Dante 2021 #6: Dante, Firenze e Michelangelo

Dante muore a Ravenna settecento anni or sono, la notte tra il 13 e il 14 settembre 1321. Un anniversario importante, che su queste pagine non può passare inosservato. «Poetarum Silva» intende commemorarlo, il 14 di ogni mese, attraverso le pagine di autori che gli hanno reso omaggio, trasformandolo in personaggio della loro scrittura critica, narrativa, poetica.

Dante, Firenze e Michelangelo
di Fabio Michieli

«se par non ebbe il suo exilio indegno,
simil uom né maggior non nacque mai.»
Michelangelo Buonarroti [Rime 250]

Scorrendo la sterminata bibliografia critica su Michelangelo Buonarroti, sia che si guardi all’ambito esclusivamente scultoreo o pittorico, sia che si volga lo sguardo a quello letterario, il nome di Dante sarà di frequente sotto i nostri occhi sin dai titoli dei contributi; e questo perché l’illetterato Michelangelo Buonarroti crebbe pascendosi della poesia dell’Alighieri come di quella del Petrarca e di tutta la poesia in volgare, più che di quella latina, che ebbe modo di leggere o ascoltare quando, giovane, si ritrovò a essere accolto nella casa del Magnifico, Lorenzo de’ Medici. Un imprinting di questo tipo non può non lasciare un segno, soprattutto quando la poesia cresce in un contesto neoplatonico, mentre la coscienza viene scossa dalla voce e dalle parole di un padre domenicano che la carica di significati morali e insieme politici.
Se poi la vita e le vicende politiche ti portano a entrare aspramente in collisione con quel mondo, ecco che la figura dell’esule fiorentino per antonomasia acquista quella caratura politica necessaria per calare la propria poesia nel segno di un’invettiva antimedicea sul fare di quella antipapale dell’Alighieri. Il tutto tenendo lontana l’ombra di un comportamento che si può definire opportunista tenuto da Michelangelo nei confronti della famiglia che non solo l’accolse ragazzetto, ma che continuò a essere la principale committente della sua arte.
Il corpus lirico di Michelangelo così come è attualmente conosciuto, ossia ripristinato il più possibile alla lezione degli autografi e degli apografi, nonché ripulito delle pesanti manomissioni operate dal pronipote Michelangelo il Giovane, conserva – è il caso di dire – due sonetti in cui Dante è evocato proprio nella sua funzione simbolica di esule politico, nella quale Buonarroti si cala e si identifica nel criticare l’operato mediceo e scongiurare o sfogarsi contro il ritorno di Cosimo I nella scena fiorentina per nuovamente controllare, dominare la città. Nulla di strano, se ci pensiamo, nel ritrovare il Sommo poeta come personaggio politico e non solo autorità da seguire in poesia.
Per comprendere quanto Dante poeta sia stato centrale, tanto quanto lo è stato Francesco Petrarca, è sufficiente scorrere i più recenti commenti alle Rime di Michelangelo: in ognuno di essi è una piacevole gara al citazionismo non sterile, quindi senza scadere nell’epigonismo, dove le immagini dantesche assumono di volta in volta un nuovo colore motivato dalla profonda adesione al pensiero neoplatonico, che come dicevo sopra, ha lasciato un segno indelebile nella coscienza dell’artista al punto da condizionarne l’evoluzione stessa della propria poesia lungo una scala che sembra seguire la progressione del pensiero filosofico ficiniano.
Accanto a questo dantismo, che alcuni critici hanno voluto contrapporre al petrarchismo imperante, senza notare che in realtà Michelangelo non si discosta dal petrarchismo, ma semmai lo ciba e lo irrobustisce di un, per sé stesso, necessario e continuo innesto di elementi danteschi (che tra l’altro aiutano il lettore a verificare una volta di più, ce ne fosse ancora bisogno, come Petrarca stesso sia stato intriso della poesia del fiorentino); dicevo, accanto a questo dantismo Michelangelo sceglie il personaggio Dante per condurre la propria invettiva contro Firenze e soprattutto contro i Medici; del resto è questione nota e ampiamente trattata dagli studiosi quella legata alle simpatie repubblicane di Buonarroti, nelle quali – è bene ricordare – forse si nasconde anche l’eredità del clima avverso alla più importante famiglia fiorentina che in casa Buonarroti si respirava da sempre (si pensi alla ritrosia paterna nel ‘concedere’ a Lorenzo di accogliere Michelangelo nella propria casa).
Tornando ai testi, si tratta di una breve sequenza di componimenti (un epigramma tetrastico, due sonetti e un madrigale) da sempre individuati e riconosciuti per il loro valore politico; con ‘da sempre’ intendo già vivo Buonarroti. Sono però i due sonetti i componimenti in cui Dante emerge con tutta la sua forza d’uomo politico e fustigatore dei pessimi uomini in poesia. Nella ricostruzione delle Rime che da Girardi in poi si è quasi sempre riproposta fino ai giorni nostri nelle edizioni a stampa, questa sequenza si compone dei testi da 247 a 250; si discostano vistosamente da questa consolidata tradizione le edizioni del Canzoniere, curato da Maria Chiara Tarsi per i tipi di Bembo/Guanda, e della Silloge inclusa in Rime e lettere, volume curato da Antonio Corsaro e Giorgio Masi per Bompiani. In queste ultime edizioni i quattro componimenti vengono proposti distanti gli uni dagli altri così come si trovano nelle carte in parte autografe in parte apografe di quella scelta di liriche che da più voci si è voluta riconoscere come un progetto destinato alla stampa, ma poi abbandonato, intorno agli anni compresi tra il 1545 e il 1547.
Veniamo ora, però, all’argomento principe di questa mia breve divagazione. L’occasione, se così la si può definire, per un’invettiva politica contro la città di Firenze è servita a Michelangelo da un epigramma di Giovanni di Carlo Strozzi, Sopra la notte del Buonarrotto

