Luca Campana, Fioriture invernali (Nota di Dario Talarico)

Fioriture invernali (Interno Libri, 2021) di Luca Campana è un libro di poesie suddiviso in sei sezioni apparentemente disorganiche. Come specificato nella stessa nota dell’autore, le prime due sezioni attingono ai ricordi dell’infanzia marchigiana del poeta, la terza è incentrata sul tema dell’autismo, la quarta e l’ultima raccontano degli ultimi due inverni trascorsi, mettendo a fuoco in particolare la tematica del lockdown e quella dell’amore, mentre la quinta sezione è composta da un unico testo, dedicato ad Amelia Rosselli nel venticinquesimo anno dalla sua scomparsa.
Sin dal primo sguardo, in particolare nelle prime due sezioni, si fa notare prepotentemente una attenzione netta a due campi semantici in particolare, che potrebbero essere riassunti in quello del taglio-penetrazione (con termini come «affilare», «taglio», «scalfiscimi», «affonda», «colpo», «lama», «penetrare», «incidere», «accétta», «spaccatura», «fendente», «recisa», «falcidiato», ecc.), e in quello del carnale-umorale, del materico, dell’organico (con «grumi», «brandelli», «corpo», «polpa», «osso», «lingua di crosta», «scarniti», «merde», «monconi», «piscio», «massa», «vertebre», «polmoni», ecc.). Tuttavia, se è vero che la maggior parte dei termini e delle immagini sono coniati dall’apicoltura e dalla coltivazione, dall’allevamento e dalla macellazione, si cadrebbe prematuramente in errore a tacciare questo autore di appartenenza al filone del macabro. Nella violenza, la parola di Campana è una parola calma, fotografica, che non cerca la spettacolarizzazione del colpo e della ferita in sé, ma che ha radici in quel mondo arcaico e pragmatico in cui la violenza quotidiana era esorcizzata dalla sua stessa necessità, secondo canoni più confacenti alle regole della natura. La sua, infatti, è una violenza priva di furore, priva di accanimento, e sempre e solo deresponsabilizzata dal suo utilitarismo (e, in questo, dall’apparente somiglianza iniziale, prende invece poi le distanze da debiti stilistici con Gottfried Benn, o i contemporanei Ivano Ferrari e Michele Montorfano).
Il mondo rievocato nelle prime due sezioni è quello già divenuto arcaico dell’Italia rurale di pochi decenni fa (e tuttora presente in sperdute roccaforti di periferia, nei borghi e nell’entroterra della penisola), dove il tempo era scandito dalla natura e da essa perfettamente compenetrato. La vita, aspra e autentica, si svolgeva secondo ritmi diversi e ritualizzati, col susseguirsi di lavori stagionali atti a prepararsi alla stagione successiva, in un ciclo continuo di semine e raccolti, di allevamenti all’ingrasso e pasti festivi, di caccia e di fame, di cataste di legname e crepitii di stufe a sera. Attraverso espressioni quali «pezzo dopo pezzo», «è ciclico il seme degli astri», «passa solo lì dov’è stata», «il taglio sempre lo stesso» e «ripetere la verità di gesti quotidiani», Campana ci introduce implicitamente verso uno dei temi fondamentali dell’opera: la ripetizione. Difatti, quella di queste pagine era la ripetizione ininterrotta, descritta da Mircea Eliade, che compiva l’uomo arcaico attraverso gesti inaugurati e tramandati da altri, in una tradizione in cui ancora si viveva secondo una ripetitività religiosa e sapienziale, minuziosamente scandita, che trasformava la quotidianità in un rosario con pochissime varianti da recitare giorno dopo giorno. L’autore, parlando «di quanto resta/ quando tutto è sciamato altrove» non si limita a portarne testimonianza, ma sembra piuttosto compiere un gesto di resistenza, volto anche a restituire alle cose il tempo più appropriato, il primigenio valore, e a fare di tutto questo quasi una poetica. Calata in quella realtà, la sua scrittura cruda e nostalgica canta dell’organico, della permanenza impermanente di disfacimento e rigeneramento nelle «interiora dell’anno», trattando le stagioni, secondo una percezione rurale quasi animistica, come un organismo, come cosa viva, che vive morendo e viceversa: «Ma sottoterra le radici sopravvivono/ al silenzio dei prati imbiancati, sottoterra/ da un tempo sprofondato e liquido/ continua a risalire linfa tiepida/ di cui più tardi il nome non sarà/ che un ultimo momento/ freddato nel suo fiore tanto effimero».
Tuttavia, in queste primissime sezioni di Fioriture invernali non si pronuncia una critica esplicita alla contemporaneità, né la si mette a giudizio. È forse sufficiente, nel secolo XXI, il solo parlarne per compiere un atto rivoluzionario, pur senza perdere mai aderenza col cambiamento, e anzi, facendo della consapevolezza pacata di questa lontananza un punto imprescindibile del suo parlare.
Seguendo il filone del tempo che tutti accomuna, è forse proprio la distanza, con buona probabilità, oltre al concetto di resistenza e ripetizione, un altro tema fondamentale della raccolta. Quello che finora era un dar voce ai ricordi e ai racconti di un mondo lontano e in via d’estinzione, si ricollega al terzo capitolo nella ripetitività e nella distanza differenti, ma altrettanto inafferrabili dell’autismo. Tra queste poesie non è più lo sforzo rievocativo a prendere la parola, ma il poeta docente di scuola superiore che si trova fra i banchi a misurarsi e incontrarsi con l’altro che sarà «lo spazio bianco fra le lettere,/ l’attimo eliso che non si farà storia», in un tempo diverso e paziente, pur mantenendo sempre il registro delle sezioni precedenti, ma nei limiti terminologici, nella misura delle metafore:

