Laura Pezzola, Del nostro stare al mondo

Laura Pezzola, Del nostro stare al mondo
Edizioni Ensemble 2021

Del nostro stare al mondo, la raccolta più recente di Laura Pezzola, uscita in questo anno 2021 per le Edizioni Ensemble, interroga e risponde al quesito, così urgente: «Perché, dinanzi alla storia, che accade, travolge, scardina e, tremendamente, non insegna (salvo ai pochissimi inascoltati), l’umanità non sceglie il bene comune?» La scrittura poetica fa risuonare, con la forza della mitezza, i passi di persone e fatti, così come interrogativi aperti e testimoni che aspettano di essere raccolti.
Dinanzi alla storia, a un passato che non è mai distante – malgrado i tentativi, ripetuti da più parti, di rimuoverlo – tanto quanto a una cronaca incalzante, a una storia, dunque, che mette a nudo la palese (e pur soffocata) “umana troppo umana” precarietà, il creaturale e fragile «stare al mondo», la poesia di Laura Pezzola oppone la quieta tenacia della cura, «il mantello dei santi», il «desiderio infinito di bene», l’operosità che non conosce sosta, con la pianta del piede a contatto con la terra e lo sguardo volto al cielo, come nella nota e amata pagina del Diario di Etty Hillesum.
Alla disgregazione operata dal tempo – «nessun granello torna» – la parola poetica di Laura Pezzola risponde con voce limpida, spalancando la «nuvola finestra». E sostare tra le pagine che di questa voce risuonano conforta e incoraggia, con il respiro e l’energia della grazia.

© Anna Maria Curci

 

DEL NOSTRO STARE AL MONDO

Nei giorni di sole vorrei chiudere gli occhi
fuggire lo scempio – questo –

che spacca i ponti come pane caldo
e sfila i coltelli dalle tasche

che veste di stracci i suoi figli
e ingrassa le sanguisughe di palazzo.

Nei giorni di sole vorrei scrivere versi
ci sono tramonti di rossi e di viola
che commuovono le sere

ci sono sere che tutto è silenzio
e le finestre si accendono come lanterne

appoggiata alla ringhiera mi chiedo

se la necessità del male è la ragione

del nostro stare al mondo.

 

IL MANTELLO DEI SANTI

Si destava su una faglia di terra
tra cenere di legna e lapilli

perduta l’ usanza
di raccogliere cocci
sparpagliava nella polvere
il contenuto dei cassetti

il presente sgretolava
mangiato dai tarli
dilagava nel profondo

indossando il mantello dei santi
poteva confessare i peccati
assolvere – la luce cagionevole
della mancanza

poi un’ora del giorno
due pini si abbracciarono stretti
i ciclamini risorsero
le antenne tremarono come steli
di un’altra galassia

il cielo fu azzurro e compatto
nessuna parvenza di bianco

nuvole sparse

voli di storni

solo un chiarore dal basso

a predire l’inizio.

 

COM’ERA IL MONDO PRIMA

Prima che il mughetto si unisse alla foglia
prima che la rosa fiorisse
nell’indifferenza della zolla
quando i continenti smottavano
e i ruscelli seccavano le rive
in un brillio di pietruzze e formiche

Prima che le foreste litigassero con i tassi
e la tigna corrodesse le radici dei pioppi
quando le farfalle volavano sulle cateratte
e tu eri una virgola di pensiero
fuggita nel chissà-dove

Com’era prima del naufragio
quando tutto era promiscuo
l’albero e i fili d’erba
il sole e l’amarezza
le isole e la burrasca
e tu eri una virgola dimenticata
sotto la crosta del pianeta

Prima che i sentieri
diventassero dossi e gli acquedotti
crinassero i deserti
quando cadevano tizzoni di stelle
e tu componevi giunchiglie
spandendo nell’aria cascami
di resina odorosa

– tu eri un desiderio infinito di bene
e non pensavi a me –

 

PER PRIMA COSA IL CIELO

Per prima cosa il cielo – pallido –
di luce fredda che abbaglia
o rosa – come un fenicottero di lago –
veloce di nuvole che si rincorrono
tuffandosi nelle scodelle di latte
o striato – come un disegno a matita
di ocra e di sanguigna

tutto il cielo negli occhi
appeso alla chioma dei pini
mentre un altro mattino
ciondola tra i rami.

 

CLESSIDRE

Quando muore un granello
il mondo si disordina
la notte penetra nel giorno
le stelle approdano spente
sul bagnasciuga del tempo
si vive capovolti
svolazzando negli angoli
come falene cieche.

Nessun granello torna
– ma tu che sei poeta – spalanca
la nuvola finestra
e scendi qualche volta
con una risma di fogli e la penna
quaggiù troverai sempre
una pagina bianca
e la cerchia degli amici
a imbastire l’orlo
dei tuoi versi.

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