Dante 2021 #2: Dante e Guido Gozzano

Dante muore a Ravenna settecento anni or sono, la notte tra il 13 e il 14 settembre 1321. Un anniversario importante, che su queste pagine non può passare inosservato. «Poetarum Silva» intende commemorarlo, il 14 di ogni mese, attraverso le pagine di autori che gli hanno reso omaggio, trasformandolo in personaggio della loro scrittura critica, narrativa, poetica.

Dante, Gozzano e l’evanescenza del poeta

Virgilio abbandona Dante in due tempi: in prima istanza, negandogli la parola,[1] che per un poeta è tutto; in seconda istanza, dissolvendosi mentre Dante gli sta ancora parlando.[2] Il significato di questa doppia dipartita è semplice e ovvio, sia nel senso letterale che in quello allegorico. Un poeta pagano, infatti, non può certamente accedere al Paradiso, come la Ragione umana (Virgilio) a un certo punto del cammino spirituale deve lasciare obbligatoriamente spazio alla Grazia divina (Beatrice).
Non si può fare a meno di notare, però, che la sparizione definitiva avviene quando Dante cita, traducendolo, il verso più famoso del suo amato maestro: «Conosco i segni dell’antica fiamma».[3] È il momento i cui i due si fondono e diventano tutt’uno, in un simbolico passaggio di testimone che lascia solo uno dei due a portare avanti la creazione lirica.
Analoghe fusioni tra poeta parlante e poeta scrivente erano tutt’altro che rare in Gozzano. Quest’ultimo amava il rifacimento e il mimetismo, giocare a nascondino con le parole altrui e ricrearle a suo modo, in un sapiente gioco di detto-non detto che era una delle peculiarità del suo modo di essere e di pensare. In altre parole, egli faceva incetta di versi altrui, per rivisitarli al momento opportuno. Giusi Baldissone definisce questo suo modo di procedere un «riciclaggio culturale».[4] Tale riciclaggio, continua Baldissone, non è una pura e semplice imitazione, quanto «l’inaugurazione di una poesia di puro metalinguaggio».[5] Per Gozzano «tutto […] sembra già detto, già sentito, già visto, ma è anche vero che questo non gli toglie la fede nel poter ancora dire, ridire, riciclare il già detto: nella poesia, insomma. Se Dante, Petrarca, Pascoli, Jammes, Baudelaire, D’Annunzio hanno già detto, la perfezione o l’esemplarità del loro dettato non blocca, perché questa poesia non è motivata da alcun tipo di emulazione e le espressioni altrui sono in qualche modo usate come metafora: la loro citazione, o parafrasi, o allusione sta al posto di ciò che non si potrebbe scrivere meglio, o di ciò che nell’uso circola come stereotipo, o di ciò che è diventato altrimenti inesprimibile: l’altrui, l’altrove, l’autrefois».[6]
I maestri a partire dai quali si forma il futuro poeta sono appassionate letture per la maggior parte attinte dalla nutrita biblioteca di sua madre, Diodata Mautino Gozzano, una donna dai mille interessi culturali e dall’interessante personalità: amava recitare, studiare e scrivere poesie.[7] Fra le letture del giovane poeta troneggiavano, tra gli altri, Dante e Petrarca, ed entrambi gli autori saranno gli spiriti a cui Gozzano si presterà a fare da “medium letterario”. Sono rimasti e sono stati indagati dei quaderni in cui il poeta di Torino aveva copiato centinaia di versi della Divina Commedia e del Canzoniere, a volte con degli adattamenti che già facevano presagire «un’immediata e vorace incorporazione».[8]
Per limitarci al solo rapporto tra Dante e Gozzano, oggetto di questo scritto, la critica pare oscillare fra due poli opposti, che si potrebbero grossolanamente far gravitare intorno a due figure, Pier Paolo Pasolini e Angela Casella: il primo convinto che Gozzano fosse uno dei poeti italiani più danteschi, sia per forma che per temi; la seconda persuasa che il riutilizzo di materiali dell’Alighieri debba essere interpretato come un riciclare con tutt’altro intento da quello iniziale e che in realtà Guido non vedesse in Dante un vero e proprio modello a cui rifarsi.[9]
A parte i rimandi, gli accenni, le citazioni, la prima apparizione rilevante dell’Alighieri in un’opera di Gozzano è nel sonetto L’esortazione (leggendo Dante) datato Locarno, luglio 1903:

L’esortazione (leggendo Dante)

                                 Di pari come buoi che vanno a giogo
                                 M’andava io con quell’anima carca
                                 Finchè s’offerse il dolce Pedagogo.
                                 (Dante, Purg., XII)

                                 Io credeva di essere per trasfigurarmi
                                 e di diventare un Dio.
                                 (D’Annunzio, Le vergini delle roccie)

