Poetarum Silva

Omar Suboh, Su “Contro l’impegno” di Walter Siti

Walter Siti, “Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura”, Rizzoli 2021
La sottomissione della letteratura.
Note Su Contro l’impegno di Walter Siti
di Omar Suboh

«L’arte è un bastian contrario che spira sempre dal lato sbagliato; è ambivalente, dà ragione a chi ha torto e torto a chi ha ragione; per questo è più longeva della politica e della cronaca a cui pure si ispira». Come una dichiarazione di poetica applicata, o un grido nella notte, Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura (Rizzoli, 2021) di Walter Siti è un libro urgente, necessario, capace di fare i conti con la produzione letteraria italiana più acclamata degli ultimi vent’anni. Alcuni dei saggi qui raccolti, che attraversano un arco di tempo riconducibile dal 2018 a oggi, sono apparsi nella rivista L’età del ferro, diretta dallo stesso Siti e da Alfonso Berardinelli, con alcune aggiunte inserite appositamente per il volume.
Esistono emergenze sociali e etiche, come chimiche e ambientali, ma il rischio di essere di fronte ad una emergenza culturale irreversibile è di pari importanza quanto tutte le altre. Per Siti, infatti, una letteratura pura non è mai esistita («che cosa è più “impuro” della Divina Commedia?»), e quando riflette sull’insofferenza manifestata da autori come Roberto Saviano verso i «puri letterati», diventa l’occasione per ribadire il ruolo insostituibile della letteratura come modo di conoscenza della realtà non surrogabile con altri, entro la quale la si vorrebbe confondere, miniaturizzandola e frammentandola in pezzetti sempre più brevi e confusi. In questa direzione si corre il rischio che la letteratura abdichi alla sua natura, che non è mai quella di istruire come un pedagogo i propri discenti, ma che invece alimentando lo smarrimento, genera domande e conflitti interiori che mettono in gioco le certezze acquisite, senza mai accondiscendere o compiacere il proprio pubblico. Questo processo avviene – o dovrebbe avvenire – perché è lo scrittore stesso che non sa quello che scriverà, o che va scrivendo mentre è all’opera. Scrivere è una avventura conoscitiva, l’atto stesso della scrittura non è mai terapeutico, come ha ribadito Michele Mari nella raccolta di scritti critici dal titolo I demoni e la pasta sfoglia (il Saggiatore, 2017). Mentre si va affermando il paradigma neurobiologico che certa critica letteraria rivendica per rilanciare gli effetti benefici per la salute della lettura, come «coltivare l’empatia», nella speranza di ottenere uno spazio sempre più conteso, Siti avanza l’interrogativo se dietro al nuovo trend che va imponendosi nella ricerca di consensi nel nome della scienza, si stia «fornendo una stampella scientifica a quel che sta storicamente e politicamente accadendo? Sarebbe quel che si chiama, o si è chiamato a lungo, ideologia». Se un libro è il regno dell’ambiguità, ogni cosa contenuta al suo interno sarà sia vera che falsa al contempo: riflesso delle stesse contraddizioni della psiche e dei corpi umani. Nelle pagine emerge una condizione di radicale conflitto con lo spirito del tempo per lo scrittore contemporaneo, costretto a sgomitare sempre di più nella platea degli esclusi per ottenere un posto, soffocato dal chiasso comunicativo degli influencer, per Siti, lo scrittore di oggi appare ridotto al ruolo di autopromoter o ufficio stampa di sé stesso sui social, isolato nelle bolle della comunità letteraria che si autoalimenta promuovendosi nel recinto dei pochi eletti che si recensiscono e apprezzano a vicenda, nell’ottica che pare più simile a uno scambio di favori che alla valorizzazione della qualità letteraria di un libro. In questo modo gli autori disposti a realizzare opere non di mero intrattenimento, ma inaccettabili, ovvero in grado di trasgredire le categorie morali in cui siamo imbrigliati, sono sempre di meno. In uno dei casi presi ad esempio, come quello di Gianrico Carofiglio, viene analizzata la tendenza generale alla pretesa di affrettare i tempi, applicando la propria scrittura a pratiche che hanno statuti diversi tra di loro, come i tweet sui social, o il comizio politico, ma assegnando alle storie il valore della verità assoluta, per Siti, si perdono di vista i suoi esiti imprevedibili: «Io penso che la letteratura possa spingerci all’odio, degli altri e di noi stessi, e possa arrivare a farci dubitare di qualunque verità; che serva a mettere ordine nel caos, ma anche caos nell’ordine. Politicamente la letteratura è sempre inaffidabile». Un altro terreno di confronto nel libro è quello con il filone di una certa letteratura tutta incentrata sulla drammatizzazione della vittima, come i migranti nel caso di Io Khaled vendo uomini e sono innocente (Einaudi, 2019) di Francesca Mannocchi, la storia di un trafficante di migranti libico che fa i soldi riempiendo i barconi. Il testo risulta unidimensionale, appiattito sulla voce del protagonista Khaled, che sembra un portavoce dell’autore stesso, prendendone «in prestito lo spessore intellettuale e morale», mettendogli in bocca parole che risultano improbabili, invece che disperderle «nei cunicoli della narrazione» come fa Flaubert con Madame Bovary; o nella rappresentazione della dicotomia della coppia vittima/carnefice, funzionale a una visione facilitante del conflitto «incapace di stare all’altezza di quelle sfumature che sono il sintomo della profondità». Chi riuscirà a mantenere le distanze e a preservare una libertà creativa senza cedere alle pressioni ricattatorie dei temi sociali potrà salvare la letteratura, e tra gli esempi citati in questa direzione incontriamo Michel Houellebecq di Sottomissione (Bompiani, 2015), non a caso comparato con Walter Siti in un recente lavoro monografico di Valentina Sturli. Nel libro di Houellebecq citato da Siti, viene messo in evidenza l’abilità dell’autore francese nel rovesciare il punto di vista del protagonista e, con lui, del lettore, il quale dopo aver indossato i panni della vittima occidentale che subisce l’instaurazione di una dittatura islamica portatrice di dogmi assoluti e reazionari, la prospettiva si ribalta, e sotto accusa finisce l’Occidente intero incapace dopo aver «prosperato in un sistema sociale ereditato, immaginare il punto di vista di coloro che, non essendosi mai aspettati nulla da tale sistema, ne prospettano la distruzione senza alcun timore». Quando nevrosi e ragionamento si saldano insieme, «fanno balenare il sospetto che la contemporaneità occidentale (che ha rimosso il sacro) percepisca come un vuoto terribile la propria autosufficienza, inconsciamente tinta di masochismo». Se la letteratura rappresenta una grande «avventura conoscitiva» rimane fondamentale la distinzione operata da Siti già nel suo ultimo romanzo, La natura è innocente. Due storie quasi vere (Rizzoli, 2020), con gli altri generi, o tipologie, di scrittura, come quando scrive: «Esiste il romanzo-verità? La verità ha a che fare con la scienza e la giurisprudenza, non con la letteratura né con la vita», e ancora: «per fortuna questo è un romanzo e non un resoconto giornalistico».

© Omar Suboh