La poesia come accadimento. La gioia di scrivere in Ron Padgett

Ron Padgett, Non praticare il cannibalismo. 100 poesie
A cura di Paola Del Zoppo e Cristina Consiglio
Con traduzioni di Riccardo Frolloni
Del Vecchio 2021

La poesia, insieme alle altre arti, riesce a riunire esperienze distanti nel tempo e nello spazio; è, per usare le parole di Marguerite Yourcenar, un granaio in cui troviamo ammassate grandi riserve di esperienze e di parole, come le biblioteche che la stessa Yourcenar elegge a questo immenso deposito per affrontare gli inverni freddi della coscienza. La poesia, con la sua riserva, si presenta da dietro un angolo e ci viene incontro in modo inatteso. Un giorno di circa due anni fa mi trovavo in macchina: stavo annotando una poesia per non dimenticarla, mentre all’improvviso mi saltò un battito del cuore. Passata la paura pensai, non senza autoironia, che sarebbe stato sconveniente se fossi morto con una poesia in corso, senza averla conclusa. Non ci pensai più. Leggo il libro di Ron Padgett, Non praticare il cannibalismo, edito da Del Vecchio – un libro di poesie consistente, ricco e vitale, sapientemente curato da Paola Del Zoppo e Cristina Consiglio e altrettanto sapientemente tradotto anche da Riccardo Frolloni – e scopro la poesia Il poeta, uccello immortale:

Un attimo fa salta il battito
e penso, “Sarebbe un brutto momento
per avere un infarto e morire, nel pieno
di una poesia”, poi mi ha confortato
l’idea che nessuno, che io sappia
è mai morto nel pieno della scrittura
di una poesia, proprio come gli uccelli non muoiono in volo.
Credo.

La mia esperienza è lì da tempo e non lo sapevo fino a quando non l’ho letta nelle parole di Padgett, poeta che, già dalle prime pagine, vuole raccontare l’altro, partendo da se stesso. Non si può non cogliere il messaggio e l’ironia: scrivere resta una garanzia di vita per il poeta, lo rende come quell’uccello – uccello immortale sembra fare l’occhiolino all’usignolo di Keats – che non può morire durante il volo, o così almeno crede, ecco l’ironia. Quindi il gesto di scrivere fa esistere il poeta, e fa esistere il lettore di poesia, come ci fa notare nel libro Paola Del Zoppo, prendendo spunto da un esergo di Paul Valéry: poeta e lettore esistono quando la poesia accade, se diviene possibilità e luogo di una relazione. Scrivere è nominare le cose, le mie e le tue, ci viene detto. Allora s’intuisce che la poesia fa parte della realtà, non è da essa distaccata, disarticolata, ma muta se stessa, si trasforma, attraversa una distanza per farsi ponte con la quotidianità. Ecco Ron Padgett: un poeta in divenire. Attraverso lo snodo della sua scrittura intesa, appunto, come accadimento e possibilità, giunge a noi un’altra peculiarità – la gioia di scrivere. L’espressione ci ricorda subito la poesia di Szymborska La gioia di scrivere, ma anche Borges quando, in una sua lectio, disse che la poesia rappresentava per lui a passion and a joy; gioia, accompagnata allo stupore che Padgett chiama sconcerto; la poesia testimonia cioè il tentativo di tenere vivo lo sbalordimento.

Esponente della seconda generazione poetica newyorchese e noto in Italia dopo l’uscita di Paterson (chiaro omaggio al medico e poeta William Carlos Williams), film diretto da Jim Jarmush, incentrato sulla vita ordinaria di un autista di autobus che percorre ogni giorno lo stesso tragitto della cittadina del New Jersey e ama scrivere poesie su un taccuino – che scopriamo essere di Padgett –, del poeta americano ci sorprende un doppio movimento: abbiamo un meccanismo à rebours in cui la parola sconfina nell’humus spontaneo della memoria, e abbiamo il qui e ora, il lavoro poetico, la sostanza auto-generativa. Il primo movimento corrisponde al retroterra biografico dell’autore; il secondo svela i punti nevralgici, il travaglio tanto dotto quanto emotivo di una riflessione tesa a cogliere i dettagli, anche anonimi, della realtà. Entrambi i movimenti vengono restituiti nella parola con cura scrupolosa. Lo sguardo di Padgett riesce così armonicamente orientato sia all’interno che all’esterno. Un esempio di cura si trova nella Poesia per John Berryman in cui empatia e malinconia compongono il tessuto del testo:

Ho quel piccolo frisson
di cui parlavi, e io vengo
dall’Oklahoma, come te, trasferito
alla Columbia, come te, passeggiavo
lungo il ponte di
Minneapolis, quello
da cui dicevi addio,
a me, pensavo! Mi piaceva
il tuo libro su Stephen Crane,
ti ho visto ubriaco al Guggenheim,
lasciasti il tuo reading a metà:
non ce l’hai fatta: fiamme
scoppiettanti contro il ghiaccio,
e sei andato giù dritto
dentro al suolo, dove sei
ora. E qui
in montagna, di notte,
il mio marmocchio dice,
Le mie dita tremano quando ho paura.
Ma non i piedi.
Sono più coraggiosi delle mani.

C’è, in Padgett, un modo di procedere nel verso che rompe gli schemi e li ridefinisce, e non per trovare lo stile, ma la voce scavata dal fondo per riportarla alla luce. Non solo il tono, ma principalmente il suono, la trama a partire dal tessuto. La poesia Corpo biadesivo, per esempio, ritiene proprio la scrittura l’impronta palpabile, la prova del vissuto, l’evidenza, la necessità, come pure in Centro di gravità, di scoprire il punto di equilibrio fra gravità e leggerezza. L’inatteso, inoltre, corre sul filo dei dettagli – basta leggere La ragazza cinese per rendersi conto di un poetare che è una carezza nei confronti dell’altra. Padgett è questo e, ancor più, ci ricorda una prerogativa dello scrivere, sebbene prevedibile, su cui riflettere: il destino della poesia non si conclude sulla carta, anzi passa dalla pagina alla mente del lettore, insinuandosi nei pensieri più fitti, e, come ci fa notare Riccardo Frolloni, «come insetti intrappolati nell’ambra della memoria i versi ci restano in testa, capiamo dell’incessante ricerca di verità». In quel preciso passaggio possiamo ritrovare una gioia liberata in un blocco di lettere, trasferita nell’introspezione psicologica dell’ascoltatore e noi, leggendo Padgett, non possiamo non riconoscere lo stupore citato all’inizio. Padgett si fa leggere, eppure mette in guardia dal pregiudizio della leggibilità, della semplicità quale tipico stereotipo o retaggio della poesia americana, al contrario per lui il linguaggio semplice apre varchi, scava pozzi, segnalando ciò che, in modo diverso, torna nuovo o rinnovato nel senso. Con il suo Non praticare il cannibalismo, un libro che ha il sapore di una partitura vivace, Padgett ci dona un canzoniere umano, un viaggio nella forma di un poema fatto di stazioni e fermate, un respiro percepito nel suo divenire, un luogo dove si consuma un’esistenza apprensibile con i sensi e le parole e che queste, mutuando dalle esperienze, diventano a loro volta una forma pura della vita. La poesia, scrive Padgett in L’appendiabiti, è una testimonianza delle cose che continuano ad aprirsi: è già essa un’apertura verso se stessi e l’altro, costruisce una parte di quotidianità, e noi formiamo le “strutture sintattiche”, quella spinta narrativa in movimento nel grande, crudele e gentile contenitore che è il mondo.

© Davide Zizza

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