   La notte, che tu vedi in sì dolci atti
dormir, fu da un Angelo scolpita
in questo sasso; e perché dorme ha vita.
Destala se no ’l credi, e parleratti.

L’epigramma tetrastico omaggia la statua della Notte scolpita da Michelangelo per la tomba del duca Giuliano, nella Sagrestia Nuova di San Lorenzo, in Firenze. A questo tetrastico dello Strozzi risponde questo del nostro, spostando all’istante il precedente contesto encomiastico a uno più attuale e politicamente connotato:

Risposta del Buonarroto

   Caro m’è ’l sonno, e più l’esser di sasso,
mentre che ’l danno e la vergogna dura;
non veder, non sentir m’è gran ventura;
però non mi destar, deh parla basso.

Il rifiuto a svegliarsi e a parlare è netto, e polemizza non solo con l’invito del giovane Strozzi, bensì con l’ingrata Firenze, grazie anche a un rinvio altrettanto polemico offerto dalla fonte petrarchesca (RVF 244, 6: «il danno è grave, et la vergogna è ria») che si innesta nei quattro versi racchiusi nella rima dantesca sasso : basso di Purgatorio III, vv. 55-57. A parlare è la statua stessa che chiede di non essere svegliata finché dureranno sia il danno sia la vergogna; ed è quel «mentre che» a dare l’idea di una situazione che non è finita e che non accenna a finire. Michelangelo stravolge così il valore encomiastico della statua, dando a essa la parola, certo con ironia e avvalendosi di un genere affine alle pasquinate, quel “dir breve” che tanto piacque al Magnifico e a Poliziano, sicché anche il ricorrere a esso permea ulteriormente il tetrastico di un’aurea antimedicea.
Segue la quartina il primo dei due sonetti, l’unico dei quattro componimenti in cui Michelangelo fa il nome di Dante:

