Francesca Fiorentin, Legàmi cedenti ossigeno (rec. di Carlo Tosetti)

Francesca Fiorentin, Legàmi cedenti ossigeno
Oèdipus Edizioni 2019

«Il Corriere della Sera» del 13 agosto 2020 ha pubblicato un articolo di Giorgio Montefoschi, dal titolo Tempesta su un’idea, articolo che tratta del celeberrimo romanzo di Goethe Le affinità elettive e che riporta uno stralcio dall’introduzione scritta da Paola Capriolo (la traduttrice dell’edizione riproposta da Marsilio):

Goethe si era prefisso di scrivere, per la prima volta, un romanzo che seguisse un’idea. Ma, una volta concluso, espresse un dubbio fondamentale: «Il romanzo è diventato accessibile all’intelligenza; ma mi guardo dal dire che ciò sia tornato a suo vantaggio. Anzi, sono dell’avviso che un’opera poetica è tanto migliore quanto più è incommensurabile e inaccessibile all’intelligenza».

Si dà il caso che sia incappato in questa nobile riflessione nei giorni dedicati alla lettura di Legàmi cedenti ossigeno, la seconda raccolta di Francesca Fiorentin (Oèdipus edizioni, 2019 [ma in realtà febbraio 2020]) e, per caratteristiche della poetica dell’autrice, abbia trovato queste parole adatte a introdurre il libro e, con esso, riferirmi anche a una certa poesia in generale.
È pacifico che l’incommensurabilità e l’inaccessibilità del significato non siano e non possano essere considerati fattori che – di per sé – elevino dei versi sugli altri; è altrettanto indubbio che la cripticità in poesia ponga oggi degli autori in una posizione defilata rispetto al polposo nucleo della poesia contemporanea, radicata sempre più in una confortevole zona lirica, ove regna – a vari gradi e con le dovute eccezioni – l’accessibilità letterale dei temi trattati (agli antipodi del dubbio espresso da Goethe), con forma e contenuti lontani da un certo “espressionismo” poetico che privilegi forme chiuse, per l’appunto, alla razionalità e che sposti la lettura su piani più profondi, inconsci, la cui definizione “emotivi” non indica quale sia la sorgente, ma unicamente il linguaggio sensibile utilizzato dalle profondità indefinite alle quali vi rimando.
Si entra, infatti, nel dominio delle “simpatie”, riprendendo un linguaggio afferente a filosofie antiche, a un gioco di domanda e risposta, a risonanze che s’attivano in domini dell’essere scandagliati nelle epoche, ma che di fatto permangono sfuggenti e sconosciuti.
Resto nella convinzione che Francesca Fiorentin sia ben conscia di queste dinamiche relative a una realtà impalpabile, della quale si intuisce l’esistenza per gli effetti prodotti, fruibili ai sensi, e questo mio convincimento si era già formato nella lettura della prima raccolta dell’autrice (Gli alfabeti intatti, Arcipelago Itaca Edizioni, 2017), in particolare grazie al distico Paradossi, nel quale si fa riferimento a relazioni invisibili, la cui logica elementare (non in senso deteriore, bensì nell’accezione di essenziale) se sviluppata orizzontalmente e verticalmente può fornire una diversa chiave di lettura dell’esistenza e della realtà:

Non mettere i fiori in cimitero
che poi i fiori, così belli, odoreranno di morti.

Il concetto viene espresso anche nella nuova raccolta, a p. 49:

Gli angeli di Wallace Stevens

Angeli della terra, sorridete
dei magnetismi delle relazioni tra le cose.
Offrite, e poi sottraete, gli oggetti del mondo: nuda vita.
Inalterabile, l’oggetto
ha infiniti modi: pensieri, significati.
Voi siete il suo potere, ritirarsi dal nostro sguardo
esistere per sé stesso.
Sorridete quando noi chiamiamo
la luna pesce, l’orso polare bronzo.
Le ali riportano via tutto
al luogo che precede qualsiasi pensiero.

Tale approccio alla realtà, alla scrittura, al verso, oggi ha per conseguenza il posizionamento periferico di un autore e, se da un lato e inevitabilmente ne appanna la visibilità per ragioni meramente “commerciali” (concedetemi questo termine, altamente tossico per la poesia), dall’altro, se in presenza di una scrittura di qualità, ne certifica la personalità e la ricerca operata nelle pieghe del linguaggio e del pensiero.
A queste considerazioni va aggiunta l’assoluta illiceità della pretesa di comprendere un testo, laddove invece l’autore lecitamente non lo consente, sottraendoci all’impegno di spostare l’attenzione della lettura sull’aspetto squisitamente estetico.
Legàmi cedenti ossigeno poggia infatti su di un piano assemblato da immagini, colori, sensazioni, suoni, in un risultato che va oltre il significato letterale, o meglio, che sfrutta un differente accostamento dei significanti cambiandone pertanto il senso, ma ci conduce – accettando l’invito – in un territorio pianeggiante, onirico e metafisico, che lentamente si disvela, decrittandone lettura dopo lettura i simboli.
È la stessa autrice, però, che supera l’impasse da me introdotta, aggirando l’ostacolo e, con la prima poesia del libro (poesia senza titolo, a p. 5), ci comunica che quale che sia nei sacri templi la poesia ammessa, non si offusca l’intero panorama lungo la cui curva s’irraggiano i vari stili, panorama che è davanti ai nostri occhi. La poesia è poesia, la poesia c’è.
Così facendo ci introduce nella sua raccolta e nel suo universo:

La poesia
non ha un pendaglio
morale
immorale
anestetico
estetico
al di qua al di là
i giudizi della critica sono aia
su una meravigliosa panoramica di lago

Lasciando i giudizi e i loro estensori (me compreso, naturalmente) a becchettare distratti sull’aia, riporto la poesia della pagina successiva, che, al mio gusto, risulta uno dei testi migliori del libro:

Poeta del XXI, nascita abnorme dall’acciaio.

