Renzo Favaron, Preferisco di no: un po’ di letteratura nordamericana di ieri e di oggi

Preferisco di no: un po’ di letteratura nordamericana di ieri e di oggi
di Renzo Favaron

Non è mai troppo tardi. Forse, in pari tempo, non è retorico domandarsi: «Non è il passato a essere come una fiammella che ci precede, più che il futuro?»
Da qualche parte ho letto che la percezione del presente non è mai estranea a ciò che sappiamo del passato. Di recente, inoltre, ho conosciuto una persona che mi ha aiutato a mettere a fuoco il senso di alcuni libri che avevo letto e di altri che stavo leggendo. Uno di questi, ad esempio, è La ferrovia sotteranea. Confesso che, mentre leggevo la storia narrata da Colson Whitehead, apprezzavo il suo valore storico e sociologico. Riguardo a quello letterario, avevo invece delle riserve e mi convinceva di meno. Dopo averlo letto, ho ripreso in mano due romanzi (Corri, Coniglio e Sei ricco, Coniglio) che compongono, insieme a Il ritorno di Coniglio e Riposa, Coniglio, la tetralogia di John Updike. Inutile dire che quest’ultimo ha il dono di una scrittura brillante, indubitabilmente convincente nel tratteggiare i personaggi e, non bastasse, tale da essere presa a modello da altri scrittori (penso, ad esempio, a Richard Ford, anche lui autore di una tetralogia, che ha per protagonista l’immobiliarista Franck Bascome). Nonostante Updike non descriva situazioni che presentano ineludibili questioni sociali e civili, di fatto Coniglio e le altre figure incarnano gli umori, le aspirazioni, gli interessi, le preoccupazioni, gli stili di vita espressi dalla piccola e media borghesia delle composte e variegate comunità degli Stati Uniti. I suoi personaggi, Coniglio per primo, non subiscono passivamente i condizionamenti della propaganda mediatica e industriale. Anzi, ne sono consapevoli e si appropriano delle opportunità e delle comodità offerte dal mercato, desiderando per sé, anche mettendo in atto comportamenti in apparenza irrazionali, una vita non di solo pane. L’eroe della tetralogia, tanto per dire, quando la moglie, Janice, diventa soffocante, il che è piuttosto frequente, taglia con tutto e scappa. Può sembrare un atto vile, quantomeno discutibile. Del resto, è vero che l’eroe più aderente e vicino alla società digitale, non è colui che continua ad abbracciare le armi e si ostina a combattere. Forse una volta aveva un senso, ma adesso, anche se la competizione è inevitabile, è forse più stoica la scelta di abbassare le armi e defilarsi, optando per un’incruenta ritirata. In questo senso, Coniglio è un eroe del nostro tempo. O, meglio, lo è perché non ha più le stigmate del guerriero e così scappa, ma la sua fuga non è quella di un disertore, bensì è sottesa a un anelito di libertà. Il che ci riporta al romanzo di Colson Whitehead, all’atto di abbandonare la piantagione in cui Cora è solo una schiava, e pertanto priva di ogni umano diritto. È una condizione inimmaginabile e l’autore è bravo a contestualizzarla, descrivendo con una scrittura incisiva le violenze e i pericoli di cui è costellata la strada che la protagonista percorre ricercando un posto dove possa essere libera di andare dove le pare e piace. È interessante notare che Cora è posseduta da uno spirito critico e scettico, insinuatosi in lei dall’essere stata abbandonata dalla madre senza essere stata avvisata (cosa, per inciso, che in una piantagione era assolutamente da evitare. Nessuno doveva sapere che si aveva intenzione di scappare: se il proprietario fosse venuto a saperlo, lo schiavo avrebbe fatto una fine atroce).
L’impressione, prendendo in esame una serie di precedenti opere letterarie da associare ai romanzi di cui si è parlato, mi porta a Bartleby lo scrivano e al suo modo di agire. «Non preferire niente», scrive Ennio Flaiano nel suo Diario degli errori. «Perché tutto dell’individuo può essere annesso», cioè utilizzato contro di lui. Come si è già detto, non si può equiparare la fuga, il meccanismo di evitamento e l’eclissarsi a una scarsa volontà agonistica e a un fiacco spirito combattivo. No, anche se l’epilogo del volontario ripiegamento può non portare da nessuna parte e lasciare le cose inalterate, ciò che veramente importa è l’atto di staccare la spina e in questo modo comunicare che non si è inclini ad accettare una condizione subalterna e rassegnata alla morale corrente e alla volontà dominante. Forse la vera battaglia ha luogo all’interno dell’individuo e di questa battaglia uno degli obiettivi non può che essere l’allargamento della coscienza, riguardo al quale può contribuire anche la lettura di romanzi coinvolgenti e ben scritti.