   Dal Ciel discese e col mortal suo, poi
che visto ebbe l’inferno iusto e ’l pio,
ritornò vivo a contemplare Dio
per dar di tutto il vero lume a noi,
   lucente stella, che co’ raggi suoi
fe’ chiaro a torto el nido ove nacqui io,
né sarel’ premio tutto ’l mondo rio:
Tu sol che la creasti esser quel puoi.
   Di Dante dico, che mal conosciute
fur l’opre sue da quel popolo ingrato
che solo a’ giusti manca di salute.
   Fuss’io pur lui! ch’a tal fortuna nato,
per l’aspro esilio suo, con la virtute,
darei del mondo il più felice stato.

È già Girardi a rilevare nel sonetto la natura del dantismo michelangiolesco, ossia di un riconoscersi in una Weltanschauung e non solo in una forma: Michelangelo rivede sé stesso nella condizione dell’esule per antonomasia, e più ancora nel suo essersi calato nei mali dell’uomo, scendendo agli inferi, per poi risalire e donare lustro, luce, la medesima patria ingrata («fe’ chiaro a torto el nido ove nacqui io»). Dante, sorta di imago Christi, oppone all’ingiustizia subita la propria dignità (Masi), ed è a questo alto patronato morale che un ben più umile Michelangelo aspira nella terzina conclusiva, al contempo consapevole (siamo negli anni Quaranta del XVI secolo) di essere l’artista che ha raggiunto una fama consolidata ormai da anni (come ricorda bene il passo dell’edizione definitiva del poema ariostesco).
Del sonetto si conserva autografa una stesura anteriore che propone interessanti differenze, a cominciare dall’apostrofe alla città di Firenze nella stessa posizione dove compare il nome di Dante nella versione definitiva:

   Quella benigna stella, che co’ suoi
lucenti raggi il tempo scuro e rio
fe’ chiaro al mondo el nido ove nacqu’io
quante tu sol pietà per grazia puoi,
   dal ciel discese, e col mortal suo poi
che visto ebbe l’inferno giusto e ’l pio,
ritornò vivo a contemplare Dio,
per dar del tutto vero luma a noi.
   Ben fur, Fiorenza mia, mal conosciute
l’opere suo da quel popolo ingrato,
da quel ch’a iuti manca di salute.
   Fuss’io pur lui con tal fortuna nato,
per l’aspro esilio suo con la virtute
dare’ del mondo il più felice stato.

Non tragga in inganno l’eliminazione dell’apostrofe a Firenze con la più apparentemente mite apostrofe a Dante, perché Dante è assunto come simbolo assoluto della più grande ingiustizia che una città e chi questa politicamente regge possono riservare a un proprio concittadino. E Michelangelo nella dimensione dell’esule riconosce tutto sé stesso.
Ma Firenze è anche l’amata sottratta ai suoi innamorati da un unico amante, il tiranno (Cosimo de’ Medici); ed è costui che essi sono ridotti a piangerla lontani. Ma il tiranno non gode dei frutti di ciò che crede amore, perché vive nel terrore. Si può riassumere in questi termini il senso del terzo componimento, un madrigale in forma di dialogo:

   – Per molti, donna, anzi, per mille amanti
creata fusti, e d’angelica forma:
or par che ’n ciel si dorma
s’un sol s’appropia quel ch’è dato a tanti.
Ritorna a’ nostri pianti
il Sol degli occhi tuo, che par che schivi
chi del suo dono in tal miseria è nato. –
– Deh, non turbate i vostri desir santi,
che chi di me par che vi spogli e privi
col gran timor non gode il gran peccato,
ché degli amanti è men felice stato
quello ove ’l gran desir gran copia affrena
ch’una miseria di speranza piena. –