Superstiti di una specie in estinzione,
la migliore creazione è urgente!
Gas di oleodotti hanno nutrito di latte gli acciai
dalla stasi meccanica
calore di micro-oscillazioni, alte travi per il nato,
onde di schermo il fiato,
aria pura come etere magnetico.
È addio alla specie
il collasso di tutti i volti
una nascita abnorme dall’acciaio, migliore.

In questo componimento dal sapore metallico, il cui significato – per l’appunto – non può essere definito immediato, incontriamo un’atmosfera da incubo, distopica, indotta dai vocaboli utilizzati e dalle immagini descritte, che confonde i riferimenti temporali.
Forse descrivendo il superamento dell’industria (l’aura del testo inganna e scaglia il lettore a cavallo fra ‘700 e ‘800), verso una società iper-industriale e tecnologica, un misto di frastuoni e di sibili evoca l’angosciante Metropolis di Fritz Lang; allo stesso tempo, la lettura potrebbe collocarsi ai giorni nostri, portandoci nel dramma di Taranto e dell’Ilva.
In entrambe le direzioni, si intravede un tema caro (non senza tormenti) alla Fiorentin, e cioè l’accusa verso una società immoralmente retta dall’economia, che schiaccia e soffoca l’esistenza, spostando il fulcro del vivere verso l’esterno dell’essere vivente, nell’apparenza che nutre unicamente il sistema, allontanando l’uomo dall’interiorità, dimora del sé.
In Legàmi cedenti ossigeno, raccolta inquieta, dolorosa, emergono anche particolari molto intimi: i versi sovente sembrano ergersi da una palude emozionale, dalla quale traggono sostanza, come mangrovie:

Vedo tra i miei simili in opera la malizia
e non ho anestetici che mi procurino del piacere.
Per vedere la bellezza tra di noi
devo ferirmi di un ribasso di ogni emozione. (p. 66)

La scrittura in verso libero è marchiata da una simbologia propria: l’aia, il terzo, l’altro, l’atleta, la porta tagliafuoco, la casa. In particolare, il metallo, la pietra, il cemento, gli elementi “duri” compaiono con una certa frequenza, simboli di variabile valenza.
Nella poesia a p. 17, che descrive un ambiente a me tristemente noto, si rileva l’assenza degli articoli, che restituisce un tono “telegrafico” e perentorio, una poesia-sentenza inappellabile: 

Gita in Lombardia

Pioppi come bastoni da taglio.
Divisori di balcone tra due appartamenti
bovini a vista affollati
mangiachili
carovane in motore monovolume
west osserva, lago o fiera
e fiera fiera
bandiera alzata di Lombardia zingara
armata, padani marchio hell-cow-boy.

A p. 24, ne Il terzo e l’ameba l’autrice ricorre al mito: la concezione del minotauro:

Il terzo è il sostegno di una scoria di peso, di un’ameba.
Dopo che questa divenne tale
liberandosi delle sue volontà
ogni energia dando a Pasifae
viene da me che sono il terzo
per riporre in posizione eretta
lo scheletro di colla.

Nella poesia a p. 43 (senza titolo) vi è un elemento presente in Poeta, a p. 13, con un riferimento al peso corporeo:

Quanto mi costa questa regolarizzazione farmacologica
dell’umore
gli occhi ingiungono laboriosità alle ore 14
il tutto è bene come cosa che non esiste davvero
il protrarsi delle spallucce al tempo timbra alle 21.
Ogni avviso di decollo sulle ali della fantasia
memore del kilo calorico
di una assimilazione non ansiosa.

La poesia è anche collegata a Triciclici (p. 71):

Triciclici

Probabilità di caduta su di un piano
ad 1 grado di inclinazione,
scontata, “maldestro passo”, sic, firma, Maestra.
Tavolo scabroso
adatto al barcollare per lo spleen di un poeta.
Pizia, disdetta, quale tripode, i triciclici!
Le ginocchia ferite di ghiaia, inette,
la mattina
emersione.

Invitandovi alla lettura di questo lavoro, i cui messaggi e le cui sfumature si svelano con la frequentazione dei versi, spiazzando spesso il lettore in quanto cangianti, concludo con due poesie nelle quali le mete (il porto, la casa) non evocano la sicurezza del rifugio, a riprova della tensione che attraversa l’intera raccolta:

Guardia Costiera

Annoiata guardia costiera
osservavo illeciti commerci
presso un mare dove i pescecani
indicavano alle navi l’approdo al porto,
annotavo traffici sinistri
nel registro scrivevo le frodi
come una regolare contabilità.
Stanca della compiacenza
che mi era richiesta dal lavoro,
confondevo di proposito le cifre.
Non mi turbava il licenziamento,
accarezzavo una medusa spiaggiata a riva.
“Che fai? Ritorna al largo”.
Dal toccarla venne un brivido
Singolare
la scossa illuminava
la più bianca
fine
esistente.

 

Cronaca del 16 agosto 2017. Roma città dei cassonetti
con il morto.

Diaspro rosso macchia le ruote dei passeggini
tu madre di ritorno alla casa di cemento
nascondi le chiavi negli stivali di gomma.
E abdica. Addio. Casa, città.
Scrosciava acqua sui marciapiedi
e gonfie di nubi erano i cieli,
di trasparente limpidezza, sorella,
erano i tuoi sonni
di marmo la tomba
prima che io legassi la morte alla sporcizia. (p. 68)

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