Costantino Turchi, Cinque poesie da “Delle nostre immagini”

 

Età

Pensavi che non sarebbe finita anche questa eternità?
Solo cento anni fa
potevano essere per te l’esperienza
della strada, per te pregare la sopravvivenza
e indossare tutte le maschere di un colorito cianotico.

Ma abbiamo cancellato pure il sibilo
sfiancato del primo paleo-informatico
e al secondo non scricchiano i quadrati
caratteri di luce in questo limbo.

È la serie degli sfili
mentre si alzano e ondeggiano nel vuoto
che senti: vedi in quanti sui pontili
hanno pensato gli spettasse un ruolo.

Nessun inganno allora col riflesso
delle cose bloccate nello stallo:
riso o pianto alla morte del cavallo, e fissarlo
perché noi non sappiamo più che farne.

 

Zecca

Quando camminerai tra l’erba alta
(com’è facile qui nell’abbandono
del suolo, dove manca ogni sentiero)
il tuo odore sarà carpito dalla zecca.
Più della luce del sole, più del calore
gli sarà di stimolo per il salto:
quando avrà trovato il posto giusto
infilzerà la testa nella cute;
nel suo sistema è più diretto il furto,
il circolo di veleno e di riflusso.
Avrà iniziato il lungo pasto di sangue
quando sarà una vescica gonfia del tuo corpo:
quando ormai te ne sarai accorto
sarà una protesi attanagliata al proprio mondo.

 

Arriva fino a questo l’ambiguità
mostrata in questi luoghi di mare
dalla stagione di solito fredda:
arriva al culmine del buio
e poi se ne vede la ritirata
ogni giorno assolato. Poco prima
di declinare traccia il manto stradale,
le piastrelle, il sabbione
che solidifica come cemento. La guazza
aumenta sotto i piedi della notte
come una pioggia che è sempre nell’aria
e la terra raccoglie per darsi forma.

 

Per poco non è ancora primavera
sulle terrazze erbose
e i secchi rami si intrecciano,
strepitano dentro le nuvole:
sono gli alberi di Giuda nell’anfiteatro
che superano i muri di cemento e sul vetro si riflettono
assieme ai globi elettrici, oltre esso, nell’ombra.

Sotto i minuscoli soli punto di atomi
tra gli atomi me, moltitudine scissa
in poli: formicolo di eccomi
presente al cosmo saturnino
per te connessa materia
alla corteccia, prima della passione.
In questa metà di febbraio,
hai i piedi in relazione alla radice
verso il cielo, da morte possibile
rinnovata come albero d’amore, tutta
di cinquanta chili affusolata:
leguminosa d’api nelle nuvole
o baccelli tenuti nell’avvenire.

Ma noi come tessere di carne tra gli stipiti
di legno, elementi verdi, il cemento,
ci leghiamo nel silenzio
di uno sguardo noto, senza saluto
tra i calpestii degli studenti.

 

Sciogli i nodi che tengono ciascuna
piastra ferrosa di questa armatura
(eccole, cadono una e poi una
e s’ammassano sopra la radura).
Lasciala sfarsi sotto questa luna
come al sole futuro e alla sua arsura:
lascia che si riduca a un ossidato
inciampo, a un’altra traccia del passato.

 

© Costantini Turchi, Delle nostre immagini (poesie 2014-2018), Prefazione di Umberto Piersanti, Arcipelago itaca 2020

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