La fuga, per altro, è uno dei temi centrali di un’altra storia, Il giorno dei colombi, che ha per sfondo le riserve in cui sono stati confinati i nativi degli Stati Uniti. Anche qui, collimando con la La ferrovia sotterranea, si percepisce da parte di Luise Erdrich una forte adesione alle questioni sociali e civili riconducibili a una minoranza che è stata brutalmente azzerata, anche se fino agli anni ’60 siamo stati spettatori di pellicole che veicolavano immagini distorte e storicamente false delle sue ragioni e rivendicazioni. Forse apparirà una concessione, ma non si può tacere che in alcune pagine la scrittura dell’autrice s’ispessisce al punto da colpirci per l’intensità e la capacità di sorprendere. Tra l’altro, non sembra casuale che ciò emerga quando la protagonista del racconto è Marn Wolde (figura all’apparenza fragile e subalterna al marito, ma che alleva serpenti e ne assimila l’energia e insieme la caratteristica di cambiare pelle, così da trasformarsi lei stessa in una creatura che può avvelenare e guarire). Va detto altresì che il romanzo procede per capitoli che funzionano molto bene come racconti autonomi, per quanto siano abilmente legati l’uno all’altro e sottilmente intrecciati al fatto intorno al quale ruotano (l’uccisione di un’intera famiglia, come nel sempre poco celebrato romanzo di Truman Capote, ovvero A sangue freddo). Probabilmente è una forzatura, comunque l’idea che ci siamo fatti è che la morale delle due storie sia la medesima e, riproducendo una frase del romanzo di Truman Capote, si può riassumere così: «Qualcuno paga per tutti», anche se nel caso del romanzo di Luise Erdrich a pagare ingiustamente sono persone estranee al fatto (il che lascia in bocca un sapore amaro e insieme la sensazione che basti un colore della pelle più scuro o appartenere a una determinata razza per essere più esposti alla giustizia sommaria). Sensazione ancora più accentuata, anche se è la sessualità a essere vista come una macchia, leggendo Una specie di solitudine, pagine di diario in cui John Cheever si confessa, oltre a essere rintracciabile più di qualche brano utilizzato altresì nei suoi mirabili racconti (Il nuotatore, più di tutti). Senza dubbio, ne siamo oltremodo consapevoli, sin qui non si è che sfiorato qualche tratto di alcune opere della letteratura nordamericana di ieri e di oggi, tanto però da ricavare l’impressione di una nazione in cui molte cose sono ancora sanguinanti. Certo, è un colpo al cuore scoprire il profondo e lacerante dissidio vissuto da John Cheever durante la sua vita matrimoniale. L’autore di Una specie di solitudine amava la moglie, i figli e le comodità borghesi, ciononostante in lui erano presenti pulsioni (moralmente) inconciliabili, essendo contemporaneamente incline ad avere relazioni sia etero che omosessuali. Naturalmente, pensando a quanto sia tuttora diffuso il puritanesimo in tutti gli angoli degli Stati Uniti, una cosa del genere non poteva essere apertamente assecondata, al punto che non ci sembra esagerato affermare che per John Cheever il diario, oltre a essere una palestra in/con cui affinare l’arte della scrittura, fosse ancor più una fornace in cui gettare la sofferenza associata alla difficoltà di condurre una doppia vita (contestualmente si può aggiungere che Una specie di solitudine ha più di qualcosa in comune con la tetralogia di Updike).
E niente.
Un concentrato dei temi e delle questioni trattate (centralità delle dinamiche familiari, integrazione e accettazione sociale, adesione ad azioni volte a contrastare gli urti della Storia), è rappresentato da Salvare le ossa, romanzo in cui Jiasmine Ward cala i suoi personaggi in un luogo remoto del Mississippi (la stessa regione che fa da sfondo alle opere di William Faulkner, opere che Jasmine Ward ci sembra richiamare o non ignorare, soprattutto nella caratterizzazione del nucleo familiare). Al centro c’è Esch, la voce narrante, un’adolescente che a un certo punto ci dice che sono i corpi a raccontare le nostre storie (cosa che si potrebbe ripetere, per inciso, anche ripensando a Harry Angstrom e a quanto suo figlio sia diverso da lui, non meno che riandando a Una specie di solitudine e alle conflittuali pulsioni sessuali di John Cheever). Un’attenzione speciale, oltre che al proprio e a quello dei fratelli, è per altro prestato al corpo di China, una cagna da combattimento che vediamo solo una volta all’opera, ma che occupa una parte importante del