Una domenica inedita #25: Giovanna Frene, Diplopia Monte Pertica

 

Diplopia Monte Pertica

questi cumuli di morti, tutt’ora morti, tutt’ora qui
trincee estinte sul nascere, spalmati nella perpetua ripetizione della fotografia,
questi ammassi ostacolano ogni nuovo possibile cammino, portano
apparentemente lontano ogni sguardo,
sprofondano a ogni passo verso la personale dissoluzione
del vedere, fino all’impossibilità di distinguere qualcosa nella palta puzzolente
del proprio andare, non si va oltre, sempre fermi, sempre qui

queste centinaia di cadaveri tutt’ora cadaveri, tutt’ora qui,
avvisano che la risalita è apparente, spalancano la bocca all’attenzione
della fine del tragitto, la camionabile è un lotto solo per i prigionieri,
lotta chi non è pentito della vita, chi può ancora apparentemente risalire
la china mettendo i piedi in sequenza senza la totalità della visione,
chi per bocca della fortuna ha tirato la linguetta della bomba
a mano nel giusto della forza nemica, sempre nemica, sempre qui

questa unica grande Immagine che ora è una, che ora è qui,
è la sola via che ogni percorrenza può portare, come uscita
dalla veduta che aveva reso niente la vita una volta e per tutte:
balzati in piedi, partiamo di corsa, ma dal cucuzzolo
delle mitragliatrici c’investono di raffiche
che fanno paurosi vuoti negli assalitori,
obbligandoci a ripararci nelle buche e negli anfratti del terreno (…).

Il sole è tiepido, e ne approfitto per una fumatina.
Il vento ci porta, ogni tanto, un lieve lezzo di cadavere; nessuno
si cura di portare via i morti (…). Sono morti come tanti altri,
di cui non so il nome, né ho mai visto il viso, che giacciono intorno a noi,
masse informi di carne, ma non provo né pena, né compassione,
la morte quassù non ha importanza (…).
Il Pertica è definitivamente nelle nostre mani.

[Poesia tratta dalla raccolta inedita Eredità ed Estinzione]

 

LA PANCHINA DEL PERTICA

Chi oggi salga sul Monte Pertica, cima posta a Nord-Ovest nel Massiccio del Monte Grappa, troverà ad accoglierlo una grande croce (una delle tante della zona poste a presidio della memoria di passate battaglie) sul cui basamento sono incisi gli avvenimenti accaduti più di un secolo fa, al termine della Prima guerra mondiale: “Su questo monte dal 24 al 29 ottobre 1918 caddero 37 ufficiali, 851 soldati, [furono] feriti 113 ufficiali e 2.400 soldati”: si tratta degli esiti dell’assalto finale compiuto dagli arditi, necessario per conquistare l’accesso alle vallate verso Trento e verso Feltre. Ora i prati e le conifere sono cresciuti di nuovo, ma i dissesti del terreno, non solo sul Monte Pertica, indicano che su tutto il Massiccio la guerra portò la quasi completa distruzione dell’ambiente naturale. Anzi, proprio la Prima guerra mondiale, con l’esplosione della tecnica, ha segnato l’inizio della massiva e sistematica distruzione dell’ambiente naturale da parte dell’uomo, che dura armai da più di un secolo.
Chi salga oggi sul Monte Pertica troverà, però, proprio vicino alla grande croce, anche una panchina, posta sul crinale del monte, a scavalco, in modo che, forse un po’ trafelato per la salita e per le difficoltà del terreno irregolare, da seduto, girando la testa verso Nord-Ovest, potrà osservare in pace la Valsugana, poi, verso Ovest Sud-Ovest, la linea del Col Berretta-Monte Asolone, verso Sud il crinale che porta alla Via Eroica e al complesso dell’Ossario, che si staglia di profilo, verso Est dapprima la parte settentrionale della dorsale di Cima Grappa e infine verso Nord-Est la dorsale dei Solaroli. Per quanto sia difficile pensarlo, e per quanto in un primo momento venga da pensare che una panchina sulla cima del Pertica sia fuori posto, l’osservare quelle montagne dà ora una grande pace. Hanno avuto ragione, quindi, gli eredi dell’ardito Ermes Rosa, a voler ricordare le vicende belliche del nonno ponendo come ricordo una semplice panchina, invece che un cippo celebrativo. Si sono riappropriati di uno sguardo di pace, calma, tranquillità, silenzio, lentezza, contemplazione, in un luogo che di colpo si era fatto tenebra totale; di un terreno che lo stesso Ermes Rosa nelle sue memorie definisce come proprietà degli arditi, in quanto conquistato con il sangue.
Forse la poesia può essere paragonata a quella panchina, può ristabilire un ordine naturale che sempre nasce dalla contemplazione della natura, può riportare alla sola natura un luogo che la storia dell’uomo aveva preteso di sottrarre al mondo e di farlo suo.
Il testo inedito racconta proprio di questo: rispetto al sovrapporsi sulla natura delle passate immagini di morte (esistono alcune fotografie del cumulo di cadaveri successivo agli assalti) e delle parole di violenza (e la seconda metà del mio testo infatti è costruito con le parole di Ermes Rosa), la parola della poesia può restituire la natura a sé stessa, liberandola dal possesso dell’uomo. L’ultima parola spetta ancora una volta e sempre alla poesia, lo sguardo naturale che contempla senza possedere, che pronuncia per restituire, che fissa i nomi per salvare.

© Giovanna Frene

 

[Questa poesia e questo commento sono stati registrati in un video per il Festival della Poesia di Monza, 21 marzo 2021. Il video è visibile nel canale YouTube della Casa della Poesia di Monza.]

 


Nota biografica
Giovanna Frene, poeta e studiosa, è stata scoperta da Andrea Zanzotto. Tra gli ultimi libri di poesia: Sara Laughs (D’If ,2007); Il noto, il nuovo (Transeuropa, 2011); Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda (Arcipelago Itaca, 2015); Datità, postfazione di A. Zanzotto (prima edizione Manni 2001, riedito da Arcipelago Itaca 2018). È inclusa in varie antologie, tra cui: Grand Tour. Reisen durch die junge Lyrik Europas (Hanser, 2019); Nuovi Poeti italiani 6 (Einaudi, 2012); Poeti degli Anni Zero (Ponte Sisto, 2011); New Italian Writing, «Chicago Review», 56:1, Spring 2011; Parola Plurale, Sossella 2005. Saggista e critica militante, co-dirige il lit-blog “Inverso. Giornale di poesia” e collabora con varie riviste. Eredità ed Estinzione è il titolo del suo nuovo libro, in uscita nel 2021.

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