Occhi che osservano da favi quasi chiusi
il loro miele farsi ogni giorno più asciutto,
più scuro, occhi
in cui ogni giorno ti ritiri di più
come un ghiacciaio: adesso so
non risponderai all’appello della soglia
che lascerà passare tutti gli altri, quella
che li attraversa ogni mattina,
li dispone nei corpi stabiliti
e li consuma.

Distanza, resistenza e ripetizione rinascono ancora, negli ultimi capitoli. Lo fanno di sfuggita nel capitolo quinto, reiterando a più riprese i venticinque anni di distanza dal giorno della morte di Amelia Rosselli, e lo fanno in maniera più solida nel quarto e nel sesto, assumendo nuovi significati e compiendosi in nuovi gesti, ai tempi del lockdown (dove «ognuno è alla deriva nella sua scialuppa»), ma anche cantando un amore fatto di minuscoli dettagli e di sorprendente quotidiano. Nel quarto in particolare, la distanza non è più temporale né di valore, non è quella dell’incomunicabilità, ma diviene quella dell’isolamento e del tempo in esso dilatato. La ripetizione, prima rituale, cosmica e naturale, e poi sintomatica, si fa ora ripetizione di macchinari medici per la respirazione assistita accesi giorno e notte, di viavai di camion per le salme e di sirene nella notte, si fa ripetizione di giorni nuovi e ovattati nei quali chiunque ha dovuto rivedere e limitare le proprie abitudini, pronunciando gli «andrà tutto bene/ sgranati ad uno ad uno come mantra/ dai balconi».
Né è una svista dell’autore il fatto che la poesia a pagina 60, riferendosi alla gestione dell’emergenza socio-sanitaria, abbia lo stesso incipit («Servono calcolo e precisione») del testo a pagina 28, scritto invece per la capacità di scegliere l’albero da tagliare per la legna in vista della sua riforestazione. È come se Luca Campana avesse tenuto in sé i semi della sua infanzia per vederseli rifiorire a distanza di decenni, nell’età adulta, rendendolo ricco di un’esperienza sotterranea che in lui maturava e radicava, aspettando il momento dell’attrito, quello del controtempo e della resistenza, per restituirgli il suo bagaglio splendente come una fioritura invernale, come un canzoniere d’amore col suo mysterium tremendum et fascinans (per dirla con Rudolf Otto) capace di legare principio e fine in un unico intreccio di sacro, di vita, e quindi di poesia.

© Dario Talarico

 


Luca Campana, Fioriture invernali, Interno Libri, pp. 89, € 13

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