«Di pari come buoi che vanno a giogo
M’andava io con quell’anima carca
Finchè s’offerse il dolce Pedagogo»
Il pedagogo ch’ogni pena scarca.
Diss’io: Maestro, l’anima mia affogo
Nel putridume che l’etade incarca,
Or ecco che alla mano tua m’aggiogo
E con fidanza l’anima s’imbarca.
Diss’ei: Convien però ben che tu lascie
Li rozzi rimator del secol rio,
Poeti da mercanti e di bagascie.
Alza l’orgoglio e un giorno tu com’io
Surgerai sopra dell’umane ambascie
E più che uomo simile ad un Dio.[10]

L’attacco cita apertamente Dante, quasi un’eco dell’esergo. Come un enorme indice puntato sul testo, lo spavaldo mostrare senza pudore da chi si parte e con chi si prosegue, poiché l’andamento e i termini permangono danteschi, fino al finale in cui entra in scena il secondo esergo, ripreso da D’Annunzio. Sangirardi e Baldissone sono concordi nell’interpretare la lirica come una raffigurazione di un immaginario dialogo fra Dante e Virgilio.[11] Chi scrive ritiene che, accanto a questa interpretazione, ce ne potrebbe essere anche un’altra, sottintesa e per così dire più velata. Il mimetismo di Gozzano lo porterebbe a dissolversi nella figura di Dante-discepolo, facendo di quest’ultimo, in un sapiente gioco di specchi, un discepolo e al contempo un maestro nel cammino eterno della poesia. Alla coppia Virgilio-Dante si potrebbe quindi sovrapporre la coppia Dante-Gozzano, facendo del grande fiorentino il discepolo dell’antichità e il maestro dei poeti moderni. Comunque sia, in questo sonetto il poeta non è un essere come tutti gli altri, ma è colui che può, sotto la guida di un “Pedagogo” con la “P” maiuscola, superare i limiti della natura umana e diventare simile a un dio. Tutt’altro tipo di pedagogo (ovviamente con la minuscola) si trova in Dante, lirica pubblicata per la prima volta sulla «Riviera ligure» del maggio 1910.[12] Qui il professore annoiato e privo di fantasia non riesce a trasmettere la bellezza della Divina Commedia alla classe che ha davanti. Questo insegnante “fiacco” è diametralmente opposto a Virgilio e a Dante, veri maestri di vita e di conoscenza.

Dante

Un giorno, al chiuso, il pedagogo fiacco
m’impose la sciattezza del comento
alternato alla presa di tabacco.

Mi rammento la classe, mi rammento
la scolaresca muta che si tedia
al commentare lento sonnolento;

rivedo sobbalzare sulla sedia
il buon maestro, per uno scolaro
che s’addormenta su di te, Comedia!

Attento! Attento! – Ah! più dolce sognare
con la gota premuta al frontispizio
e l’occhio intento alle finestre chiare!

Ad ora ad ora un alito propizio
alitava un effluvio di ginestre
sul comento retorico e fittizio.

La Primavera, l’esule campestre,
conturbava la gran pace scolastica
pel vano azzurro delle due finestre.

Io fissavo gli attrezzi di ginnastica,
gli olmi gemmati, l’infinito azzurro
in non so che perplessità fantastica;

e tendevo l’orecchio ad un sussurro,
ad un garrito di sperdute gaie,
in alto in alto in alto, nell’azzurro.

Guizzavano, da presso, l’operaie
affacendate in paglia in creta in piume,
riattando le case alle grondaie…

Con gli occhi abbarbagliati da quel lume
primaverile, mi chinavo stracco,
ripremevo la gota sul volume.

E riudivo il pedagogo fiacco
alternare alla chiosa d’ogni verso
la consueta presa di tabacco…

Ah! non al chiuso, ma nel cielo terso,
nel fiato novo dell’antica madre,
nella profondità dell’universo,

nell’Infinito mi parlavi, o Padre!

Non sappiamo in quale punto degli studi Gozzano avvenne il suo incontro con il “pedagogo fiacco”. Di certo si sa che il poeta ebbe – complice la salute precaria e l’infinita indulgenza materna – un percorso scolastico se non fallimentare, quantomeno accidentato, costellato di rimandi a settembre, bocciature, reiterati cambi di scuola e persino iscrizioni in istituti specializzati nel recupero di anni scolastici.[13] Posto che, come detto poch’anzi, il primo incontro con l’Alighieri era avvenuto tra le mura domestiche e non nelle aule scolastiche, si può ragionevolmente pensare che la poesia Dante voglia veicolare una neanche troppo velata critica dei metodi pedagogici allora in voga. Tristemente squallida e quasi caricaturale è la figura del docente “fiacco”, mero erogatore di un sapere prigioniero della «sciattezza del comento», davanti alla «scolaresca muta che si tedia/ al commentare lento sonnolento», mentre il Dante “Padre” dei poeti è altrove «non al chiuso, ma nel cielo terso/ nel fiato novo dell’antica madre,/ nella profondità dell’universo» e parla “nell’Infinito” a chi ha l’animo disposto ad ascoltarlo. Molto significativo, persino nell’apparente banalità (sempre accuratamente studiate, le apparenti banalità di Gozzano) quel “Padre” finale, che riecheggia il canto del Purgatorio in cui lo stesso Alighieri aveva invocato un Virgilio ormai letteralmente svanito.[14]
Sul finire della vita e dell’opera di Gozzano, – morirà di lì a poco di mal sottile, lasciando la silloge incompiuta – in Farfalle l’Alighieri fa un’ultima apparizione, non più come personaggio, ma piuttosto come simulacro:

