Angelo Santangelo, Screziature della porcellana (rec. di Aldo Spano)

Angelo Santangelo, Screziature della porcellana
Edizioni Le Farfalle 2020

Screziature della porcellana è la seconda raccolta poetica di Angelo Santangelo. Il libro, pubblicato da Le farfalle, è una discesa ripida e silenziosa, ma intellettualmente avvincente, negli abissi più impervi del mondo contemporaneo; un pellegrinaggio, preludio di rinascita, in cui la parola dell’autore, mai violenta, sempre sussurrata e placida, costituisce una formidabile guida.
Già dalla prima sezione della raccolta, “Stille di un abisso”, Angelo narra la catabasi della nostra civiltà: è il naufragio, un imponente diluvio, l’immagine che si imprime nella mente del pellegrino. Esso ha le vesti di una catastrofe morale e sociale ed è connotato da due paradigmi: Lampedusa e la città contemporanea. L’isola (porta d’Europa) – e Angelo da siciliano lo sa bene – non è più la terra dei Feaci dove il naufrago si ristora, ma è un Cariddi allegorico che impersona l’isolamento animalesco dell’uomo contemporaneo, il famelico narcisismo di una “civiltà di deretani”. In secondo luogo, svetta, solitaria e babelica, la città del nostro tempo: forza disgregatrice, “ventre” che inghiotte e addomestica la vita. Le liriche insistono sulla perdita di socialità delle piazze – “morte” –, sull’eclissi dell’agorà, sempre più vuota. Gli spazi abitati dalla comunità divengono un non-luogo, in cui i lampioni della ragione sono annebbiati dal luccichio di mode e di “tacchi” – termine ricorrente nella raccolta. Il contemporaneo raccontato in queste pagine coincide soprattutto con il dominio dell’immagine, dell’apparenza: l’odiato capitale. Imprigiona i miti di un tempo (Nereidi in cellophane lo grida a chiare lettere); affida a un destino disperato gli ultimi (la miseria striscia velenosamente nei versi di Cattedrale Expo).
Come in ogni naufragio che si rispetti, non ci sono compagni di viaggio. Si è soli. La pellicola dell’umanità scorre senza sussulti; è percorsa da “passanti” o “viandanti” – “folla” indifferente e indifferenziata – che incarna il declino della memoria collettiva del nostro tempo, prigioniero di un presente (un presentismo) sempre più sordo e anonimo. E così, come un’isola nell’oceano, emerge incessante il bisogno morale e spirituale di tornare alla materia grezza e agli elementi naturali; è come se la natura con la sua purezza – l’acqua che distrugge e che rigenera è l’elemento essenziale e imprescindibile delle liriche – si facesse largo per riappropriarsi di ciò che le spetta.
Mentre affonda l’autenticità, affiora il volto del poeta, Giano bifronte: è porcellana screziata, fragile, rara, in mezzo ai vasi di ferro; e nel contempo controfigura pirandelliana – altra eco all’identità isolana dell’autore – che si guarda vivere come uno “sputo sbilenco di ossa e di cortesia” (Primo maggio). E forse è proprio questa la dote, la lettera d’addio, che ci regala l’umanista nell’era della tecnica, sembra dirci Angelo: capovolgere con raffinata autoironia un mondo che non ci appartiene, senza paternalismi, svelandone le pieghe più nascoste e umoristiche. E sorridere di fronte a chi crede di saper vivere (così suggerisce Scranni capovolti).
Il poeta, stanco, ma armato di umanità, accompagna il lettore oltre la burrasca. Nella quarta parte della raccolta – “Postille del diluvio” – il cielo si squarcia e appare al viandante “l’ineffabile scintilla” (Tra lo svanire e il perdurarsi). Il linguaggio si fa meno fluido: concreto, a tratti ispido, accartocciato. Un’illusione? Chi accarezza la speranza non salirà di certo sulla zattera della felicità, pallida ed effimera come un “quarto d’ora di luna”. Ma è nel quotidiano “graffiarsi” e “attardarsi”, nel groviglio di ricordi che si svelano possibilità inaudite: “cieli immensi e “fondali incantevoli”, da tempo smarriti. Il lettore sembra ancora smarrito e attraversato dai venti del naufragio e della storia: la ricerca di senso, dell’infinito nel finito, rimane un abito vistoso da sfoggiare al migliore offerente. Il peggio, tuttavia, è alle spalle. E noi, “dopo il diluvio, sorpresi/ancora scapigliati”, rinasciamo. “Postilla di luce”.

© Aldo Spano

 

Lampedusa, nostra civiltà

Capovolto su un mare d’incanto

il viaggio mancato
nella nebbia
un barcone:

non più canzoni di madre
e sogni,
ma ossa a contarle
ossa,
che galleggiano
nel depredato bagliore.

Sul bagnasciuga
della nostra civiltà di deretani
autografati e unti al solleone
loro
scarnificati
senza nome.

E il senso manca, oltre l’orrore.

 

Screziature della porcellana
ad Angelo Scandurra

Nessuna spia di sole
per viandanti su sponde d’acqua.
L’inizio disatteso, procrastinata la fine.
Solo forre e santini negli interstizi.

Chi può deglutire ancora?

Fabbri di chicchessia depongono
parole su seni di madri– guerriere,
forgiano spade e serpi per arte
o condanna.

Mentre poeti di porcellana
si squagliano al sole
e i loro dolori sono tesori
negli abissi.

 

Tacchi sull’agorà

Ma la piazza è morta, morta,
spenta: il dondolio delle nuvole
è sepolto sotto scarpe con il tacco
venti centimetri sovrappiù
decidui slanci
mani smaltate
scongiuri agorafobici
e Dio profanato con corni di stoffa.

Ma la piazza è morta, morta,
spenta: la calca è anonima
fucina di piombo rappreso
lo schermo è sguarnito
le teste svuotate
caldaia soporifera di manichini
diafana novella
in differita processione.

Ma la piazza è morta, morta,
spenta: non più agorà di uomini
bagnati da fuoco e semenza.

 

Scranni capovolti

Lu munnu è di cu’ lu sapi buffuniari:
per filamenti di labbra,
battesimi che dilatano rinascite,
possiamo esorcizzare la precisione del globo,
il sonno della palude di chi sta in mezzo
sotto scacco.

Lu buffuni è il re degli scranni capovolti
che sorvola nudo
le idiosincrasie ipocondriache,
i piagnistei di cardellini obesi,
la spacconeria di chi silenzia parole
nelle canne dei fucili.

Lu munnu è di cu’ lu sapi buffuniari:
per chi non si arrende alla minchioneria venduta a chilo,
per chi custodisce il dubbio nel grembo
sopraffatto da algidi teoremi,
per chi sale su un muro con tante crepe
per vedere il cielo da una benda inginocchiato.

 

Dopo il diluvio

Dopo il diluvio, sorpresi,
ancora scapigliati,
cerchiamo un’insegna sotto traccia,
una foglia argentata nella fitta boscaglia
per ricomporre noi
dalla mappa-prospettiva espunti
per ritrovarsi a piè di pagina

postilla di luce.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: