Bustine di zucchero #54: Aleksandr Blok

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza. Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

blok

Un aneddoto riporta che il poema dei Canti bolscevichi di Aleksandr Blok – altrimenti noto col titolo apostolico de I dodici, «Dvjenadzat» – fu, con molta probabilità, tradotto da Clemente Rebora. La traduzione dell’opera circolò, di fatti, senza paternità e senza data di pubblicazione (ma dietro il frontespizio era riportato il 1920). Vanni Scheiwiller ne riporta i dettagli nella sua riedizione del 1986. Nel 1960 Giovanni Giudici segnalò all’editore «la prima traduzione italiana dal russo» dei canti blokiani, ipotizzando che tale versione portasse le impronte linguistiche e stilistiche di Rebora. Scheiwiller, quindi incuriosito, scrisse a Lidia Natus Rivolta – l’amata lucciola di Rebora negli anni milanesi, colei che iniziò il poeta alla lingua russa – chiedendone conferma; la musicista escluse di avervi lavorato con lui, pur ricordandosi di un certo professor Soukomline il quale nel 1917-18 fece leggere al poeta milanese alcune sue traduzioni del russo, molto gradite da Rebora. Da quanto deriva, l’autore dei Frammenti lirici rimase colpito dalla visionarietà di Blok. L’ultimo Blok dei Canti bolscevichi conservò il denso simbolismo che caratterizzava la sua poetica, associata a una «lucida veggenza» (Renato Poggioli); egli, un po’ come Esiodo, aveva ricevuto la sua vocazione lirica per grazia delle Muse. Il poema, incentrato sulla Rivoluzione d’Ottobre, in un’atmosfera rovinosa e speranzosa insieme, un cielo serale, battuto dal vento, che visivamente contrasta con la neve bianca, una neve in cui «si cade strangosciati», comincia scenicamente con un grande telo appeso fra due case e una scritta – I poteri all’Assemblea Costituente! – e subito dopo scorgiamo un drappello di soldati bolscevichi, dodici come gli apostoli di Cristo, in marcia per le strade di San Pietroburgo. Ma nella mistica della parola poetica tipica di Blok, una mistica che avrebbe potuto richiamare l’attenzione del Rebora lirico puro, ecco che l’evento descritto sembra superare il suo stesso rilievo storico per incastonarsi in un significato di più ampia rivelazione capace, nonostante l’enigmaticità, di segnare ancora una volta nella scrittura di Blok quel lacerante e meraviglioso contrasto tra l’eterno e il transitorio. In ambito di critica non è forse congeniale menzionare il fato, ma nei nomi dei poeti fin qui mostrati – il Blok che vogliamo credere tradotto da Rebora e il Giudici scopritore dell’ammirevole versione – pare manifestarsi una comune e felice corrispondenza della lucida veggenza, additata da Poggioli, volta a far emergere nel tempo i sempre più estesi e inattesi territori della poesia. 

 


Bibliografia in bustina
A. Blok, Canti bolscevichi (a cura di V. Scheiwiller), Milano, Scheiwiller, 1986.
A. Blok, I dodici (a cura di R. Poggioli), Torino, Einaudi, 1961.
R. Poggioli, Il fiore del verso russo, Torino, Einaudi, 1949.

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