romanzo; tanto che sembra dipendere da lei il riscatto sociale dell’intera famiglia, la quale è impegnata a sistemare tutto ciò che può servire per fronteggiare l’arrivo dell’uragano Katrina. Dapprima quasi svogliatamente e, poi, con una sempre maggiore consapevolezza e disponibilità di ogni suo membro a fare qualche rinuncia per il bene di tutti. La scrittura di Jesmin Ward non è descrittiva, ma si esprime e dipana attraverso le «cose». A tratti è poetica e s’ispira alla letteratura classica, quella degli autori della Grecia antica. Esch, colei che racconta, lo fa attingendo a piene mani a Medea, la protagonista della tragedia messa in scena da Euripide. Anzi, gli stessi personaggi del romanzo, oltre che le loro azioni, sono delle rappresentazioni moderne degli eroi euripidei, ossia individui similmente pervasi da conflitti esistenziali, i cui sentimenti e pensieri inconsci vengono portati alla luce e analizzati. Il romanzo è potente e bellissimo, specialmente nel momento in cui arriva l’uragano e la famiglia si compatta, si difende e lotta, da un luogo dimenticato da Dio, per non essere sommersa. Salvare le ossa significa non solo sopravvivere, ma anche salvare gli affetti che uniscono e la loro memoria. In particolare, quelli riferiti alla madre, la cui figura aleggia in tutto il romanzo e, anche se non è presente, è tuttavia lo spirito di lei che catalizza i sentimenti, i pensieri, le azioni dei protagonisti del romanzo, orientando la volontà dei singoli a una volontà superiore, alimentando e sostenendo con il suo esempio l’unità, la comunione e la vicinanza, senza le quali, sembra dirci Jesmin Ward, i membri della famiglia non uscirebbero vivi dall’uragano Katrina.
E riguardo a Salvare le ossa, splendidamente tradotto da Monica Pareschi, si rimanda alla consigliata lettura del romanzo.
Un’altra autrice che merita attenzione, proseguendo nel parziale e personale esame della più recente letteratura nordamericana, è Lidia Davis. Mentre si leggeva Inventario dei desideri e Creature nel giardino, entrambi pubblicati nella Biblioteca Universale Rizzoli, è stato quasi automatico associarli a E. Jabes, M. Blanchot e a E. Levinas, autori di testi filosofici che di sicuro Lidia Davis ha letto e che conosce bene. Probabilmente ne ha subito anche il fascino, visto che a più di qualche racconto l’autrice dà un sobrio taglio filosofico e non è raro che i suoi personaggi, principalmente donne, si pongano domande, arrovellandosi e riflettendo su questo e su quello (può essere un calzino, un amante distratto e silenzioso, il funzionamento del cervello, eccetera). Non si è fatto il calcolo, ma sono numerose le situazioni in cui i personaggi dei racconti esprimono pensieri, o in cui fanno capolino paure, dubbi e non pochi problemi che derivano dalla relazione con l’altro. Ripensando alle storie di Lidia Davis, tra l’altro, ci sono caduti in mente altri tre libri: Vita di Samuel Johnson, Gli ultimi giorni di Immanuel Kant e Vite immaginarie, rispettivamente di James Boswell, Thomas de Quincey e Marcel Schwob. Diciamo che l’autrice, per quanto più brevemente, imbastisce delle biografie che hanno per oggetto figure di rilievo del secolo scorso (una vera e propria chicca narrativa, per esempio, è costituita dalla storia dedicata a Marie Curie) e non di rado è la sua stessa vita a essere messa sotto la lente di ingrandimento, come in La signora D. e la sua governante, Quello che impari riguardo al bambino, eccetera. Tuttavia, nonostante il riferimento ad alcuni modelli europei, Lidia Davis è una scrittrice totalmente americana, si potrebbe quasi dire newyorchese. Prosciugata non meno che graffiante, infatti, la sua scrittura ha non poco di postmoderno, almeno per quanto riguarda il ricorso al paradosso, alla frammentazione, all’esame degli stati interni della coscienza e ai ritratti biografici di cui si è detto. Per altro, non è inutile aggiungere che Luise Erdrich, Jesmin Ward e Lidia Davis, hanno modi di narrare simili, tutt’e tre attente a dare sostanza concreta alle cose, a mostrarle più che a dirle, affinché abbiano, per citare Flannery O’Connor, peso e spessore.
Forse gli esiti più felici della recente letteratura nordamericana si trovano proprio lì, dentro l’universo femminile. O, meglio: in quelle narrazioni che sono espressione di autentiche e nuove soggettività femminili (come si potrebbe dire, per intenderci, di Goliarda Sapienza e del suo libro più noto, cioè L’arte della gioia).

 

31/08/2021 – Renzo Favaron

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