Ma già – mentre ch’io parlo – i bruchi tutti
sono vôlti in crisalidi. Al soffitto
agli scaffali al dorso dei volumi
famosi, alle cornici delle stampe,
financo – irriverenza – al naso adunco,
alla mascella scarna del Poeta,
ovunque la mia stanza è un scintillare
di pendule crisalidi sopite.[15]

Qui il busto del Poeta per antonomasia viene invaso in modo irriverente dalle crisalidi scintillanti. È un’immagine di morte e resurrezione, in cui Gozzano intende ribadire, a nostro avviso, il concetto già espresso nei versi di Dante: il tempo dissolve il poeta come essere umano, ma non può dissolvere le emozioni che la sua poesia continua a comunicare a chi è disposto ad ascoltarne il messaggio.

© Paola Deplano

 


[1] Cfr. Purg., canto XXVII, v. 139.
[2] Cfr. Ivi, canto XXX, vv. 49-51.
[3] Cfr. Ibidem, v. 48.
[4] G. Baldissone, Introduzione, in Opere di Guido Gozzano, UTET Torino, 1983 (2006). La citazione è ripresa dalla ristampa De Agostini, Novara 2014, p. 9.
[5] Ivi, p. 11.
[6] Ivi, p. 12.
[7] Cfr. G. De Rienzo, Gozzano. Vita breve di un rispettabile bugiardo, Rizzoli, Milano 1983, pp. 11-13.
[8] G. Sangirardi, Il furto dell’eternità. Dante e Gozzano, in «Parole rubate/Purloined letters» (http://www.parolerubate.unipr.it), fascicolo 18, p. 16.
[9] Ivi, p. 13.
[10] G. Gozzano, Poesie sparse, in Opere, cit., p. 253.
[11] Cfr. ibidem, nota al v. 5 e G. Sangirardi, cit, p. 14.
[12] Fu inoltre ristampato su «Il Momento» di Torino del 27 marzo 1911 e riedito su «La donna» dell’ottobre 1912 (cfr. G. Gozzano, Poesie sparse, cit., p. 312).
[13] Cfr. G. De Rienzo, cit, pp. 16-20.
[14] Cfr. Purg., canto XXX, vv. 49-51.
[15] G. Gozzano, Farfalle in Epistole entomologiche, cit., vv, 183-190, p. 428.

2 commenti su “Dante 2021 #2: Dante e Guido Gozzano

  1. Virgilio può compiacersi del risultato del suo intervento; l’allievo lì presente è la prova della positività della sua educazione. Egli è qui, più che in ogni altra parte del poema, padre di Dante: gli ha dato la vita portandolo alla maturità morale e intellettuale e quindi alla soglia della redenzione.
    Il” pedagogo fiacco” di Gozzano sembra essere una chiara protesta contro l’insegnamento erudito e privo di passione.
    Gozzano è quanto mai cosciente dell’artificio interno alla propria operazione poetica e, invece di nasconderla, la esibisce. Come ha sottolineato il critico Fausto Curi, egli non tiene nascoste, ma fa trapelare, quando non le cita direttamente, le proprie fonti letterarie che abbracciano un ampio panorama della tradizione, mostrando così che neppure la poesia può sottrarsi alla condanna alla falsità, all’essere a sua volta in una società dominata dall’inautenticità, e dalla riproducibilità di ogni cosa, la contraffazione di un altro linguaggio. E la citazione può, ovviamente, anche assumere la forma del rovesciamento parodico, come accade sempre nei confronti di D’Annunzio. La natura ambigua della poesia di Gozzano, che si vergogna d’essere poeta, mostra evidentemente di esserlo in modo tutt’altro che improvvisato. Da questo contrasto, che, secondo una felice definizione nelle parole di Eugenio Montale, farebbe “cozzare l’aulico col prosaico, nasce un sicuro effetto di straniamento aprendo la via a gran parte delle sperimentazioni formali novecentesche. Grazie Paola per questa proposta molto interessante e ricca di spunti .
    Maria

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