Meriterebbe un discorso a sé il complicato rapporto che l’artista intrattenne con la famiglia Medici; un rapporto nel quale riconoscenza e ingratitudine sembrano inseguirsi di continuo, sostituendosi l’una all’altra. Alla riconoscenza nei confronti di Lorenzo il Magnifico non fece seguito quella per il figlio Piero; anzi l’attitudine dispotica del nuovo signore valse, si sa, la cacciata della famiglia da Firenze nell’ottobre 1494, mentre l’Italia era attraversata dalle truppe francesi di Carlo VIII, cancellando di fatto il difficile equilibrio con sotto il Magnifico aveva assicurato all’Italia anni di pace, e aprendo quella lunghissima stagione di dominazioni straniere che si concluderà quattro secoli dopo. Michelangelo non dimostrò alcuna fedeltà a Piero de’ Medici, bensì si diede alla fuga e riparò a Roma. Non furono le successive continue commissioni che comunque la famiglia gli affidò a rasserenare i rapporti; nemmeno con i pontificati medicei di Leone X e Clemente VII. Sicché il madrigale sembra condensare in sé tanto i tormenti dell’esule che ancora una volta vede la sua città tiranneggiata e la repubblica destituita. Come possa entrare Dante in quanto qui esposto è presto detto: lo sguardo dell’esule nuovo non è dissimile da quello del Sommo Poeta; non cela un certo livore, il sapersi dalla parte di chi è stato danneggiato dalla pessima condotta dei magnati e di quanti li hanno spalleggiati, gli «orbi» del secondo sonetto, quarto e ultimo dell’invettiva antimedicea:

   Quante dirne si de’ non si può dire,
ché troppo agli orbi il suo splendor s’accese;
biasmar si piò più ’l popol che l’offese,
ch’al suo men pregio ogni maggior salire.
   Questo discese a’ merti del fallire
per l’util nostro, e poi a Dio ascese;
e le porte, che ’l ciel non gli contese,
la patria chiuse al suo giusto desire.
   Ingrata, dico, e della suo fortuna
a suo danno nutrice, ond’è ben segno
ch’a’ più perfetti abonda di più guai.
   Fra mille altre ragion sola quest’una:
se par non ebbe il suo exilio indegno,
simil uom né maggior non nacque mai.

Michelangelo riprende, e apparentemente quasi nulla aggiunge al discorso, quanto già detto nel precedente sonetto: Dante non è più nominato direttamente, e questo in virtù del fatto che qui si vogliono ribadire i costanti dolori sofferti da chi è costretto all’esilio solo attraverso l’evocazione dei torti subiti, senza ricorrere un’apostrofe diretta; a farne le spese però questa volta sembrano essere i fiorentini, «’l popol che l’offese», che non possono neppure essere biasimati perché sono ancora quegli «orbi» nella stessa maniera con la quale furono nominati da Dante (Inferno XV, 67). Più sottile e perciò più tagliente si fa l’esempio dantesco perciò ora, poiché è la parola e, insieme a essa, sono i luoghi in cui ricercarla che alimentano l’invettiva e la caricano nel suo farsi condanna. Non diversamente da certe figure che popolano il Giudizio universale, terminato qualche anno prima della stesura di questi componimenti.

© Fabio Michieli

 


Bibliografia di riferimento

Opere di Michelangelo Buonarroti:
Rime, a cura di Enzo Noè Girardi, Laterza 1967
Rime e lettere, a cura di Paola Mastrocola, Utet 1991
Rime, a cura di Paolo Zaja, BUR 2010
Canzoniere, a cura di Maria Chiara Tarsi, Fondazione Pietro Bembo / Ugo Guanda Editore 2015
Rime e lettere, a cura di Antonio Corsaro e Giorgio Masi, Bompiani 2016 [da qui i testi proposti]

Studi critici:
G. Cambon, La poesia di Michelangelo, Einaudi 1985
I. Campeggiani, Le varianti della poesia di Michelangelo, Maria Pacini Fazzi Editore 2012
A. Cecchetto, La poesia di Michelangelo Buonarroti, Fondazione Mario Luzi 2017
G. Cascio, La ricezione delle Rime tra gli scrittori, Marsilio 2019

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