Fabio Libasci, Dovuto a Lavagetto

E così alla fine se n’è andato: è uscito di scena silenziosamente, in una domenica di novembre, quasi cento anni dopo Proust, quel Marcel che ha studiato e indagato per tutta la vita. La malattia vera ha avuto la meglio su ogni altro male letterario indagato con finezza e vastità di sapere, la vita ha avuto ragione dell’opera e a quell’opera adesso si guarda, ciò che resta, quel che ci ha lasciato e quel che gli è dovuto.
Mario Lavagetto ha dedicato ai libri, ai suoi autori più di cinquant’anni: dalla traduzione de Il rosso e il nero nel 1968 all’analisi del Decameron in Oltre le usate leggi apparso solo un anno fa, e poi Svevo e Saba, Balzac e Freud, Proust e Calvino e quei modesti romanzi che sono i libretti d’opera, altra sua grande passione. Tra le pagine, moltissime, lungo i decenni, un’idea di letteratura e di critica; lavorare con piccoli indizi, imparare a leggere nel testo il controtesto, nella superficie apparentemente liscia le smagliature e le crepe, i cedimenti e i lapsus come quello della Stanza 43 quando improvvisamente Marcel, quello della Recherche, si ritrova nella stanza di Charlus e il narratore che fino ad allora aveva tenuto a bada l’omosessualità si ritrova al centro della scena. Un semplice numero attorno al quale il professore costruisce una rete di parole e rimandi, scene e visioni, anticipazioni e domande senza risposte. Tra le pagine, lungo più di cinquant’anni, la presenza costante ma variamente distribuita di Freud. Da La gallina di Saba a L’impiegato Schmitz alla fine del quale riprende la fortunata massima: il romanzo è un’autobiografia del possibile; e poi è soprattutto in Freud la letteratura e altro che l’analista è messo alla prova della letteratura e fino a La macchina dell’errore dove ancora una volta ribadisce che il testo è una macchina, ma imperfetta: soggetta a produrre errori, poi raccolti pazientemente dal critico e letti in controluce.
La passione per l’errore, il lapsus, la crepa non poteva portarlo lontano dal territorio della finzione deliberata: la bugia. Nel 1992 dà alle stampe uno dei volumi più affascinanti, La cicatrice di Montaigne: bugie ben costruite, verità sospette o ineffabili; ancora una volta Proust, Rousseau, Collodi tra gli altri, l’Odissea e Laclos. Poi molti altri libri, molti tradotti, e poi ancora Proust a cui torna nel 2011: Quel Marcel! Frammenti della biografia di Proust, con le Ninfee di Monet in copertina. Un progetto che dichiara essere di compromesso e di cui quello che pubblica avrebbe dovuto costituire solo la prima parte, la “prova generale”; il tempo di realizzare la seconda parte dichiara essere definitivamente perduto, alludendo alla malattia che minava la possibilità di dedicare alla Recherche lo studio sognato. Se la seconda parte del libro su Proust rimase solo un sogno, ancora altri progetti si realizzarono; la cura dei Racconti analitici di Freud e quella degli scritti su Proust di Debenedetti, suo maestro, con la sua fedele allieva Vanessa Pietrantonio, e infine Oltre le usate leggi. Una lettura del Decameron, pubblicato nei Saggi Einaudi, un «omaggio a una pratica postuma (la critica letteraria) che ha sempre meno adepti»[1] che rimanda al j’accuse di qualche anno prima, Eutanasia della critica.
Lavagetto non è stato solo l’autore di saggi ancora oggi insuperati e per certi versi ormai improducibili; è stato anche e per molti il professore Lavagetto, uno dei primi a ottenere la cattedra di Teoria della letteratura a Bologna e da lì a esercitare su generazioni di studenti dell’ateneo bolognese il suo magistero. Un maestro, uno dei pochi e veri la cui impronta è ancora ben visibile nei suoi allievi, sparsi ma non dispersi nelle università italiane, nei loro corsi, nei loro libri, nelle passioni che hanno ereditato e condiviso, nelle tesi affidate ai giovani e alle giovani laureande.
E poi e non in ultimo Lavagetto è stato letto e per molto tempo lo sarà ancora perché i suoi libri invecchiano bene e superano la prova dei decenni e si torna a loro come da un amante sicuro.
Sarà ormai passato un decennio da quando il suo nome venne pronunciato durante il primo corso di Critica letteraria tenuto dalla professoressa Restuccia all’Università di Palermo: ero uno studente in cerca di scoperte e desideroso di togliermi di dosso la provincia, la sua impronta come una macchia. Così dopo scelsi Bologna perché vi aveva insegnato lui, perché vi insegnavano i suoi allievi e perché così un po’ di quelle parole le avrei avute anche io. Non vi erano altre ragioni. È così che ritornai a Proust dopo averlo leggiucchiato una prima volta; questa volta lo lessi in modo ortodosso, nell’edizione della Pléaide e non alla Barthes saltando; scelsi di seguire il corso della sua allieva su Il Romanzo del Novecento e decisi di scrivere una tesi sulla Recherche, la sessualità in scena, rubando accorciandolo il titolo a un capitolo di Stanza 43 che ormai leggevo e rileggevo e continuo a leggere e rileggere, quasi una medicina prima di scrivere qualche piccola e sicura ovvietà. Lessi un mese prima della laurea Quel Marcel! misurando la mia piccola operazione e la sua grande opera con tutto il rimpianto per quel secondo volume che non leggeremo mai, con il rimpianto per non averlo conosciuto e non aver potuto dire a lui, e a pochi altri, che i suoi libri mi avevano cambiato la vita, o meglio, mi davano l’illusione di poterla cambiare, di poter essere un giorno quello che lui era così naturalmente: un critico letterario. Certo il professor Lavagetto non avrebbe gradito quest’io prepotente e gliene chiedo perdono, tutto il resto è dovuto, dovuto a Lavagetto.

 


[1] Mario Lavagetto, Oltre le usate leggi. Una lettura del Decameron, Torino, Einaudi, 2019, p. XI.

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