica, che si poggiavano su un terrapieno di certezza ontologica. In una parola, su Dio. Poi che succede? Il secolo dopo, il secolo dei lumi, il mondo prende un’accelerazione straordinaria, rotolano le teste dei re, l’umanità scopre definitivamente la propria vocazione tecnica e scientifica e l’idea di Dio va davvero in crisi, con qualche guaio sul piano della psicologia individuale e collettiva. Comincia infatti a evaporare in noi l’idea del Padre, le nostre stesse fondamenta del senso, paradossalmente minate proprio dalla scienza. La letteratura settecentesca sarà del tutto o quasi antimetaforica, gli effetti di Galileo sull’arte arriveranno quindi un poco in ritardo. Quando parliamo di poesia barocca riferendoci a un autore di oggi o dell’altro ieri, ad esempio Lucio Piccolo (che aveva messo le mani avanti con il titolo Canti barocchi), intendiamo allora tutt’altra cosa rispetto a quando si parla di un poeta barocco del Seicento. È un’ovvietà, ma vale la pena dichiararlo, ragionarci su. Lo stile metaforico non si appoggia più in effetti a un’idea di pienezza, ma al contrario fa i conti con una scopertura del senso, con il vuoto, per così dire lo accerchia, lo percorre, tenta di contenerlo in qualche modo. Ricordo un titolo di Angelo Scandurra (recentemente scomparso, a cui sono stati dedicati due interventi bellissimi e complementari, di Pietro Russo e Maristella Bonomo), il titolo è Proposta per incorniciare il vuoto, 1979. Scandurra è un autore che potremmo definire barocco per la ricchezza figurale della sua scrittura, e questo titolo memorabile rende perfettamente l’idea di quello che ho provato a dire, di una tensione del linguaggio a racchiudere un impossibile da dire e da pensare. Ecco alcuni versi dalla sua raccolta:

Abbiamo camminato
sul limite del quadrato
con occhi stanchi di volteggi.
In punta di lingue
hanno offerto l’investitura.
Siamo arrivati al limite del punto;
mi hai stretto la mano negandomi una frase. (da Volteggi)

Il tema di questi versi sembra essere l’incomprensione, l’ineffabile sentimentale, una coppia che appare quasi intenta a sfidarsi sempre sull’orlo di un linguaggio che fallisce. Ma proprio l’immagine del limite, del restare in punta richiama la ricerca ostinata di un senso che si affaccia sul vuoto, ritraendosene intimorita. L’horror vacui, formula proverbiale del Seicento barocco, sembra quindi adattarsi ancora meglio alla nostra epoca post-metafisica.

(il vuoto da incorniciare è però anche quello che segue le cose ben riuscite e già finite, come questo Festival. Che speriamo allora di ripetere, rendendolo una bella consuetudine)

@AndreaAccardi

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